La Nave di Teseo e l’identità: oggi come duemila anni fa
Da Plutarco al cervello umano: che cosa resta quando tutto cambia
Nel capitolo XXIII della Vita di Teseo, Plutarco racconta un dettaglio che sembra marginale e che invece ha attraversato duemila anni di filosofia. La nave a trenta remi con cui Teseo era tornato da Creta, dopo aver ucciso il Minotauro, fu conservata dagli Ateniesi, secondo la tradizione, per molti secoli, fino all’epoca di Demetrio Falereo, che fu reggente di Atene tra il 317 e il 307 a.C. Per mantenerla, toglievano di volta in volta le tavole vecchie e ne mettevano di nuove, più salde. Fu così, aggiunge Plutarco, che la nave divenne per i filosofi un esempio controverso nella discussione sul cosiddetto argomento della crescita: alcuni sostenevano che fosse rimasta la stessa, altri che non lo fosse più.

Quell’argomento era più antico di Plutarco ed era già presente nella riflessione filosofica greca. Una scena comica è attribuita a Epicarmo da un anonimo commentatore del Teeteto di Platone: un uomo si rifiuta di pagare la propria quota per un banchetto perché, sostiene, non è più la stessa persona che si era impegnata. Siamo fatti di materia che cambia di continuo, argomenta, e dunque quell’impegno non lo riguarda più. Chi reclamava il pagamento allora lo percuote e, quando viene accusato, si difende con lo stesso ragionamento: chi ha colpito non è più lui. La battuta fa ridere perché tocca un nervo scoperto. Se l’identità personale dipendesse esclusivamente dalla materia, l’argomento produrrebbe conseguenze paradossali: nessuno sembrerebbe più responsabile delle proprie promesse o delle proprie azioni.

Eraclito aveva indicato una via d’uscita. Di lui tutti ricordano il celebre panta rei, «tutto scorre», che la tradizione ha associato al suo nome ma che, in questa forma, non compare nei frammenti giunti fino a noi e non è dunque una citazione letterale. Preso da solo, il panta rei sembrerebbe dire che nulla resta. Un altro frammento, meno citato, dice qualcosa di più sottile: a chi discende negli stessi fiumi scorrono incontro acque sempre diverse. Il fiume è lo stesso, l’acqua no. Eraclito non nega l’identità del fiume: la colloca altrove. Non nell’acqua che passa, ma nella continuità del suo scorrere.
Nel Seicento Thomas Hobbes rese il paradosso ancora più tagliente. Immaginiamo, scrive nel De Corpore, che qualcuno raccolga le tavole vecchie man mano che vengono sostituite e con esse ricostruisca una seconda nave. Ora le navi sono due: quella riparata, fatta di legno nuovo, e quella ricostruita con il legno originale. Quale delle due è la nave di Teseo?
Chi lega l’identità alla materia deve riconoscere nella seconda la nave originaria. Ma questa risposta si scontra con un’intuizione altrettanto forte: la nave conservata dagli Ateniesi era quella che aveva attraversato tutte le riparazioni senza interrompere la continuità della propria storia. Quella ipotetica di Hobbes sarebbe invece una nave ricostruita successivamente con materiale antico.
La mia ipotesi è questa: l’identità non abita nelle singole parti, e neppure in una forma destinata a rimanere immutabile, ma nella continuità dell’organizzazione che, attraverso il cambiamento, tiene le parti in relazione con il tutto. La nave di Teseo resta la nave di Teseo perché, sostituzione dopo sostituzione, conserva la continuità della propria organizzazione, della propria funzione e della propria storia; il filo non si spezza.
Se si prende sul serio questa idea, cambia il modo di guardare le cose: non più oggetti fermi ai quali capita di cambiare, ma forme che il cambiamento stesso organizza e mantiene. La stabilità, in questa luce, non è il contrario del divenire, ma uno dei modi in cui il divenire si organizza. Questa intuizione ha antenati illustri, da Eraclito alla filosofia del processo di Whitehead, e vale per una nave come per un organismo o una comunità.
Il corpo umano ne è l’esempio più vicino. Le cellule dell’epitelio intestinale si rinnovano in pochi giorni, i globuli rossi vivono mediamente circa quattro mesi e buona parte del tessuto osseo viene progressivamente rimodellata nel corso degli anni. Eppure ciascuno di noi resta riconoscibilmente se stesso.
Ma c’è un luogo del corpo in cui il paradosso si rovescia, e che Plutarco non poteva conoscere. La grande maggioranza dei neuroni della corteccia cerebrale non viene sostituita, ma accompagna una persona per tutta la vita. Eppure il cervello è uno degli organi nei quali la riorganizzazione è più profonda e incessante, perché le connessioni tra i neuroni vengono rimodellate dall’apprendimento, dall’esperienza e dalla formazione di nuovi ricordi.
È come una nave nella quale la maggior parte delle tavole non viene sostituita, ma i collegamenti che le uniscono vengono continuamente rafforzati, indeboliti e riconfigurati. E che resta, attraverso tutto questo, la stessa nave.
Questa variante toglie un ulteriore appiglio a chi cerca l’identità in qualcosa di immobile. Davanti alla nave di Plutarco si poteva ancora sostenere che l’identità risiedesse nella forma, rimasta relativamente stabile, mentre a cambiare era la materia. Il cervello mostra la situazione opposta: gran parte dei neuroni resta, mentre la configurazione delle loro connessioni muta continuamente, e la persona continua a riconoscersi come se stessa.

Né la permanenza della materia né quella di una forma immobile bastano dunque a spiegare l’identità. Essa abita nella continuità del riorganizzarsi.
La tradizione filosofica ha chiamato essenza ciò che resta immutato sotto il cambiamento. La nave di Teseo suggerisce di rovesciare questa concezione: l’essenza non è ciò che rimane immobile al di fuori del cambiamento, ma ciò che rende possibile che qualcosa rimanga se stesso attraversandolo.
Gli Ateniesi, continuando a sostituire le parti deteriorate della nave, custodivano concretamente questa intuizione. Una nave che nessuno avesse più toccato sarebbe marcita intatta nel porto; quella di Teseo durò per secoli perché non smisero mai di rifarla. Come il fiume di Eraclito, restava la stessa proprio perché nulla in lei stava fermo.
E forse vale anche per noi. Non siamo ciò che in noi resta immobile: siamo la continuità che ci permette di rimanere noi stessi attraverso ogni trasformazione. Siamo, letteralmente, navi di Teseo.
Bibliografia essenziale
Anonimo, Commentario al «Teeteto» di Platone, col. LXXI, 12-40.
Giannantoni, G. (a cura di), I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Laterza, Roma-Bari, 1969.
Hobbes, T., De Corpore, parte II, cap. XI, § 7, Londra, 1655.
Plutarco, Vite parallele, «Teseo», 23.
Bhardwaj, R. D. et al., «Neocortical Neurogenesis in Humans Is Restricted to Development», Proceedings of the National Academy of Sciences, 103, n. 33, 2006, pp. 12564-12568.
Whitehead, A. N., Process and Reality, Macmillan, New York, 1929.

