Madonna con Bambino Pinturicchio

Apre la caccia alle opere trafugate: in rete il bollettino Arte in ostaggio 42

Si apre la caccia ai capolavori trafugati: in rete da oggi il bollettino Arte in ostaggio

Madonna con Bambino Pinturicchio
Dipinto a tempera su tavola “Madonna con Bambino” attribuito a Pinturicchio, rubato nel 1990 a Perugia

Anche quest’anno è stato pubblicato il bollettino delle ricerche “Arte in ostaggio”, numero 42, edito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), contenente una selezione delle opere più importanti trafugate in Italia, documento riconosciuto a livello internazionale, ai sensi dell’articolo 4 comma 4 della Convenzione UNIDROIT sui beni culturali rubati o illecitamente asportati”, quale valido ausilio per contrastare il traffico illecito di opere d’arte.

La divulgazione di questa pubblicazione consente al cittadino, agli addetti ai lavori e agli amanti del settore di accedere a informazioni e fotografie riguardanti oggetti artistici da ricercare. Il bollettino, pertanto, può considerarsi un ulteriore ed efficace strumento con cui il Comando TPC, Reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri, condivide notizie in suo possesso per accrescere la possibilità di individuare e recuperare rilevanti opere storico-artistiche anche nel difficile momento che stiamo vivendo, caratterizzato dall’emergenza epidemiologica per la diffusione del virus COVID-19.

terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia Scansano chiesa di San Giovanni Battista
Un bassorilievo in terracotta raffigurante “Madonna con Bambino” a opera di Luca Della Robbia, asportato nel 1971 da Scansano (GR)

A dimostrazione della validità dell’iniziativa, nell’ultimo quinquennio grazie al bollettino sono stati ritrovati 147 beni, tra i quali spiccano per pregio: un bassorilievo in terracotta raffigurante “Madonna con Bambino” a opera di Luca Della Robbia, asportato nel 1971 da Scansano (GR) e recuperato nel 2019 in Canada; un dipinto a tempera su tavola “Madonna con Bambino” attribuito a Pinturicchio, rubato nel 1990 a Perugia e recuperato nel 2019 a Londra; la scultura in marmo “Ritratto di Giulia Domna”, asportata tra il 2012 e il 2015 da Villa Adriana a Tivoli e recuperata nel 2016 in Olanda.

Arte in ostaggio 42
scultura in marmo “Ritratto di Giulia Domna”, asportata tra il 2012 e il 2015 da Villa Adriana a Tivoli

Questo numero, come i precedenti, è consultabile e scaricabile (in formato Pdf) sul sito istituzionale dell'Arma dei Carabinieri al seguente link:

http://tpcweb.carabinieri.it/SitoPubblico/bollettini;

o al link del Ministero della Cultura: https://www.beniculturali.it/carabinieritpc, nonché sull'applicazione multilingue per dispositivi mobili "iTPC'.

Anche quest’anno è stato pubblicato il bollettino delle ricerche “Arte in ostaggio”, numero 42, edito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC)

Arte in ostaggio 42
Dipinto a tempera su tavola “Madonna con Bambino” attribuito a Pinturicchio

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Robert Johnson, il fumetto che racconta la leggenda del blues

Robert Johnson, fumetto di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Nasce spontaneo, come un'erba selvatica impossibile da sradicare, perché il blues è il canto che lega intere generazioni melanconiche, è la testimonianza canora di un passato schiavista che riverbera ancora oggi. Impossibile non cedere al fascino di questo canto. Melodie tristi, struggenti, cantate quasi trattenendo le lacrime per raccontare le grandi delusioni della vita come la perdita dell'amore, l'impossibilità di ricongiungersi con la propria famiglia o il sogno di riabbracciare la terra d'origine, l'Africa.

Nel Sud degli Stati Uniti d'America iniziò la rivoluzione musicale dei Diavoli Blu

Il blues non raccontò solo le umili origini degli interpreti, ma creò a livello endogeno una mitologia popolare, perché coloro cantavano e suonavano plasmarono le comunità afroamericane in enti che tentarono - riuscendoci - di trasformare il loro mondo emotivo in un fenomeno di successo commerciale. I primi a tramutare il blues in un'ottica di successo musicale ad ampio raggio furono gli interpreti del Delta, quei musicisti di colore che operarono tra gli anni '20 e '30 del secolo scorso.

Nel decennio appena accennato il blues si popolò di vere leggende della musica, a cui attorno gravitavano dicerie, rumors e vere imprese degne di un'epopea. Un esempio tra tutti è Robert Johnson. La travagliata vicenda biografica di Robert Johnson e il suo successo, costellato da eccessi e amori fiammeggianti, costituiscono il fulcro del recente fumetto sceneggiato da Jacopo Masini e illustrato da Francesco Paciaroni, uscito per Edizioni Inkiostro.

Robert Johnson fumetto Jacopo Masini Francesco Paciaroni
La copertina del fumetto Robert Johnson, di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni, pubblicato da Edizioni Inkiostro

Masini e Paciaroni raccontano la vita di uno dei più grandi musicisti mai esistiti, scomparso a soli 27 anni.

I got a kindhearted woman do anything in this world for me I got a kindhearted woman do anything in this world for me but these evil-hearted women, man they will not let me be I love my baby my baby don't love me

Partendo dal substrato mitico che aleggia intorno al giovanissimo Robert Johnson, Jacopo Masini racchiude la biografia del musicista in una cornice in bilico tra la narrazione classica delle vicende personali fino a tratteggiare, in maniera fumosa, le misteriose vicende che consacrano Johnson a dio del blues.

Usando un narratore vivido e che ha toccato con la proprio mano Robert Johnson, Masini ripercorre i successi e i fallimenti del giovanissimo talento, consapevole della volontà di scarnificare l'idolo della musica per ritrarre il ragazzo che si innamora delle work song e delle melodie struggenti.

fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Più che una biografia a fumetti, l'opera di Masini e Paciaroni è un'archeologia del beat e del sound che ha spinto Johnson a consacrarsi alla musica dopo una vita tormentata dal dolore, il disamore e un passato legato allo schiavismo della comunità in cui si riconosce.

fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Mentre il popolo americano vive il proibizionismo e la crisi del '29, gli afroamericani ancorano il proprio bagaglio emotivo all'unica forma espressiva ed artistica che possono praticare. Ricordiamo che Ralph Ellison riesce a pubblicare Invisible Man soltanto nel 1953 per codificare una delle prime forme letterarie che rappresentano il nazionalismo nero.

Masini riesce quindi non solo a proporre le vicende biografiche con cura ma interviene nel linguaggio, nei dettagli storico-sociali per inquadrare uno degli spaccati storici più interessanti non solo della scena musicale. Non si può svincolare il blues dalla storia, dalla terra e dalle persone. Sofferenza e musica, sono entrambe la stessa cosa.

fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Paciaroni ha il merito di scolpire il titanismo sentimentale degli eroi del blues, della loro verve e fantasia; passione e gioia traspaiono con la stessa folle lucidità degli incubi interiori e delle grandi sofferenze. Un tratto deciso, capace di far trasparire gli ossimori e le contraddizioni che animavano Johnson, i suoi amori, le sue idee fuori di testa, l'incapacità di contenere la propria rabbia o passione.

Masini e Paciaroni formano un cocktail perfetto, a cui è impossibile resistere anche per coloro che non amano il blues o che non lo conoscono. Bellissime le sequenze di alcune tavole tripartite, che vivisezionano i volti, come per sottolineare lo smembramento dell'interiorità. La psicologia per la caratterizzazione dell'intero coro di comparse e personaggi è di grande cura, ciò non si limita a una ricostruzione biografica, ma a una vera dichiarazione d'amore al blues, a quel mondo perduto e a Robert Johnson.

 

Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Biografia romanzata o leggenda? Forse agiografia di un diavolo poeta.

Si ringrazia Edizioni Inkiostro per le immagini.


Apollo, Dioniso e gli altri: il divino che si rivela

Walter F. Otto, Teofania. Lo spirito della religione greca antica

Potrà sembrare anacronistico un libro che inciti alla riflessione sull’essenza del divino, oggi che il nostro quotidiano celebra libagioni sull’altare dell’istante e della produttività, oggi che i nostri rituali sono scanditi dal ritmo frenetico delle lancette. E invece, proprio in questo Occidente desacralizzato che venera soltanto macchine e star, risulta quanto mai necessario (ri)leggere Teofania. Lo spirito della religione greca antica, un saggio del grande storico delle religioni Walter F. Otto apparso per la prima volta nel 1956 e recentemente ripubblicato da Adelphi.

Pur trattandosi di un testo specialistico, esso pone questioni che si rivelano di comune interesse, dal momento che esortano noi lettori a fermarci a considerare le irrisolte inquietudini che si agitano al fondo della nostra coscienza, da un lato, e il rapporto che instauriamo o spezziamo con il mondo circostante, dall’altro. Sfogliare le pagine di questo saggio significa cioè accettare un dialogo critico non solo con la Grecia di Omero, ma anche con il Novecento, accogliendo la lezione che proprio questa distanza può offrirci.

Il mosaico delle maschere sceniche, Musei Capitolini, Sala delle Colombe. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 3.0

La domanda da cui prende le mosse il discorso di Otto riguarda l’incongruenza per cui oggi ammiriamo i grandi capolavori dei greci (le opere di poesia, filosofia, architettura, scultura, scienza), ma sentiamo che gli dèi che loro veneravano non hanno più nulla da dirci. «Dov’è l’errore? In loro o in noi?», si chiede lo studioso. In effetti recepire l’eredità del mondo classico lasciando da parte l’elemento religioso – come se questo non fosse essenziale nell’atto creativo – vuol dire rischiare di equivocare il significato di quel lascito. Non si può comprendere Omero senza attribuire la giusta rilevanza, per esempio, al gesto immortale di Atena che prende Achille per la chioma bionda trattenendo la furia omicida che questi avrebbe diretto contro Agamennone; gli occhi della dea che lampeggiano terribili sono manifestazione del divino, senza l’intervento del quale il Pelide, preda della sua ira funesta, avrebbe compiuto un atto inconsulto.

Il pregiudizio in virtù del quale l’universo delle divinità antiche gode di scarsa considerazione nel nostro tempo deriva, a ben vedere, dal trionfo del razionalismo utilitaristico, ma soprattutto dalla supremazia esercitata per secoli nell’occidente da una religione che «avanza la pretesa di una verità esclusiva», tanto che i culti greci e romani ci sembrano un’illusione primitiva, frutto di una mentalità immatura.

Con eccezionale capacità evocativa, l’autore illustra come nel mondo definito pagano fosse anzi pervasiva l’idea stessa di divino e come non ci fosse separazione tra i momenti dedicati al culto e il resto dell’esistenza: basti pensare al rito del teatro, vera e propria festa religiosa, o al dono della poesia, che le Muse elargivano agli aedi («Cantami, o Diva»; «Narrami, o Musa»). Ci sono anche altri atteggiamenti, spiega Otto, che testimoniano in maniera immediata il modo in cui l’umano mantiene vivo il suo rapporto con la sfera della divinità: la posizione eretta, la tensione del corpo verso l’alto, verso il cielo; il movimento, l’incedere solenne, il ritmo, la danza. Il divino, dal canto suo, «discende e si fa umano» per mezzo del mito come parola, come rivelazione, e chiede all’uomo di elevarsi, di riconoscere il sacro nel mondo circostante, di scorgere la scintilla di invisibile che riluce nell’universo del visibile.

La verità del mito non consiste in effetti nella contemplazione della propria interiorità, ma nell’attenzione rivolta al reale: in questo, Otto polemizza con veemenza con la cosiddetta psicologia del profondo, che nel Novecento invitava i suoi adepti a distogliere lo sguardo dal mondo delle cose per rivolgerlo a quello dell’anima. Tale tendenza, secondo lo studioso, avrebbe contribuito all’impoverimento dell’uomo contemporaneo, il quale avrebbe perso «completamente il mondo per occuparsi esclusivamente di se stesso»; «questo tipo di psicologia infatti asseconda nella maniera più nefasta il fatale narcisismo dell’uomo moderno», è l’insindacabile conclusione di Otto che, almeno a giudicare dalle recenti derive, pare mettere a fuoco acutamente lo spirito dei tempi.

A chi non accetta questo sterile ripiegamento intimistico, gli dèi greci mostrano l’illimitata ricchezza dell’essere: se Apollo rivela l’essere del mondo «nella sua chiarezza e nel suo ordine», Dioniso mostra la «primordialità selvaggia»; se Artemide svela quella purezza «che tiene freddamente a distanza e affascina irresistibilmente», Afrodite rende manifesto il volto dell’amore, «che invita a concedersi, a fondersi e divenire uno». Forse il compito di ricordarcelo spetta proprio alla poesia: «colui che scrive», sostiene Otto con indimenticabile efficacia, «è toccato dallo spirito del mito e attinge dalla sua profondità la parola viva».

Teofania Walter Otto
La copertina del saggio di Walter F. Otto, Teofania. Lo spirito della religione greca antica, nell'edizione Piccola Biblioteca Adelphi (2021) a cura di Giampiero Moretti

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione

IL CORPUS JUVARRIANUM PER LA PRIMA VOLTA OFFERTO AL GRANDE PUBBLICO ATTRAVERSO UNA MOSTRA E UNA NOTEVOLE PUBBLICAZIONE

Il 1720 ha rappresentato per la città di Torino un anno di storici e cruciali avvenimenti, dall’annessione ai possedimenti dei Savoia del Regno di Sardegna alla fondazione, in seguito all’editto regio del 25 ottobre, della Biblioteca universitaria dell’Ateneo Torinese, che la stessa Biblioteca Nazionale, a trecento anni di distanza, ha voluto ricordare attraverso uno speciale omaggio al “regista di corti e capitali” Filippo Juvarra.

Per la prima volta viene, infatti, esposto al grande pubblico, al piano interrato dell’edificio di piazza Carlo Alberto, nella sala mostre per l’occasione intitolata al grande architetto messinese, il cosiddetto Corpus Juvarrianum, il più importante e cospicuo fondo di manoscritti, stampe e disegni a lui appartenuto e acquisito dalla Biblioteca tra il 1762 e 1763.

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Nato e cresciuto a Messina, Filippo Juvarra cominciò il proprio percorso di formazione attraverso l’intenso studio del Vignola e l’attività presso la bottega del padre argentiere e, intrapresa la carriera religiosa, si trasferì a Roma dove ebbe modo di interiorizzare il linguaggio della classicità con la pratica dell’indiscusso e fondamentale strumento di lavoro che Carlo Fontana gli consigliò, il disegno.

Non mancarono negli anni le occasioni di dimostrare il proprio talento e il proprio originale estro artistico, elementi che divennero ben presto le chiavi del suo successo internazionale: dai primi incarichi nella città eterna al soggiorno lucchese, dai numerosi interventi nella città sabauda, per volere del re Vittorio Amedeo II, ai viaggi a Lisbona, Parigi, Londra, fino all’ultima chiamata a Madrid dove morì nel 1736.

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Ed è partendo dalle sue vedute di paesaggi, dalle fantasie architettoniche, dai prospetti, dagli schizzi, o meglio dai "pensieri",  così come egli amava definirli, da lui utilizzati nel corso della sua intera carriera artistica come mezzo di comunicazione di idee e di competenze, che ha saputo mostrarsi non solo un geniale architetto ma un vero artista “a tutto tondo”.

Imponente e quasi impossibile sarebbe l’impresa, avviata da Vittorio Viale già nel 1971, di riuscire a ricostituire l’enorme completo Corpus Juvarrianum, ovvero tutta l’eredità lasciataci dal grande architetto, per mole di materiale e per la dispersione che questa ha avuto nel mondo, ma di certo un grande passo in avanti è stato fatto attraverso il lungo e laborioso lavoro svolto su quanto la Biblioteca Nazionale e Torino, in generale, conserva di questo importante patrimonio.

La mostra, visitabile gratuitamente previa prenotazione fino al 31 maggio (non appena il Piemonte tornerà in zona gialla) è stata curata da Maria Vittoria Cattaneo, Chiara Devoti, Elena Gianasso, Gustavo Mola di Nomaglio, Franca Porticelli, Costanza Roggero e Fabio Uliana, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della CRT-Cassa di Risparmio Torinese, di Reale Mutua Assicurazioni, in sinergia con il Dipartimento Interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio, la Scuola di Specializzazione in beni architettonici e del paesaggio e il Politecnico di Torino, oltre che al patrocinio della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

Tre sono i principali filoni nei quali si dipana il percorso espositivo, ciascuno dei quali suddiviso in differenti sottosezioni. Il primo, dedicato agli studi eseguiti negli anni di formazione a Messina e a Roma, fino agli interventi da Primo Architetto civile di Sua Maestà, mostra alcuni tra i più celebre ed importanti progetti per edifici religiosi e laici realizzati nella capitale torinese, come la basilica di carattere votivo e funerario di Superga, l’ormai distrutta Chiesa di Sant’Andrea di Chieri e la straordinaria Palazzina di Caccia di Stupinigi mentre, in uno dei due prestiti ricevuti per l’occasione, ovvero il progetto esecutivo per la rettifica della contrada e della piazza di Porta Palazzo, firmato in tutte le sue parti dallo stesso Juvarra, emerge la sua abilità di urbanista della corte reale.

A questi primi esempi vengono affiancati gli album contenti le testimonianze dell’attività di Juvarra come insegnante, già iniziata presso l’Accademia di San Luca di Roma: una serie di esercizi proposti dal maestro che gli allievi erano chiamati a completare per allenarsi ad acquerellare e “far di pianta”, così come ci mostrano gli esiti di uno dei suoi più talentuosi pupilli, Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano.

E ancora una piccola ma singolare sezione dedicata alle targhe e agli stemmi araldici romani, soggetto a lungo sperimentato e studiato da Juvarra tanto da andare a costituire, nel 1711, una vera e propria pubblicazione e che restituisce al pubblico di ogni livello il suo interesse inusuale, e forse poco conosciuto, nei confronti degli elementi decorativi, che dovevano sapientemente dialogare con le strutture architettoniche da lui ideate.

Corpus Juvarrianum
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Al secondo filone è, invece, affidato il compito di ripercorrere l’attività del Cavalier Juvarra come scenografo, in particolare negli anni romani tra il 1709 e il 1714, con la cruciale esperienza a servizio del Cardinal Ottoboni e dei successivi incarichi. L’approccio con il mondo del teatro gli permise di concepire e saggiare non solo il rapporto tra natura e finzione, visione ed evocazione, ma anche la definizione di sontuosi spazi ariosi continuamente percorribili dallo sguardo. Lo testimoniano molte delle prospettive angolari e dei pensieri rappresentanti vasti saloni e cortili di carceri, realizzati in previsione della costruzione di maestosi apparati scenografici ed inseriti nell’album della Riserva 59.4, un unicum nell’intero corpus dei 18 volumi, poiché creato dallo stesso Juvarra smontando e ricomponendo un personale taccuino di disegni redatto nel 1707 e corredato di numerose didascalie.

Sono stati scelti, a titolo esemplificativo di questo suo importante impegno, i documenti che attestano i lavori eseguiti in occasione dei festeggiamenti, nel 1722, del matrimonio tra Carlo Emanuele e Anna Cristina Ludovica, e della messa in scena dell’opera de il Ricimero, cui segue l’esposizione dello spartito autografo di Antonio Vivaldi dell’Orlando finto pazzo, altro importante tesoro della Biblioteca Nazionale, allo scopo di mettere in relazione due tra i più preziosi e importanti beni conservati dalla biblioteca e rendere conto della fortuna che l’arte del melodramma ebbe a Torino.

La terza e ultima sezione è incentrata sul decennale legame storico-politico tra Sicilia, Piemonte ed Europa, proseguito anche oltre la sostituzione della Sicilia con la Sardegna (1720) fino al 1861, che hanno permesso non solo a Juvarra ma ad un vasto numero di letterati e artisti di approdare in quello che, sempre più velocemente, si stava trasformando in un polo culturale d’eccellenza, e di cui i volumi presentati, in parte di proprietà della Nazionale, in parte di biblioteche private, ne sono la prova.

Il percorso espositivo è inoltre arricchito di un ottimo apparato multimediale, voluto e curato da Tomaso Cravarezza, che consente ai visitatori di sfogliare virtualmente gli album di disegni esposti nelle teche e di apprezzarli nella loro interezza, avendo così modo di costruire un personale “itinerario” tra il Corpus Juvarrianum, alla luce delle proprie conoscenze e curiosità.

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

 

Un vasto e complesso progetto, questo, nato nel dicembre 2019 che ha dovuto affrontare il difficile ostacolo della pandemia, tanto da rendere le operazioni di organizzazione talvolta travagliate e da spingere i suoi stessi curatori, nel corso del tragico anno per il mondo dell’arte e della cultura, il 2020, a dubitare della buona riuscita dell’evento. Ma la speranza più grande è stata da loro riposta nella corposa pubblicazione che avrebbe corredato la mostra del 2021 e che il COVID-19 non avrebbe certamente potuto fermare.

Un grande e originale contributo alla vasta letteratura su Filippo Juvarra, a cura di Franca Porticelli, Costanza Roggero, Chiara Devoti e Gustavo Mola di Nomaglio ed edito dal Centro Studi Piemontesi, che ospita, per la prima volta, l’inventario aggiornato dell’intero corpus (soggetto, datazione, tecnica e bibliografia per ciascun disegno) ed una serie di saggi volti a restituire un inquadramento storico, artistico e culturale della produzione juvarriana.

Il ricavato della vendita verrà impiegato per il finanziamento del restauro del manoscritto Dante Alighieri, Inferno, sec XVI, in occasione dell’anniversario dantesco, ulteriore modo per celebrare l’importante ricorrenza della biblioteca, oltre alla possibilità di poter visitare lo spazio allestito, a fianco della sala mostre, con l’antico laboratorio di restauro del libro inaugurato a seguito del devastante incendio del 1904.

Un’occasione, dunque, di presentare, al grande pubblico e ai più esperti in materia, l’eccezionalità di questo patrimonio librario, offerto nella sua compiutezza e corredato da un ampio apparato critico, a testimonianza della genialità e della grandezza di quel Primo Architetto Civile di Sua Maestà che, a distanza di trecento anni, sa ancora stupire e appassionare.

La playlist coi video della mostra è al seguente link: https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Tutte le foto sono state fornite dall'ufficio stampa della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.


giuramento di Ippocrate

Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate

Il Giuramento di Ippocrate, fondamento dell’etica medica, è forse uno dei testi più attuali che dall’antichità sono giunti fino a noi. Preso a modello per lo studio e per la pratica della medicina nel corso dei secoli, esso costituisce uno di quei legami che ci tengono ben saldi alle origini della nostra cultura e della nostra civiltà, a quel mondo antico a cui dobbiamo molto di ciò che siamo oggi. Il volume di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, si propone pertanto di far luce su un documento come il Giuramento di Ippocrate, dimostrando come nei suoi principi si possa rintracciare un’innegabile attualità.

La copertina del saggio di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, pubblicato da Garzanti (2021) nella collana Grandi classici

Il saggio si apre con il testo greco del Giuramento di Ippocrate e la sua traduzione italiana, seguiti dalla Dichiarazione di Ginevra firmata dall’Associazione Medica Mondiale nel 1948 e nel 2017. A partire da questi testi l’autrice sviluppa un commento che ruota attorno al Giuramento stesso e alle questioni che lo riguardano, molte delle quali sono ancora oggi dibattute.

Nel primo capitolo, Perché il Giuramento, si riconosce in primo luogo l’attualità di questo testo: medici e operatori sanitari, in ogni parte del mondo, prima di iniziare a svolgere la propria professione devono infatti pronunciare delle dichiarazioni, e ognuna di queste riprende i diversi principi esposti nel Giuramento. Dichiarata la sostanziale vitalità di questo componimento, Stefania Fortuna ne ripercorre il contenuto, tenendo in considerazione la sua natura di ὅρκος (“giuramento”) e lasciando nel lettore una serie di interrogativi che saranno trattati nel corso del volume.

Frammento del Giuramento di Ippocrate, Papiro di Ossirinco 2547 (terzo secolo). Foto Wellcome Images [1] [2], CC BY 4.0

Se il primo capitolo ha un ruolo prettamente introduttivo, è con il secondo che si entra nel vivo della discussione sul Giuramento di Ippocrate. Si affrontano infatti questioni ancora dibattute, in primo luogo la paternità, mostrando come le varie opere del Corpus Hippocraticum sembrano essere state composte da diversi autori, alcuni contemporanei e altri successivi ad Ippocrate. Dopo aver ripercorso le fonti sulla vita del “padre della medicina”, si passano quindi in rassegna alcuni degli scritti più noti del Corpus, descrivendone brevemente il contenuto e riconoscendo le problematiche per individuare il loro autore. Stefania Fortuna riesce così a fare luce su una questione che dall’antichità è discussa ancora oggi e che, come riconosce lei stessa, “non è destinata a trovare soluzioni condivise almeno in tempi brevi”.

Busto di Ippocrate, Incisione di ignoto dalla 1881 Young Persons' Cyclopedia of Persons and Places, immagine in pubblico dominio

Il capitolo successivo, Giuramento ed etica ippocratica, che costituisce il cuore del volume, prende in esame il Giuramento dal punto di vista etico e deontologico. Partendo dalla massima primum non nocere (“la prima cosa è non essere di danno”), si cerca dunque di spiegare il compito della medicina, nonché di colui che la pratica. Attingendo a vari scritti del Corpus Hippocraticum e ad altre testimonianze antiche, si illustrano così tematiche che implicano necessariamente il ricorso a questioni etiche e religiose: dal comportamento del medico nei confronti del paziente al segreto professionale, dalla somministrazione di farmaci mortali all’aborto. Argomenti certamente attuali quelli trattati nel Giuramento e, in generale, nelle opere del Corpus Hippocraticum, cosa che dimostra ancora una volta la fortuna di questi testi e dei principi da essi sostenuti.

Proprio alla fortuna del Giuramento si rivolge l’ultimo capitolo, Conclusioni e fortuna del Giuramento. Si traccia in questo senso il percorso che dall’antichità ha portato questo testo fino a noi, arrivando alla Dichiarazione di Ginevra del 1948 e alla sua più recente versione del 2017: si illustrano dunque i vari punti ripresi dal Giuramento e quelli aggiunti rispetto ad esso, come la dignità e l’autonomia del paziente, presentando la medicina come qualcosa che unisce antichità e contemporaneità.

Per trarre delle riflessioni conclusive, il volume Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate costituisce un importante strumento per gli studi sulla medicina antica, in particolare su quella ippocratica. A partire dalle norme contenute nel Giuramento si abbracciano diverse questioni, non solo dal punto di vista filologico per quanto concerne il testo e la sua paternità, ma anche per l’etica da esso propugnata. Come in un filo che lega il mondo antico alla nostra quotidianità, Stefania Fortuna offre così un commento di ampio respiro e di larghe vedute, in cui anche le tematiche più delicate sono affrontate con precisione e imparzialità. Riprendendo il titolo della collana di cui questo saggio fa parte, possiamo dunque dire che si tratta davvero di un piccolo grande libro, uno strumento prezioso oggi più che mai necessario.


Leonardo RAI1

Leonardo, in prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo

In prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo RAI1
LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1

LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1, in onda in prima visione dal 23 marzo, prodotta da Lux Vide con Rai Fiction, Big Light Productions in associazione con France Télévisions, RTVE e Alfresco Pictures, co-prodotta e distribuita nel mondo da Sony Pictures Television, con un cast d’eccezione guidato da Aidan Turner (Poldark, Lo Hobbit), Matilda De Angelis (The Undoing, I ragazzi dello Zecchino d’Oro, Tutto può succedere), Freddie Highmore (The Good Doctor, Bates Motel) nel ruolo di Stefano Giraldi e con la partecipazione straordinaria di Giancarlo Giannini nel ruolo di Andrea del Verrocchio.

LEONARDO racconta in otto episodi (quattro serate), girati interamente in inglese, la storia di un genio la cui personalità complessa ed enigmatica rimane ancora oggi un segreto avvincente. LEONARDO vuole svelare il mistero di uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici della Storia. Conosciamo tutti le sue opere d’arte, ma il suo carattere è ancora ignoto. Cosa muoveva la sua infinita immaginazione? Quale travaglio nascondevano le sue più grandi creazioni? Chi era la donna misteriosa che ha ispirato il suo capolavoro perduto, Leda col cigno, di cui restano solo copie dalla simbologia enigmatica?

Leonardo era il figlio illegittimo di un notaio, Piero Da Vinci. Non riconosciuto dal padre e abbandonato dalla madre, il bambino fu affidato ai nonni paterni che lo crebbero in condizioni durissime. Osservare la natura divenne per Leonardo l’unica via di fuga possibile. La solitudine impostagli da bambino,una volta adulto, diventa un’esigenza: la condizione indispensabile per inseguire e soddisfare la sua curiosità.
Usava l’arte per realizzare opere che glorificassero Dio e la scienza per creare armi, mappe e opere d’ingegneria che rafforzavano il potere di brutali tiranni. Nessun sacrificio era troppo grande, ma nessun risultato era mai abbastanza. Realizzò capolavori come l’Ultima cena, ma molte altre opere rimasero incomplete, perché non raggiungevano, secondo il suo severissimo giudizio, i traguardi impossibili che Leonardo aveva imposto a se stesso.

La serie ha inizio con Leonardo poco più che ventenne; lavora come apprendista nella bottega di Andrea Del Verrocchio a Firenze, dove incontra Caterina Da Cremona che posa come modella.
Ogni episodio si concentra su una delle opere di Leonardo, alcune radicate nella memoria collettiva, altre meno note al grande pubblico: non solo dipinti, ma anche invenzioni, macchine da guerra, grandi sculture in bronzo. In ogni episodio si svela la vicenda che si nasconde dietro ogni opera per raccontare il serrato dialogo che si stabilisce tra questa, la formazione intellettuale di un grande artista e la complessità di un uomo quale è stato Leonardo. Ogni episodio metterà in luce la relazione tra vita e opera d’arte, formazione intellettuale e complessità umana di un grande artista come Leonardo.

LEONARDO svela per la prima volta il mistero dell’uomo nascosto dietro al genio: è la storia di come l’artista più grande che il mondo abbia mai conosciuto scopre che esiste qualcosa di più importante dell’arte: il prezzo della genialità.

LEONARDO è il primo progetto a guida italiana dell’Alleanza tra i tre grandi broadcaster pubblici dell’Europa continentale (Rai, France Télévisions, ZDF) che ha visto la Rai collaborare con il servizio pubblico radiotelevisivo francese.
La serie evento LEONARDO sarà visibile anche in 4k sul canale via satellite Rai4K disponibile al numero LCN 210 della piattaforma tivùsat.

Per visionare il NewsRai dedicato aprire il link.

La storia nella serie TV RAI1 Leonardo

Figlio illegittimo di un notaio della cittadina rurale di Vinci, in Toscana, Leonardo vive un'infanzia solitaria, guidata da un profondo bisogno di ricerca e scoperta. Con instancabile curiosità, spazia tra arte, scienza e tecnologia, infondendo in ogni disciplina una profonda e coraggiosa umanità, liberandole dalle convenzioni del tempo, guidato da un intenso desi- derio di svelare i segreti del mondo che lo circonda. La serie racconta l’enigma dell'uomo oltre il genio, attraverso una storia inedita e originale, fatta di mistero e passione che scava a fondo in una personalità complessa, rivelandone la straordinaria modernità e la profondissi- ma umanità.

I personaggi della serie TV RAI1 Leonardo

Leonardo da Vinci
(Aidan Turner)

Descritto come “l’uomo più instancabilmente curioso della storia”, Leonardo da Vinci incarna l’emblema dell’uomo rinascimentale: pittore, scultore, scienziato, inventore e ingegnere. I suoi codici contengono invenzioni rivoluzionarie che avrebbero richiesto quattro secoli per essere realizzate. Cresciuto in solitudine, Leonardo si tiene lontano da tutti. Tuttavia, è un osservatore attento che guarda il mondo e vede cose che gli altri non vedono. Prova una meraviglia quasi infantile di fronte ai miracoli della creazione. Leonardo mira all’impossibile: la perfezione nell’arte. Le sue debolezze lo tormentano.
La sua energia creativa esplode in modi e toni diversi ogni giorno, a volte controllata, dando poi vita a opere meravigliose, altre, anarchica e vulcanica, rischiando di diventare autodistruttiva per l’artista. Nonostante il suo talento, la perfezione gli sfugge. È inquieto, impaziente e spesso insoddisfatto. Dedica la vita al suo lavoro, a spese di chi gli sta accanto

Stefano Giraldi
(Freddie Highmore)

Stefano Giraldi è un rappresentante della legge a Milano: giovane, ambizioso e di talento. È totalmente dedito al lavoro e vuole fare carriera, con ogni mezzo. Quando un caso insolito arriva davanti al Podestà – Leonardo da Vinci, il più famoso artista del suo tempo, è accusato di omicidio – Stefano pensa sia l’occasione giusta per farsi notare, ma ben presto si accorge di lacune e incongruenze nella ricostruzione dei fatti. Nel tempo che trascorre interrogandolo, inizia a nutrire per lui un profondo rispetto. Il giovane ufficiale inizialmente disinteressato all’arte comincia a esserne toccato.

Caterina da Cremona
(Matilda De Angelis)

Migliore amica di Leonardo, Caterina è diversa da qualsiasi altra donna l’artista abbia mai incontrato. Nata
povera ma con uno spirito inquieto e indomabile, Caterina ha una personalità che lo conquista. È sicura di
sé, diretta, ma il suo comportamento apparentemente deciso e sicuro cela una vulnerabilità e una sofferenza
che solo Leonardo riesce a cogliere. C’è qualcosa nella sua bellezza che Leonardo trova affascinante, ma indefinibile e ben presto ne diventa ossessionato. Caterina è lusingata e al tempo stesso irritata da quest’uomo così singolare.

Ludovico Sforza
(James D’Arcy)

Il Reggente di Milano, Ludovico Sforza, è un uomo potente, affascinante e perspicace. La sua ricchezza
e posizione gli procurano molti nemici, ma è un patrono delle arti e si presenta a Leonardo come un
possibile mecenate. È profondamente orgoglioso e non è abituato ai rifiuti, eppure può anche mostrarsi sorprendentemente gentile. Può esibire grande fascino e affabilità, ma al tempo stesso può risultare
molto pericoloso. Sa essere persuasivo ed è abile a manipolare gli altri in modo da ottenere ciò che
vuole: il potere, la regalità e il prestigio che vengono da un grande passato.

Salaì
(Carlos Cuevas)

Apprendista e amico intimo di Leonardo, Salaì, di straordinaria bellezza, ha un fascino disarmante e un diabolico senso dell’umorismo (da cui il soprannome, Salaì significa “diavoletto”). Pur essendo molto giovane sa comprendere le persone, ma può anche essere arrogante e invadente. C’è qualcosa in lui di istintivamente malizioso e giocoso che deriva forse dalla vita che ha condotto per strada a Milano. Eppure è molto leale e solidale e farebbe qualunque cosa per Leonardo.

Andrea del Verrocchio
(Giancarlo Giannini)

Il giovane Leonardo da Vinci lavora come apprendista nella bottega di un artista conosciuto, Andrea del Verrocchio. Verrocchio è un uomo che suscita timore e i suoi apprendisti lo adulano, ansiosi di colpirlo e fare carriera sotto la sua guida. Ma Verrocchio è un critico severo e non ha tempo per la mediocrità. Ha una solida reputazione da proteggere, per non parlare del suo desiderio di conquistare la gloria artistica. All’inizio non considera molto il singolare, introverso Leonardo, ma quando l’aspirante giovane artista salva una delle sue commissioni più difficili, Verrocchio è colpito dalla sua genialità e lo ingaggia subito per assisterlo a dipingere il famoso Battesimo di Cristo.

Tommaso Masini
(Alessandro Sperduti)

Tommaso è un uomo ambizioso, con una vena di gelosia che affiora quando si sente minacciato e che lo porta ad agire in modo vendicativo, come quando cerca di impedire che Leonardo diventi il primo apprendista del Maestro Verrocchio. Tuttavia è in grado di ammettere i propri errori e porvi rimedio. Dopo aver lavorato per anni accanto a Leonardo, litiga con lui quando si accorge che è disposto a sacrificare la sicurezza di chi gli sta accanto se questa compromette o mette in pericolo la sua arte, e lo abbandona. Spesso Tommaso ha opinioni forti e le esprime in modo diretto, perciò - quando gli viene richiesto da Stefano di descrivere la personalità di Leonardo - non si tira indietro.

Piero da Vinci
(Robin Renucci)

Piero da Vinci è il padre di Leonardo. Assente dalla vita di Leonardo, Piero è rimasto indifferente al figlio, forse vergognandosi della relazione avuta con la madre, una ragazza proveniente da una famiglia povera. Sembra anaffettivo e distante, ma in realtà cerca di aiutare il figlio, mandandolo nella bottega del Verrocchio e finanziando il suo apprendistato. Quando Leonardo verrà allontanato dalla bottega del maestro, gli procurerà una commissione e a dispetto delle accuse di sodomia rivolte a suo figlio, garantisce per lui offrendogli
l’opportunità di portare a termine l’opera. Per la prima volta sembra interessarsi a lui, ma esprime il suo profondo disappunto quando Leonardo non riesce a completare la commissione, distruggendo la
sua speranza di essere finalmente accettato. Quando si rivedranno, alcuni anni più tardi, Piero è consapevole del successo di Leonardo, ma non riesce a esprimere il suo affetto e il suo orgoglio nei confronti del figlio.

Bernardo Bembo
(Flavio Parenti)

Bernardo Bembo, ambasciatore veneziano presso il Duca di Milano, è attraente e possiede un fascino disarmante. Il suo carisma e la sua ricchezza sono notevoli. Caterina è attratta dalla sua sicurezza e dal suo approccio diretto e ne diventa l‘amante. La sua autostima, però, si sgretola quando Bernardo intuisce la profondità del legame che la unisce a Leonardo.
Spinto dalla gelosia, impedisce a Caterina di frequentare l’artista, ma si rende conto che per quanti sforzi possa fare, lei non lo amerà mai dello stesso amore. Perciò la lascia, interrompendo la relazione. Anni dopo, prova ancora affetto per Caterina e così, quando riceve una lettera dalla sua ex amante che è preoccupata per il comportamento di Leonardo, corre subito in suo aiuto.

Galeazzo Sanseverino
(Antonio De Matteo)

Sanseverino è il comandante militare, braccio destro di Ludovico Sforza a cui è profondamente fedele. Protegge il Duca Reggente da qualsiasi minaccia alla sua sicurezza e punisce in fretta chiunque osi tradirlo. È intelligente e spietato. Condivide la sete di potere di Ludovico che considera il duca legittimo di Milano e farà qualsiasi cosa per aiutarlo a conservare il potere.

Note di regia

La prima esperienza che ho vissuto durante la lavorazione di Leonardo è stata un privilegio indimenticabile: un tour privato della collezione di bozzetti leonardeschi della Regina, a Buckingham Palace. Io e gli sceneggiatori  siamo stati accompagnati stanza dopo stanza alla scoperta delle singole pagine estratte dai famosi quaderni di Leonardo, testimoni del suo complesso ed eclettico pensiero reso sotto forma di parole e disegni incredibilmente minuscoli. Nessun frammento di carta è stato sprecato, nessuna idea lasciata inesplorata.
Ciò che colpisce maggiormente l’osservatore è però l’attenzione maniacale di Leonardo per i dettagli. Il suo approccio al processo creativo era quello di uno scienziato, che si trattasse di dissezionare un fiore o cogliere il movimento di un cavallo rampante. Testava e ritestava ogni nozione fino a scoprire una verità o una realtà a cui aggrapparsi. L’immagine che emerge è quella di un uomo ossessivo, in perpetua tensione, totalmente votato alla ricerca, instancabile e sempre insoddisfatto.
Anche noi, in qualità di cineasti, abbiamo dovuto sforzarci di trovare un linguaggio per raccontare questa singolare figura di artista e inventore. Come vedeva il mondo Leonardo? Che esperienza ne aveva? Quali paure lo guidavano, quali gioie lo motivavano, quali relazioni muovevano il suo animo? E come possiamo comprendere la mente di questo straordinario essere umano? Non è una questione di poco conto perché, per quanto Leonardo fosse un genio fuori dal comune dotato di un talento unico, era anche un uomo tormentato da dubbi, debolezze e passioni.
Per guardare il mondo attraverso gli occhi di Leonardo, il mio principio ispiratore è stato quello di rendere ogni aspetto della produzione il più autentico possibile. Dai paesaggi ai suoni, dai materiali alle tecniche, fino ai capelli unti e allo sporco sotto le unghie. Non volevo che ci accontentassimo di provare il mondo di Leonardo, dovevamo abitarlo.
Il nostro direttore della fotografia, Steve Lawes, ha scelto di ricorrere solo alla luce che Leonardo stesso avrebbe utilizzato per dipingere. Luce solare e lunare per gli esterni, lume di candela e fuoco del camino per gli interni.
Il nostro costumista, Alessandro Lai, ha creato un guardaroba spettacolare partendo unicamente dai modelli, dalle trame e dai tessuti dell’epoca.
Anche lo scenografo, Domenico Sica, ha progettato set spettacolari per gli ambienti interni ed esterni, ricreando non solo le location più famose, come il refettorio di Santa Maria della Grazie, dove ancora ammiriamo l’Ultima Cena, ma tutte le strade, le piazze, i tuguri e i saloni dei palazzi del Rinascimento fiorentino e milanese.
Anche nella riproduzione dell’arte leonardesca ci siamo sforzati di perseguire l’autenticità sia nei metodi e nei materiali, sia nella minuziosa cura per i dettagli che Leonardo metteva in ogni cosa.
La sfida che più di tutte ci preoccupava era quella di ricreare l’arte perduta di Leonardo - dipinti come Leda col cigno, sculture come il Gran Cavallo o il gigantesco affresco de La Battaglia di Anghiari, quattro volte più grande dell’Ultima Cena. È quasi disarmante cercare di riprodurre questi capolavori quando tutto quello che hai in mano è qualche studio abbozzato.
Per riuscire nell’impresa, ci siamo affidati a un team di straordinari artisti che hanno cercato, disegnato, dipinto e scolpito 24 ore su 24.
Proprio come la pittura tuttavia il cinema punta non tanto a riprodurre la realtà quanto piuttosto a creare un’impressione del mondo. Un’impressione che ha una sua estetica, una sua palette cromatica, che vive di umori, toni ed espressioni visive proprie.
Uno dei compiti più ardui per noi cineasti è quello di capire come trasmettere la percezione unica di Leonardo, i suoi sogni, i suoi ricordi, le sue fonti di ispirazione. Per farlo, dobbiamo amplificare le sequenze girate con la CGI, sempre però nel pieno rispetto del principio dell’autenticità. Per creare questi voli pindarici, i professionisti degli effetti visivi di Stargate hanno utilizzato solo elementi fisici che Leonardo stesso conosceva e studiava: vento, acqua, fuoco, polvere, fumo e luce.
Al di là delle scelte tecniche la mia speranza è che Leonardo sia una serie davvero appassionante e di rara bellezza, capace di rendere onore a questo sbalorditivo artista.

Daniel Percival

 

 

Comunicato stampa e Foto dall'Ufficio Stampa RAI sulla serie TV RAI1 Leonardo


autografi

Di proprio pugno: scrittori, scriventi e autografi

SCRIPTA MANENT VIII

Di proprio pugno:

scrittori, scriventi e autografi

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Le celebrazioni per il Dantedì costituiscono una ghiotta occasione per ricordare, se mai cene fosse bisogno, di quanto la Commedia dantesca sia tra i testi più rappresentativi della letteratura italiana: sin dagli inizi del secolo XIV essa ha conosciuto un successo straordinario e una diffusione senza precedenti; tuttavia di quest'opera non rimane alcun manoscritto autografo, e in generale non esistono documenti riconducibili alla mano del suo autore. Il fantomatico autografo di Dante è infatti croce e delizia per qualunque filologo: molti sono stati, nel corso degli anni, gli “avvistamenti” e i possibili ritrovamenti, tutti categoricamente smentiti poco dopo. A cosa è dovuta questa lacuna? E come mai, anche a settecento anni dalla morte di Dante, sarebbe così importante ricercare e possibilmente trovare un suo autografo? Per dare risposta a queste due domande è necessario comprendere appieno il valore degli autografi.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il rinvenimento di qualsiasi autografo è salutato dalla comunità scientifica come un evento eccezionale: dal punto di vista filologico, si presuppone che un testo vergato dalla mano del suo stesso autore sia il più vicino in assoluto alla sua concezione originale; paleografi e grafologi possono inoltre trarre preziose conclusioni sul suo grado di alfabetizzazione e sulle sue capacità grafiche. Tuttavia un tale ritrovamento avviene molto raramente, specie se si tratta di autori vissuti in epoche molto lontane dalla nostra: più passa il tempo, più cresce la possibilità che il supporto grafico si deteriori o venga distrutto. La distanza cronologica, tuttavia, non è che una delle molte concause che portano alla perdita di un autografo; esiste inoltre la possibilità che l'autografo vero e proprio di un testo non sia mai esistito.

La trascrizione di un'opera è infatti una pratica relativamente recente rispetto alla letteratura stessa; molte opere sono state tramandate oralmente per secoli, finendo poi trascritte solo quando il loro autore era morto da un pezzo; in altri casi chi ha concepito l'opera non possedeva le capacità per scriverla, e ha dovuto dunque dettarla. Bisogna pertanto operare una netta distinzione tra scrittore e scrivente: col primo termine si indica la persona che idea un'opera e ne detiene la proprietà intellettuale; col secondo chi invece possiede le competenze tecniche necessarie a trascriverla. Sebbene nella maggior parte dei casi questi due termini possano essere sovrapposti, non sono rari i casi in cui si tratta di due (o più) persone differenti.

Il più antico (forse): il Papiro di Cornelio Gallo

Per i motivi sopra esposti, è praticamente impossibile verificare se, tra tutti i manoscritti risalenti all'epoca classica a noi pervenuti, almeno uno sia stato scritto di proprio pugno dall'autore del testo ivi contenuto. Esiste tuttavia un clamoroso caso che potrebbe rappresentare un unicum in tal senso: il cosiddetto Papiro di Cornelio Gallo.

Qasr Ibrim (2008). Foto Flickr di rivertay, CC BY 2.0

Si tratta di un unico foglio di papiro ritrovato nel 1978 nella città egiziana di Qasr Ibrim, nel contesto di un'antica discarica rivelatasi un preziosissimo giacimento archeologico. Il papiro, strappato in quattro parti ma perfettamente ricomponibile, contiene pochi versi elegiaci attribuiti a Gaio Cornelio Gallo, poeta romano vissuto nel secolo I a.C. facente parte del circolo virgiliano. Gallo, che apparteneva all'ordine equestre, viene spesso citato nelle opere di altri autori; tuttavia della sua produzione non ci rimangono che esigui frammenti: caduto in disgrazia presso Ottaviano Augusto, egli subì la damnatio memoriae, comprendente la distruzione di tutti i suoi testi.

All'epoca della sua scoperta il papiro eponimo sollevò contemporaneamente entusiasmo e scetticismo: da un lato c'era chi lo considerava un palese falso; dall'altro chi in esso vedeva, se non un vero autografo, quantomeno un esemplare scritto per volontà e secondo le direttive dello stesso Gallo (idiografo). Queste ipotesi non erano certo prive di riscontro: prima della sua caduta, Gallo era stato denominato prefetto di Alessandria d'Egitto, ed era stato il promotore della costruzione del forte di Primis attorno a cui si sarebbe poi sviluppata l'attuale Qasr Ibrim. Il papiro stesso sembra ricondurre alla sua vicenda: le poche righe che esso riporta si aprono con un'invocazione a Ottaviano, che sa tanto di captatio benevolentiae; perfino il fatto che il foglio fosse strappato sembra rimandare al preciso intento di distruggere i suoi scritti. Tra gli elementi a discredito di questa tesi c'era invece la scrittura adoperata per vergare i componimenti, una capitale elegante troppo ben formata per essere coeva a Gallo e comunque utilizzata esclusivamente in ambito librario, non nell'uso comune.

Questi diatriba è perdurata per quasi trent'anni, durante i quali il papiro è stato esposto nel museo archeologico di Alessandria d'Egitto e non è stato consentito farne oggetto di studio; solo nel 2003 è stata condotta un'indagine autoptica che ha stabilito fuori da ogni dubbio l'autenticità dei materiali e la loro datazione all'epoca di Gallo; i paleografi hanno inoltre verificato che all'interno del testo ci sono alcuni errori e incertezze che dimostrerebbero il carattere privato del papiro. Già un decennio prima Guglielmo Cavallo aveva inoltre dimostrato che la capitale elegante era sì una scrittura d'uso quasi esclusivamente librario, ma che essa era anche la scrittura prediletta per l'insegnamento scolastico avanzato, appannaggio degli esponenti dell'aristocrazia di cui lo stesso Gallo faceva parte.

Non potremo mai sapere se il Papiro di Cornelio Gallo sia effettivamente un suo autografo; in ogni caso esso rimane un'importante testimonianza della sua produzione poetica andata in gran parte perduta e ci fornisce l'opportunità di riconsiderare alcuni aspetti della vita dell'autore: esattamente ciò che accade con un autografo conclamato.

Scrittori e scriventi nel Medioevo

Risalgono al VI secolo d.C. i più antichi autografi quasi certamente autentici, appartenenti a Cassiodoro di Vivarium; siamo inoltre in possesso di alcuni documenti del secolo IX controfirmati da Carlo Magno, anche se l'autografia è stata messa in discussione e non è ben chiaro se l'imperatore fosse davvero in grado di scrivere o se vergasse il suo monogramma per mezzo di un normografo. Le testimonianze autografe più numerose e attendibili datano invece a un periodo compreso tra '200 e '300.

Questa precisazione sembrerebbe quasi pleonastica, in quanto nell'ideale comune la letteratura altomedievale viene ritenuta scarsa o addirittura nulla; in realtà abbiamo notizia di una fiorente produzione di testi, quasi tutti riconducibili agli ambienti monacali: è a questo periodo che vanno ascritti i grandi autori delle historiae barbariche, come Paolo Diacono, Beda il Venerabile e Eginardo; tra VI e X secolo furono scritte poi le importantissime opere di Egeria Pellegrina, Rosvita di Gandersheim e Letaldo di Micy, di carattere agiografico e pedagogico. La tradizione di queste opere è molto complessa ed esse ci sono pervenute esclusivamente per mezzo di copie più tarde, così come le notizie sui loro autori, dei quali non ci rimane alcun autografo a parte sporadiche eccezioni: un manoscritto della Historia Francorum di Rodolfo il Glabro, conservato nella Bibliothéque Nationale di Parigi (Paris. Lat. 10912) è considerato parzialmente autografo.

Al momento mancano studi autorevoli che spieghino questa mancanza, ma possono essere fatte delle ipotesi: nell'Alto Medioevo la produzione libraria era circoscritta agli scriptoria monastici, tutt'al più ai rarissimi centri scrittori laici cittadini; nell'uno e nell'altro caso la realizzazione dei manoscritti avveniva per copia o per dettatura, ed entrambe le modalità richiedevano un antigrafo, un esemplare del testo ben leggibile e comprensibile. Va da sé che la minuta prodotta dall'autore fosse poco indicata ad essere usata come antigrafo, poiché trascritta con una grafia d'uso comune e difficilmente leggibile: occorre ricordare che la competenza grafica dei copisti spesso si riduceva alla sola scrittura libraria, e non sempre essi sapevano comprendere quelle d'uso privato. Tra i secoli XII e XIII si verificarono tuttavia due fenomeni che giustificano l'incremento delle testimonianze autografe: la proliferazione dei Santi scriventi e la ripresa degli studi universitari.

Benedizione a frate Leone, autografa. Foto di Ricardo André Frantz, CC BY 3.0

Nel 1200 le vicende di Francesco d'Assisi e Domenico di Guzman sancirono una profonda trasformazione nel monachesimo: i frati abbandonano la clausura per diventare predicatori, e ciò comporta la fioritura di testi teologici volta a rendere la dottrina più facilmente assimilabile. I santi fondatori e i loro successori si trovano così a essere scrittori dei nuovi testi; in alcuni casi essi sono anche scriventi e ci sono pervenuti alcuni documenti scritti di loro pugno. Di San Francesco rimangono tre scritti autografi conservati tra Assisi e Spoleto, la cui veridicità è tuttavia messa in discussione poiché essi sono vergati con una grafia libraria fin troppo sicura, a differenza del taccuino d'appunti di Tommaso d'Aquino conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli: in questo caso si riscontra una scrittura corsiva e incerta, di difficile interpretazione, del tutto rispondente alla necessità di una scrittura estemporanea.

autografi
Plut. Florentinus 34: Codice manoscritto (sec. X/XI) di origine francese con scolii autografi del Petrarca. Foto di Mariano Rizzo

In contemporanea a queste vicende, la nascita delle università comportò un massiccio rifiorire degli studi e la possibilità per i letterati di entrare in possesso non solo di una gran quantità di sapere, ma anche delle competenze grafiche necessarie a trascrivere le loro opere. Siamo infatti in possesso di una straordinaria quantità di autografi di Francesco Petrarca, sia in forma di sue opere (esiste un manoscritto del Canzoniere quasi interamente vergato da lui) sia di glosse sui libri da lui studiati.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio, codice Hamilton 90, 47v, immagine Staatsbibliothek zu Berlin, in pubblico dominio

Singolare è poi il caso di Giovanni Boccaccio: l'autore del Decameron era infatti un valido amanuense, regolarmente stipendiato per la copiatura di codici manoscritti. Ci è pervenuta una trentina di codici interamente trascritti dalla sua mano, e altrettanti parzialmente autografi, da lui solo glossati o di dubbia paternità. Questi testi sono importantissimi, poiché si ritiene che alcuni di essi siano stati realizzati dal Boccaccio... per sé stesso: è il caso di alcuni codici contenenti le opere del Petrarca o di Dante (è proprio Boccaccio a definire “divina” la Commedia) e perfino le sue stesse opere, trascritte non con la grafia corsiva degli appunti ma con una scrittura libraria definita e leggibile, come se l'autore volesse tenere per sé una bella edizione dei suoi stessi testi.

L'età moderna

Dal secolo XVI in poi la figura dell'intellettuale subisce profonde trasformazioni che riflettono in pieno i cambiamenti socioculturali, politici e tecnologici dell'Età Moderna: la maggior alfabetizzazione comporta genesi di una letteratura rivolta a un pubblico sempre più vasto, circostanza favorita dall'invenzione della stampa. Già sul finire del '400, inoltre, la necessità di far comunicare territori molto lontani tra loro ma pertinenti a uno stesso regno aveva fatto sì che i servizi postali divenissero più efficienti: la corrispondenza diventa insomma il mezzo di comunicazione prediletto.

Diventa pertanto necessaria, per un autore, la capacità di scrivere da sé le minute da mandare in stampa o le lettere per tenersi in contatto con editori e committenti; in altre parole, diventa imprescindibile che lo scrittore sia anche scrivente.

Questa progressiva evoluzione dell'intellettuale cinquecentesco è perfettamente testimoniata dalle missive autografe di Ludovico Ariosto, esposte presso la sua abitazione a Ferrara, e da un manoscritto della Gerusalemme Conquistata scritta di proprio pugno da Torquato Tasso, conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli: esemplari diversi tra loro per tipologia e finalità, ma accomunati dall'evidente sforzo di entrambi gli autori di scrivere in maniera chiara e comprensibile allo scopo di essere compresi dai loro referenti.

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Manoscritto autografo di Giacomo Leopardi contenente una prima stesura della lirica A Silvia (Biblioteca Nazionale di Napoli). Foto di Mariano Rizzo

Questi cambiamenti culmineranno con l'Illuminismo; dal Settecento in poi la letteratura non sarà più soggetta a committenza. Da questo momento in poi, l'autografo assumerà via via un carattere quasi esclusivamente privato, a uso e consumo dell'autore: lo vediamo, tra l'altro, in alcuni appunti di Giacomo Leopardi, conservati anch'essi presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, contenenti una prima versione della sua A Silvia. In casi come questo, gli autografi sono essenziali per risalire alle intenzioni originarie dell'autore e analizzare a ritroso il processo evolutivo del testo.

L'autografo di Dante: realtà o utopia?

Dopo questo rapido excursus nella storia degli autografi si può tornare alle domande poste in apertura d'articolo, dove ci si chiedeva perché mancano autografi di Dante e se sarà mai possibile trovarne.

Abbiamo potuto vedere che gli autografi più antichi risalgono a un secolo prima della sua epoca, e che anzi possediamo numerosi esemplari di autori a lui coevi; dando per scontato che, oltre a scrittore, egli fosse anche scrivente, in via teorica un suo autografo potrebbe dunque esistere. Tuttavia abbiamo anche constatato come le vicende personali e le contingenze storiche influiscano pesantemente sulla conservazione degli autografi: come Cornelio Gallo, Dante subì una feroce damnatio memoriae che cominciò addirittura quando lui era ancora in vita; è dunque possibile che una gran parte dei suoi autografi sia andata distrutta già all'epoca. Questa istanza sarebbe confermata dal fatto che nessuna fonte diretta o indiretta parli di manoscritti autografi delle opere letterarie di Dante; le uniche tracce sarebbero i famosi “tredici canti del Paradiso” rinvenuti da Jacopo Alighieri dopo la morte del padre e alcune lettere entrate in possesso di alcuni studiosi rinascimentali e umanisti (tra cui Boccaccio), che le studiarono e copiarono: eppure anch'esse sono andate perdute.

Tutto lascerebbe intendere che il sogno di trovare un autografo di Dante sia un'inutile utopia; eppure non è detto che ciò non si verifichi mai. Gli studi danteschi non sono mai cessati, né hanno mai conosciuto periodi di stasi: il Dantedì può essere di certo un punto di partenza (o ripartenza) ideale per questa appassionante ricerca.

autografi autografo di Dante Alighieri
Dante Alighieri, Divina Commedia. Immagine disponibile presso la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura e in partnership con la Fondazione BEIC in pubblico dominio
Bibliografia 
"Autografo" in Le Muse, De Agostini 1964

AA. VV., «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlì, 24-27 novembre 2008, Salerno Editrice 2010

BARTOLI LANGELI A., Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone, Autographa Medii Aevi 5, Assisi 2000

BERTELLI S., CAPPI D. (a c.), Dentro l’officina di Giovanni Boccaccio. Studi sugli autografi in volgare e su Boccaccio dantista (in Studi e Testi n°486), Biblioteca Apostolica Vaticana 2014

CAPASSO M., Il ritorno di Cornelio Gallo. Il papiro di Qasr Ibrim venticinque anni dopo, Graus 2003

GAGLIARDI P., Rassegna bibliografica sul Papiro di Cornelio Gallo (2004-2012), UniSalento 2013

"A Silvia (1828), Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale di Napoli, http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/148/a-silvia-1828


Beati gli inquieti Stefano Redaelli

Beati gli inquieti, psicosi della letteratura

Beati gli Inquieti di Stefano Redaelli - recensione

Impossibile addentrarsi nella squisita scrittura di Redaelli senza perdersi, in questo deserto di parole e attacchi di panico narrativi, il lettore è un granello di coscienza nell'infinito non-cognitivo.  L'autore dissemina in Beati gli Inquieti tutti i suoi studi specialistici sul rapporto tra follia e letteratura, tra il mondo della ragione e l'incanto della pazzia vitalistica, perché abbandonarsi alla disragione significa esplorare la realtà perché su un piano più squisitamente sottile il folle, nella sua dissennatezza, vede davvero; senza i paraocchi delle convenzioni sociali, spogliandosi dei costrutti mentali che inibiscono le verità dell'inconscio.

Antonio è uno scrittore e ricercatore universitario impegnato nella stesura del suo libro ed è intenzionato a documentarsi sulla follia e sul rapporto che lega la malattia mentale alla spiritualità. Antonio deve attraversare il deserto del peccato e della tentazione, sopravvivere ai suoi 40 giorni nel deserto mentale dove il senno non sembra germogliare per carpire ciò che nascondono i malati. Per compiere questo esodo nella mente delle persone Antonio si reca alla Casa delle Farfalle, centro di cure psichiatriche gestito dalla Dottoressa che lascerà ad Antonio il permesso di soggiornare nella sua struttura. Antonio fingerà di essere uno dei pazienti, una nuova incognita nella routine preconfezionata di Carlo, Marta, Cecilia, Simone e Angelo.

Pazienti, a volte totem di personalità allucinate, entità primigenie radicate in archetipi che sembrano personalità.  Carlo è l'uomo dei calli, della sostanza e del lavoro,  un discendente di Anteo, il gigante che trae la forza della terra e se allontanato da essa si indebolisce. Forse un golem rilegato alla Casa delle Farfalle, un frammento dei popoli abramatici che incidevano le parole sacre di Dio sull'argilla, sulla terra.  C'è Marta. una Maddalena dalla bellezza suadente, generosa nel corpo e negli atteggiamenti che profuma come la più atavica delle essenze ammalianti.  Cecilia invece è poesia su gambe, versificazione umana dell'arte espressiva, singolarità bipolarizzata poiché in lei convive molto di più oltre all'amore della scrittura.  Simone l'uomo fatto di libri e parole, Angelo che per contrasto vede i demoni della follia complottista ovunque, che vede oltre l'infinito delle nostre possibilità di ragionamento.

Beati gli Inquieti è poesia, declinata in uno scroscio ininterrotto di suggestioni, lampi d'ingegno, psicosi e tempeste emotive che lacerano il tessuto cerebrale e sentimentale di qualsiasi lettore. Beati gli inquieti è una costellazione di neo disseminati su un corpo nudo che si devono unire per formare triangoli scaleni, isosceli, rettangoli; così fanno alcuni dei pazienti. Servono coordinate, cateti ed ipotenuse per ricreare un teorema di Pitagora che calcola la profondità di quel deserto che annichilisce chiunque osi peregrinare nella mente degli inquieti. Malati eppure beati perché si cibano di una vera libertà, gli inquieti di Redaelli sono note musicali di un'esecuzione sinfonica che restituisce al lettore punti di vista diversificati per una vera polifonia dell'io narrante. Io narrante confusionario, alternato, decostruito e destrutturato dove la pazzia non è allucinazione prospettica della normalità ma lente di ingrandimento per sondare gli abissi del nostro ego.

Neo. Edizioni non pubblica solo un romanzo che a mio avviso è una summa accademica e professionale del professor Redaelli, ma un'opera poetica di altissima levatura che merita davvero la sua candidatura al Premio Strega, perché con delicatezza virulenta c'è un ritratto esemplare delle malattie mentali, della filosofia e dei mondi onirici. Questo romanzo è uno dei titoli più belli che chi scrive ha letto di recente, un testo invidiabile, una lezione di scrittura creativa di rara potenza che si manifesta in maniera distruttiva nella perfezione dell'epilogo.

Beati gli inquieti Stefano Redaelli
La copertina del romanzo Beati gli inquieti di Stefano Redaelli, pubblicato da Neo. Edizioni

Beati gli inquieti di Stefano Redaelli è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


August Strindberg Solo

Solitudine e salvezza, August Strindberg: autobiografia della privazione e della rinascita

Solo di August Strindberg - recensione

Spesso si deve entrare nel mondo letterario per contrasti, leggere e contro-leggere. Studiare e abbandonare le lezioni apprese. Per parlare di August Strindberg, questo processo anti-creativo sembra essere funzionale, perché prima di soffermarsi sulla novella Solo ci si deve confrontare per un istante con un altro dei più grandi autori svedesi, ovvero Stig Dagerman.

Autore cardine della letteratura scandinava della prima metà del ventesimo secolo, Dagerman è uno degli intellettuali che ha costruito il suo dramma interiore, culturale e personale (sfociato nel suicidio nel 1954 di cui Il nostro bisogno di consolazione per Iperborea ne è l'anticamera letteraria) attraverso anche le sue opere. La malinconia, che perennemente ha assediato le strutture mentali di Dagerman, lo spingerà a mettere la parola fine alla sua esistenza; una vita che vedendo l'abbandono delle certezze religiose si volgerà verso un'evoluzione (anti)spirituale scarnificata e impoverita.

La solitudine di Dagerman, erede di Strindberg, è una tortura auto-imposta dopo la perdita delle costruzioni universali e teologiche ma nonostante ciò si innesta nel filone di quei drammi esistenzialisti in seno al mondo culturale scandinavo. Se la solitudine di Dagerman è una patologia annichilente, in Strindberg si concretizza una nuova vitalità dell'isolamento umano, dell'eremitaggio individuale.

La copertina del romanzo Il nostro bisogno di consolazione, di Stig Dagerman, pubblicato da Iperborea con introduzione e traduzione di Fulvio Ferrari

Solo è una novella commissionata dall'Editore Bonnier e in Italia c'è una nuova edizione per i tipi di Carbonio Editore, con la sopraffina cura di Franco Perrelli (che nel testo è intervenuto con traduzione e nota introduttiva), professore ordinario di Discipline dello spettacolo ed Estetica. Molti dei segreti strindberghiani vengono sviscerati e presentati al lettore proprio dal professor Perrelli con un'analisi lucidissima e appassionante ricca di riferimenti bibliografici. Si tratta di una nota introduttiva di grande pregio, ma consiglio al lettore di affrontare Solo senza il percorso di iniziazione filologica, così da leggere il contributo di Perrelli come sunto finale della poetica drammatica di Strindberg.

Il protagonista narrante è un non-eroe antiborghese che torna nella sua città natale, Stoccolma, e sente immediatamente le pressioni della società moderna e si sente vittima di un conformismo di istanze claustrofobiche che vengono travestite da progresso, civiltà e normalità. La fossilizzazione dello stato, delle etichette, degli spiriti e in generale lo spingono a ricreare un isolamento volontario per vivere in una solitudine fortificante volta a riassaporare idee, ricordi e istanti vissuti sotto un'ottica diversificata. Una solitudine necessaria per scacciare le persone che hanno popolato la sua infanzia, l'adolescenza e la prima maturità, persone che sono più entità aliene e alienate che non riconosce più se non attraverso i nomi e i cognomi.

August Strindberg Solo
La copertina della novella Solo di August Strindberg, pubblicata da Carbonio Editore con introduzione e traduzione di Franco Perrelli nella collana Origine

Se nella contemporaneità si crea l'urgenza di vivere nella rete di amicizie e vincoli sociali e tutto ciò che si configura come outsider o antisociale, Solo diventa una critica ma soprattutto un diario della solitudine, nel quale viene riversata tutta la nausea del narratore-autore visto che ogni opera di Strindberg è in realtà un frammento di una autobiografia drammatico-narrativa più ampia, come se la vita fosse un continuo rimestare di appunti e pagine di esperienze archiviate.

L'aurea misantropica o cinica - fino alla genesi di una solitudine mistica e intima - serve a sottolineare anche la forza di questo status indipendente, che porta alla creazione e alla determinazione di aspetti positivi ed edificanti. Per Strindberg l'altro è una forza delirante che lo allontana dalla ragione mentre l'isolamento produttivo è la cosa migliore che si possa auspicare. Brillante la coesistenza delle solitudine di Strindberg e Dagerman ognuna con la sua dose cronico-ossessiva, una volta alla ragione l'altra verso i lidi della depressione.

Foto di Ioannis Ioannidis

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


il più grande spettacolo mondo don robertson

Il più grande spettacolo del mondo, il romanzo di formazione di Don Robertson

Uscito per Nutrimenti, Il più grande spettacolo del mondo di Don Robertson è l'esempio perfetto del romanzo di formazione di derivazione nord americana, tant'è che è evidente da dove abbia tratto ispirazione Stephen King o il più recente talento letterario di Tiffany McDaniel. Nella curatissima traduzione di Nicola Manuppelli siamo partecipi delle microstorie della cittadina di Cleveland, Ohio, che si intersecano nel grande arazzo storico della seconda guerra mondiale, in quel 1943 che vede l'America protagonista di una riscossa bellica contro le potenze dell'Asse.

Don Robertson prende spunto dalle storie locali che nel tempo sembrano contornate da un alone mitico e scrive il suo romanzo ricalcando proprio quelle imprese epiche e buffe della periferia americana; siamo così al cospetto del serioso bambino di nove anni Morris Bird III, che fa di tutto per tenere saldo uno strambo legame di amicizia con Stanley Chaloupka. Proprio il trasferimento di quest'ultimo è il conflitto che mette in moto la macchina narrante di Robertson perché Morris Bird III si era ripromesso di essere per sempre amico di Stanley e nemmeno la distanza può essere d'intralcio.

Sono due bambini dal carattere e dal temperamento singolare, il goffo e fuori forma Stanley e l'insicuro e introverso Morris Bird III che tuttavia si spoglia delle sue ansie per intraprendere, come un vecchio eroe del Far West, la sua personale impresa spericolata che lo porterà a vivere mille avventure insieme al suo carretto rosso e la sorellina Sandra di sei anni.  Marinando la scuola e saltando la gita al Museo d'Arte di Cleveland, Morris Bird III abbandona la normalità per inseguire il sogno dell'amicizia soltanto con pochi soldi in tasca, una bussola giocattolo e un temperino.

Don Robertson grande spettacolo
La copertina (©Thurston Hopkins Stringer, Getty Images) del romanzo Il più grande spettacolo del mondo di Don Robertson, tradotto da Nicola Manuppelli e pubblicato da Nutrimenti (2020)

Mentre l'epopea dell'amicizia viene narrata, Don Robertson innesta nel romanzo un carosello di figure stralunate che vedono le loro esistenze travolte e distrutte dallo scoppio di un impianto di gas. Così la leggera storia di amicizia plasma fino ad assumere i contorni fumosi di un racconto catastrofico e magico dove una divina provvidenza mette al riparo i nostri protagonisti bambini.

La genialità di Robertson consiste nel narrare con lucidità entrambi gli scenari e di orchestrare con ritmo un ampio ventaglio di sentimenti, emozioni e colpi di scena.  Dialoghi costantemente calibrati per strappare il sorriso e per ritrarre un'atmosfera scanzonata e ingenua, come può essere la mente di un bambino: sono soltanto echi di una macro storia epica e meravigliosa, che nell'apocalisse dell'Ohio trova un barlume di genuina felicità.

L'innocenza dei personaggi di giovane età, che serve a rappresentare simbolicamente un'America attenta ai valori nazionali, viene spezzata dal disincanto e dal tetro pragmatismo dei personaggi adulti, che con i loro chiaroscuri tratteggiano la decadenza e il negativismo di quelle generazioni schiacciate tra le due guerre mondiali e il proibizionismo.  Un romanzo potente per cui dobbiamo ringraziare l'editore Nutrimenti per aver riconsegnato all'Italia un autore purtroppo dimenticato.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.