69° Festival dei Due Mondi, al Teatro Romano due recite di Sons of Echo

Sono state due le recite di Sons of Echo, il 7 e l’8 luglio al Teatro Romano, il progetto ideato dal ballerino e direttore creativo Daniil Simkin insieme allo Studio Simkin e al Joyce Theater Productions. Le coreografie di Lucinda Childs, Drew Jacoby, Tiler Peck, Anne Plamondon hanno visto sul palco i danzatori Daniil Simkin, Osiel Gouneo, Alban Lendorf, Siphesihle November, Daniel Domenech e Johnny McMillan intepretare tra le altre anche due prime europee: “Will you catch my fall” e “Real Truth”, quest’ultima eseguita dal vivo da Gregory Porter. Danza contemporanea e non solo, con un messaggio intrinseco che non vede confini geografici o culturali.

Gregory Porter. Crediti per la foto: Erik Humphrey
Gregory Porter. Crediti per la foto: Erik Humphrey

Gallery con foto Collettivo Opera Studio – Anouk Andrea Boni

Per descriverlo nella sua totalità useremo le parole di Daniil Simkin che, meglio di noi, saprà mettere l’accento su tutte le sfumature dello spettacolo:

“Come danzatori siamo vulnerabili sulla scena: fisicamente e psicologicamente nudi. In un’epoca in cui la mascolinità tossica viene normalizzata, forse noi, danzatori uomini, possiamo combattere il narcisismo con cui gli uomini hanno abitato il palcoscenico e il mondo. Possiamo forse offrirci allo sguardo femminile, una prospettiva troppo a lungo messa a tacere. Possiamo incarnare ruoli in cui l’empatia orienta l’uso della nostra forza fisica e la collaborazione trasforma le nostre pulsioni competitive, così che diventino occasione per sfidarci e sostenerci, invece che distruggerci.

Il nostro intento è proporre una mascolinità collettiva che non sia intrinsecamente problematica, ma piuttosto ridefinita attraverso l’onestà e l’ampiezza emotiva. Questo progetto – continua – nasce come una collaborazione che ambisce a far evolvere la forma d’arte, non diversamente da quanto accadde quando i grandi balletti vennero creati per la prima volta.

Come Sons of Echo, liberiamo i personaggi che troppo a lungo ci sono stati imposti e ci affidiamo alle voci risonanti delle nostre creatrici. Il titolo rimanda direttamente al mito greco in cui la ninfa Echo viene ridotta al silenzio da Narciso – metafora dell’egocentrismo maschile – collocandoci come uomini disposti a lasciarsi plasmare piuttosto che a occupare il centro della scena, abbracciando una genealogia dell’ascolto invece che dell’affermazione”.

Drew Jacoby in Sons of Echo di Daniil Siimkin. Crediti per la foto: Christopher Duggan
al 69° Festival dei Due Mondi, Drew Jacoby in Sons of Echo di Daniil Siimkin. Crediti per la foto: Christopher Duggan

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