8 Agosto 2015

Archeologia Digitale in Giordania

PAP © 2015
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Nessun altro Paese Arabo possiede risorse in materia archeologica così avanzate e al contempo disponibili online al pubblico generalista. La legislazione della Giordania affronta il tema dei monumenti da quasi cento anni. L’archeologo dott. Dr. Mariusz Drzewiecki ha dato uno sguardo al problema della gestione del patrimonio giordano durante i suoi dieci mesi di borsa di studio ad Amman.
Lo scienziato decise di investigare il modo con cui i Giordani percepiscono, proteggono e gestiscono il patrimonio archeologico. “In passato sono stato coinvolto in progetti di ricerca in Egitto e Sudan, ma questa era la mia prima volta in Giordania, così la mia visione d’insieme può essere descritta come “fresca”” – ha spiegato a PAP il dott. Drzewiecki.
PAP © 2015
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La sua ricerca cominciò con lo studio dello status legale dei monumenti. “Decisi di tracciare i cambiamenti avvenuti nella legislazione, ma l’accesso era molto limitato. Molti archeologi giordani espressero l’opinione che i documenti furono persi durante i conflitti nella seconda metà del ventesimo secolo. Alla fine li trovai negli archivi della Biblioteca Nazionale ad Amman” – ha spiegato l’archeologo.
La prima legge a proteggere i siti archeologici è antica quanto la Giordania. Viene dal 1922, quando lo stato non era ancora un’entità politica indipendente. È un atto legale della Società delle Nazioni, che concesse Transgiordania e Palestina come territorio affidato dalla Società delle Nazioni al Regno Unito. “Sulla base delle mie osservazioni, le disposizioni di allora influenzano la percezione odierna dei siti archeologici. Per esempio – sotto quella legge, ogni oggetto o struttura che datasse da prima del 1700 è patrimonio archeologico. Nella legislazione odierna, la definizione è cambiata poco – la data limite è stata spostata all’anno 1750” – ha spiegato il dott. Drzewiecki.
Le modifiche nelle leggi giordane relative ai monumenti furono reazioni a eventi importanti. “Il cambiamento nella legge riflette la storia dell’archeologia e una riflessione sull’eredità del passato. Questo fu il caso di quando, ad esempio, alla fine degli anni 50, i pastori cominciarono a vendere nel libero mercato manufatti come quelli ora noti come i Rotoli del Mar Morto, che ritrovavano nelle grotte vicino al Mar Morto. La reazione a questo da parte del Governo Giordano fu una regolamentazione dell’assegnazione di premi a coloro che avrebbero effettuato il ritrovamento di manufatti di valore. Di conseguenza, sarebbero finiti nelle mani degli scienziati e non dei collezionisti” – ha spiegato l’archeologo.
Secondo il dott. Drzewiecki, i Giordani sono coscienti del valore e del significato del ricco patrimonio archeologico del loro Paese. Questa è la conclusione cui è giunto grazie a numerose conversazioni coi rappresentanti dei servizi di conservazione, così come le interviste effettuate durante i progetti archeologici a Kapitolias, ai quali ha partecipato come volontario. “In molti luoghi in Giordania la gente vive letteralmente tra le antiche rovine, e così anche a Kapitolias. Servizi di conservazione sottofinanziati non sono in grado di effettuare una supervisione archeologica in ciascun caso. Un obbligo a finanziare gli scavi da parte dell’investitore, come nella legislazione polacca, sarebbe una soluzione appropriata” – crede il ricercatore.
Questa situazione sfavorevole contrasta con la disponibilità di dati archeologici in Giordania. Ci sono al momento quattro moderni database digitali che contengono informazioni sull’archeologia della regione. Il dott. Drzewiecki ha dedicato molto tempo all’analisi delle fonti digitali. Solo uno di questi, MegaJordan, è “bollato” dal Jordanian Antiquities Service. Gli altri permettono di consultare la collezione di fotografie aere e immagini satellitari d’archivio. Nell’ultimo, gli utenti possono mettere in ordine i siti, ad esempio, sulla base degli Imperi all’interno dei quali erano operanti.
Come parte della sua ricerca, il dott. Drzewiecki ha chiesto ai ricercatori specializzandi in archeologia della Giordania un’opinione su questi databese. Oltre 100 scienziati, dei quali 2/3 provenienti da paesi esteri alla Giordania, hanno partecipato a un sondaggio online. I ricercatori hanno puntato diverse debolezze in molti di questi strumenti. Per esempio, MegaJordan contiene informazioni solo su 10 mila siti archeologici, mentre si stima che ve ne siano oltre dieci volte tanti in questo Paese. Questo non cambia il fatto che gli archeologi siano ansiosi di utilizzare i suddetti database, principalmente prima dell’inizio dei progetti di scavo, ma notano che la qualità dei dati spesso non riflette la situazione attuale. Questo include la storia degli scavi e l’area del sito.
“Secondo i miei intervistati, i database sono strumenti importanti. Specialmente all’inizio, i ricercatori li utilizzano molto spesso. Ma dopo si rivolgono alla letteratura per trovare conferme o verificare i dati. Questo indica chiaramente che i creatori di questi database hanno ancora molto lavoro davanti a loro, ma i database hanno il potenziale per divenire un elemento chiave nella gestione della crescente quantità di informazioni riguardanti i siti archeologici” – ha spiegato Drzewiecki.
Gli intervistati non erano in accordo sul fatto che l’accesso illimitato a Internet fosse una pratica appropriata. Nel caso dell’open access, c’è la possibilità che un dato, specie quelli riguardanti la collocazione dei monumenti, che potrebbe essere utilizzato illegalmente per ottenere oggetti di grande valore storico. Gli archeologi hanno scoperto che i membri delle comunità che vivono nei pressi dei siti archeologici sono quelli che più probabilmente li saccheggeranno e che non hanno bisogno di utilizzare risorse online, perché conoscono la loro area. Gli intervistati hanno notato, comunque, che le reti internazionali e organizzate di saccheggiatori possono trarre vantaggio dal potenziale dei database online.
Un’altra importante scoperta è stata quella che i servizi di conservazione giordani non utilizzano i database nell’esecuzione dei loro doveri – ad esempio la supervisione di progetti di costruzione. Secondo gli intervistati, la tecnologia utilizzata nei database è sufficiente. Il problema alla base, ad ogni modo, è che non sono aggiornati regolarmente. L’ideale per gli intervistati sarebbe quello di combinare tutti questi database all’interno di un unico database onnicomprensivo.
Il dott. Drzewiecki ha condotto la sua ricerca come parte del programma EPIC Erasmus Mundus, coordinato dalla British Cardiff Metropolitan University. Ha lavorato dal Settembre 2014 fino a Luglio 2015 alla Facoltà di Archeologia e Turismo dell’Università della Giordania ad Amman. Il supervisore accademico del ricercatore è stato il dott. Maysoon Al-Nahar.

 
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
 

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