Geografie Antonella Anedda Garzanti

Per una geografia del divenire: Antonella Anedda e la poesia dei luoghi

Geografie di Antonella Anedda - recensione

Con il suo ultimo libro, Antonella Anedda pronuncia il suo sì all’energia ancestrale della metamorfosi: Geografie – questo il titolo del suo recente lavoro pubblicato da Garzanti – è una raccolta di prose poetiche, di visioni da centellinare per allenare lo sguardo a cogliere i segreti dell’invisibile e il mistero indecifrabile del divenire. L’attraversamento che queste pagine incoraggiano è duplice: da un lato, esso si riferisce a un viaggio verso lo spazio esterno, e propone dunque un movimento da compiere nelle terre dell’esteriore; dall’altro lato, inevitabilmente esso implica la necessità di accogliere dentro di sé suggestioni e orizzonti che i luoghi percorsi spalancano – un moto, questo, che agisce sui cardini più intimi dell’io, sulle sue vaste profondità.

Suona dolente la voce che qui intona il suo canto di saggezza e che con grazia si accorda alle domande della natura, ai ritmi che suggerisce, alle melodie che dal tempo prima del tempo propaga. Con accuratezza l’autrice seleziona, si avvicina, osserva, analizza i dettagli; poi, con eleganza, compie quei passi indietro necessari per contemplare la complessità e restituire una visione d’insieme. Anche così si percepisce la maturità di questo sguardo che non si accontenta, che indaga con intelligenza, che si confronta in maniera dialettica con il particolare e l’universale.

Questa tensione, che anima e sostanzia la struttura del volume, finisce per investire anche la questione della lingua, intesa nella sua autenticità sorgiva: ogni luogo visitato accende la fantasia poetica di Anedda, facendo germogliare parole, espressioni immaginifiche di cui l’autrice riscopre l’etimologia e il portato simbolico, in uno slancio inesausto che la spinge ogni volta a ricondurne il valore alla sua esperienza di vita. Il discorso intreccia magistralmente dimensione privata e pubblica, memoria personale e istanze collettive: il ricordo di viaggi, strade percorse, mari solcati si dischiude per incanto e lascia affiorare interrogativi che hanno a che fare con l’umano, urgenze che incalzano questo tempo e che, per la loro potenza, sanno poi trascendere nell’assoluto. I mutamenti che l’io narrante (o poetante) rintraccia e porta alla luce non sono soltanto quelli reconditi dell’io, ma anche quelli lenti della geologia, quelli burrascosi della politica e quelli, ormai tragicamente inarrestabili, che interessano il clima.

Chi scrive registra ferite e contraddizioni, terrore e sgomento. Mitilene è il luogo in cui risplende la luna di Saffo, ma è anche lo spazio impoetico in cui oggi i profughi affermano il loro diritto a esistere, testimoniano con la loro condizione la necessità della fuga. Chi osserva, acquisisce consapevolezza, e a suo modo cambia, perché a mutare è innanzitutto il suo sguardo. E in questo modo impara, per esempio, che per non confinare un territorio insulare al concetto di isolamento bisogna esercitare vista e linguaggio: solo così si potrà superare il limite della solitudine suggerito dall’idea di isola e cogliere anzi la sua natura esposta, proiettata verso il continente taumaturgico, salvezza che contiene. E qui emergono le letture, il dialogo ideale con voci altre, che fanno ribollire il testo fino a renderlo materia incandescente e risonante.

«Cosa sono i luoghi? Come li portiamo dentro di noi? Come ci modellano la mente? Mentiamo ricordandoli. (…) A volte spaventano a morte senza motivo. Il motivo è proprio la morte. Se riflettiamo sono insostenibili. Qualcosa mentre guardi e ami quel determinato luogo stringe la gola. Tutto grida: dove nascondersi?» Le considerazioni dense e penetranti di Antonella Anedda non lasciano scampo: confrontarsi con gli interrogativi che con acutezza si pone significa sentirsi inchiodati all’improrogabilità di quelle domande, significa dir di sì a un proposito indifferibile, la ricerca di un senso. Traguardo irraggiungibile, probabilmente, ma al quale non si può non tendere.

«Dove nascondersi dal pensiero che non smette di rappresentare, mostrare, intrecciare, infeltrirsi. La difficoltà di uscire da sé stessi contempla la necessità di farsi strada tra la moltiplicazione delle immagini, del racconto ininterrotto, delle rappresentazioni del tempo, nel tempo», riflette lucidamente l’autrice a proposito del terrore, il panico che ci fa sentire smarriti come in una foresta. E conclude: «per questo al tempo del tempo meglio contrapporre gli spazi senza tempo, azzerare la memoria contro la sua potenza. Alla spirale sostituire la distesa, la prospettiva, l’orizzonte. Alla storia, appunto, la geografia». Ed ecco spiegata l’intenzione del titolo, che consiste in uno slancio verso l’alterità, verso mondi da esplorare, verso sempre nuovi cominciamenti che, al netto dell’inesorabile sgretolarsi, non esauriscano mai il regno molteplice delle possibilità.

Geografie Antonella Anedda Garzanti
La copertina di Geografie di Antonella Anedda, pubblicato da Garzanti

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Statua funeraria di II sec. a.C. dalla Cirenaica, riconsegnata

Statua funeraria di II sec. a.C. dalla Cirenaica riconsegnata

Il British Museum e l’HM Revenue and Customs hanno collaborato con l’Ambasciata della Libia per individuare e rimpatriare una straordinaria statua funeraria del II secolo a.C.

Statua funeraria marmorea , II sec. a.C., Cirenaica. Foto The British Museum.

“Il Regno Unito- ha dichiarato Caroline Dinenage, Ministra della Cultura del Regno Unito- è un leader mondiale nella protezione del patrimonio culturale sia in patria che all’estero e il nostro lavoro nell’affrontare il commercio illecito di artefatti è una parte fondamentale di questo. Grazie agli sforzi dell’HMRC e del British Museum, siamo in grado di restituire questa importante statua alla Libia a cui appartiene”.

Le analisi condotte sulla superficie marmorea della statua a cura del British Museum hanno dimostrato che l’opera era frutto di ritrovamento recente e certamente frutto di uno scavo illegale.

La statua fu sequestrata dai funzionari delle forze di frontiera all’aeroporto di Heathrow, durante il tentativo di importarla illegalmente nel Regno Unito al fine di venderla nel mercato nero dell’arte. Successivamente allo stato di fermo, nel 2013 l’opera è stata affidata al British Museum per l’identificazione, il personale ha allertato nell’immediato l’HMRC dopo aver attestato l’importanza e l’unicità di questo tipo scultoreo, di cui vi sono solo rari esempi conservati nei musei al di fuori della Libia. Infatti, il British Museum ha stretti rapporti con i musei libici, ospitando quattro specialistici dalla Libia per il programma di formazione internazionale 2021-2013. Inoltre, il caso è stato sottoposto anche alla Society for Libyan Studies con cui il Regno Unito collabora.

“Il British Museum - ha dichiarato Hartwig Fischer, Direttore del British Museum - è impegnato nella lotta contro il commercio illegale e i danni al patrimonio culturale. Sono lieto di poter assistere alla restituzione di questo importante oggetto in Libia, tramite l’Ambasciata a Londra. Una parte importante del lavoro del Museo sul patrimonio coinvolge la nostra stretta collaborazione con le forze dell’ordine interessate al traffico illecito. Questo caso è un altro buon esempio dei vantaggi di tutte le parti che lavorano insieme per combattere il saccheggio e proteggere il patrimonio culturale”.

Cirenaica Statua funeraria marmorea II sec. a.C.
Statua funeraria marmorea , II sec. a.C., Cirenaica. Foto The British Museum

Il ritrovamento e l’esportazione illegale di questa statua funeraria è probabilmente frutto degli eventi sconvolgenti che portarono all’intervento militare internazionale in Libia del 2011.

In seguito alle prove giudiziarie fornite dal museo nel 2015, il tribunale ha decretato l’appartenenza dell’opera allo Stato della Libia, conservata dal museo stesso con il fine di restituirla insieme all’HMRC alla sua patria.

Attualmente la statua è stata finalmente consegnata all’Ambasciata della Libia nel Regno Unito.

La statua funeraria dalla Cirenaica

La statua funeraria rappresenta un eccezionale esempio di manifattura cirenaica del II secolo a.C., per questo motivo è stata facilmente identificata. È scolpita come una figura a tre quarti che si interrompe al livello dei fianchi, cosa che avveniva solo in alcune regioni del Mediterraneo, ma in particolar modo da necropoli cirenaiche di lavorazione locale. Difatti, da questa zona provengono circa cento esempi di questa statuaria, spesso conservate acefale nei musei libici come il Museo di Cirene e il Museo Nazionale di Tripoli.

Statua funeraria marmorea , II sec. a.C., Cirenaica. Foto The British Museum.

La Cirenaica fu colonizzata dai greci a partire dal VII secolo a.C., divenendo una grande potenza economica e artistica. Infatti, probabilmente questo tipo di statuaria rappresentava la Dea Demetra o la figlia Persefone sposa di Ade e regina dell’oltretomba e condannata a vivere con lui durante l’autunno e l’inverno, l’interruzione all’altezza dei fianchi rappresenterebbe quindi l’uscita della giovane dagli inferi. In effetti, alcune di queste statue-stele presentano bracciali scolpiti rappresentanti serpenti, animale connesso agli inferi.Altra ipotesi per gli studiosi è che l’assenza delle gambe e il posizionamento sul suolo delle statue, sarebbe riconducibile all’impossibilità di abbandonare la tomba del defunto dando eterna protezione. Infatti, alcune di queste tengono tra le mani offerte per il defunto.

La presenza sia di bracciali con serpente sia di offerta, in particolar modo una sorta di statua scolpita tra le mani, forse rappresentante una statuina fittile in argilla, sulla statua identificata dal British Museum la rende una delle più rare di questa tipologia cirenaica.

Fonte: Communications, The British Museum

statua funeraria


Scavo vittima Ercolano

Ercolano. Forse fra le vittime dell'eruzione un soldato di Plinio

Un recente studio del Direttore di Ercolano Francesco Sirano fa luce su alcune delle vittime dell'eruzione del 79 d.C.

Qualche mese fa il Parco archeologico di Ercolano annunciava un nuovo intervento di scavo nell’area dell’antica spiaggia della città vesuviana. Il lido dell’Herculaneum romana, indagato in parte già a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, aveva fornito importantissime informazioni sulla forma urbis, sul fronte della città lato mare e su un cospicuo numero di individui che proprio sulla spiaggia e sotto i fornici hanno trovato la morte durante l’eruzione del Vesuvio.

Ercolano
Spiaggia Antica di Ercolano. FOTO: paErco

Un nuovo lavoro di revisione del materiale recuperato durante gli scavi ha portato il direttore del Parco, Francesco Sirano, ad attenzionare in modo particolare alcuni elementi antropologici con reperti che accompagnavano una delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. L’individuo, denominato  come “scheletro Antica Spiaggia n.26”, in base al contesto di ritrovamento e ad alcune informazioni sul suo abbigliamento ha dato modo di poter considerare alcune ipotesi interessanti sul suo ruolo e sulla sua presenza ad Ercolano al momento della tragedia.

Il contesto, assieme alla ricerca antropologica e alle preziose attività di restauro sui materiali, rinvenuti spesso accanto ai fuggiaschi della spiaggia, ci rivelano storie interessanti. Sirano, con speciale attenzione quasi “investigativa”, ha ristudiato l’armatura di una vittima incrociando i dati dell’antropologia fisica con quelle del dato archeologico arrivando ad una serie di interpretazioni davvero interessanti sul chi fosse quell’uomo.

Ercolano vittime
Spiaggia Antica di Ercolano. FOTO: paErco

Dagli scavi degli anni ’80 sappiamo che oltre al recupero di resti umani, gli archeologi hanno individuato anche elementi di abbigliamento, averi, masserizie, effetti personali dei fuggiaschi stessi, elementi architettonici di crollo di ville con affaccio sul litorale, utensili e attrezzature riconducibili alla famosa barca di Ercolano che proprio all’interno di un padiglione del Parco archeologico trova una adeguata esposizione.

Gli studiosi hanno quindi individuato la spiaggia come probabile punto di raccolta per un nutrito gruppo di Ercolanesi in fuga, sia all’interno dei Fornici con masserizie e bagagli di occasione, sia sulla spiaggia vera e propria.  Il numero di individui presenti all’aperto sulla spiaggia, dai dati a disposizione, sembra però essere inferiore rispetto agli occupanti dei fornici ma in questo caso sarebbe da tenere in considerazione anche la violenta ondata del flusso piroclastico abbattutosi ad una velocità compresa tra gli 80-100 km/h che potrebbe aver spazzato e trascinato in mare un numero non ben precisato di individui.

Ercolano vittime
Scavo vittima Ercolano. Foto: PaErco

Tra le vittime, un individuo di sesso maschile ritrovato il 7 agosto del 1982 in corrispondenza del fornice 8, di età compresa tra i 40 e i 45 anni e di altezza intorno ai 170 cm, in buono stato di salute e trovato in giacitura primaria in posizione prona con le  braccia piegate in avanti e il volto schiacciato a terra. Indizi che richiamano immediatamente alla violenza dell’impatto al suolo sotto una spinta abbattutasi alle spalle della vittima, forse connessa all’onda d’urto all’arrivo del flusso piroclastico o forse al flusso stesso.

Lo studio antropologico ha messo in luce anche i traumi provocati dallo choc termico ma anche lo stato di salute dell’uomo e alcune particolarità come l’utilizzo superiore del braccio destro rispetto al sinistro. Dalla documentazione di scavo si è appurato inoltre che l’individuo conservava in parte tracce di abbigliamento, la modalità eruttiva del Vesuvio verso Ercolano ha permesso la conservazione di materiali deperibili che altrove non si sono ritrovati, e da alcune fotografie d’epoca è stato possibile  rintracciare anche la presenza di una cintura e sul fianco destro di una spada.

Ercolano vittime
Ercolano, scavo vittima foto d'archivio. Foto: PaErco

Tra le scapole, inoltre, vi era uno zainetto o una bisaccia di forma vagamente quadrangolare, probabilmente in materiale organico (pelle o stoffa) del quale si è conservato solo il contenuto. Ancora, al di sotto di uno dei fianchi doveva trovarsi un pugnale, recuperato solo dopo la rimozione dello scheletro, e ancora delle monete accanto al corpo, forse contenute dentro un piccolo sacchetto che dopo interventi di restauro è stato possibile quantificare in 12 denari d’argento e 2 aurei.

Ercolano vittime
Ercolano, armi vittima. Foto PaErco

All’interno dello zainetto erano presenti altri materiali: un punteruolo cilindrico, due scalpelli, una martellina, due anelli e una perlina in pasta vitrea. Per quanto riguarda le armi e il cinturone, le recenti analisi condotte dalla Venaria Reale, hanno permesso di dimostrare che il pugnale aveva un fodero in legno con due valve rivestite di cuoio. La lama era in ferro e si impugnava grazie all’elsa e al pomolo in materiale organico, forse avorio.

Il gladio, la spada, era anch’essa dotata di fodero in legno e parti metalliche in argento compreso il puntale con terminazione sferica. Lo studio del Direttore Sirano ha inoltre indugiato sui  dettagli decorativi delle armi, molto interessanti anche per approfondire i motivi iconografici in voga e soprattutto, non secondario, per individuare il grado militare e il corpo di appartenenza dell’uomo.

L’oro, individuato grazie a recenti analisi, era presente sulla superficie del gladio quanto nel cinturone per dare un effetto bicromato, elementi che sicuramente escludono un livello basso nell’esercito. L’armatura non precisa il corpo militare di appartenenza anche perché non vi sono significative differenze tra le varie tenute di un legionario, un membro della marina o un pretoriano. Ma quello che può con una certa probabilità emergere è che difficilmente la vittima era un militare di stanza ad Ercolano perché dalle fonti non sono note guarnigioni dell’esercito nell’area vesuviana se non in momenti accesi della storia romana.

Ercolano, vittime fornici. Foto: Daniele Enrico Moschetti

La documentazione archeologica al momento disponibile non fornisce dati sicuri sull’individuazione del soldato come pretoriano, però, focalizzando l’attenzione al decoro delle fibbie del cinturone con decorazioni di scudi ovali, è possibile trovare elementi di rimando  a caratteristiche tipiche dell’armamento pretoriano.

Anche le monete che l’individuo aveva con sé possono fornire interessanti spunti di riflessione. 62 denari d’argento è l’ammontare complessivo della somma ritrovata, somma che negli Annales di Tacito sarebbe compatibile ad uno stipendium di pretoriano che guadagnava 2 denari al giorno, il doppio di un legionario. Le monete quindi al momento dell’eruzione del 79 d.C. sarebbero riconducibili ad uno stipendio mensile di un pretoriano, coincidenza o casualità comunque da non scartare se riferita al potere di acquisto del momento e alla liquidazione degli stipendi che almeno fino al regno di Domiziano avvenivano tre volte l’anno.

Ma è ancora un’altra l’interessante ipotesi che si ricava da questa ricerca. In base al luogo di rinvenimento della vittima, l’antica spiaggia, la presenza nelle vicinanze di una barca, una lancia militare, si è proposto di identificare l’uomo come un classarius proveniente da Miseno e sbarcato ad Ercolano per aiutare nella fuga gli abitanti. Gli strumenti nello zainetto rimanderebbero alla lavorazione del legno. Nelle flotte romane i fabri svolgevano attività di carpenteria, connesse non solo all’esclusiva costruzione, ma sicuramente anche alla manutenzione e riparazione delle imbarcazioni. Un faber navalis quindi sembrerebbe identificare la vittima di Ercolano.

Potrebbe quindi essere un militare appartenuto alla flotta di Plinio il Vecchio che in seguito alla richiesta di aiuto dell’amica Rectina si era lanciato al salvataggio disperato sulla spiaggia organizzando una fuga?

Non esiste una certezza assoluta in archeologia, addirittura l’ingegnere Matrone che aveva organizzato alcuni scavi in località Bottaro a Pompei tra la fine dell’800 e gli inizi del‘900 aveva proposto l’ipotesi che l’uomo potesse addirittura essere il generale Plinio il Vecchio, ipotesi abbandonata almeno nell’osservazione dell’abbigliamento. L’interesse storico-archeologico, al di là del raccontare una storia tragica e ridare vita alle vittime di questo evento, risulta importante anche per la ricostruzione dei corpi militari dell’antica Roma.

Ercolano, foto Classicult

Le moderne tecnologie, unite ad uno studio archivistico e al riesame diretto sui materiali archeologici associati ai resti delle vittime potrà in futuro ampliare le conoscenze sugli abitanti di Ercolano in vista anche di nuovi scavi che proprio il Parco Archeologico di Ercolano ha annunciato in prossimità dell’Antica Spiaggia.

Si ringrazia il Direttore del Parco Archeologico di Ercolano Francesco Sirano e l'Ufficio stampa per il materiale cortesemente concesso.


Individuati resti di Neanderthal nella Grotta Guattari al Circeo

In seguito alle ricerche archeologiche sistematiche della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Frosinone e Latina in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, iniziate nell’ottobre del 2019, sono tornati alla luce 9 resti fossili di Homo Neanderthalensis. La grande scoperta a ottant'anni dall'individuazione della Grotta Guattari a San Felice Circeo (LT) segue quella già nota dei resti di altri due ominidi nel sito.

Grotta Guattari
Resti di Neanderthal (Homo Neanderthalensis) dalla Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC Foto di Emanuele Antonio Minerva.

Una scoperta straordinaria di cui parlerà tutto il mondo nella Grotta di Guattari – ha dichiarato il Ministro della Cultura, Dario Franceschiniperché arricchisce le ricerche sull’uomo di Neanderthal. È il frutto del lavoro della nostra Soprintendenza insieme alle Università e agli enti di ricerca, davvero una cosa eccezionale”.

Grotta Guattari
Resti di Neanderthal (Homo Neanderthalensis) dalla Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC Foto di Emanuele Antonio Minerva.

Infatti, la Grotta Guattari, risulta essere uno dei siti archeologici più interessanti al mondo per lo studio comportamentale e la ricostruzione storica della vita dell'Homo Neanderthalensis, che visse nel corso del Paleolitico Medio (200000-40000 anni fa).

Con questa campagna di scavo – ha detto Mauro Rubini, direttore del servizio di antropologia della SABAP per le province di Frosinone e Latina - abbiamo trovato numerosi individui, una scoperta che permetterà di gettare una luce importante sulla storia del popolamento dell’Italia. L’uomo di Neanderthal è una tappa fondamentale dell’evoluzione umana, rappresenta il vertice di una specie ed è la prima società umana di cui possiamo parlare”.

https://www.youtube.com/watch?v=DddSjH0PMJI&t=2s

Tra i reperti fossili dei 9 individui, 8 di questi sono databili tra i 50mila e i 68mila anni fa, mentre il più antico è databile tra i 100mila e i 90mila anni fa.

Sono tutti individui adulti – ha rilevato Francesco Di Mario, funzionario archeologo della SABAP per le province di Frosinone e Latina e direttore dei lavori di scavo e fruizione della grotta Guattaritranne uno forse in età giovanile. È una rappresentazione soddisfacente di una popolazione che doveva essere abbastanza numerosa in zona. Stiamo portando avanti gli studi e le analisi, non solo genetiche, con tecniche molto più avanzate rispetto ai tempi di Blanc, capaci di rivelare molte informazioni”.

https://www.youtube.com/watch?v=gNaqnrMXIeE

Inoltre, sono presenti anche resti di iene, di elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto, che forniscono numerose informazioni paleozoologiche.

Gli studi geologici su Grotta Guattari

Lo studio geologico e sedimentologico di questo deposito - ha evidenziato Mario Rolfo, docente di archeologia preistorica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata - ci farà capire i cambiamenti climatici intervenuti tra 120 mila e 60 mila anni fa, attraverso lo studio delle specie animali e dei pollini, permettendoci di ricostruire la storia del Circeo e della pianura pontina”.

https://www.youtube.com/watch?v=JDzsfhcuyWo&t=1s

Difatti, l'area di Grotta Guattari risulta eccezionale geologicamente, presentando le stesse condizioni ambientali di 50000 anni fa, permettendo la ricostruzione paleoclimatica e paleoambientale. Le ricerche genetiche e biologiche permetteranno di ricostruire la vegetazione, il clima e l’ambiente in cui vivevano questi ominidi, mentre, le analisi isotopiche permetteranno di ricostruire la dieta delle specie animali individuate, sulle cui ossa risultano presenti segni di rosicchiamento e l’alimentazione antica dell’uomo di Neanderthal.

Grotta Guattari
Paleosuperficie A con resti ossei di iena, Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC.

L'INGV, CNR/IGAG, l'Università di Pisa, l'Università di Roma La Sapienza, stanno svolgendo studi interdisciplinari collaborando al fine di ricostruire il quadro paleoecologico della pianura Pontina tra i 125.000 e i circa 50.000 anni fa.

Inoltre, le indagini sono state estese sia in luoghi non ancora esaminati come il "Laghetto", dove si presuppone la presenza di acqua nei mesi invernali, qui sono stati rinvenuti diversi resti umani, tra cui una calotta cranica, un frammento di occipitale, frammenti di cranio , frammenti di mandibola, due denti, tre femori parziali e altri frammenti ossei.

Grotta Guattari
Zona "Laghetto" presso Grotta Guattari. Foto ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC.

Nuovi scavi anche all'esterno della Grotta Guattari dove sono state individuate stratigrafie e paleosuperfici di frequentazione databili tra i 60 mila e i 125 mila, grazie alle quali sarà possibile ricostruire la quotidianità degli ominidi, come dove si nutrivano o accendevano il fuoco. Individuati, infatti, resti di carbone e ossa combuste dove è possibile ipotizzare la presenza di un focolare.

https://www.youtube.com/watch?v=0e_TyHKyTZw

 

 

 


Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier come rilettura del disamore e dell'identità

Una prosa lacerante e costruita con brevi fraseggi, perché la protagonista di Un lupo nella stanza (NN editore, 2021) di Amélie Cordonnier è una madre che singhiozza di fronte alle incertezze della propria esistenza pregressa e futura. Un romanzo (tradotto dal francese da Francesca Bononi) che racchiude in sé le molteplici problematiche insite del tessuto socio-culturale della Francia di tutto il Novecento e del presente.

Un romanzo intimo, vibrante di una potente individualità, non potrebbe essere altrimenti, quando scopriamo che il piccolo Alban, appena nato, presenta diverse macchioline scure che destabilizzano la madre perché è il principio di un qualcosa di incomprensibile. E infine la verità, Alban è sempre più scuro perché in realtà è mulatto e qualcosa nell'albero genealogico dei genitori non quadra, visto che sono entrambi bianchi e il tradimento della moglie è escluso.

In questo micro-universo interiore grottesco e allucinato, il caos familiare all'interno della donna che sembra echeggiare la condizione della depressione post-parto, rimaniamo bloccati in uno stallo drammatico di grande efficacia che ci accompagna al primo colpo di scena del romanzo (che ha un ritmo non dissimile dai romanzi di genere); la donna è stata adottata perché abbandonata da bambina e probabilmente i suoi genitori biologici erano una coppia mista, una delle tante che in Francia hanno reso il meticciato una cosa comune e naturale. Ma il dolore vero è conoscere una verità celata dal suo padre adottivo per ben 35 anni, la nascita del figlio della donna si rivela un'esistenza interrotta per lei stessa, è la presa di coscienza di una natività negata dai suoi genitori adottivi, che così facendo non hanno soltanto nascosto la verità ma tagliato i legami con altre culture, altre sensibilità, altri colori. Perché lei è nera ma con la pelle bianca, una generazione saltata e ora suo figlio è l'unica cosa che la allontana da se stessa ma l'avvicina a colei che sarebbe potuta essere. Amélie Cordonnier, maestra assoluta nel gestire la narrazione, con una prosa davvero straziante che farà sanguinare i suoi lettori.

Un lupo nella stanza è un romanzo soffocante, carico di incomprensioni e vittima di una claustrofobia della frase e dell'identità devastata. Una verità oscura, in tutti i sensi della parola, allineata ai tumulti socio-culturali e identitarii della Francia coloniale e del meticciato. In Francia la questione nera è un argomento molto sensibile, non per una limitata questione razziale bensì come processo di determinazione personale; tant'è che i sociologi d'oltralpe hanno spesso ribadito che "essere nero non è un fatto identitario o una cultura a sé [...] ma un fattore sociale, i neri esistono perché li si considera tali" (cit. Pap Ndiaye). Da ciò poi ne deriva un bagaglio non solo di stereotipi, ma pure di esotismi che distorcono la figura dei soggetti in esame; le coppie miste sono moltissime in Francia eppure (seppur sia un fatto comune) sono tutte vittime di una controgerarchizzazione sociale sulla base del colore della pelle.

Come nel caso del romanzo dell'autrice Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita (Ponte Alle Grazie, 2021), in corsa al premio Strega, anche Un lupo nella stanza è la storia di un disamore tra la madre e la propria creatura, che diventa il capro espiatorio di qualcosa di enorme e antichissimo. L'accettazione nel consorzio umano della società. Molto alienante il fatto che la giovane madre sia incappata in una sorta di xenofobia verso se stessa, con l'ossessione di non essere accettata (quando pochi mesi prima ne era parte) delle sue bolle sociali tipicamente occidentali. L'immagine sociale che difende con una forza indemoniata sarà forse divorata da quel lupo che si cela nella stanza. E che forse le consegnerà la pace interiore.

L'abbandono dei genitori naturali innesca una metamorfosi kafkiana dentro la neomamma, portando il lettore in un mondo distrutto dalla depressione, curata con un realismo disarmante da Amélie Cordonnier. La rabbia per ossimoro riuscirà forse a modellare il disamore e riusciremo ad entrare in un visionario racconto d'amore originale e straziante. I rapporti familiari sono ridotti all'osso, al puro essenzialismo della carne e della pelle, delle paranoie e delle crisi della personalità. Doloroso e sperimentale nella sua lingua corrosiva. Eppure così dolce.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Amélie Cordonnier un lupo nella stanza
La copertina del romanzo Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier, tradotto da Francesca Bononi e pubblicato da NN Editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Introduzione alla sociologia della musica

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno

Theodor Wiesengrund Adorno Introduzione alla sociologia della musica
Theodor Wiesengrund Adorno (Aprile 1964). Ritaglio da una foto di Jeremy J. Shapiro, CC BY-SA 3.0

Theodor Wiesengrund Adorno, il grande filosofo nato a Francoforte, è sempre stato alla ricerca di un modo per unire la filosofia e la musica, giungendo a farle convivere senza sminuire né l’una né l’altra. Operazione, questa, che ha condotto grazie alla passione per entrambe, oltre alla profonda conoscenza di entrambe. E i due aspetti non possono che essere consequenziali. Lo scrittore Thomas Mann, che aveva avuto modo di conoscere Adorno durante la scrittura del Doktor Faustus, non aveva mancato di fare un quadro quanto mai illuminante sul filosofo-musicista: "Quest’uomo singolare ha rifiutato in tutta la vita di decidersi tra la professione della filosofia e quella della musica. Troppo era sicuro di mirare allo stesso scopo nei due diversi campi. La sua mentalità dialettica e la tendenza sociologico-filosofica s’intrecciano con la passione musicale in un modo che affonda le radici nei problemi del nostro tempo". 

Eppure, Adorno non ha mai mancato di collocare tali suggestive riflessioni nei tempi correnti, soffermandosi anche sugli aspetti sociali e, dunque, su chi ascoltasse la musica ricavando, così facendo, sette tipologie di ascoltatore. Il criterio di questa classificazione non vuol essere critico nei confronti dei gusti di chi ascolta musica, soffermandosi su ciò che si giudica bello o brutto da un punto di vista strettamente personale. Anche perché, al riguardo, il filosofo non ritiene che vi sia alcuna scelta, in una società dove l’industria regna sovrana al punto da intaccare perfino quello che si credeva intoccabile, alias la cultura. "Il concetto di gusto – scrive ne Il carattere di feticcio in musica - è superato in quanto non c’è più una scelta: l’esistenza del soggetto stesso, che potrebbe conservare questo gusto, è diventata problematica quanto, al polo opposto, il diritto alla libertà di una scelta che non gli è più empiricamente possibile. […] Per chi si trova accerchiato da merci musicali standardizzate, valutare è diventata una finzione". 

Adorno, nella prima delle dodici lezioni che comprendono la sua Introduzione alla sociologia della musica, preferisce, perciò, basarsi "sull’adeguatezza o meno dell’ascolto alla musica ascoltata”, sulla qualità dell’ascolto, quindi, ma senza dimenticare il rapporto tra il tipo di musica e la classe sociale di appartenenza di chi l’ascolta. La stessa valutazione che si può dare di un brano musicale deriva immancabilmente da questo. Come difatti chiarisce nel quarto saggio del libro sopracitato, chiamato Classi e strati sociali, i detentori di un alto livello di cultura sono abituati ad ascoltare la musica classica e si fanno portavoce di un genere percepito come elitario. Più il reddito si fa modesto, più ne risente il gusto musicale e l’ascolto musicale (discorso che di certo si può estendere alla cultura tout court), mostrando come la musica si colleghi alle rispettive ideologie. Accostando la sociologia alla musica, Adorno analizza, quindi, i tratti peculiari di una società.

Adorno, nel primo dei saggi della sua raccolta, spiega che la sociologia della musica non può non essere che “la conoscenza del rapporto tra gli ascoltatori di musica, come singoli individui socializzati, e la musica stessa”, e perciò di quei comportamenti tipici dell’ascolto, all’interno della società di massa. Rivela, così, ben sette categorie.

Introduzione alla sociologia della musica
Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di Gerhard Bögner 

Innanzitutto, viene l’esperto, che è colui che “sa rendersi conto in ogni istante di quello che ha ascoltato” e, quindi, colui che possiede quello che Adorno definisce ‘ascolto strutturato’. Ha, cioè, una conoscenza tecnica ineccepibile, che gli permette in ogni istante di comprendere e capire a pieno quello che sta ascoltando. Ad avere queste particolari e peculiari capacità sono, senz’altro, i musicisti, perché hanno un orecchio allenato all’ascolto tecnico. Sta di fatto che sono assai pochi gli ascoltatori che hanno un orecchio così allenato. Eppure, Adorno fa sottintendere, come efficacemente rilevato da Rognoni nella prefazione all’opera analizzata, si tratta di una conoscenza esclusivamente tecnico-formale.

Poi, vi è il buon ascoltatore, che non ha le conoscenze tecniche dell’esperto di musica, ma riesce a fare spontaneamente e inconsciamente i nessi tra significanti e significati del brano musicale. È una categoria che Adorno apprezza moltissimo, perché si accosta alla musica con senso critico e con sensibilità, riuscendo a distinguere il tenore dei brani trattati. Ha una predisposizione innata verso il linguaggio musicale, come fosse la sua seconda lingua. Pur non conoscendone la grammatica riesce a comprenderla. La preoccupazione principale di Adorno riguarda proprio la sempre più difficile sopravvivenza di questa categoria, destinata a scomparire o a ridursi sensibilmente a causa dell’imborghesimento della società. Sono, difatti, gli ultimi rappresentanti, anzi “i resti” di una società aristocratica, ora sostituita dalla borghesia.

Il terzo tipo di categoria trattata è quella del borghese, per l’appunto, frequentatore di concerti e spettacoli operistici, il consumatore di cultura. Si tratta della categoria che vede nel sapere personale e nell’erudizione un’occasione per aumentare il proprio prestigio sociale. La musica è vista, quindi, come un modo per accrescere tale prestigio ed è pertanto vista come un bene culturale da acquisire attraverso cd, libri dei musicisti e nozioni. Sono, perciò, dei collezionisti e sanno riconoscere i brani musicali che ascoltano, i loro autori e anche i motivi più noti del teatro operistico. L’attaccamento alla musica da parte di questi soggetti ha, a parere di Adolfo, qualcosa di feticistico perché il consumatore consuma secondo il metro del prestigio sociale, ma prova un enorme piacere nell’atto di consumare. Un piacere più grande della musica stessa. Si tratta di un tipo di ascoltatore conformista e convenzionale, ma è anche un gruppo dominante e ben più diffuso del secondo. Decide in prima persona l’andamento “della vita musicale ufficiale” e pilotano i gusti dell’industria musicale. Sono, quindi, i responsabili della ripetitività dei brani moderni e amministrano i brani in quanto beni di consumo.

Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di PourquoiPas

Il quarto tipo di ascoltatore è quello emotivo, cioè colui che ascolta musica per “liberare stimoli istintuali altrimenti rimossi ovvero tenuti a bada da norme civili”. La musica ha per quest’ultimo uno scopo liberatorio che non ha nulla a che vedere con l’apprezzamento del brano musicale in sé e poi con “la realtà effettiva della musica ascoltata”. Non nutrono alcun interesse nella musica se non questo e per tal ragione sono più facilmente pilotabili dalla categoria precedente, perché si limitano ad un’identificazione con quanto ascoltato, anche traendo da questo “le emozioni di cui sentono la mancanza in se stessi”. Non è un ascoltatore che analizza ciò che ascolta, ma che si lascia trasportare. Apprezza, quindi, solo ciò che lo emoziona, senza quello che Adorno definisce ‘ascolto strutturale’: “il tipo emotivo resiste violentemente ai tentativi di condurlo ad un ascolto strutturale, in maniera forse più violenta del consumatore di cultura che infine per amor di questa vi sarebbe anche disposto”.

L’ascoltatore risentito è la tipologia che segue e si tratta dell’ascoltatore che si rifugia nell’ascolto della musica del passato e in epoche remote, sicuro della propria sicurezza. Così crede di sfuggire alla mercificazione della musica corrente, rifiutando così alcun contatto con i tempi odierni. Ha, insomma, un atteggiamento reazionario, a parere di Adorno legato all’impulso interiore di “realizzare nell’arte stessa il primordiale tabù della civiltà relativo all’impulso mimetico, di cui l’arte vive. Vogliono togliere di mezzo tutto ciò che non è addomesticato dall’ordine fisso, tutto ciò che è vagante e ribelle e che ha la sua ultima, meschina traccia nei ‘rubati’ e nelle esibizioni solistiche”. Eppure, nel suo ambito di preferenza è un vero esperto, solo che manca della conoscenza di tutto il resto, perché si interessa unicamente di quello che gli piace e non ha la sensibilità di riconoscere altro se non quello che gli aggrada, mancando di “sensibilità per le sfumature”. Questo essere chiuso in altre epoche e affatto aperto a nuovi influssi musicali, limita la loro capacità di “determinarsi nella loro realtà esteriore e quindi di essere in grado di evolversi interiormente. Nella stessa categoria è anche il fan del jazz, che è invece colui che protesta contro la cultura ufficiale e che necessita della spontaneità musicale che, a sua volta, preferisce alla “fissità del testo scritto”.

Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di Foundry Co 

Il sesto tipo di ascoltatore è il più diffuso ed è oggetto dell’industria culturale. Si tratta dell’ascoltatore per passatempo. Questi non vede nella musica altro se non un modo per distrarsi, non è un “nesso significante ma una fonte di stimoli”. È colui, a parere di Adorno, che tiene la radio accesa mentre lavora e non bada a quello che ascolta. Mantiene un atteggiamento privo di attenzione e di concentrazione. Vede nella musica un mezzo di distensione, senza sviluppare alcun senso critico e ricevono tutto in maniera passiva. Per tal ragione, sono i consumatori ideali in una società industriale: “scettico solo nei riguardi di ciò che lo costringe a pensare con la sua testa, egli è pronto a solidarizzare con la propria veste di cliente, ed è ostinatamente convinto della facciata della società, quale gli si presenta ghignante sulle copertine dei rotocalchi”. La musica come svago è, a parere di Adorno, il sintomo di un peggioramento della musica nella società contemporanea, sempre meno trattata e considerata come una forma d’arte. L’esperienza artistica – sostiene Adorno in Teoria estetica - è autonoma solo quando rigetta il “gusto del godimento”. Nei confronti dell’arte si provava ammirazione, senza che questo fosse un rapporto di incorporazione. L’ascoltatore doveva, piuttosto, scomparire nella forma d’arte, in quanto oggettiva. “Il concetto di godimento artistico è stato un cattivo compromesso tra l’essenza sociale e l’essenza antitetica alla società dell’opera d’arte. Essendo già inutile ai fini dell’autoconservazione (a società borghese non glielo perdonerà mai del tutto), l’arte deve almeno affermarsi per una sorta di valore d’uso che sarebbe modellato sul piacere dei sensi”.

La società incoraggia questa forma di passività, perpetrando tale istupidimento culturale con ogni mezzo in loro possesso. Grazie a tale processo, si avranno dei consumatori sempre pronti a spendere e veicolati verso una scelta, senza ribellarsi a quello che viene loro imposto. Tale forma di annebbiamento viene, secondo Adorno, condotto proprio attraverso la musica leggera, causando quel processo di pseudoindividualizzazione (di cui si è parlato in precedenza) che porta l’ascoltatore ad un’obbedienza cieca nei confronti di quello che ascolta, credendo non solo di scegliere ma anche di ascoltare qualcosa di nuovo, anziché “consumare prodotto già digeriti a dovere”. Le canzoni di successo sono quindi costruite a tavolino, senza che il gusto personale dell’ascoltatore abbia il minimo peso. Questi si limita ad accettare quello che gli viene propinato, senza rendersi conto pienamente di quello che ascolta.

Se il sesto tipo di ascoltatore, attualmente il più diffuso, è alla mercé della sete consumistica che provoca l’industria musicale e culturale, il settimo tipo è del tutto disinteressato nei confronti della musica, tanto che Adorno lo identifica con l’ascoltatore indifferente, non musicale e antimusicale. Appartengono alla categoria quelle persone che non nutrono alcun interesse nei confronti della musica e che non hanno alcuna predisposizione alla musica. Sono del tutto indifferenti ad essa, probabilmente a causa di un’educazione troppo rigidi, ipotizza Adorno, e dei padri troppo severi, che hanno reso i figli incapaci di leggere la musica e di ricevere un’educazione musicale. Quest’autorità così rigida li ha resi totalmente insensibili non solo nei confronti della musica, ma dell’arte in generale. Così facendo, li ha disumanizzati, desensibilizzati alla bellezza. Ma è una categoria, questa, che non è stata analizzata socialmente e da cui “ci sarebbe molto da imparare”, a parere dello stesso Adorno.

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno.

Riferimenti bibliografici

Adorno T.W., M. Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1971, pp.192-193.

Adorno T.W., Il carattere di feticcio in musica in Dissonanze, Feltrinelli, Milano 1990.

Adorno T.W., Introduzione alla sociologia della musica, introduzione di Luigi Rognoni, Einaudi, Torino 2002.

Adorno T.W., Teoria estetica, Einaudi, Torino 2009.

Diodato R., Relazione, sistema, virtualità. Prospettive dell’esperienza estetica, in “Studi di estetica”, n.1-2, 2014, pp.85-103.

Mann T., Romanzo di un romanzo. La genesi del Doctor Faustus, in Scritti minori, Mondadori, Milano 1958.

Serravezza A., Musica, filosofia e società in Th. W. Adorno, Dedalo Libri, Roma 1993.

Vercellone F., Dopo la morte dell’arte, Il Mulino, Bologna 2013.


La sicurezza del carapace, secondo Lisa Ginzburg

Cara Pace di Lisa Ginzburg - recensione

Cara pace.

O carapace come la corazza della tartaruga 

Quella che si mette addosso Maddalena per tutta la vita, da quando Gloria lascia lei, la sorella Nina e il padre perché non è in grado di essere una madre di famiglia.

Maddalena è la più grande, la sorella maggiore. Racconta la storia di questa famiglia anomala persino per il mondo di oggi dove esistono famiglie di tutti i tipi, figuriamoci negli anni in cui si svolge la vicenda. Non vengono mai dichiarati ma quando è bambina ci sono le lire. Quando si racconta adulta ha ormai una famiglia con due figli adolescenti. 

Non era di sicuro la soluzione ideale di un giudice non affidare due figlie a nessun genitore ma farle diventare le padrone della loro casa, sotto la responsabilità di una tata, il padre ospite e la madre interdetta dall'accesso all'intimità delle pareti domestiche con la sua prole.

Non solo non entrerà mai nella casa delle figlie. Loro entreranno nella sua il giorno del suo funerale e mai più.

Maddalena racconta in prima persona. Racconta gli altri, perché lei scompare. Per molto tempo, persino da adulta, c'è Nina, c'è l'inadeguatezza del padre, c'è la tata, c'è l'assenza molto pesante della madre.

Lei non c'è. Non c'è nemmeno quando racconta la sua vita lontana da Roma dove è cresciuta con la sorella, si vede suo marito, si vede la sua famiglia, ma sia sorella, la minore, è sempre al centro.

Maddalena si protegge con un carapace emotivo, cerca una pace che non c'è. Per una vita assiste.

Ha un unico guizzo in cui è presente. Alla fine del romanzo. 

E alla fine del romanzo c'è l'inizio della storia, quella che sarebbe stato bello sentire.

Invece no.

Il romanzo di Lisa Ginzburg lascia un po' a metà. Sono belli i personaggi guardati dalla voce di Maddalena, sono a loro modo riconoscibili, caratteri osservati tanto, minuziosamente.

È bello il racconto dell'infanzia visto da fuori, come se Maddalena fosse lì solo per caso.

Ma manca Maddalena. Si protegge per tutto il tempo anche agli occhi del lettore. Non si fida nemmeno di lui.

È da leggere? Di sicuro, perché oltre a bei personaggi c'è una buona scrittura. Con una costruzione magari un po' insolita, che sa di vecchio, ma un vecchio rassicurante. 

Per esempio io l’ho scelto leggendo un estratto e ho deciso che volevo sapere come andasse avanti, dove sarebbe andato a parare.

Il racconto dell’infanzia delle due bambine in cui una è presente e l’altra scompare, come se essendo la più grande dovesse caricarsi di tutti, fa venire voglia di continuare.

Ma quando continua, quando le due sorelle crescono, allora si perde un po’. Le due vite slegate smettono di essere così trascinanti, e improvvisamente ci si chiede ‘Maddalena, ma tu esisti ancora?’.

Non basta la ricomparsa alla fine. Lascia un senso di incompiuto, insieme alla speranza che in qualche modo Maddalena ricompaia altrove, che magari sia solo un primo atto.

Non so se sia davvero un romanzo da Premio Strega. 

È intimo, molto più che intimista. A mio parere, uno Strega dovrebbe essere un romanzo che esce dall'intimità e avvolge con una storia universale.

Di universale per me qui c'è poco. 

Non significa però che non meriti un posto in libreria.

Cara pace Lisa Ginzburg Ponte alle Grazie
La copertina del romanzo Cara pace di Lisa Ginzburg, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Cara pace di Lisa Ginzburg è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


uomo ambiguo razionalità mondo animale

L'uomo, un essere ambiguo sul filo della razionalità

Dacché è in vita, l’uomo è un essere assolutamente ambiguo, ibrido, duplice: vive entro una contraddizione che gli è essenziale, in una posizione in bilico tra il mondo animale, caratterizzato da istinti e bisogni fisiologici, e quello razionale.

Martin Heidegger (10 May 1960). Dettaglio della foto "W 134 Nr. 060678d - Hausen: Festakt, in der Reihe, Kultusminister Storz, Prof. Heidegger, Dichtel". Additional reference : Teilbestand W 134 (Neg. BaWü), Teil 1 - Fotosammlung Willy Pragher: Filmnegative Baden-Württemberg, Teil 1. Foto di  Willy Pragher, fonte Landesarchiv Baden-Württenberg, CC BY-SA 3.0

Nella sua opera più celebre, Essere e tempo, Martin Heidegger menziona un racconto attribuito ad Igino (il n. 220 delle Fabulae, rintracciato dal filosofo all’interno del saggio di Konrad Burdach, Faust und die Sorge), considerandolo come una forma di auto-interpretazione preontologica dell’uomo, in grado di descriverne la natura ambivalente. Secondo il racconto, l’uomo sarebbe stato originariamente plasmato dalla Cura utilizzando del fango cretoso, al quale successivamente Giove infuse lo spirito, dando origine ad un essere composto da Terra e Cielo. Si creò così una diatriba tra Cura, Giove e Terra riguardo il nome da attribuire all’essere appena plasmato, ognuno rivendicando il proprio diritto di definirlo, rendendo dunque necessario l’intervento di Saturno. Quest’ultimo, interpellato per giudicare la vicenda, propose un compromesso fra i contendenti:

«Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fintanto che esso vivrà lo possiede la Cura. Poiché però la controversia riguarda il suo nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)»

(M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2015, p. 241)

Il racconto, evidenza Heidegger, propone la concezione dell’uomo come un compositum di corpo (terra) e spirito: Terra, ovvero umanità finita, limitata, determinata dalla costante possibilità di perire, e Cielo, ossia principio divino, ragione, capacità dell’uomo di trascendere se stesso e le condizioni determinate in cui si trova. Un compositum, tuttavia, completamente assoggettato in vita alla Cura, termine che secondo il filosofo tedesco delinea un concetto esistenziale, il cui significato originario oscilla tra quello di “pena angosciosa”, “preoccupazione”, “affanno” e quello di “premura”, “devozione”.

Sempre in riferimento al racconto appena citato, recuperando il significato originario di Cura, Giuseppe Semerari definisce l’uomo come un essere connotato da insecuritas: un essere insicuro, non-senza-cura, laddove per cura s’intende preoccupazione, ansia, inquietudine, pensiero angustiante e perturbante; elementi che ineriscono essenzialmente, costitutivamente, all’uomo in quanto animale fragile. Afferma Semerari:

«L’uomo nasce dalle mani della Cura ed è da essa governato sino alla fine del suo esistere. L’uomo, in quanto non-può-essere-senza-cura, è insicuro e lo è in modo essenziale

(G. Semerari, Insecuritas. Tecniche e paradigmi di salvezza, Spirali edizioni, Milano 1982, p. 8)

In particolare, Semerari evidenzia come l’insecuritas esistenziale umana sia legata alla perenne condizione di incertezza dell’uomo, costantemente minacciato da tre direzioni: dal suo stesso corpo, inevitabilmente esposto a rischi di malattie e di disfacimento totale; dalla natura, che è in grado di manifestare una potenza tale da minacciare costantemente di annientare l’uomo stesso; dagli altri uomini, a causa dell’istinto di sopraffare, dominare, opprimere l’altro, per cui lupus est homo homini. Cosicché l’uomo appare come un essere deficitario, non autosufficiente: un animale che non possiede i mezzi per sussistere autonomamente e che non è naturalmente adattato ad uno specifico ambiente, dipendendo, dunque, della cooperazione con altri uomini al fine di un benessere collettivo, nonché da quelle che Semerari definisce “tecniche di rassicuramento” (Ivi, p. 9).

Replica della statua di Immanuel Kant a Kaliningrad/Königsberg (l'originale di Christian Daniel Rauch, risalente al 1864, fu distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale). Foto di AndreasToerl~commonswikiCC BY-SA 2.5

Parallelamente, lo stesso Immanuel Kant nella Metodologia del giudizio teleologico evidenzia come, nei confronti dell’uomo, “la natura è tanto lungi dall’averlo adottato come il suo particolare favorito” (I. Kant, Critica del Giudizio, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 545). L’individuo umano, continua Kant, è difatti soggetto a peste, fame, freddo, nonché alle contraddizioni delle disposizioni naturali, per le quali “si adopera tanto per la rovina della propria specie” (Ivi, p. 547).

Ancor prima, all’interno dei suoi Pensieri, Blaise Pascal descriveva la fragile natura dell’uomo, definendo notoriamente quest’ultimo come una canna pensante:

«L'uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che l’universo intero s’armi per schiacciarlo. Un vapore, una goccia d’acqua, basta ad ucciderlo. Ma se pure l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancora più nobile di ciò che lo uccide, perché egli sa che muore; e del vantaggio che l’universo ha su di lui, l’universo non sa nulla.»

(B. Pascal, Pensieri, Rusconi, Ariccia 2019, p. 138)

La posizione dell’uomo nella natura si presenta come paradossale: da un lato è un nulla dinanzi all’immensità dell’universo, un universo che lo sovrasta continuamente, abbandonandolo ad un perenne stato di inquiétude e inconstance.  D’altro lato, tuttavia, tale gracile animale possiede la facoltà razionale, per mezzo della quale si differenzia dalla natura inanimata e ciecamente determinata, permettendo la proposizione di scopi e fini che trascendono il mero meccanicismo.

«L’uomo conosce di esser miserabile. Il che vuol pur dire che è miserabile; ma egli è pur grande, poiché conosce il suo stato […] io non posso concepir l’uomo senza pensiero: sarebbe una pietra o un bruto. È dunque il pensiero che costituisce l’essere dell’uomo, e senza, non lo si può concepire.»

(Ivi, p. 137)

Analogamente, Kant difende la posizione esclusiva dell’uomo nella natura, descrivendolo come “l’unico essere che sulla terra abbia un’intelligenza e quindi una facoltà di porsi volontariamente degli scopi” (I. Kant, Critica del Giudizio, cit., p. 547).

Sia Pascal che Kant rimandano dunque alla dimensione pratica: il primo asserisce che, come uomini, dobbiamo lavorare a pensare bene, e tale compito è principio della stessa morale, nonché dignità e merito dell’uomo stesso. Il secondo, invece, identifica nell’uomo morale la possibilità di un Übergang (attraversamento/superamento) tra il mondo fenomenico della natura e quello noumenico sovrasensibile. Proprio in virtù della libertà, ratio essendi della legge morale, tale essere è in grado di proporsi fini arbitrari ed è pertanto capace di autodeterminarsi, permettendo così il passaggio dall’ordine deterministico della natura a quello libero della morale.

Grazie alla possibilità di emanciparsi da una dimensione meramente animale ed etero-diretta, caratterizzata dalla perenne necessità, da impulsi e bisogni prettamente organici, l’homo noumenon, secondo Kant, può pertanto essere legittimamente considerato come il fine ultimo (Endzweck) della natura.

«Ora noi non abbiamo nel mondo se non un’unica specie di essere, la cui causalità sia teleologica, cioè diretta a scopi […] L’essere di questa specie è l’uomo, ma considerato come noumeno; è l’unico essere della natura in cui possiamo riconoscere, come suo carattere proprio, una facoltà soprasensibile (la libertà) ed anche la legge della causalità e l’oggetto di questa che egli si può proporre come fine supremo (il sommo bene nel mondo).»

(Ivi, p. 555)

In bilico tra Terra e Cielo e caratterizzato dalla propria costitutiva insecuritas, per la quale è solo un misero punto nell’immensità dell’universo, l’uomo è pur sempre capace di un contro-movimento: è una canna pensante, ed è libera.

uomo ambiguo razionalità mondo animale
Foto di MellaViews

Riferimenti bibliografici:

Martin Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2015.

Immanuel Kant, Critica del Giudizio, Laterza, Roma-Bari 1997.

Blaise Pascal, Pensieri, Rusconi, Ariccia 2019.

Giuseppe Semerari, Insecuritas. Tecniche e paradigmi di salvezza, Spirali edizioni, Milano 1982.


Nadia Fusini Shakespeare

A lezione da Shakespeare: Giulietta e Cleopatra insegnano l’amore

Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre - recensione

Cosa insegna la letteratura? Davvero i grandi autori del passato riescono a parlarci attraverso i secoli per consegnarci lezioni preziose e tuttora valide? Chi ama le pagine dei classici non può avere dubbi: sì, quei racconti che di generazione in generazione ci tramandiamo, quei libri che ci hanno appassionato e che con emozione regaliamo a chi saprà coglierne il segreto, quelle parole che sotto le ceneri dell’antico continuano instancabilmente ad ardere sono scrigni magici in grado di dischiudere orizzonti.

«Shakespeare non vuole insegnare, non l’ha mai voluto fare», avverte Nadia Fusini in Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, saggio denso e avvincente recentemente pubblicato da Einaudi. Con la leggiadria e l’arguzia che caratterizzano la sua penna, la studiosa spiega che il drammaturgo non interferisce mai con l’azione dispensando commenti o giudizi, ma lascia che siano i personaggi stessi a farsi portavoce della Weltanschauung dell’autore e a incarnare così la visione dialettica che Shakespeare ha del mondo.

Ecco perché leggere le pagine del Bardo, assistere ai suoi plays significa assorbire nel respiro gli insegnamenti sulla vita di cui le sue opere sono pregni. Tuttavia, non si tratta mai di forme sterili di indottrinamento o erudizione, ma di un’energia vibrante che dalla sua parola poetica si propaga e che con slancio ci investe e ci travolge. E noi lettori, noi spettatori, volentieri pronunciamo il nostro sì a questo patto che da secoli si rinnova, come se fossimo stregati da uno degli incantesimi di Oberon, come se fossimo noi i destinatari dei sortilegi irriverenti di Puck – e questa magia porta il nome, e con sé il mistero, del teatro e dell’amore.

Proprio alle intermittenze del cuore, rese immortali dalle protagoniste shakespeariane, è dedicato il nuovo approdo della ricerca inesausta di Nadia Fusini. Il suo sguardo, incessantemente rivolto all’universo femminile, si posa in particolare sulla capacità che hanno le eroine di rappresentare le ambiguità che l’amore sottende e i conflitti che immancabilmente scatena, sino agli esiti tragici dalle altezze vertiginose o alle riconciliazioni che la commedia consente. Che siano sacerdotesse di purezza, innocenza e giovinezza, come Desdemona e Giulietta, o navigate seduttrici come la lussuriosa Cleopatra, le donne dell’universo visionario di Shakespeare sono iniziatrici, introducono il loro uomo a un’esperienza d’amore totalizzante che, se non può farsi corpo, risuona nella potenza evocativa e immaginifica della parola. L’eros si riappropria cioè della sua verità nella finzione del palcoscenico, il godimento accade perché viene pronunciato, nel tripudio della lingua che si prende la sua rivincita sui vincoli sociali e fa breccia nel cuore della modernità.

È vero, oggi avvertiamo in maniera netta la distanza incolmabile che ci separa dal contesto storico-culturale del teatro elisabettiano e giacomiano e ricusiamo energicamente alcuni retaggi ormai per fortuna superati, eppure siamo consapevoli di essere eredi dell’immaginario shakespeariano, perché i suoi personaggi, compiutamente costruiti e immediatamente riconoscibili, contribuiscono a definire la nostra identità collettiva, continuano a essere per noi dei punti di riferimento e a determinare la nostra capacità di orientarci nella giungla del sentire. Nonostante Shakespeare ci porga una bussola dal valore inestimabile, però, non manchiamo di essere facili prede del tormento dell’amore e delle sue imprevedibili insidie.

Conclude a tal proposito Nadia Fusini: «Ecco la questione che alla fine di questo libro lascio in eredità a chi legge. Questione etica, che chiama in causa il senso della letteratura, il suo valore. Questione che la letteratura custodisce e conserva in tutto il suo peso e la sua leggerezza, restituendo a noi che leggiamo e viviamo la complessità di un’esperienza necessaria, irrinunciabile. La profonda gratitudine per tale funzione, e servizio che presta alla conoscenza e alla vita stessa, è quel che sostiene e motiva la mia passione per la letteratura». Catturare il segreto dell’amore, come fa Shakespeare attraverso le sue maestre d’amore, significa riconoscerne e accoglierne l’indecifrabile mistero: l’altissimo compito della letteratura consiste proprio nel tramandarne i contrasti e le contraddizioni, e insieme la meraviglia.

Nadia Fusini Maestre amore Shakespeare
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, è stato pubblicato da Giulio Einaudi editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Warsaw Mummy Project mummia egizia feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

L’avanzamento scientifico delle tecniche di analisi su individui mummificati artificialmente sta consentendo al Warsaw Mummy Project di rilevare notevoli informazioni sui e dai defunti conservati nel Museo Nazionale di Varsavia. Infatti, lo studio sulla collezione di mummie egizie del Museo non si è spinto ad una approfondita analisi sui resti umani fino al 2015, anno in cui il progetto ha implementato le sue ricerche oltre lo studio dei materiali fino a studi antropologici.

Warsaw Mummy Project
Analisi radiologiche condotte sulla mummia. Foto Aleksander Leydo/Warsaw Mummy Project

L’ultima scoperta riguarda la presenza di un feto in una mummia dell’élite tebana, rilevato grazie ad analisi radiologiche sul corpo materno, questa rappresenta un unicum nelle ricerche archeo-antropologiche.

Tale nuova individuazione sarà fondamentale per gli specialisti al fine di ricostruire l’ambito, tutt’oggi poco conosciuto, della gravidanza nei tempi antichi, oltre a poter fornire informazioni sulle usanze funerarie egizie e sull’interpretazione della gravidanza nell’antica religione egizia.

Warsaw Mummy Project
Sarcofago e Mummia del caso studio. Foto National Museum in Warsaw and Warsaw Mummy Project

La presenza del feto ha dato una completa reinterpretazione di questa mummia, deceduta tra i 20 e i 30 anni e tra la 26° e la 30° settimana di gravidanza. Infatti, il sarcofago contenente questo individuo conservato in un cartonnage, acquistato da Jan Wezyk-Rudzki e donato all’Università di Varsavia nel 1826, fu realizzato per un sacerdote tebano di nome Hor-Djehuty nel I secolo a.C.

Warsaw Mummy Project
Sarcofago della mummia analizzata. Foto (c) B. Bajerski/Muzeum Narodowe w Warszawie

Inoltre, il luogo del suo ritrovamento rimane incerto, Wezyk-Rudzki scrisse nei suoi appunti che la mummia fu ritrovata in una delle tombe reali di Tebe. In realtà, ciò non può essere comprovato, potrebbe trattarsi di un dato ideato con il fine di aumentare il prezzo d’acquisto della mummia.

Certamente la donna doveva far parte della nobiltà tebana, in quanto la sua imbalsamazione fu effettuata da esperti con estrema cura e materiali di alta qualità. Inoltre, era dotata di un ricco corredo di amuleti e si ipotizza fossero presenti altri reperti purtroppo depredati dagli antiquari nel diciannovesimo secolo.

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Dettaglio del bendaggio e della struttura scheletrica della mummia. Foto Warsaw Mummy Project

I risultati delle indagini in corso sono stati pubblicati sul Journal of Archaeological Science.

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