Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Mancano poche settimane all'apertura dei quattro cantieri che riporteranno alla riqualificazione dell'area dove sorge l'Olympieion, il tempio dedicato a Zeus Olimpio (la cui monumentalità ci è nota grazie alla testimonianza di Diodoro Siculo), situato nel cuore della Valle dei Templi ed eretto per celebrare la vittoria del tiranno Terone sui Cartaginesi nella celebre battaglia di Himera del 480 a.C.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Oltre ai lavori di restauro verranno infatti musealizzati numerosi reperti appartenenti alla decorazione architettonica, tra i quali bisogna annoverare il riassemblaggio della trabeazione sostenuta dalle imponenti sculture dei telamoni e la musealizzazione delle parti dell'enorme statua che verrà sostenuta in piedi tramite una sottile lastra in acciaio con mensole di pochi millimetri, un supporto antisismico volto a garantire un migliore conservazione delle parti originali della statua, ritrovate dallo studioso tedesco Heinz Jürgen Beste dell'Istituto Archeologico di Roma.

Progetto di sostegno di telamone

"In questo momento i beni culturali della Sicilia sono in fermento. I Parchi archeologici e i musei, costretti a chiudere le porte dalle misure anti-COVID-19, stanno operando con massimo impegno per prepararsi alla riapertura con  ambienti più accoglienti e nuovi progetti ed emozioni – ha dichiarato l’assessore regionale ai Beni Culturali e all'identità siciliana, Alberto Samonà -. I cantieri che interessano l'area del tempio di Giove Olimpio nella Valle dei Templi e la valorizzazione del Telamone, sono un invito a visitare Agrigento e la Sicilia, per trasmettere al mondo una storia e un'identità profonda, che rendono unica la nostra terra”.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Questi interventi gettano una nuova luce su quella che doveva essere la struttura originaria del tempio, prima del suo crollo a seguito dei terremoti del 1401 e del XVIII secolo: sono stati infatti identificati 90 frammenti appartenenti alle sculture dell'edificio, tra cui anche blocchi provenienti da 8 diversi telamoni.
"L’area merita di essere recuperata e valorizzata – spiega il direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta –, il pubblico presto la potrà visitare nella sua interezza: saranno chiusi gli accessi secondari e si potrà seguire un unico percorso di visita che dall’Olympieion condurrà ai resti dell’altare, liberato dai massi crollati durante gli scavi negli anni Venti, così da far riguadagnare la percezione del collegamento tra altare e tempio. I visitatori non si fermeranno alla Concordia ma saranno invogliati alla scoperta di tutta la collina dei Templi, fino al bacino della Kolymbetra”.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

 

Si prevede che i lavori avranno una durata di circa 9 mesi e sarà a cantiere aperte: questo significa che i visitatori, gli appassionati, gli studenti universitari e le scolaresche, previa prenotazione, potranno assistere al lavoro sul campo degli esperti.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Google Earth: Tempio di Giove Olimpio

Per le foto e il video si ringrazia l'Ufficio Stampa della Regione Siciliana.


Gherardo Colombo Anche per giocare regole Costituzione

L'ultimo saggio di Gherardo Colombo, omaggio alla Costituzione

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole: un libro che è omaggio alla Costituzione

Nonostante la Storia ci insegni che ci sono cose che è meglio non fare, ogni giorno e in ogni parte del globo anche se possiamo avere persino una accurata previsione di come andrà, ci ritroviamo a replicare quella determinata azione incuranti di quello che il passato aveva tentato di ricordarci.

Così dopo anni in Italia lottiamo ancora per i diritti civili, contro le discriminazioni e la violenza, come se non avessimo ben chiare le regole di partenza e per questo ci muovessimo disorientati nello spazio sociale.

L’approccio che l’ex magistrato Gherardo Colombo affronta in Anche per giocare servono le regole è allora ancor più decisivo, inaugurando Ri-Creazioni (il nuovo progetto editoriale di Chiarelettere), apre infatti le porte al significato della Costituzione e della consapevolezza di essere e di diventare cittadini.

La divulgazione e l’approfondimento di queste materie, oggetto della sua professione ma anche della sua vita etica e morale, si rivolge agli studenti fin dalle prime battute del libro con un linguaggio chiaro che ricalca, in qualche misura, gli obiettivi dell’associazione 'Sulle regole' da lui fondata e con cui da tempo si dedica all’educazione alla legalità nelle scuole.

Gherardo Colombo. Foto di Stefano Bolognini, CC BY-SA 3.0

“La nostra Costituzione riconosce che ciascuno di noi ha caratteristiche peculiari – genere, etnia, religione, lingua, opinioni, condizioni personali e sociali – e stabilisce che essere non possono creare discriminazione”,

così egli scrive spronando soprattutto i giovani a pensare con cognizione della Storia e della giustizia in poco più di centocinquanta pagine. In particolare fa riferimento al principio cardine su cui si fondava la Repubblica dopo le due guerre mondiali, ossia l’universalità della dignità umana.

“Tutto l’impianto della Costituzione è diretto a realizzare questo punto di partenza. Il principio della pari dignità universale costituisce il legame tra tutti gli articoli, che ne discendono a cascata; è la chiave di lettura che serve per capire, anzitutto, i motivi che hanno spinto i Costituenti a lasciarci questo testo”.

Mentre leggiamo comprendiamo che per vivere insieme agli altri e per relazionarsi con il mondo che ci circonda, come egli ricorda, abbiamo bisogno di regole che ci indichino la via su ciò che si può, si deve e non si deve fare, spiegando sia il contesto per cui la Costituzione è nata sottoscritta dalle persone in tutti i suoi 139 articoli sia la relazione che intercorre tra diritto e dovere di ognuno. Riprende:

“Questo testo non è un cumulo di norme complicato e inaccessibile, ma un documento vivo, le cui disposizioni definiscono ciò che ciascuno di noi può essere”.

Un esplicito atto di responsabilità civica.

 

Gherardo Colombo Anche per giocare servono le regole
La copertina del libro di Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, pubblicato da Chiarelettere Ri-Creazioni (2020), p. 176, Euro 14.

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, Chiarelettere Editore 2020, p. 176, Euro 14.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Promising Young Woman: una nuova vendetta

Promising Young Woman (Una donna promettente) è il primo film della regista britannica Emerald Fennell (conosciuta dai più per il suo recente ruolo in The Crown nei panni di Camilla). Il film fu presentato presso il Sundance Film Festival il 25 gennaio del 2020 e proiettato nelle sale statunitensi il 25 dicembre dello stesso anno. La pellicola è in tutto e per tutto un prodotto femminile, partendo dalla sua produttrice (Margot Robbie) e finendo con l'attrice protagonista Carey Mulligan.

Promising Young Woman
Locandina di Promising Young Woman - prodotto da FilmNation Entertainment, LuckyChap Entertainment, distribuito da Focus Features

 

So promising

Cassie è una giovane barista che vive ancora con i genitori. Del suo passato, tuttavia, sappiamo ben poco. Il dettaglio primario che lo spettatore coglie, riguarda un "circostanza particolare" che l'avrebbe costretta a lasciare la scuola di medicina ormai da sette anni. La circostanza particolare non riguarda Cassie, ma Nina, la migliore amica della protagonista. Nina, nonostante sia fisicamente assente, è in tutto e per tutto la coprotagonista della pellicola, poiché tutte le azioni del personaggio della Mulligan ruotano intorno alla memoria dell'amica scomparsa.

Promising Young Woman
Promising Young Woman - prodotto da FilmNation Entertainment, LuckyChap Entertainment, distribuito da Focus Features - Credits: Merie Weismiller Wallace / Focus Features. © Focus Features

Cassie ha una doppia vita: ogni settimana frequenta bar o locali notturni e si finge ubriaca. Ogni volta un ragazzo le si avvicina per chiederle se ha bisogno di aiuto e, da buon samaritano, la carica in macchina. Alla fine la serata si conclude a casa del ragazzo, il quale tenta ogni volta un'approccio sessuale con la ragazza apparentemente troppo ubriaca per esser capace di intendere e di volere. Proprio nel momento in cui l'uomo di turno sfila le mutandine della vittima, Cassie interrompe la sua recita, diventando l'aggressore.

Promising Young Woman - prodotto da FilmNation Entertainment, LuckyChap Entertainment, distribuito da Focus Features - Credits: Merie Weismiller Wallace / Focus Features. © Focus Features

Revenge Movie

Promising Young Woman riporta in auge un genere cinematografico sviluppatosi principalmente tra gli anni '70 - '80 del '900. Il genere in questione è conosciuto come Rape and Revenge, poiché le protagoniste erano principalmente giovani donne che, dopo aver subito una serie di stupri, attuavano vendette cruente nei confronti dei loro aguzzini.

Ci sono due film che vengono continuamente citati quando si illustra questo filone cinematografico: I spit on your grave (Meir Zarchi, 1978) L'angelo della vendetta (Abel Ferrara, 1981).  Il tratto distintivo di questi film citati (e, in certo senso dell'intero genere di cui stiamo discutendo) è la presenza costante di un'eccessiva dose di violenza, tanto da sfociare persino nel gore o nello splatter. Perché questo? Di base il revenge movie nasce nella corrente del B-movie, quindi parliamo di produzioni a basso budget con una distribuzione inesistente. Fortunatamente la maggior parte dei B-movie ha raggiunto il successo grazie al concetto di cult movie e lo stesso accadde con i film del genere revenge movie.

Ricapitolando: quali sono gli elementi che compongono un rape and revenge movie? Prima di tutto una bella protagonista che subirà violenza fisica e sessuale. A quest'atto ne consegue una reazione vendicativa che sfocia in azioni cruente (ad esempio l'evirazione). A far da cornice, bisognerebbe aggiungere un pizzico di cultura pop tramite l'utilizzo di musiche o costumi kitsch in modo da creare un potenziale feticcio commerciale. Il profilo psicologico di vittima e carnefice sono necessari o presenti? No.

 

Un nuovo Revenge Movie

Il primo particolare che differenzia Promising Young Woman dai precedenti Revenge Movie è Emerald Fennell, poiché è la prima volta che un film di questo genere cinematografico ha una mano femminile alla regia e alla sceneggiatura.

Promising Young Woman
Promising Young Woman - prodotto da FilmNation Entertainment, LuckyChap Entertainment, distribuito da Focus Features - Credits: Merie Weismiller Wallace / Focus Features. © Focus Features

Il secondo particolare è la "mancanza" di violenza esplicita. Parlo ai fan del genere: non aspettatevi vagonate di sangue, evirazioni o stupri violenti. La violenza della Fennell non è visibile, bensì tangibile poiché pervade l'intera pellicola senza mai concretizzarti (a parte sporadici episodi).

Il terzo ed ultimo particolare riguarda proprio il personaggio di Cassie. Nei passati Revenge Movie era sempre la vittima a reagire ed ottenere vendetta. In questo caso, invece, Cassie non è la vittima, è solo la vendicatrice. Cassie, in certo senso, diventa il braccio armato di tutte le donne che, almeno una volta nella loro vita, hanno subito abusi di ogni tipo da parte di un uomo.

Ovviamente la Fennell conserva dei tratti comuni con il filone cinematografico di origine, basta citare due dettagli fondamentali: il font dei titoli di testa e di coda si rifanno ad una grafica pop molto anni '70; la presenza di una colonna sonora estremamente pop. In un'intervista recente, Carey Mulligan ha rivelato che il primo tassello di Promising Young Woman fu proprio la playlist presente sul cellulare di Emerald Fennell, la quale comprendeva: Britney Spears, Paris Hilton, Charlie XCX e Cigarettes after Sex. La colonna sonora pop guida lo spettatore all'interno delle emozioni di Cassie e, in certo senso, del mondo che la circonda (l'inizio della pellicola con la canzone I was busy thinking about boys di Charlie XCX diverrà presto una delle migliori intro della storia del cinema).

Quando sarà possibile vedere Promising Young Woman? Il film è disponibile on demand su differenti piattaforme, una su tutti è proprio Amazon Prime. Sfortunatamente non ci sono ancora informazioni riguardo alla programmazione italiana. Speriamo dal più profondo del cuore di poter tornare in sala il prima possibile e di poter godere a pieno la visione di quello che, ad ora, è una dei migliori film della stagione cinematografica 2020 - 2021.

Locandina di Promising Young Woman - prodotto da FilmNation Entertainment, LuckyChap Entertainment, distribuito da Focus Features - immagine copyright Universal Pictures

 


Pompei 79 d.C. Una storia romana in mostra al Colosseo

Pompei 79 d.C. Una Storia romana è la nuova mostra inaugurata al secondo ordine del Colosseo in cui si cerca di indagare il rapporto, fino ad ora inesplorato, fra le due realtà archeologiche più famose del panorama italiano, in un arco cronologico che va dalla seconda guerra sannitica all'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

L’esposizione vuole inoltre omaggiare un grande studioso e archeologo italiano recentemente scomparso, Mario Torelli, eccellente conoscitore del mondo antico  ma anche intellettuale impegnato che tanto ha trasmesso ai suoi allievi puntando sempre verso un’ottica interdisciplinare e senza frontiere.

Pompei 79 Foto: Alessia Cacciarelli

Pompei 79 d.C. Una storia romana si inserisce in un percorso già avviato che ha portato il Parco archeologico di Pompei al dialogo spesso con altre culture che in qualche modo hanno intrecciato la storia della città vesuviana. Egitto, Greci, Etruschi fino alla storia più recente di Pompei che dal Settecento in poi ha segnato moda, arte e cultura europea.

Le circa 100 opere accuratamente selezionate per la mostra dalla forte identità visiva affidata a Lorenzo Mattotti e con il progetto di allestimento e grafico a cura di Maurizio Di Puolo, illustrano in maniera emblematica il dialogo tra i due centri, facendo emergere il progressivo allineamento di Pompei ai modelli culturali che si impongono a Roma nel corso della formazione del suo dominio mediterraneo.

La mostra è suddivisa in tre grandi sezioni: la fase dell’alleanza, la fase della colonia romana, il declino e la fine, intervallate da intermezzi dedicati a due momenti cruciali che hanno segnato la lunga storia di Pompei: l’assedio romano dell’89 a.C. e il terremoto del 62 d.C.

Pompei-Roma. Foto: Alessia Cacciarelli

Quando Pompei “incrocia” Roma

Le fonti letterarie ricordano Pompei per la prima volta in occasione di alcuni scontri avvenuti tra Roma e Sanniti proprio durante il secondo scontro fra queste due potenze. Ma il secolo d’oro di Pompei si ha a partire dalla fine della guerra Annibalica quando la città sarà interessata da un boom demografico non indifferente. Non si tratta di un fenomeno isolato, ma interesserà tutto il II a.C., con un picco massimo soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo. In città soprattutto, ci sarà una intensa e sistematica occupazione di quartieri e di ristrutturazioni di edifici in aree già occupate precedentemente, ma soprattutto vi sarà un trasferimento di residenti dell’agro verso la città e la costruzione di ville. Da questo momento, Pompei si troverà al centro di intensi scambi commerciali e umani, in particolare di cittadini italici che, intuendo le potenzialità geografiche del sito, utilizzeranno la città come scalo per i traffici marittimi.

Pompei 79. Foto: Alessia Cacciarelli

Da un’iscrizione ritrovata all’interno del Tempio di Apollo, sono emersi anche i rapporti tra Pompei e Roma, in particolare con un suo personaggio, quel Lucio Mummio che nel 146 a.C. aveva conquistato e distrutto Corinto e che a Pompei aveva donato degli oggetti preziosi per beneficiarla dell’aiuto apportato alla causa romana in Oriente. Si può ritenere certa, quindi, la partecipazione di Pompei alla guerra attraverso l’invio di denaro e di truppe. In questa cornice di grande sviluppo urbanistico ed economico, molto forti sembrano essere anche gli scambi con l’Egitto, sottolineati dalla costruzione in città di un Iseo. Il culto orientale che ebbe più presa in città fu quello della dea egiziana Iside che contò numerosi adepti anche tra i ceti più elevati. L’inserimento di Pompei nel più ampio scenario della politica romana, non ebbe però solo riscontri positivi. Allo scoppio della guerra sociale, Pompei e la vicina Stabiae furono tra le città insorte contro Roma per il diniego, da parte del Senato, dell’acquisizione della cittadinanza romana.

Pompei 79. Foto: Alessia Cacciarelli

La reazione della grande potenza non si fece attendere tanto che le fonti ricordano la presenza dell’esercito romano fuori le mura della città e del cui assedio, ancora oggi, numerosi sono i segni dei “bombardamenti” delle macchine da guerra sillane nei punti più esposti della cinta muraria della città. Pompei, infatti, nel corso della prima guerra civile romana aveva aderito al partito filo mariano che aveva avuto particolari consensi soprattutto nei ranghi delle città insorte durante la Guerra Sociale. Purtroppo gli esiti di questo schieramento furono disastrosi per la città e portarono nell’80 a.C. alla privazione del suo statuto di municipium e alla deduzione in colonia con il nome di Colonia Veneria Cornelia Pompeianorum con l’insediamento in pianta stabile di veterani dell’esercito sillano costituito da non meno di 2000 capifamiglia. Deductor della colonia fu Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore, la cui operazione fu coadiuvata dall’intervento di due importanti personaggi, M. Porcius e C. Quintus Valgus, quest’ultimo ricordato da Cicerone come uno degli uomini più potenti e influenti della Campania.

Affresco con scena di rissa fra pompeiani e nocerini nell’anfiteatro di Pompei, 59-79 d.C.; da Pompei, Casa della
Rissa nell’Anfiteatro, peristilio (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 8991)
Crediti: su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo / Museo Archeologico Nazionale,
Napoli, fotografia di Luigi Spina

L’annalistica romana, in particolare Tacito, tornò ad occuparsi della città per un episodio che accadde nel 59 d.C. relativamente alla squalifica dell’anfiteatro per dieci anni imposta dall’imperatore Nerone. Durante uno spettacolo con gladiatori organizzato dal pompeiano Livineius Regulus, un personaggio piuttosto conosciuto per essere stato espulso dal Senato di Roma probabilmente sotto Claudio, scoppiò una sanguinosa rissa tra gli abitanti locali e i Nocerini venuti per l’occasione. In un crescendo di inaudita violenza, dalle ingiurie verbali si passò presto alle sassate e ad uno vero e proprio scontro armato nel quale i Nocerini ebbero la peggio. La rissa, illustrata anche da uno spettacolare dipinto rinvenuto in una domus e oggi conservato al Museo Archeologico di Napoli, celava sicuramente motivazioni più profonde rispetto alle rivalità tra tifoserie, relative a malcontenti politici e tensioni di lunga data. Una possibile motivazione è stata ricondotta nell’elevazione di Nocera nel 57 d.C. al rango di colonia, fatto che aveva sicuramente onorato la città, ma aveva posto fine alle speranze di Pompei di poter acquisire il controllo sui territori una volta appartenuti a Stabiae e forse causato anche un ridimensionamento territoriale della città a vantaggio di Nocera.

Il Senato romano, chiamato a deliberare sul caso, decise di vietare i giochi all’anfiteatro (prohibiti publice in decem annos eius modi coetu Pompeiani), di sciogliere le associazioni illegali (collegia, quae contra leges institueran, dissoluta) e di esiliare Livineius quale istigatore dello scontro. Altro avvenimento accaduto pochi anni dopo, esattamente il 5 febbraio del 62 d.C., un terribile terremoto che devastò buona parte della Campania ed ebbe effettivi altamente distruttivi soprattutto su Pompei ed Ercolano. La cronologia viene fornita da Tacito e gli eventi sono narrati anche da Seneca nel sesto libro delle Questioni naturali dedicato all’amico Lucilio, nativo proprio di Pompei, che possedeva una villa nei dintorni della città.

Parete in stucco policromo, 62-79 d.C.; da Pompei, Casa di Meleagro, tablino 8, parete est (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. 9595) Crediti: su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo / Museo Archeologico Nazionale, Napoli, fotografia di Luigi Spina

La storia archeologica e le sue preziose testimonianze materiali e artistiche esposte nelle diverse sezioni della mostra, sono testimoni del rapporto intercorso spesso tra le due città sia in ambito socio-politico sia culturale. Il territorio vesuviano, dapprima sotto l’influenza sannitica e poi romana, risulta in entrambe le situazioni sostanzialmente dipendente da Roma, seppur nel primo caso non formalmente.

La mostra Pompei 79 d.C. Una storia romana - scrive Alfonsina Russo, Direttore del Parco Archeologico del Colosseo - intende rimarcare, attraverso le testimonianze materiali, il ruolo rivestito dalla città vesuviana nella compagine storica e artistica dell’impero romano, in un contesto lungi dall’essere considerato un ininfluente suburbio di periferia, ma più propriamente una realtà ben caratterizzata e all’altezza della capitale. La rigorosa impostazione della mostra si deve a Mario Torelli, che con grande entusiasmo e sconfinata passione aveva accettato di curarla con l’intento di contribuire con la sua immensa cultura a una rilettura dei rapporti tra Roma e Pompei anche alla luce delle più recenti scoperte archeologiche effettuate nella città vesuviana. La sua recente scomparsa gli impedirà di vedere compiutamente realizzato il suo ultimo progetto scientifico. A lui un pensiero di viva gratitudine non solo per averci accompagnato e guidato nel progettare e realizzare questa esposizione, ma soprattutto per averci trasmesso la grande responsabilità di coloro che operano per tutelare il patrimonio culturale e per rendere tutti i cittadini pienamente consapevoli della sua importanza, quale valore identitario ed elemento significativo di coesione sociale, nell’ambito di una stretta e imprescindibile relazione tra cultura e impegno civile.

Conclude il percorso la tragica eruzione del 79 d.C. quando Pompei venne sepolta da ceneri e lapilli e Roma continua la sua ascesa espandendosi sempre più sulla cartina geografica.  Ma questa è un'altra storia.


Pompei 79. Locandina

Info mostra: https://parcocolosseo.it/evento/al-colosseo-la-mostra-pompei-79-d-c-una-storia-romana/


Gianrico Carofiglio La disciplina di Penelope

La disciplina di Penelope: Gianrico Carofiglio, Milano e le comfort zone

La disciplina di Penelope:

Gianrico Carofiglio, Milano e le comfort zone

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Bari (tutt'al più Roma), il rimpianto per il passato, personaggi maschili irrisolti che, per contrappasso, risolvono situazioni intricate: questi, in breve, sono gli ingredienti classici di un romanzo di Gianrico Carofiglio. In quasi vent'anni di carriera, l'ex magistrato pugliese è stato in grado di crearsi un vero e proprio linguaggio, una comfort zone letteraria nella quale questi elementi, tutti o in parte, vengono declinati nella trama di base. Un'arma a doppio taglio: se da un lato i molti lettori di Carofiglio hanno imparato a riconoscere e amare il suo stile (e, a dirla tutta, la reiterazione continua è ciò che maggiormente li attrae), dall'altro è inevitabile il rischio che i suoi romanzi possano apparire stanchi e ripetitivi, anche quando, come nel caso del precedente La misura del tempo, le trame sono avvincenti e ben congegnate.

Nel leggere La disciplina di Penelope, il suo ultimo lavoro uscito poche settimane fa nella serie dei Gialli Mondadori, si ha la sensazione che Carofiglio abbia voluto sovvertire completamente i suoi schemi consueti per scrivere un romanzo che, pur condividendo il DNA con le sue opere precedenti, di fatto vorrebbe andare in direzioni diametralmente opposte.

Eccoci dunque a Milano, con una protagonista femminile (la Penelope del titolo) alle prese con un'indagine che da subito sembrerebbe destinata al fallimento: l'uccisione di una donna, avvenuta un anno prima, per la quale il marito della vittima era stato dapprima incriminato e poi scagionato. È l'uomo stesso a chiederle di provare a risolvere questo cold case che, rimasto privo di colpevole, gli ha lasciato addosso lo stigma di unico indagato -e dunque più che probabile omicida. Penelope, che ha lasciato la carriera per un non meglio precisato incidente, accetta l'indagine con passiva rassegnazione: i risultati, ça va sans dire, saranno sorprendenti.

Romanzo breve, o meglio racconto lungo, La disciplina di Penelope ha dunque il chiaro pregio di portare la scrittura di Carofiglio in territori inesplorati: prima di tutto l'universo femminile, finora visto sempre dalla prospettiva di un uomo, è invece qui vissuto in prima persona, con risultati più che convincenti. Anziché fornirci un profiling completo della protagonista, l'autore preferisce tratteggiarne le caratteristiche di base, senza darne nemmeno una descrizione fisica; ciò si riflette nello stile più asciutto che mai e nella definizione dei comprimari, a loro volta sfuggenti e appena abbozzati. Emerge piuttosto chiara l'intenzione di fare di Penelope un personaggio seriale: molti chiarimenti circa la sua storia, compreso il “misterioso incidente”, sono rimandati alle prossime puntate; ma finché la cosa funziona, non dispiace.

Tuttavia, se la protagonista si rivela valida e accattivante, trama di base e setting non lo sono altrettanto: il caso del sospetto uxoricidio è avvincente in partenza e nella conclusione, ma nella parte centrale si dipana con eccessiva rapidità e praticamente senza false piste. Sembra quasi che, più che un poliziesco puro, Carofiglio abbia voluto scrivere un “anti-giallo”, privo però del sarcasmo e dell'acume che contraddistingue i maestri del genere come Dürrenmatt o Scerbanenco.

A maggior ragione Milano si rivela inadatta come teatro della vicenda: sebbene l'autore abbia scelto di descriverne non il caotico centro ma le zone più tranquille della nuova borghesia, la città sembra essere una copia svogliata di quella reale, priva del fascino multietnico e della sua densità abitativa. Senza fare eccessivi spoiler, quest'ultimo elemento crea le maggiori inconsistenze della trama. Si potrebbe obiettare che il testo nasce per un formato storicamente agile e destinato alle letture una tantum, da viaggio in treno: tuttavia, date le ottime premesse e l'innegabile qualità della scrittura, la delusione potrebbe essere dietro l'angolo.

La disciplina di Penelope finisce dunque per essere una sorta di lungo prologo per una nuova serie che, se sviluppata con la dovuta cura, potrebbe costituire una svolta nella carriera di Gianrico Carofiglio; fuori da questo contesto, il libro si rivela una lettura rapida e intensa, con qualche spunto notevole all'interno di una trama in precario equilibrio tra fascino e banalità.

Gianrico Carofiglio La disciplina di Penelope Mondadori
La copertina dell'ultimo romanzo breve di Gianrico Carofiglio, La disciplina di Penelope, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore (2021)

Prehistorica Editore: un laboratorio indipendente per scoprire la letteratura francese

Nel mese di gennaio ho letto due brevi romanzi usciti dalla fucina di Prehistorica Editore, una realtà indipendente e piccola ma attenta al mondo della cultura e del libro. I loro lavori sono estremamente curati, dal punto di vista contenutistico e filologico, grazie ai contributi di notevoli curatori e traduttori e all'attenta selezione dei testi, ma anche sul lato materiale l'editore investe in grafiche accattivanti, un design particolare e una carta pregiata. I libri di Prehistorica Editore sono piccole chicche bizzarre, con un occhio di riguardo al mondo transalpino, da custodire gelosamente in libreria.

Pierre Jourde, Paese perduto

Tradotto con perizia dal professor Claudio Galderisi, di cui l'editore riporta anche una densa introduzione critica e nota traduttiva, Paese perduto è un romanzo-mondo che si fa specchio di una micro realtà grottesca e letteralmente sperduta. Il racconto di due fratelli che ritornano in quel paese che sembra allontanarsi ad ogni passo, una mina vagante e rurale in questo panorama che non si limita ad essere bucolico ma che chilometro dopo chilometro regredisce a una stadio ctonio e arcano. Paese perduto nel tempo, nello spazio, nei ricordi.

Prehistorica Editore Pierre Jourde Paese perduto
La copertina del romanzo breve di Pierre Jourde, Paese perduto, tradotto da Claudio Galderisi e pubblicato da Prehistorica Editore (2019)

C'è pathos tragico, il ritmo predestinato di eventi dannati che devono ancora avvenire ma di cui un'ombra profetica si può scorgere nelle pieghe, nelle rughe, nei calli delle mani di quegli abitanti del Paese perduto. C'è un'atmosfera rarefatta e grottesca, dove elementi scarnificati compongono un mosaico slabbrato di volti grigi, relazioni pericolose, incontri e scontri di un popolino che si abbarbica sulle pendici dimenticate del Paese Perduto. L'autobiografia si fonde con la narrazione possente, scarnificata da elementi ridondanti e pedissequi, rimane solo la bruttezza minimale e sintetica di un reticolo di strade, erbacce e campagne in cui rincorrere la giovinezza e l'infanzia patinata da una serenità eterea e disillusa.

Pierre Jourde rievoca la Commedia Umana di Balzac imbastendo una galleria di personaggi, equivoci e situazioni che tratteggiano un immaginario e una realtà disincantata. I due fratelli che tornano al Paese perduto per finalizzare diatribe familiari e poi assistono a un funerale di una giovane donna che aveva segnato i loro momenti felici del passato sono tetri osservatori di una realtà arcaica che si perde nel sortilegio del tempo. Prehistorica Editore inoltre ha arricchito il volumetto con delle mappe autografe di Pierre Jourde, con un effetto complessivo stupendo.

Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow

Jean-Marc Aubert è un discendente della scuola dell'Assurdo di Samuel Beckett e lo dimostra felicemente in questo piccolo gioiello narrativo: il romanzo è la lunga esposizione dei fatti del medico Linès-Fellow. Linès-Fellow  è un dottore dall'animo estremamente analitico, seppur dal carattere cinico e manipolatore, per questa ragione l'incontro con con Mell Fellops darà vita a un'assurda storia di realismo grottesco a tinte bizzarre, infatti il nostro medico convincerà Fellops a correre una maratona. Peccato che il suo paziente sia un invalido in carrozzina. Questa atipica esibizione agonistica si svolge tra Fellops e altri partecipanti non invalidi. Ma Fellops è molto di più della sua disabilità, è un'anima inquieta e metodica, ancorata a una titanica routine giornaliera che lo avvicina allo studio del pianoforte, alla bulimica lettura di libri di tutti i generi e a una spossante attività fisica del busto e delle braccia che gli conferisce una prestanza di tutto rispetto. Un ercole sulla sedia a rotelle dalla mente educata allo studio, in pratica.

Prehistorica Editore Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow
La copertina del romanzo breve di Jean-Marc Aubert, Argomentazione di Linès-Fellow, pubblicato da Prehistorica Editore (2020)

Un romanzo velenoso e dissacrante, patinato da una fittizia carica moraleggiante, Fellow è il perfetto manipolatore di Fellops e i due si auto-danneggiano a vicenda. Uno spingendo l'altro agli estremi limiti della sua disabilità e l'altro opponendosi ottusamente a tutto ciò che gli sembra un ostacolo. Una storia profonda sulla disabilità che non è quella etichetta che ci viene data a seguito di un incidente, una malattia o una condizione genetica bensì una norma sociale perché a volte sono gli altri a creare le barriere architettoniche definitive.

Prehistorica Editore si rivela una realtà sorprendente, della quale voglio conoscere l'intero catalogo.

Foto di Bohdan Chreptak

I libri recensiti sono stati cortesemente forniti dalla casa editrice.

 


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Il Commissario Ricciardi, dai romanzi alla fiction

Il personaggio del commissario Luigi Alfredo Ricciardi nasce dalla penna del prolifico scrittore napoletano Maurizio de Giovanni, romanziere, saggista, sceneggiatore e drammaturgo, che ha dato vita anche ad altri grandi personaggi, ma che a questo in particolare ha legato il suo esordio, la sua passione per il giallo unito al noir, la sua anima più introversa e malinconica.

Al trentenne commissario di polizia, di nobili origini ma impiegato, senza alcun interesse per la posizione sociale e la carriera, presso la Squadra mobile della Regia Questura di Napoli, nel pieno regime fascista degli anni Trenta, l’autore ha dedicato una serie di romanzi.

I primi quattro rientrano nel cosiddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi, 2007, già pubblicato con il titolo Le lacrime del pagliaccio un anno prima; La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, 2008; Il posto di ognuno. L'estate del commissario Ricciardi, 2009; Il giorno dei morti. L'autunno del commissario Ricciardi, 2010); seguono, poi, il “ciclo delle festività” (Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi, 2011; Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi, 2012, attinente alla Settimana Santa; In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi, 2014, ambientato nel periodo dei festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine) e il “ciclo della canzone”, ancora una trilogia (Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, 2015; Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, 2016; Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, 2017). A queste si aggiungono ulteriori pubblicazioni fuori collana, dedicate al medesimo personaggio.

La copertina del romanzo di Maurizio de Giovanni, Il Pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, pubblicato da Einaudi (2019) nella collana Stile Libero Big

All’affascinante scrittura di De Giovanni si devono, anche, altre serie di romanzi di pari successo, con protagonisti altrettanto incisivi: basti citare, tra i tanti, l’ispettore Giuseppe Lojacono de I bastardi di Pizzofalcone, l’assistente sociale Mina Settembre e, ancora, l’ex dipendente dei Servizi Segreti Sara Morozzi.

La peculiarità del personaggio di Ricciardi, nato nel Cilento nel 1900 dai baroni di Malomonte e rimasto orfano fin da ragazzo, accudito dalla sua tata e divenuto un uomo asociale, silenzioso e misterioso, sta nel suo “dono”, in realtà una condanna, ossia ciò che lui definisce il Fatto: Ricciardi vede i fantasmi, o meglio è in grado di percepire l’ultima immagine lasciata dai defunti, proiettata come una breve sequenza reiterata, una sorta di inquietante loop.

"Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l’estrema emozione, l’energia improvvisa dell’ultimo pensiero.

Le parole sospese nell’ultimo pensiero della vittima non sono un vero e proprio indizio per il commissario – sarebbe troppo facile! – e talvolta possono risultare addirittura fuorvianti (“aveva imparato a sue spese come il Fatto sviasse dalla verità molto più spesso di quanto avvicinasse alla soluzione”), perché quasi mai sono didascalicamente connesse alle circostanze, alle cause e agli artefici della morte. Sono, più che altro, un elemento con cui Ricciardi dovrà trovare coerenza nel momento in cui cercherà di tirare le somme delle sue indagini.

Al Fatto si ricollegano tutte le caratteristiche comportamentali del protagonista: è ombroso e inquieto perché costantemente angosciato dalla visione di cadaveri orrendamente sfigurati, presenti ovunque lungo le strade della Napoli degli anni Trenta; rifugge l’approfondimento di ogni contatto umano, che sia di amore o di amicizia, perché convinto, in virtù di quello che gli rivelano i “fantasmi”, che ogni male provenga da una degenerazione dei sentimenti (“il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l’umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell’efferatezza e nella violenza”); sceglie di rimanere scapolo per evitare di trasferire ai figli la sua “condanna del sangue”, come la madre ha fatto con lui; riconduce la causa di ogni azione delittuosa a due moventi essenziali, l’amore e la fame, e di conseguenza coltiva, da un lato, un affetto platonico per una donna che si limita a osservare da dietro i vetri di una finestra e, dall’altro, soffre profondamente per le ingiustizie sociali, che condannano i miseri a restare tali, senza possibilità di riscatto.

Quest’ultimo elemento, strettamente connesso con l’avversione per le classi al potere, regola la sua relazione con i suoi superiori, in particolare con l’arrivista vicequestore Angelo Garzo, nei confronti del quale Ricciardi non mostra mai la dovuta deferenza, non ritenendolo meritevole di considerazione, né sul piano umano, né su quello professionale.

A scalfire la corazza dell’introverso Ricciardi, pochi personaggi di particolare spessore: la tata Rosa, che si prende cura di lui con dedizione (“Era nata assieme all’Italia, ma non se n’era accorta, né allora né dopo: per lei la patria era sempre stata la Famiglia, di cui era custode forte e decisa”); Enrica Colombo, la timida dirimpettaia con cui scambia fugaci e appassionati sguardi; l’affidabile brigadiere Raffaele Maione, uomo integerrimo e buon padre di famiglia, ciecamente fedele al commissario; don Pierino Fava, il viceparroco amante dell’opera lirica, che riesce a penetrare la coltre di dolore di cui Ricciardi è ammantato e ad arrivare alla sua essenza più profonda; il medico legale Bruno Modo, imprudente antifascista (“Ricciardi e Modo avevano una strana e ruvida amicizia; il dottore era l’unico che si poteva permettere di dare del ‘tu’ al commissario ed era l’unico in grado di afferrarne l’ironia”); l’affascinante femme fatale Livia Vezzi, da cui è inevitabilmente attratto, pur non nutrendo per lei l’affetto puro che ha per Enrica.

Un’altra caratteristica del personaggio sta nel suo personalissimo senso della giustizia, che se da un lato lo porta a lavorare con ossessiva determinazione su ogni caso fino al raggiungimento della verità, dall’altro lo vede spesso percorrere vie non del tutto legali, manipolare le prove, contraffare la ricostruzione dei fatti, se si tratta di fare la cosa umanamente più giusta e di agevolare le classi deboli e bisognose.

Il metodo che contraddistingue il lavoro d’indagine di Ricciardi è racchiuso in quella che l’autore definisce geografia delle emozioni: “Lui lavorava così: creava uno schema, una geografia delle emozioni che incontrava. Quello che coglieva mediante il Fatto, i sentimenti di chi interrogava, la meraviglia, l’orrore dei presenti. Poi cercava di riconoscere l’anima della vittima: i lati chiari e i lati oscuri; dalle parole, dagli sguardi di quelli che l’avevano conosciuta. Non elaborava le parole dei testimoni […] ma fissava nella memoria l’atteggiamento, l’espressione, la passione di chi parlava; l’emozione che emergeva e soprattutto quella che rimaneva sotto la superficie. Sentiva, insomma, più che ascoltare”.

Questi, in linea di massima, sono i punti fermi e l’impianto narrativo dei romanzi, all’interno dei quali, poi, si svolge di volta in volta l’intreccio relativo al caso da risolvere, un’indagine che si apre e si conclude nell’ambito di ogni volume, così come avviene negli episodi della fiction in programmazione su Rai 1 a partire dal 25 gennaio 2021.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Girata tra Taranto e Napoli con la regia di Alessandro D’Alatri (già autore della fiction I bastardi di Pizzofalcone), la serie prodotta da Rai Fiction e Clemart ha tra i suoi sceneggiatori lo stesso Maurizio de Giovanni, insieme a Salvatore Basile, Doriana Leondeff e Viola Rispoli. La collaborazione dell’autore alla trasposizione televisiva è, di per sé, una garanzia di aderenza allo spirito con cui i romanzi sono stati concepiti, eppure qualcosa si perde fatalmente dal testo all’immagine, qualcosa resta tra le pagine e fa fatica ad emergere al di là da esse.

Tre fattori sono fisiologici e non aggirabili: è normale che una resa visiva univoca non possa coincidere con la molteplicità di soluzioni generate dal personale immaginario di ogni singolo lettore; è inevitabile che i tempi dilatati del romanzo non possano che risultare compressi all’interno di quelli televisivi, vincolati alla durata di una puntata; è impossibile trasporre nelle azioni recitative tutto il sommerso delle riflessioni, delle digressioni, delle osservazioni, dei ricordi e delle sensazioni espresse dai personaggi e dalla stessa voce narrante, lungo tutta una linea parallela al racconto stesso.

Prescindendo, dunque, da tutto ciò, al netto di quello che oggettivamente un film non può rendere rispetto a un libro (a meno che non si dedichi un’intera serie ad ogni singolo volume), restano diverse valutazioni da fare in merito a questo ottimo lavoro, svolto con uno staff tecnico e attoriale di tutto rispetto.

Gli episodi proposti per questa prima serie sono sei e coincidono con i quattro libri del suddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore; La condanna del sangue; Il posto di ognuno; Il giorno dei morti), più il secondo e il terzo della “trilogia delle festività” (Vipera; In fondo al tuo cuore). Il primo volume della trilogia (Per mano mia), i cui diritti sono stati acquistati da Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, è stato saltato.

Protagonista della serie è Lino Guanciale, che nei panni del commissario Ricciardi risulta credibilissimo dal punto di vista estetico. Il personaggio, infatti, è così descritto nel romanzo: “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione”.

Tutti questi tratti, compresi l’uso del soprabito grigio e il rifiuto di indossare il cappello (che, all’epoca, era considerato un carattere distintivo per tutti gli uomini benestanti) sono puntualmente rintracciabili nella fiction.

Meno intellegibile risulta, invece, il tormento interiore che Ricciardi esprime attraverso la sua costante tristezza di sottofondo e la ritrosia nel relazionarsi con gli altri. Nel romanzo, infatti, tale meccanismo è chiaro e sembra anche immediatamente giustificabile, visto l’orrore a cui è costretto costantemente ad assistere: i fantasmi martoriati sono ad ogni angolo di strada e descritti con una certa truculenza, pertanto si intuisce l’impossibilità del commissario di avere un’esistenza normale, una quotidianità non contaminata da infiniti scenari di violenza. Nel film, invece, si è scelto, per ovvie ragioni, di non insistere troppo su tale aspetto, che sarebbe potuto risultare eccessivamente distante dal genere poliziesco e pericolosamente vicino allo splatter. Gli “spettri”, dunque, sono presenti quasi esclusivamente sulle scene dei crimini, non aggiungendo ulteriore dolore o raccapriccio allo scempio in carne ed ossa che è già sotto gli occhi di tutti. Non si spiega abbastanza, quindi, il taedium vitae del personaggio, il suo “disgusto dell’esistenza”: gli atteggiamenti bruschi e schivi del protagonista, non trovando immediata e adeguata correlazione, sembrano dettati da arroganza e senso di superiorità, più che da uno stato di profondo sconforto e avvilimento psicologico.

Molto convincenti si rivelano i ruoli interpretati dal bravissimo Antonio Milo nei panni di Maione (giusta resa del binomio tra stazza possente e animo fragile, umiltà e grandezza di cuore, modi spicci e occhi che rivelano una dolcezza di fondo); da Enrico Ianniello nelle vesti del dottor Modo (ironico, efficiente, sfrontato nella sua dichiarata avversione per il fascismo); da Fabrizia Sacchi, che ci restituisce un’ottima Lucia (la moglie di Maione, sopraffatta dal dolore per la morte del primogenito eppure disperatamente ancorata alla vita); da Nunzia Schiano come tata Rosa, che sommerge il commissario di attenzioni e affetto, espressi, però, attraverso continue lamentele e rimbrotti; da Nicola Acunzo, perfetto come usciere Ponte (il buffo ometto incapace di guardare le persone negli occhi per innato servilismo e, nel caso del commissario, per “un po’ di superstizioso timore”).

Altrettanto adeguati i ruoli affidati a Serena Iansiti (Livia), Susy Del Giudice (madre di Enrica) e, soprattutto, Massimo De Matteo, il comprensivo ed empatico padre di Enrica.

Maria Vera Ratti nei panni di Enrica è calzante esteticamente e caratterialmente, tranne in alcuni passaggi che sembrano delle forzature, come nell’incontro con Ricciardi in Chiesa (primo episodio), dove la sua postura, il suo aspetto e il suo atteggiamento risultano parossisticamente goffi, da clichè dell’imbranata, quasi una macchietta (non si sa per quale motivo); poco credibile anche nelle scene in cui ricama, perché passa dei punti a caso pasticciando il tessuto come mai farebbe chi davvero ama tale attività, ritenuta un rilassante svago ma anche un lavoro utile e produttivo (Enrica, del resto, sta ricamando il proprio corredo, pur chiedendosi se mai le servirà a qualcosa).

L’interpretazione dell’ottimo Peppe Servillo (apprezzatissimo cantante degli Avion Travel) nel ruolo di Don Pierino risente, purtroppo, di quel gap oggettivamente incolmabile che si crea quando, come ho già accennato, nel romanzo il personaggio è presentato attraverso lunghe digressioni sul suo passato, particolari approfondimenti psicologici, focus sulle sue riflessioni e le sue sensazioni: tutto ciò non può essere reso nei tempi e nelle modalità di un episodio televisivo. Probabilmente è un personaggio che verrà fuori col tempo.

Il brillante Adriano Falivene nel ruolo di Bambinella (il “femminiello” a cui si rivolge spesso Maione per avere qualche soffiata in grado di agevolare le indagini), risulta efficace pur discostandosi dalla descrizione fatta nel romanzo, dove il personaggio pare abbia a tutti gli effetti l’aspetto di una bella donna, tradito solo a volte da un’ombra di ricrescita della barba: “Maione aveva conosciuto Bambinella un paio d’anni prima, quando avevano fatto irruzione in un bordello clandestino a San Ferdinando, uno di quei posti a basso prezzo dove esercitavano abusivamente la professione femmine d’età o ragazze di campagna. Tra tutte le ‘signorine’ brutte, storte e vecchie, spiccava questa bellezza dagli occhi a mandorla; quando presero le generalità, uscì il difetto”. Nel film, invece, si presenta visibilmente come un uomo, con tanto di petto villoso lasciato in bella vista e truccato in maniera teatrale. Insomma, non avrebbe certamente bisogno di dichiarare le proprie generalità perché se ne indovini la natura. Nonostante la divergenza di versioni, resta un bel personaggio.

Indovinata è la scelta di Mario Pirrello nel ruolo di Angelo Garzo: l’attore riesce molto bene a rendere la mellifluità del personaggio, con la sua tendenza a soverchiare i sottoposti e a lusingare in maniera affettata le personalità influenti. C’è, tuttavia una discrepanza rispetto al romanzo, dove ciò che caratterizza particolarmente il vicequestore è il suo continuo dibattersi tra il bisogno di affermare la propria autorità, di farsi rispettare, e la necessità di blandire – suo  malgrado – l’ostico Ricciardi, di mantenere con lui un atteggiamento accondiscendente e adulatorio, dal momento che il commissario è la sua gallina dalle uova d’oro: risolve brillantemente ogni caso (come lui non sarebbe in grado di fare) e, soprattutto, è del tutto disinteressato agli onori o all’avanzamento di grado, tanto da lasciare che il superiore si attribuisca i meriti dei suoi successi. Nel Garzo del film questa continua lotta interiore non c’è: s’impone, rimprovera, dà ordini e svilisce il lavoro di Ricciardi senza farsi problemi, salvo fare un passo indietro e assecondare le richieste del commissario quando questi, manipolandolo astutamente, gli fa credere che sta agendo per salvaguardare l’immagine della Questura o di qualche personaggio influente.

Un’altra dissomiglianza sta nella rappresentazione del Fatto: nel romanzo i “fantasmi” di coloro che sono deceduti di recente sono perfettamente visibili agli occhi di Ricciardi, poi diventano man mano sempre più evanescenti, fino a svanire del tutto, col passare del tempo, indipendentemente dal fatto che qualcuno risolva o meno le questioni lasciate in sospeso nella loro vita terrena, cosa a cui si allude, invece, nel primo episodio. Le ultime parole del defunto che il commissario percepisce, inoltre, sono quasi sempre un fraseggio mesto (un canto “a voce sommessa” nel caso del tenore Vezzi; un “flebile sussurro” nel caso della cartomante Carmela Calise) o, comunque, un suono simile a quello che poteva essere stato nella realtà, mentre nel film diventano un roboante effetto sonoro a voci moltiplicate e sovrapposte, con un'eco che rende, tra l’altro, poco comprensibili le parole pronunciate, il che è un peccato, viso che sono, in qualche modo, un importante riferimento.

Certamente anche la trama degli episodi differisce sensibilmente in più punti, soprattutto in relazione al caso su cui s’indaga, presentando nel romanzo una pluralità di sospetti e di indizi, di piste da seguire e di confronti, di flashback e di storie parallele che nel film vengono meno; ma ciò è comprensibilmente riconducibile, come già detto, alla necessità di adeguarsi ai tempi televisivi, che obbligano a una semplificazione dell’intreccio e degli approfondimenti.

Torna spesso, nei romanzi come nella serie televisiva, l’ambientazione del teatro, dove “le passioni vere e quelle finte si confondono. Da segnalare, nel secondo episodio, l’assenza di un suggestivo dettaglio presente nel libro: la velata allusione alla compagnia di Eduardo de Filippo, dove il brusco capocomico “aveva il viso bianco di cipria e due macchie di belletto rosato all’altezza degli zigomi, il colletto sollevato alla moda di dieci anni prima, la cravatta larga e colorata, la giacca con una evidente toppa su un fianco. Ad onta dell’abbigliamento ridicolo, l’espressione era cupa: i baffetti e le labbra sottili, un sopracciglio molto arcuato sotto la fronte larga divisa da un’unica ruga verticale”; il fratello e la sorella (Peppino e Titina) sono descritti, rispettivamente, come un uomo cordiale e disponibile, rassegnato a sopportare i rimbrotti del maggiore, e “una donna di eccezionale bruttezza ma di grande bravura”.

Ciò che maggiormente affascina e conquista di questa godibile fiction sono le scenografie, le ambientazioni, la fotografia, la preparazione degli esterni e l’allestimento degli interni, la resa del fascino del passato, il clima perfettamente ricostruito di una città bellissima e decadente al tempo stesso, luogo di miserie estreme e di altrettanto sfarzoso benessere: “a valle, la città ricca, dei nobili e dei borghesi, della cultura e del diritto. A monte, i quartieri popolari, al cui interno vigeva un altro sistema di leggi e norme, altrettanto o forse ancora più rigido. La città sazia e quella affamata, la città della festa e quella della disperazione”.

I luoghi ricorrenti del racconto sono presentati con una cura estrema: la casa di Ricciardi, elegante ma sobria, dove regna sovrana l’anziana Rosa; il noto e sfavillante Gambrinus, tempio della Belle Époque napoletana, dove Ricciardi s’intrattiene spesso a colazione; la casa modesta di Maione, resa accogliente dalla presenza dei numerosi figli; l’abitazione e il negozio di cappelli della famiglia di Enrica, espressioni di una piccola borghesia agiata; e poi ancora la Questura, la Chiesa di don Pierino, il Teatro San Carlo, il quartiere equivoco di Bambinella, la Trattoria, i vicoli brulicanti di bambini cenciosi e di ambulanti con i carretti, contrapposti al lusso degli ambienti frequentati dall’alta società.

Tutto ciò conferisce notevole attrattiva alla fiction che, al di là dei confronti con i romanzi, risulta senz’altro un’operazione riuscita e che, certamente, andrà via via acquisendo maggior spessore con il prosieguo della serie.

I racconti e i romanzi dedicati al commissario Ricciardi hanno conosciuto, anche, altre interessanti versioni, come l’adattamento a fumetti proposto da diversi editori, fino al progetto completo realizzato da Sergio Bonelli, che ha pubblicato i seguenti titoli: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Dieci centesimi e altre storie, Quando si dice il destino e altre storie.

Anche in questa versione illustrata, di grande qualità ed efficacia, Luigi Alfredo Ricciardi ha riscosso un buon successo di pubblico, dimostrando, ancora una volta, che quello evocato dalla felice penna di Maurizio De Giovanni è un personaggio che non lascia indifferenti e che sa ritagliarsi uno spazio ben preciso e ben caratterizzato, nell’ambito del ricchissimo filone poliziesco a cui si legano tanti altri famosi ispettori, tenenti e commissari.

Un personaggio che non ha una vita normale ma che anela ad essa, che non conosce il calore di una famiglia ma che sa ponderarne l’immenso valore:

Non sono io che ti posso dire come funziona in una famiglia. Lo sai, io una famiglia non ce l’ho e non ce l’ho avuta nemmeno da piccolo. Io sono cresciuto con la mia tata, e ancora sto con lei. Le voglio bene, ma non è una famiglia. Lo sai che penso? Che è facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile è quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un poco più vicino. Te lo dice uno che campa nel freddo. E che non ha nessuno per trovare calore.”


Come si diventa dittatori col plauso della plebe? Ce lo spiega il Cesare di Galatea Vaglio

Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma

Si può dire qualcosa di nuovo su Cesare?

No di certo. Le fonti sono quelle, non si scappa. Tra gli ultimi che sono riusciti a dire qualcosa di originale su Cesare e i Romani ci sono stati Goscinny e Uderzo dal villaggio degli Irriducibili.

Ma era un fumetto, pure comico. Ai fumetti si perdona tutto. Pure la storpiatura della sigla SPQR (Sono Pazzi Questi Romani).

Se si vuol parlare di Cesare seriamente bisogna essere scrupolosi e rigorosi, e affidarsi a un serio lavoro di ricerca.

Le fonti, appunto.

Ma è necessario essere noiosi, per raccontare gli ultimi anni della Repubblica, il triumvirato e la dittatura del Divo Giulio? E mi perdoni Andreotti, ma per me di Divo Giulio ce n'è solo uno.

A leggere Galatea Vaglio e il suo Cesare si direbbe di no.

Cesare Galatea Vaglio
La copertina del romanzo di Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma, pubblicato da Giunti (2020) nella collana Storia e storie

Capiamoci, è un testo basato sulla biografia di Cesare e sulla storia della repubblica. Non ci dice nulla che non conosca qualsiasi persona che durante le lezioni di storia romana delle medie e superiori sia stata più attenta di me.

Ve li ricordate, quei personaggi romani che non vi restavano mai in testa, tipo Mario, o Silla, e la confusione terribile che facevate con gli avvenimenti della Repubblica, tipo, che ne so, le guerre (civili, puniche, galliche, e tutto quello che riuscite a ripescare dalle vostre reminescenze scolastiche), i trumviri, le liste di proscrizione...?

Ecco, io ci ho messo anni per riuscire a barcamenarmi e mi ci sono voluti anche supplementi di studio. E ancora ho delle lacune enormi perché la Repubblica a Roma dura secoli.

Ma sul periodo di sessant' d'anni che comincia da Mario e Silla e finisce alle idi di marzo del 44 a.C., ora ho le idee un po' più chiare.

Galatea Vaglio Cesare
Galatea Vaglio. Foto di Diego Landi

Perché parlando di Cesare, Galatea riesce a costruire un racconto (è storia, ma è sotto forma di racconto, uno dei modi migliori per divulgare) corale in cui riusciamo finalmente a farci un'idea dei personaggi che si susseguono negli ultimi anni della repubblica.

Allora i nomi che ci hanno perseguitato per mesi quando eravamo costretti a studiare una storia lontana da noi, di cui pochi riuscivano a comprendere in pieno il senso, diventano persone reali con i loro caratteri, le loro simpatie e antipatie, i loro pregi e difetti.

Diventano esseri umani che possiamo riconoscere e di cui ci possiamo interessare come se fossero nostri vicini, amici, nemici, contatti Facebook (perché no? Cesare sarebbe stato di sicuro uno con migliaia di follower, uno di quelli che vengono condivisi urbi et orbi. E che si fanno un sacco di nemici).

E pazienza se ci si perde un po' con i ruoli del potere nella società romana, dove i senatori sono difficilmente paragonabili ai nostri rappresentanti politici odierni, o dove il pontifex si occupa sia del culto che delle cose della repubblica (aspetta, però, che pure il pontifex attuale fa entrambe le cose).

In ogni caso, per qualsiasi dubbio, alla fine del libro c'è un glossario per noi che non solo non ci ricordiamo bene la storia romana ma non abbiamo nemmeno studiato il latino.

Galatea ha pensato proprio a tutto come si conviene a una brava divulgatrice preparata.

Insomma, questo libro, che non è un saggio e non è una biografia ma è una lezione di storia romana coinvolgente, è tanta roba.

Lo consiglio, e mi auguro che a Galatea venga in mente di scriverne una in cui prende tutta la dinastia giulio-claudia, di cui sono una fan, per raccontarla come sa fare lei.

Per saperne di più su Galatea Vaglio consiglio di consultare la sua pagina Facebook Galatea Vaglio Pillole di storia.


Buio di Anna Kańtoch, un oscuro realismo magico polacco

Vincitore del premio Żuławski, Buio di Anna Kańtoch, si rivela come una delle perle della letteratura fantastica in Polonia. Non c'è da stupirsi che a portare in Italia questo libro atipico sia Carbonio Editore, eccezionale realtà editoriale ben presente già su Classicult con innumerevoli libri recensiti. Ed è proprio la missione dell'editore, quella di cercare dei testi "outsiders" ma di estremo valore letterario e culturale.

Tradotto con perizia da Francesco Annichiarico, il romanzo è un cosmo bizzarro, un luogo infestato da suggestioni e numerosi rimandi a sentimenti torbidi maledetti.  La storia di una protagonista senza nome prende piede da un sanatorio situato tra le gelide sponde del mar Baltico, dove la donna cerca di curare le sue nevrosi. Ma per sanare i traumi che attanagliano la nostra narratrice senza nome non bastano le sterili cure di una clinica qualsiasi, e forse questa storia del 1935 ha radici ben diverse, e tutte risalgono a Buio, l'atavica residenza di famiglia.

Buio di Anna Kańtoch
La copertina di Buio di Anna Kańtoch, nell'edizione italiana pubblicata da Carbonio Editore (2020) nella collana Cielo Stellato, traduzione di Francesco Annichiarico

La storia si dipana su un'altra linea temporale negli anni '30 della Polonia: questa dilatazione narrativa permette di approfondire la caratura psicologica infusa dalla Kańtoch nel suo romanzo, che permette di donare a vita a un'archeologia del ricordo e all'esegesi della memoria, andiamo così a impantanarci col miasma inquinato dei ricordi rarefatti e dell'infanzia della protagonista.  Tutto risale a Buio, alle dinamiche familiari bislacche, a una bellissima attrice di nome Jadwiga che è una delle numerose amanti del padre, che con il suo fascino esplosivo plasma e modella una nuova femminilità ambigua e onirica nel corpo della protagonista senza nome. Buio è un libro di anti-formazione, una collezione di fotogrammi mnemonici rovinati dal passare del tempo. Tra le fratture, gli interstizi e in quei vacuum psichici risaltano mitologie magiche e maledette e anche la storia di una Polonia che corre verso l'abisso della disillusione totale.

C'è una prosa elegante, perpetrata da intagli evocativi e tetri che invocano le terre del subconscio. Un consultorio spiritista guida la nostra protagonista verso labirinti junghiani, un ritorno al passato permette all'esploratrice del tempo e della memoria di (dis)conoscere la famiglia che tanto aveva reputato perfetta, di confrontarsi con un non-alter ego infantile che non sembra essere ciò che era. Ma la realtà è reale? Con questo dubbio hyper-amletico la Kańtoch ci abbandona nella sua  riflessione e disorienta il lettore in questo limbo magico e stregato.  La Kańtoch calibra e usa molti ingredienti, dal terrore fantascientifico fino ai riti cerimoniali di occulti processi di iniziazione sessuale. Buio è un mix-up di riferimenti e perversioni dell'Io, un classico moderno del fantastico.

8 Febbraio 2020 - Evento organizzato dall’Istituto Polacco di Roma e da Carbonio Editore sulla piattaforma Microsoft Teams
Con la partecipazione di:
Alessandro Mezzena Lona, giornalista e scrittore, dialoga con Anna Kańtoch, collegata da Katowice
Interpretariato dal polacco di Francesco Annicchiarico, traduttore del libro e co-fondatore di Nova Books AgencyModera Bogumiła SerwińskaSaluti di Łukasz Paprotny, direttore dell'Istituto Polacco di Roma, e di Fortunata De Martinis, presidente di Carbonio Editore

Evento: https://www.facebook.com/events/326759625340234/

 

Foresta polacca. Foto di Jarosław Deluga-Góra

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.