«Tra inferni e paradisi»: il teatro di Dario Bellezza (ri)scoperto, analizzato e spiegato da Marco Beltrame
«Era un uomo gentile d’animo, di squisita sensibilità. Ma forse appunto era troppo sensibile per sopravvivere in un mondo feroce in cui il denaro era il solo modo per contare. La poesia, come sappiamo, è poco letta nel nostro paese e Dario soffriva, come tutti gli altri poeti, di isolamento e povertà»1.
Così Dacia Maraini ricorda Dario Bellezza in una delle conversazioni2 presenti nella terza parte del volume Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza (Il Simbolo) scritto da Marco Beltrame, dottorando presso l’Università “La Sapienza” di Roma, tra i massimi esperti del poeta romano e della scena teatrale di quegli anni.
Dalla metà degli anni Sessanta al 1996, anno della sua morte avvenuta a cinquantuno anni malato di AIDS: è questo il periodo che abbraccia l’attività letteraria di colui che Pier Paolo Pasolini definì «il miglior poeta della nuova generazione» nella bandella dell’esordio in versi Invettive e licenze (Garzanti, 1971). Se pochi sanno che egli è stato anche un romanziere – il suo primo libro, presentato da Alberto Moravia, si intitola L’innocenza (De Donato, 1970) – pochissimi lo immaginano autore teatrale.

Eppure il suo primo lavoro per il teatro risale proprio al ’70, quando sul numero di gennaio-marzo della rivista «Nuovi Argomenti» viene pubblicata Apologia di reato:
«di sette suoi lavori», precisa Beltrame, «sono apparsi in volume Apologia di teatro (Pellicanolibri, 1985), Salomè (libria, 1991), Testamento di sangue (Garzanti, 1992) e Donna malata (Il Segnale, 1997). Il resto della sua drammaturgia (Morte funesta, 1979; L’ordalia della croce, 1994; Turbamento, 1995) è affidato a rari copioni o disperso tra contributi in rivista»3.
L’importanza di questo lungo lavoro di ricerca è proprio essere riusciti a presentare l’intero corpus drammaturgico del poeta offrendo un quadro critico esaustivo che viene introdotto da un profilo biografico puntuale, a tratti inedito, menzionando i luoghi, gli eventi e i protagonisti dei vari ambiti artistici che hanno animato un periodo d’oro per la cultura italiana.
«Se penso agli anni Sessanta», ricorda Renzo Paris, «immagino una giornata di sola. Da un punto di vista culturale fu un periodo splendido e vivace»4.

Nonostante i cosiddetti “anni di piombo” e gli strascichi negli anni Ottanta, con il crescente bisogno di spensieratezza, anche nei due decenni successivi è stato prodotto tantissimo. E Marco Beltrame ce lo spiega, passo dopo passo, citando una serie di chicche talvolta poco conosciute al grande pubblico: dal volume Il pubblico della poesia (Lerici 1975) al Festival internazionale dei poeti di Castelporziano del 1979; dalla rivista «Autobus» al mensile «Babilonia»; dalla partecipazione nel 1989 alla trasmissione Poeti in gara alle ospitate al Maurizio Costanzo Show.
Così come nella poesia e nella narrativa, anche sfogliando la teatrografia bellezziana troviamo temi e personaggi ricorrenti: la gioventù maledetta tra tossici, marchettari, omosessuali, ladri e terroristi; la critica e il rifiuto della borghesia; la poesia al centro del dibattito interiore ed esterno; la droga e la prostituzione ai bordi delle stazioni; gli umori, i sogni e il brivido della vita vissuta a Roma, una capitale che alla fine degli anni Cinquanta ancora viveva di un modo di fare teatro alla vecchia maniera ma che si è presto attrezzata a ospitare, nei cosiddetti spazi off, che Bellezza frequentava assiduamente, quei folli visionari in grado di soverchiare i codici classici dello spettacolo ancora ingabbiati negli Stabili.

Si possono citare i ragazzi di Apologia di reato – «Quei ragazzi perduti che mi guardavano passare attraverso le sbarre della loro magica prigione gonfia di sensualità»5 – o i lunghi monologhi in Morte funesta; l’influenza ricorrente di Jean Genet e Arthur Rimbaud; la figura androgina e grottesca in Turbamento; le tante rappresentazioni di Testamento di sangue.
«La Salomè bellezziana», appunta Marco Beltrame, «si presenta così, nel panorama letterario italiano del secondo Novecento, come uno degli esempi più originali di reinvenzione di una storia antica. Nel proiettare sulla scena il proprio mondo poetico Bellezza costruisce un dramma che testimonia ancora una volta come il mito sia fonte viva e plasmabile da ogni esigenza creativa»6.
È nell’estate del 1993, in occasione di un premio ricevuto per L’ordalia della croce, che Dario mostra la sua gratitudine verso il teatro:
«Per un poeta a un certo punto della propria vita c’è bisogno di dilatarsi, di non parlare solo a pochi in un paese dove la poesia è per esclusi e non per eletti. Gli editori pensano che la poesia non sia un affare commerciale ed è la narrativa che vince. In questa Italia maledetta e assassina dei propri poeti, il teatro permette una comunicazione maggiore»7.
Frutto di uno studio meticoloso e appassionato, durato anni, con un ricco apparato di note e una bibliografia critica di oltre venti pagine tra biblioteche, archivi e fondi sia pubblici che privati, Tra inferni e paradisi si presenta al pubblico come uno studio definitivo, destinato a durare, sul teatro di Dario Bellezza, un autore tra i più capaci e irriverenti che abbiamo avuto, un uomo a cui voler bene,
«il poeta che più di ogni altro del suo tempo rappresentò quegli anni», ricorda Elio Pecora, «anni in cui si gridava anche la propria vita privata – e lui non aveva freni in questo»8.

Note:
1 Marco Beltrame, Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza, Il Simbolo, Roma 2026, p. 259.
2 Oltre ai personaggi citati nell’articolo, sono presenti interviste a: Pippo Di Marca, Antonio Calenda, Ulisse Benedetti, Giorgio Manacorda, Mario Mattia Giorgetti, Renato Giordano, Maria Libera Ranaudo, Massimo Fedele, Enzo Saturni, Nunzia Greco, Nuccio Siano, Franca Penone, Agostino Marfella, Giorgio Crisafi e Federico Wardal.
3 Marco Beltrame, Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza, Il Simbolo, Roma 2026, p. 16.
4 Ivi, p. 276.
5 Ivi, p. 128.
6 Ivi, p. 221.
7 Ivi, p. 238.
8 Ivi, p. 286.
