15 Giugno 2015

Nella foto: Martyna Molak-Tomsia. Fonte: The Foundation for Polish Science
Nella foto: Martyna Molak-Tomsia. Fonte: The Foundation for Polish Science

Il test del DNA sugli Slavi del Medio Evo potrà chiarire se la Cristianizzazione portò a cambiamenti significativi nella popolazione degli abitanti del territorio polacco. Ad ogni modo, leggere il genoma di migliaia di anni non è una cosa da poco, come spiega a PAP la dott.ssa Martyna Molak-Tomsia.
Vi sono persone, i cui corpi sono ritrovati in un sito archeologico, in qualche modo legate tra loro? Vaste migrazioni si verificarono nell’area di studio in un dato periodo di tempo? C’è una continuità genetica tra popolazioni che abitavano l’area nel passato e quelle che vivono oggi? Le agitazioni storiche e militari hanno un impatto sulla composizione biologica della popolazione? Storici e archeologi possono talvolta non essere in grado di rispondere a queste domande senza l’aiuto dei biologi molecolari.

La dott. ssa Martyna Molak-Tomsia, biologa al Museo e Istituto di Zoologia PAS, che si occupa della descrizione genetica della storia delle popolazioni umane, ha spiegato a PAP il lavoro sul DNA ottenuto da scavi archeologici. La ricercatrice riceve quest’anno l’assegnazione della borsa di studio Barbara Skarga, concessa dal programma START a persone la cui ricerca apre nuove prospettive di ricerca.
La ricerca della dott.ssa Martyna Molak-Tomsia aiuta gli archeologi a scoprire in modo più accurato cosa avvenne agli Slavi dopo la formazione dello Stato Polacco. “Stiamo studiando il materiale biologico dal periodo appena successivo alla Cristianizzazione. Stiamo controllando come il battesimo della Polonia abbia toccato la popolazione.” – ha spiegato la biologa, aggiungendo che dovremo aspettare i primi risultati.
Ha spiegato che, come parte della ricerca riceve campioni di materiale biologico dagli archeologi. “Questi sono di solito denti, ossa o capelli dai resti ritrovati durante gli scavi. Prendo questi campioni e provo ad acquisire il DNA che contengono” – dice la ricercatrice. Spiega che, per fare questo, ha bisogno di frantumare le ossa. “Le trapano per polverizzarle. Questa polvere è poi trattata con sostanze chimiche, enzimi per estrarre il DNA in forma pura dalle cellule. Poi devo moltiplicare questo DNA” – ha spiegato.
Ad ogni modo, estrarre informazioni genetiche da resti molto antichi è molto difficile. “DNA è rimasto tipicamente nel terreno per un lungo periodo, degradando. Il materiale genetico è modificato, frammentato, e le informazioni necessitano di essere messe insieme come a partire da pezzi piccoli e frammentari di DNA, come in un puzzle a mosaico” – ha descritto la biologa.
Ha spiegato che quando il corpo muore, il sistema di riparazione del DNA cessa di funzionare. “Reazioni chimiche spontanee causano rotture del DNA in pezzi più piccoli in posti casuali, cambiandone la struttura e rendendolo difficile da analizzare” – la ricercatrice ha spiegato a PAP, aggiungendo che un altro fattore che ostacola gli studi sono i microorganismi che si nutrono di cellule e danneggiano il DNA.
“Ma ci sono metodi che consentono di mettere insieme i frammenti molto piccoli di DNA in un insieme di senso compiuto. I metodi fisico-chimici e bioinformatici permettono allora di dedurre, ad esempio, sull’origine della persona o sullae relazioni tra individui da un determinato sito” – ha detto. Ha enfatizzato che il DNA fossile si raccoglie da cellule multiple, non da una singola cellula. Di conseguenza, c’è la possibilità che il frammento, che non è sopravvissuto in una delle cellule, sia preservato in buone condizione in una delle altre cellule.
Ad ogni modo, la condizione del DNA dipende in larga parte dalle condizioni nelle quali i resti sono conservati. “Il più antico DNA di mammiferi che siamo stati in grado di leggere, è all’incirca vecchio di 700 mila anni fa. È DNA di cavallo che era preservato nel permafrost. A basse temperature, tutti i processi chimici rallentano” – ha spiegato la scienziata.
La biologa sottolinea che il DNA, che può essere almeno parzialmente letto, è di solito preservato solo in parte dei campioni testati (30-70%). I ricercatori non sono sempre abbastanza fortunati da ottenere le informazioni che stanno ricercando dal DNA. Molak-Tomsia ha raccontato della ricerca condotta parecchi anni fa nel suo istituto sui resti che i ricercatori sospettavano essere quelli di Niccolò Copernico (NdT, in latino Nicolaus Copernicus). “Il presunto scheletro di Copernico, scoperto nella Cattedrale di Frombork era confrontato con i capelli da un libro, che appartenne a Copernico” – ha detto. Ha spiegato che anche se il DNA nello scheletro era in buono stato di conservazione, il DNA dai capelli era malamente conservato, e così non si potè confermare con un elevato grado di certezza che si trattava esattamente dello stesso DNA. “Ad ogni modo, i risultati dell’analisi del DNA scheletrico, combinati con informazioni antropologiche e storiche sembrano indicare con forza che lo scheletro costituisce effettivamente i resti del famoso astronomo” – ha spiegato la ricercatrice.
“La ricerca sul DNA fossile si sta sviluppando velocemente. Possiamo aspettarci negli anni a venire di vedere molti risultati interessanti riguardanti la ricerca nel mondo antico” – ha concluso la biologa.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, di Ludwika Tomala. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.