convegno Romulus

Il convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma

Il convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma (Ariccia, 3-5 giugno 2021)

Nelle giornate del 3, 4 e 5 giugno, ai Castelli Romani, nel comune di Ariccia, si è tenuto un convegno, organizzato dal Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” e dall’Associazione Calliope, riguardo Romolo, il leggendario fondatore di Roma.

L’iniziativa nasce a seguito del ritorno al centro del dibattito culturale italiano della figura del primo re della Città Eterna, un ritorno dovuto al successo di film e serie televisive a lui dedicate come a discusse (ri)scoperte archeologiche nel foro di Roma che al fondatore sono state associate. Nell’arco dei tre giorni, si sono susseguiti innumerevoli interventi mirati a districare il complesso profilo di Romolo, personalità che, nella memoria collettiva, rinvia a una dimensione sospesa, mitica, a cavallo tra leggenda e realtà. L’approccio è stato di natura pluridisciplinare.

Gli interventi, infatti, hanno toccato diverse tematiche, intrecciando la storia delle religioni, la storia antica, l’urbanistica, l’archeologia, l’antropologia e il diritto. Gli oratori sono accorsi da molteplici università italiane ed estere, creando un clima internazionale. Sono stati in grado di fornire un quadro dettagliato e puntuale concernente Romolo, non tralasciando i contesti di produzione delle storie a lui inerenti e lo spazio e il tempo in cui queste narrazioni venivano raccontate.

L’intento, prefissatosi dagli organizzatori, è riuscito alla perfezione, ed è stato impossibile non avvertire il trasporto verso una Roma arcaica, per certi versi memore di una dimensione quasi onirica. A differenza di altri simposi, i quali sono indirizzati unicamente al mondo accademico, la grande novità, che novità non è per il Museo delle Religioni, è stata quella di coinvolgere anche chi non appartiene a tale ambiente e dare spazio a momenti di carattere differente, come la presentazione della saga di romanzi, edita dalla “Mondadori”, concernente la storia dei re di Roma.

Le discussioni sono state spesso vivaci, i dibattiti coinvolgenti e appassionati. Nel complesso è stata un’occasione unica di confronto e crescita intellettuale e un grande esempio per la cultura che cerca di riprendere i suoi spazi, sottratti dalla situazione pandemica. Nelle norme vigenti per la questione sanitaria, nel rispetto della parità dei sessi, molte sono state infatti le studiose che hanno partecipato alle giornate, si è creata un’occasione di alto livello culturale e al tempo stesso conviviale.

convegno Romulus
Il convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma (Ariccia, 3-5 giugno 2021). Si ringrazia il Direttore del Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”, Igor Baglioni, per questa foto che lo ritrae

Era possibile, infatti, per chi lo desiderasse, consumare il pranzo e la cena con i relatori del convegno, usufruendo di convenzioni gentilmente proposte dalla struttura alberghiera ospitante l’evento. Tutto si è svolto all’aria aperta, sotto un gazebo immerso nel verde della bellissima Villa Aricia. Grazie all’impeccabile programmazione dell’Associazione Calliope sono state organizzate, al termine delle giornate del convegno, delle escursioni nel circondario, col fine di rendere vivida l’esperienza narrata durante gli interventi e di far conoscere la corona meravigliosa in cui si sono incastonati. Gli ospiti si sono recati al palazzo Sforza-Casarini a Genzano, in cui è al momento allestita una mostra di quadri, dal titolo “Idoli”, del maestro Massimo Pennacchini, la quale rimarrà in esposizione fino al 18 luglio. Un’altra escursione si è tenuta nel comune di Albano Laziale, in cui sono state visitate le Cisternoni, cisterne romane uniche nel loro genere, e il sito archeologico dell’Anfiteatro.

È stata un’esperienza veramente speciale, che ha dato la possibilità di conoscere un territorio, quello dei Castelli Romani, meraviglioso, ma che purtroppo per ragioni di notorietà viene sovente offuscato dall’imponente città di Roma. Un’esperienza che si potrà ripetere a breve. Infatti, nonostante che le giornate dedicate a Romolo siano terminate, le occasioni all’insegna della cultura continueranno per tutta l’estate. Consiglio vivamente la partecipazione ai successivi appuntamenti in programma. Per luglio sono previsti due momenti d’incontro. Il primo si terrà a Nemi dal 7 al 10 luglio: “Animali, Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba”. Il secondo dal 30 al 31 luglio si svolgerà a Genzano di Roma: “Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”.

convegno Romulus
La copertina del convegno Romulus. Dio, Re, Fondatore di Roma (Ariccia, 3-5 giugno 2021)

 

Jacques-Louis David, Le Sabine (1794-1799), olio su tela (385×522 cm), Musée du Louvre. Foto di Mbzt, CC BY-SA 4.0

Neanderthal Nesher Shamra Israele fossili

Ritrovati nuovi fossili di Neanderthal in Israele: l’Oriente era così “vicino” anche per i nostri antenati?

Ritrovati nuovi fossili di Neanderthal in Israele: l’Oriente era così “vicino” anche per i nostri antenati?

Il recente ritrovamento di resti fossili nel sito israeliano di Nesher Ramla, riconducibili a un possibile antenato dei Neanderthal, porta alla luce il ruolo di popolazioni del Vicino Oriente nell’evoluzione di questa forma umana estinta. Lo studio, che ha visto la partecipazione di ricercatori del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza Università di Roma e del Museo di Storia Naturale dell'Università di Firenze, è stato pubblicato sulla rivista Science, che gli ha anche dedicato la copertina.

Il ritrovamento di resti fossili di Neanderthal a Nesher Ramla, Israele

I Neanderthal sono la specie umana estinta che conosciamo meglio. Si è sempre pensato che la loro evoluzione fosse del tutto endogena, avvenuta interamente in Europa a partire da popolazioni del Pleistocene Medio, e che solo in seguito abbia previsto ondate di diffusione verso l'Asia.

Oggi un nuovo studio internazionale, che ha visto la collaborazione anche di ricercatori del Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, mostra come le cose potrebbero essere state, in realtà, molto più complesse.

Il recente ritrovamento di fossili umani nel sito del Paleolitico medio di Nesher Ramla, in Israele, suggerisce infatti che il processo evolutivo potrebbe essere avvenuto con il contributo di popolazioni umane vissute al di là del Mediterraneo e, nello specifico, che siano quelle del Vicino Oriente ad aver avuto un ruolo importante.

Seppur frammentari, i fossili di Nesher Ramla – rappresentati da porzioni del cranio, da una mandibola e alcuni denti, tutti databili tra 140 e 120 mila anni fa – mostrano una combinazione unica di caratteristiche neandertaliane e tratti più arcaici.

"È questa la conferma – spiega Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza Università di Roma, che ha partecipato allo studio – che le popolazioni umane del Pleistocene Medio sono andate incontro a fenomeni evolutivi “a mosaico”, che hanno fatto emergere le caratteristiche tipiche dei Neanderthal, come anche quelle di noi Homo sapiens. È ciò che osserviamo anche in Italia con lo scheletro della grotta di Lamalunga, vicino Altamura, nel quale tutte le analisi che abbiamo potuto condurre finora mostrano un sorta di blend evolutivo."

I Neanderthal sono noti alla paleoantropologia sin dalla metà del XIX secolo, quando venne rinvenuto il primo scheletro; successivamente, le scoperte e le ricerche riguardanti questa umanità estinta si sono molto sviluppate, tanto che oggi conosciamo bene i Neanderthal e la loro storia, ne ricostruiamo la morfologia e i comportamenti, come pure la genetica, tanto da individuare una piccola frazione del loro DNA ancora presente nel genoma delle popolazioni umane moderne. Il recente rinvenimento di nuovi reperti fossili nella Grotta Guattari al Monte Circeo, 80 anni dopo la scoperta di uno dei crani più rappresentativi della preistoria europea, ha riacceso ultimamente anche in Italia l’interesse per questa umanità proveniente da una remota preistoria.

Neanderthal Nesher Ramla Israele fossili
Il ritrovamento di resti fossili di Neanderthal a Nesher Ramla, Israele

"Con i nuovi fossili israeliani, sappiamo che la storia potrebbe essere stata anche più complessa e non solo confinata all'Europa – aggiunge Fabio Di Vincenzo, oggi Curatore della sezione di antropologia del Museo di Storia naturale di Firenze, anche lui tra gli autori del nuovo studio. – "La geografia dell’area Mediterranea, con la sua eterogeneità ambientale durante il Pleistocene, ha necessariamente svoto un ruolo chiave nel plasmare le caratteristiche dei Neanderthal da un capo all’altro del continente, includendo anche le regioni balcaniche e le limitrofe aree asiatiche".

Neanderthal Nesher Ramla Israele fossili
Il ritrovamento di resti fossili di Neanderthal a Nesher Ramla, Israele

I nuovi reperti sono stati studiati con sofisticate tecniche digitali che hanno permesso di svelare le caratteristiche più nascoste e informative dell’anatomia cerebrale dei resti fossili e dei denti di Nesher Ramla. "Tali metodologie di antropologia virtuale – sottolinea Antonio Profico, attualmente ricercatore Marie Sklodowska Curie all’Università di York – rappresentano il nuovo standard della ricerca antropologica e il loro utilizzo sempre più diffuso sta aprendo nuovi e inediti orizzonti per lo studio dell’evoluzione umana."

Riferimenti:

A Middle Pleistocene Homo from Nesher Ramla, Israel - Israel Hershkovitz, Hila May, Rachel Sarig, Ariel Pokhojaev, Dominique Grimaud-Hervé, Emiliano Bruner, Cinzia Fornai, Rolf Quam, Juan Luis Arsuaga, Viktoria A. Krenn, Maria Martinón-Torres, José María Bermúdez de Castro, Laura Martín-Francés, Viviane Slon, Lou Albessard-Ball, Amélie Vialet, Tim Schüler, Giorgio Manzi, Antonio Profico, Fabio Di Vincenzo, Gerhard W. Weber, Yossi Zaidner - Science 2021 DOI: 10.1126/science.abh3169

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Rimpatriati dal Belgio 782 reperti, il più grande recupero archeologico per la Puglia

Rimpatriato dal Belgio un tesoro archeologico di quasi 800 pezzi - È il più grande recupero per la Puglia, fra i più importanti a livello nazionale

Dopo lunghe e articolate indagini estese a livello internazionale, un’intera raccolta archeologica costituita da pezzi di eccezionale rarità e inestimabile valore è stata riportata dal Belgio in Italia dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Bari, coordinati dalla Procura della Repubblica di Foggia, e con il determinante contributo di EUROJUST.

Le indagini, avviate nel 2017 a seguito di una segnalazione del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Barletta, Trani e Foggia, hanno consentito di individuare, nella disponibilità di un facoltoso collezionista belga, una stele daunia dalle peculiarità decorative tipiche dell’area archeologica di Salapia, agro del Comune di Cerignola (FG), pubblicata sul catalogo realizzato in occasione della mostra intitolata “L’arte dei popoli italici dal 3000 al 300 a.C.”, tenutasi dal 6 novembre 1993 al 13 febbraio 1994 presso il Museo Rath di Ginevra (Svizzera), e su quello dell’esposizione che ha avuto luogo presso il Museo Mona-Bismarck Foundation di Parigi (Francia) dal 1° marzo al 30 aprile 1994.

recupero archeologico 782 Belgio Puglia 1recupero archeologico 782 Belgio Puglia 1

Il reperto appariva incompleto nella parte centrale, mancante in particolare di un’iscrizione decorativa corrispondente a un frammento custodito presso il Museo Archeologico di Trinitapoli (BAT) che, secondo l’intuizione di un funzionario del Laboratorio di Restauro, completava il disegno del margine inferiore dello scudo e la parte superiore del guerriero a cavallo, raffigurati nell’antico manufatto.

I successivi accertamenti effettuati in Svizzera tramite il servizio INTERPOL, finalizzati all’identificazione del detentore del bene d’arte di provenienza pugliese, e gli elementi investigativi raccolti sul potenziale possesso di ulteriori reperti ceramici di interesse storico-artistico trafugati da corredi funerari di tombe scavate clandestinamente in territorio apulo, hanno portato i Carabinieri del Nucleo TPC di Bari ad avanzare, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, la richiesta di emissione di un Ordine Europeo di Indagine (OEI) per la ricerca e il sequestro di ulteriori beni archeologici di provenienza italiana potenzialmente nella disponibilità del collezionista in Belgio. Egli risultava tra l’altro fra i partecipanti ad alcuni convegni sulla Magna Grecia nell’ambito di una rassegna annuale che si svolge a Taranto e alla quale partecipano numerosi collezionisti e studiosi. Nel dicembre 2018 la Procura della Repubblica di Foggia ha emesso l’OEI, poi eseguito dalla Polizia Federale belga con la partecipazione di militari del Nucleo TPC di Bari, che hanno individuato la stele daunia presso l’abitazione del collezionista in un comune della provincia di Anversa, verificando che il frammento conservato presso il Museo di Trinitapoli era perfettamente sovrapponibile e completava la parte mancante del disegno della stele.

Il più grande recupero di patrimonio archeologico per la Puglia, rimpatriati 782 reperti dal Belgio

Nel corso della perquisizione è stato recuperato un vero e proprio “tesoro archeologico”, costituito da centinaia di reperti in ceramica figurata apula e altre stele daunie, tutte illecitamente esportate dall’Italia, che sono state quindi sottoposte a sequestro in Belgio. La conseguente richiesta dell’Autorità Giudiziaria italiana, volta a ottenere il mantenimento del sequestro e il trasferimento dei beni in Italia per gli esami scientifici e tecnici da parte del personale specializzato, è stata accolta dall’Autorità Giudiziaria estera, diventando oggetto di ripetuti ricorsi da parte dall’indagato belga (tutti nel tempo respinti).

Il successo della presente operazione rappresenta il frutto di una sinergica ed unitaria azione che ha visto quali protagonisti decisivi i magistrati italiani e belgi in servizio presso EUROJUST, nella preziosa funzione di coordinamento della cooperazione internazionale e ausilio nella interlocuzione tra Autorità Giudiziaria italiana ed Autorità Giudiziaria belga.

L’esame tecnico effettuato in Belgio dal consulente archeologo italiano ha evidenziato l’autenticità e il valore storico-culturale dei 782 reperti archeologici trovati nella disponibilità dell’indagato, tutti provenienti dalla Puglia.

Figurano fra questi un numero elevato di vasi apuli a figure rosse, anfore, ceramiche a vernice nera, ceramiche indigene e attiche, a decorazione dipinta geometrica e figurata, stele figurate in pietra calcarea dell’antica Daunia, oltre a numerosissime terrecotte figurate c.d. tanagrine, testine fittili, statuette alate, ecc. Si tratta di beni nazionali databili tra il VI e il III secolo a.C., tutelati ai sensi del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, di un valore commerciale pari a circa 11 milioni di euro, depredati e smembrati dai contesti originari, ora rimpatriati.

Bari, 21 giugno 2021

Testo, video e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Religione e ribellione, il ritorno dell'Outsider di Colin Wilson

Carbonio Editore continua a sorprendere la sua cerchia di lettori con nuove opere fondamentali, tra queste impossibile non segnalare Religione e ribellione di Colin Wilson. Avevamo già incontrato l'autore britannico tramite l'analisi delle sue opere narrative, ma in questo caso siamo al cospetto di un opus saggistico-visionario di rara potenza, il sequel del famoso The Outsider. Religione e Ribellione infatti è il secondo titolo che compone il ciclo dell'Outsider, espande la coscienza dei lettori e riscrive la figura dell'Outsider in chiave salvifica e non solo anarchica e marginale.

Wilson trova lacune logiche nell'Esistenzialismo filosofico del suo tempo, teorizza infatti che l'umanità non può sopravvivere nelle epoche future senza una nuova religione capace di rispondere ai quesiti più profondi dell'esistenza. Religione e ribellione è anche una summa immaginifica e letteraria, filosofica, che analizza il panorama cognitivo dei pensatori otto/novecenteschi (e anteriori). Un vero catalogo di profeti ed esegeti del viaggio che l'uomo deve compiere oltre il reale per avvicinarsi alle istanze che detengono la verità. Colin Wilson continua la sua codificazione dell'outsider tra esperienze mistiche, poetiche, antimoderne e visionarie, portando l'umanità sull'abisso salvifico di una Nuova Religione.

Religione e ribellione Colin Wilson
La copertina del saggio di Colin Wilson, Religione e ribellione, pubblicato da Carbonio Editore (2021) con traduzione di Nicola Manuppelli nella collana Zolle

La creazione di una religione non può passare senza i contributi di personaggi come Jacob Böhme, Nicholas Ferrar, Blaise Pascal, Emanuel Swedenborg, William Law, John Henry Newman, Søren Aabye Kierkegaard, Bernard Shaw, Ludwig Wittgenstein e Alfred North Whitehead (ad ognuno è dedicato un capitolo del saggio). Interessante l'esclusione di figure femminili, forse l'Outsider si aggancia troppo all'archetipo del superuomo; o forse Wilson ha semplicemente operato una selezione delle sue preferenze.

Colin Wilson nel 1984. Foto di Tom OrdelmanCC BY-SA 3.0

Il volume inoltre ha un'introduzione firmata proprio da Colin Wilson, anzi una doppia introduzione: retrospettiva e autobiografica. Il volume, tradotto da Nicola Manuppelli, presenta anche un apparato bibliografico per districarsi nel mare magnum citazionistico e culturale dell'autore.

Edvard Munch, Friedrich Nietzsche (1906). Immagine The Munch Museum, CC BY 4.0 International

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Accordo per recupero e valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’Isola di Santo Stefano - Ventotene

Siglato un accordo quadro tra Sapienza e il Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’Isola di Santo Stefano - Ventotene

La collaborazione punta allo studio di nuove tecnologie per la salvaguardia del territorio e ad attività che valorizzino il patrimonio storico-culturale dell’Isola

 

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene
L'accordo siglato da Silvia Costa, Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza

Mercoledì 16 giugno alle ore 11.00, presso la Sala Senato, Silvia Costa, Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza hanno siglato un accordo quadro. Alla cerimonia ha partecipato in modalità telematica il Sindaco di Ventotene Gerardo Santomauro.

L’intesa promuove iniziative di ricerca, trasferimento tecnologico, formazione, educazione e divulgazione integrate, aventi ad oggetto il recupero e la valorizzazione dell’ex carcere di Santo Stefano e dell’Isola di Ventotene dal punto di vista culturale e paesaggistico ed ambientale, in stretta connessione con le caratteristiche storico-ambientali dei contesti di riferimento e con particolare attenzione alla loro vocazione europea, puntando su tecnologie innovative di intervento in un’ottica di Green Deal e di raggiungimento degli obiettivi 2030 dell’ONU.

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene

“La collaborazione che si avvia con la firma di oggi è un’ulteriore conferma dell’impegno della Sapienza nel territorio e  della volontà di dialogo con le istituzioni del Paese – dichiara la Rettrice, Antonella Polimeni – Voglio sottolineare in particolare l’importanza di una sinergia realizzata su temi di estrema attualità, come la crescita sostenibile, la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità, la valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico, storico, paesaggistico, naturalistico, materiale e immateriale, in un luogo fortemente simbolico per l’Italia e per l’Europa”.

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene

“Ritengo di grande importanza questo accordo quadro che dà seguito all’impegno preso già in ambito CRUL di attivare forme di collaborazione stabili con il sistema universitario del Lazio - sottolinea la Commissaria Silvia Costa - In questo caso si tratta della più grande università d’Europa, la “mia“ università, che con le competenze altamente specialistiche e interdisciplinari dei suoi importanti dipartimenti, con i suoi docenti, ricercatori e studenti,  potrà dare un supporto significativo alle attività legate a due isole dal così alto valore simbolico. Oggi è il primo passo di un accordo in cui a breve entrerà formalmente anche il Comune di Ventotene grazie a un Addendum che andremo a sottoscrivere quanto prima”. Aggiunge la Commissaria: “Lo sviluppo di questa progettualità comune ha il suo fulcro nella valorizzazione, ricerca e innovazione per la fruizione del Patrimonio culturale e delle aree archeologiche, nella ricerca nell’ambito delle infrastrutture innovative e sostenibili, nell’alta formazione in ambito europeo e mediterraneo, nella prospettiva della New European Bauhaus a cui il progetto di recupero si ispira.”

A supporto dei progetti mirati allo sviluppo e recupero, alla promozione e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente, saranno approfonditi i temi legati alla sostenibilità ambientale ed energetica, allo sviluppo di tecnologie innovative e green nel campo dell’approvvigionamento di energia elettrica, dell’efficientamento energetico, della resilienza dei sistemi, della gestione delle risorse idriche, dello smaltimento e riciclo dei rifiuti.

“Sapienza realizzerà le attività previste attivando progetti di ricerca ed innovazione tecnologica, - sottolinea Maria Sabrina Sarto, Prorettrice alla Ricerca - attraverso l'elaborazione di studi volti alla valorizzazione e alla fruizione dei contesti oggetto di intervento, da un punto di vista storico-culturale e paesaggistico, promuovendo sinergie con il Distretto Tecnologico Culturale della Regione Lazio - DTC Lazio.”

Focus - Ventotene e Santo Stefano

Un solo comune, due isole situate al confine geografico e storico tra Lazio e Campania, hanno condiviso la destinazione a reclusorio e confino legate anche alla dissidenza politica, alla libertà di pensiero e alla costruzione dei principi democratici e europeisti.

Luogo di esilio coatto già a partire dagli antichi romani, e in seguito bagno penale dei Borbone ed ergastolo del Regno d’Italia, del regime fascista e della Repubblica, Santo Stefano viene scelta alla fine del ‘700 da Francesco IV di Borbone per l’edificazione di una possente struttura detentiva immaginata come un teatro San Carlo rovesciato, per consentire un totale controllo dei galeotti comuni e dei deportati politici, secondo i principi illuministi dei fratelli Bentham, ripresi dall’arch. Francesco Carpi.

Tra i detenuti i Settembrini, padre e figlio, Giuseppe Poerio, Silvio Spaventa, accanto a Fra Diavolo, e poi Gaetano Bresci e Pietro Acciarito, Rocco Pugliese e il bandito Giuseppe Musolino. E, non da ultimi, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Umberto Terracini e il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, poi confinato a Ventotene, la più grande struttura confinaria del fascismo. Nel 1952, un nuovo direttore, Eugenio Perucatti, sperimentò a Santo Stefano pratiche di recupero dei detenuti alla comunità civile.

L’ergastolo fu chiuso nel 1965 e da allora giace in stato di abbandono.

Il panopticon

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

 


Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

"Non poteva essere più fortunato il battesimo del nuovo servizio di tutela archeologica subacquea del Parco di Ostia antica." Queste le parole del direttore del Parco archeologico di Ostia antica, Alessandro D'Alessio.

Alessandro D'Alessio, Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Infatti, durante la prima campagna subacquea della dottoressa Alessandra Ghelli, neo responsabile del Servizio tutela del patrimonio subacqueo, appena istituito dal Parco Archeologico di Ostia antica, congiuntamente al Nucleo dei Carabinieri subacquei di Roma e del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, sono state individuate nel fiume Tevere tre grandi fusti di colonne marmoree di più di due metri di diametro e due metri e mezzo di lunghezza. I reperti  si trovavano a cinque metri di profondità, completamente interrate nell'argine del fiume.

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Alessandra Ghelli, archeologa e Responsabile del Servizio tutela patrimonio culturale subacqueo del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

L'operazione di ricognizione subacquea ha avuto inizio dalla foce del Tevere, risalendo poi il corso della Fossa Traiana, il canale di Fiumicino realizzato dagli architetti imperiali.

I mezzi impiegati. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, durante l'Impero, Roma rappresentava l'approdo più ambito, dove giungevano navi e merci provenienti da ogni terra affacciata sul Mar Mediterraneo. Parte di queste merci durante il trasporto fluviale poteva essere persa nelle acque, in particolar modo con carichi pesanti come le colonne del Testaccio.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

"Le attività nel mese di maggio si sono concentrate sui fondali della Fossa Traiana ovvero del canale artificiale scavato dall'imperatore Traiano per mettere in collegamento il porto, il suo porto, con il Tevere e che corrisponde all'odierno canale di Fiumicino.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

 

Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Sebbene i fusti di colonna siano di grandi dimensioni, trovarli e individuarli è stato difficoltoso, è stato un lavoro prettamente tattile, soprattutto per il grado di visibilità che sul fondale è pari a zero. Ma l'altra difficoltà è costituita sempre dalla presenza delle correnti, per cui quando si lavora in immersione nel Tevere ci si deve ancorare sul fondale in maniera molto solida e si deve risalire la corrente quasi come fossimo dei granchi". " spiega Alessandra Ghelli.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, l'elevata densità del limo in questo fiume risulta davvero problematica per l'individuazione dei reperti archeologici, nonostante la profondità massima di dieci metri, la vista degli operatore del Nucleo dei Carabinieri è pari a zero in queste condizioni e l'unica soluzione è il supporto tattile, tastando il fondo nella speranza del recupero dei materiali.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Le colonne sono state fotografate e riprese, secondo la necessità di ottenere una documentazione archeologica, grazie al supporto del Nucleo dei Carabinieri con macchine fotografiche di altissima qualità, in grado di cogliere ciò che ad occhio nudo è invisibile.  Queste sono poi state censite all’interno della Banca dati del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in modo da conoscerne l'esatta posizione per poter permetterne la tutela al Nucleo dei Carabinieri TPC da furti e reati.

Subacqueo in azione. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

"Divinità dell'Antico Egitto": un'introduzione al pantheon egizio

"Divinità dell'Antico Egitto", manuale a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli

"Divinità dell'Antico Egitto" è il terzo volume pubblicato dal Museo Egizio di Torino, preceduto da "Amuleti dell'Antico Egitto" e "Bellezza nell'Antico Egitto", con i quali i lettori vengono condotti alla scoperta dell'affascinante mondo egizio.

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"Divinità dell'Antico Egitto" e "Amuleti dell'Antico Egitto", pubblicati da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio. Foto di Gaia Anna Longobardi

Il libro non si propone come un testo di studio specialistico, ma come un utile manuale introduttivo al grande pantheon egizio. Difatti, ciò è dimostrato dalle sue dimensioni ridotte e compatte (13,5 x 17 cm, 192 pagine), per fungere da lettura interessante e di svago per tutti, ma anche come testo da consultare durante una visita al Museo, per poter vivere al meglio l'esperienza della conoscenza.

Gli autori Paolo Marini e Martina Terzoli, curatori presso lo stesso Museo Egizio di Torino, hanno definito la pubblicazione come l'"Atlante delle Divinità Egizie". Infatti, l'organizzazione interna del testo con le divinità disposte in ordine alfabetico, sembra dar vita ad un vero e proprio atlante.

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"Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio, sullo sfondo riproduzione moderna su papiro di Iside e Osiride. Foto di Gaia Anna Longobardi

Nonostante il titolo anticipi il contenuto, al suo interno è possibile trovare non solo i dettagli riguardanti  le divinità egizie, ma anche notizie riguardanti la cultura egizia e in particolar modo la religione. Una religione che da secoli affascina coloro che con essa vengono a contatto, a partire dallo storico Erodoto di Alicarnasso nel V secolo a.C., che nelle sue Storie, dedica interamente il secondo libro dell'opera all'Egitto, concentrandosi soprattutto sulla religione e definendo gli antichi egizi il popolo più devoto agli dèi, "assai più di tutti gli altri uomini" (Storie II, 37).

La religione e la mitologia egizia continuano tutt'oggi a suscitare notevolissimo interesse in studiosi e non, e proprio a tal motivo giunge questo testo, che ha inizio con una valida introduzione all'essere religiosi nel mondo egizio. Infatti, nulla viene lasciato al caso, e i dettagli di culti, miti e magie vengono precedentemente introdotti in questa prima sezione, anticipata da una schematica cronologia storica. Si troverà la spiegazione ai molti culti animali, per comprendere poi al meglio le caratteristiche zoomorfe delle oltre sessanta divinità presenti nella seconda sezione, ma anche le caratteristiche del periodo amarniano, della rivoluzione monoteista nella religione egizia.

Da apprezzare, in particolar modo, la volontà degli autori di descrivere l'ambiente ove si svolgevano riti e feste che seguivano l'accesso alle diverse e numerose sale del tempio, ognuna di esse dedicata ad un'azione rituale specifica.

L'ampia introduzione vuole far sì che il tema possa essere apprezzato anche da coloro che per la prima volta entrano in contatto con un pantheon decisamente complesso, numero o mutevole nel corso di tutta la storia dell'Antico Egitto.

A partire dalla pagina 56 ha inizio la vera e propria sezione dedicata alle divinità, ognuna descritta in maniera sintetica ma precisa, riportandone sia le caratteristiche celesti, che quelle cultuali, storiche, delle rappresentazioni antropomorfe o zoomorfe, corredandole da un'immagine esplicativa in alta risoluzione. Inoltre, una caratteristica che colpisce il lettore è la presenza del nome della divinità indicata con il proprio geroglifico,  così da poter calarsi fino in fondo nel mondo dell'antico Egitto.

antico Egitto
Il nome della Dea Iside, in caratteri latini e in geroglifico, dal testo "Divinità dell'antico Egitto". Foto di Gaia Anna Longobardi

In conclusione, questo breve manuale - così come i precedenti - può essere, come detto, utile ed apprezzato da qualsivoglia lettore che, affascinato dalla visita al Museo o interessato all'argomento, desideri leggerne senza inciampare in testi troppo impegnativi e complessi.

divinità antico Egitto manuale
La copertina del manuale "Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio.

Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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Monte Athos mediobizantina archeologia Marco Muresu

Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia

Marco Muresu, Il monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia

Il Monte Athos, noto anche come Agion Oros (Santa Montagna), attira sin dell’Età Moderna religiosi, studiosi ed esploratori spinti dal desiderio di conoscere il patrimonio librario dei monasteri o di vivere un’esperienza fuori dal comune, fatta di meditazione e lavoro manuale. A questo luogo in cui il tempo sembra quasi essersi fermato, è dedicato il volume di Marco Muresu, Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia.

Come si può leggere nel capitolo introduttivo, si tratta del risultato di una ricerca sull’archeologia, la storia e la documentazione proveniente dai cenobi della Repubblica Monastica del Monte Athos (Αυτόνομη Μοναστική Πολιτεία Αγίου Όρους), situata in quella che un tempo era definita penisola di Akte e che oggi corrisponde alla lingua di terra più orientale della penisola calcidica. Tali studi sono stati compiuti attraverso l’esperienza diretta tramite due soggiorni nel 2011 e nel 2019, ai quali si fa via via riferimento per esaminare certe peculiarità dei monasteri. Come direbbero gli antichi Greci, il lavoro che ne risulta è sicuramente un perfetto esempio di autopsia, con l’autore che vaglia con i propri occhi le diverse fonti, considerando un’ampia letteratura di studi precedenti e proponendo allo stesso tempo nuove prospettive di ricerca.
Monte Athos Marco Muresu
La copertina del volume "Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia" di Marco Muresu, pubblicato da Volturnia Edizioni (2020), nella collana Studi Vulturnensi, 23

Il primo capitolo, Athos: fonti e storia, dopo aver passato in rassegna le testimonianze di età precristiana - tra le quali un aition che vede nel gigante Athos le origini del monte - si propone di ricostruire il contesto in cui si sviluppò il monachesimo athonita. Una certa attenzione, in particolare, è rivolta a personalità quali Pietro l’Athonita, primo asceta conosciuto, ed Atanasio. A quest’ultimo, nel 963 d.C., si deve la fondazione del monastero Megisti Lavra, che ben presto inizierà a rafforzare il proprio primato anche sugli altri, con conseguenti contrasti tra lo stesso Atanasio e alcuni monaci più conservatori.

Di questo si hanno due importanti testimonianze, il Tragos di Giovanni Tzimisce (972 d.C) e il Typikon di Costantino IX Monomaco (1045), volti a disciplinare molti tratti della vita monastica, talvolta con norme piuttosto singolari agli occhi di un lettore di oggi: si pensi, per esempio, al divieto per i religiosi di lasciare la montagna e di entrare in rapporto con i laici. Il capitolo si conclude ripercorrendo gli studi moderni e contemporanei relativi alla Santa Montagna: risultano interessanti, a riguardo, le illustrazioni del monaco russo Vassilij Grigorovic Barskij, utili per scoprire particolari dei monasteri oggi perduti o rimossi, nonché il catalogo Archives de l’Athos, iniziato a partire dagli anni ’30 per catalogare il patrimonio delle biblioteche athonite.

Il secondo capitolo, Athos in età mediobizantina: i luoghi, traccia un percorso che ha per protagonisti i principali monasteri e luoghi di culto del monte Athos dal IX all’XI secolo, rivolgendosi alla loro storia, alla loro evoluzione architettonica e alle fonti materiali e iconografiche da essi restituite. Iniziando dalla capitale Karyes - centro amministrativo, politico e culturale - sembra così di intraprendere un vero e proprio viaggio alla scoperta della penisola di Akte. Tra i luoghi più significativi vi è sicuramente Megisti Lavra, collocato all’estremità sud-est e oggi considerato un primus inter pares rispetto agli altri monasteri. Marco Muresu, dopo aver ripercorso le sue vicende storiche, esamina i vari edifici che costituiscono il monastero (la torre di Giovanni Tzimisce che ne protegge l’accesso oppure il katholikon dell’Annunciazione della Vergine, il refettorio, la phiale per conservare l’acqua benedetta, la chiesa cimiteriale) ed anche altre architetture quali la chiesa di S. Giovanni Crisostomo o il porto.

Nella descrizione di queste strutture si nota, da parte dell’autore del volume, una certa attenzione per i motivi floreali e animaleschi, illustrati anche attraverso proposte di interpretazione o tramite il confronto con simili attestazioni degli stessi tipi iconografici. La medesima precisione si rintraccia anche per gli altri monasteri, con la possibilità di conoscere anche aneddoti e curiosità: colpiscono, in particolare, le diverse leggende relative alla fondazione del monastero di Vatopedi, il sistema caldeo per scandire le ore ad Iviron oppure la creazione del falso Typikon Ktetorikon per il monastero di Koutloumousiou. Chiude il capitolo l’interessante monastero di Zygou, le cui rovine si trovano presso Frangokastro nella regione di Choromitsa, fuori dai confini dell’Athos, ma sono state identificate come parte del mondo athonita per via delle affinità dal punto di vista architettonico.

Katholikon, Megisti Lavra. Foto di Dimboukas, in pubblico dominio

L’ultimo capitolo, Athos nell’Impero Bizantino, si rivolge allo sviluppo e all’esito del monachesimo athonita, riprendendo allo stesso tempo questioni già accennate nei capitoli precedenti. Per quanto concerne il primo aspetto, dopo una breve introduzione sul fenomeno del monachesimo, si approfondiscono le strutture architettoniche ricorrenti nei monasteri, le abitudini alimentari e lo stile di vita dei monaci - a riguardo l’autore riporta una sintesi di alcuni paragrafi dell’Hypotyposis, una raccolta di disposizioni per la vita della comunità a opera di Atanasio - ed infine la peculiarità per la quale il monte Athos è maggiormente noto: il divieto d’accesso alle donne, dovuto alla consacrazione della penisola di Akte e della Repubblica Monastica alla Vergine.

In merito all’esito del fenomeno monastico, invece, si discutono le persistenze e trasformazioni nel paesaggio, il sistema dei collegamenti terrestri e marittimi, nonché l’artigianato artistico. Di quest’ultimo aspetto Marco Muresu nota la compresenza di spolia antichi accanto a manufatti di età mediobizantina, con un risultato finale di eclettismo. Sviluppo ed esito del monachesimo athonita concludono così un percorso alla scoperta del monte Athos, con l’apertura verso prospettive di ricerca future come la realizzazione di un catalogo digitale del repertorio scultoreo appartenente ai monasteri della Santa Montagna.

Il Monte Athos, vista dal Mar Egeo. Foto Flickr di michael clarke stuff, CC BY-SA 2.0

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come il volume Il monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia costituisca sia un punto di arrivo degli studi precedenti sul monachesimo athonita - al quale è stato dedicato anche un convegno nel 1963 in occasione del millenario - sia un punto di partenza per le ricerche future. Nel corso dei tre capitoli, infatti, si aprono più volte ipotesi che risultano il frutto di numerosi studi e riflessioni da parte dell’autore, segno di una coscienza critica che porta a vagliare ogni fonte nel modo più accurato possibile, senza lasciare nulla al caso.

Si riesce così ad offrire una ricca panoramica sul monte Athos e sui suoi monasteri approfondendo i più diversi aspetti, nonostante le riconosciute difficoltà nel fare ricerca sul posto, soprattutto per la paura della comunità monastica di perdere la propria intimità spirituale. La speranza, come auspicato da Marco Muresu, è che in futuro i monaci possano riconoscere l’unicità della loro penisola e diventare consapevoli della sua importanza dal punto di vista storico, artistico e culturale, permettendo anche a studiose e ricercatrici donne di godere della bellezza della Santa Montagna e di contribuire all’avanzamento degli studi.


La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

Ararat di Louise Glück
Ararat di Louise Glück. Foto di Bianca Sorrentino

Le perdite che inaridiscono, quelle che rendono impenetrabili, sono ferite che il tempo non sa cicatrizzare, tagli o lesioni immedicabili che, mentre sanguinano, ribadiscono spietatamente la nostra vulnerabilità senza scampo. È ingenuo chiedere alla poesia di fungere da balsamo, di rimarginare gli squarci del nostro vissuto e, da sola, sovrintendere alla cura; ma se non è lecito cercare consolazione nei versi, è doveroso riconoscerne l’intima natura di gesto creativo, di linguaggio che, se pure addolora, immancabilmente genera conoscenza.

Poesia come strumento di indagine del sé e del mondo: è questa la chiave della ricerca letteraria del Premio Nobel Louise Glück, che all’esperienza totalizzante del verso non chiede sollievo né conforto, ma la possibilità di lasciar emergere l’invisibile e di dargli un nome. In Ararat, silloge del 1990 appena pubblicata da il Saggiatore con la meritoria traduzione di Bianca Tarozzi, l’autrice risignifica perdite e assenze private (la morte del padre e della sorella, il gelo che riecheggia nei silenzi della famiglia) riuscendo a conferire loro carattere di universalità: ricordi, frammenti, dettagli si emancipano dalla vicenda particolare e divengono, per chi legge, simboli attraverso i quali riannodare i fili della propria esistenza.

Quasi obbedendo alle leggi del pensiero magico, la poesia si fa qui linguaggio sacro grazie al quale nominare una fine equivale a rendersi conto di una contemporanea, e conseguente, nascita: essere privati di una presenza implica infatti un nuovo cominciamento, un inedito modo di vedere le cose, l’esordio di un altro sé. La voce di Glück in questo senso assomiglia a quella dell’angelo caduto che parla dal fondo della sua consapevolezza. E se anche il trascorrere del tempo distorce il passato, se anche i nodi negli anni si stringono fino a farsi insolubili, è inderogabile l’urgenza di indagare gli abissi del proprio turbamento, ascoltare il pianto antico del proprio sé bambino, accarezzare con compassione gli errori di chi si ama.

Nel racconto del mito, è il vuoto lasciato da Euridice a determinare, per Orfeo, la possibilità del canto; allo stesso modo, nei versi di Ararat, la pienezza della parola risuona di ciò che Glück ha irrimediabilmente perduto nella sua privata vicenda esistenziale. Ma, se la vita le ha imposto solitudini e mancanze, la scrittura le ha concesso di abitare uno spazio interiore, in cui poter accogliere l’infinito e l’intangibile e tradurre questo silenzio sacro, originale, ineffabile in testimonianza che è lecito pronunciare e condividere.

Ararat di Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore. Foto di Bianca Sorrentino

Questa silloge che conduce nei dedali del lutto non indulge mai ai toni dell’elegia e del lamento, e, se pure l’io poetante contempla con distacco persone e ricordi, l’impressione che se ne ricava non è affatto cupa o angosciante: l’attraversamento che incoraggia, anzi, conserva in una certa misura un senso di timida fiducia, che deriva forse dal perdono. D’altro canto, il titolo, pur facendo riferimento al nome del cimitero di Long Island in cui riposa il padre dell’autrice, inevitabilmente proietta l’allusione biblica al monte di Noè, quello dal quale, dopo il diluvio, la vita poté ricominciare. Ancora una volta, alla minaccia di una fine fa da controcanto un impensabile esordio.

Il mito, la classicità, la tradizione, pur non essendo protagonisti della raccolta, come accade invece in altri lavori di Glück, costituiscono il sostrato poetico e metaforico su cui poggiano l’intero discorso e l’ispirazione stessa dell’autrice. Nei titoli, nei modelli, fin nel modo di intendere la poesia, per la poetessa statunitense il passato greco-romano e quello ebraico si configurano come motore letterario in grado di innescare un movimento, come faro in grado di indicare una possibile via. La foresta di simboli dell’antico risuona qui di rumori altri, della ninnananna materna, di risate lontane e di oggetti che si rompono: dettagli dimenticabili che dicono di noi. Anche così quest’immaginario si compone di continue discese e risalite, come le nostre piccole esistenze, che accanto ad attimi altissimi di assoluto, contemplano precipizi altrettanto vertiginosi. Ararat è un libro per chi non ha paura di stare sulla soglia dei propri abissi.

Ararat Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.