Abu Tbeirah: il primo scavo di un porto del 3° millennio in Iraq ad opera della Missione archeologica Sapienza

Un porto tra le acque di Sumer: il primo scavo di un porto del 3° millennio in Iraq ad opera della Missione archeologica Sapienza

Durante la presentazione delle attività, la mostra calligrafica araba dell’artista iracheno Amjed Rifaje

 

mercoledì 21 marzo 2018 – ore 10.00 – presentazione e mostra

aula Organi collegiali – Palazzo del Rettorato

piazzale Aldo Moro 5, Roma

 

Gli archeologi del team di Abu Tbeirah hanno individuato e stanno scavando il porto risalente al 3° millennio a.C.: uno scavo che consentirà di scrivere un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia e della sua civiltà, nata dalle acque del Tigri e dell'Eufrate, superando l'immaginario comune che identifica le antiche città mesopotamiche attorniate da distese di campi di cerali, irrigati da canali artificiali.

La Missione Archeologica italo-irachena ad Abu Tbeirah, diretta da Licia Romano e Franco D'Agostino, presenterà l’importante risultato della campagna condotta nell’Iraq meridionale, mercoledì 21 marzo presso il Rettorato, con una iniziativa promossa dalla Fondazione Sapienza.

 

Non è per caso che la parola araba per porto "MARSA (هرسى)" riprenda il termine sumerico MAR.SA, che indicava la struttura amministrativa del porto e delle attività a esso connesse: le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino, e collegate tra di loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Pur nota dalle fonti cuneiformi, questo tipo di struttura è stata solo a volte individuata dalle tecnologie satellitari, ma a tutt’oggi mai scavata: di fatto gli archeologi della Sapienza sono i primi ad affrontate lo scavo di un porto sumerico risalente al 3° millennio a.C., aprendo alla possibilità di riconsiderare l’humus su cui la grande ricchezza della civiltà mesopotamica si fondava.

Gli archeologi e specialisti della Sapienza hanno indagato il sito di Abu Tbeirah, posto vicino all'antica linea di costa del golfo arabico, una posizione peculiare all'interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare, che ha influenzato fortemente la vita dell'insediamento, come dimostra la grande struttura portuale appena individuata.

"Il porto situato nella parte N-O del Tell di Abu Tbeirah (ndr. collina formata da accumuli antropici) è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d'argilla” ci raccontano Licia Romano e Franco D'Agostino "con due accessi che lo  mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali indagate archeologicamente provengono da Ur, ma sono di duemila anni più tarde".

La connessione del sito con le paludi sumeriche era già stata rilevata grazie alla cultura materiale portata alla luce durante gli scavi precedenti condotti dalla Missione, ed è ora confermata nel porto di Abu Tbeirah, una versione in scala maggiore di alcune peculiari strutture connesse alle dighe dei villaggi delle Marshland attuali. Anche sulla base di questo confronto, i ricercatori non escludono che il porto individuato ad Abu Tbeirah non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma che fungesse anche da riserva d'acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché da fulcro di varie attività dell'insediamento connesse all'utilizzo della risorsa idrica.

 "Le indagini proseguiranno durante le prossime stagioni di scavo, vista la grandezza del complesso portuale: il bacino, di forma oblunga è di 130x40 m ca., doveva avere una capienza probabilmente superiore 12 piscine olimpioniche” precisano i ricercatori “e questo spiega le numerose nuove linee di ricerca che questa scoperta porta con sé. In particolare l’interesse si focalizzerà non soltanto sul funzionamento di questa struttura, ma, grazie alla collaborazione con i dipartimenti di Biologia Ambientale e di Scienze della Terra, anche sul territorio che circondava il sito. Recenti indagini sull'antica canalizzazione che connetteva i siti mesopotamici, portate avanti dal collega Jaafar Jotheri, dell'Università di Qadisiyah e membro della missione, hanno evidenziato la particolarità del sito di Abu Tbeirah, che dalle satellitari appare chiaramente circondato da paleo-canali che si dipartono come raggi dalla città e che ci ricordano molto i canali delle Marshland (ndr le paludi attuali create dal delta del Tigri e dell'Eufrate)”.

La scoperta del porto apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell'insediamento di Abu Tbeirah alla fine del 3° millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP (ndr 4200 anni dal presente) event.

 Lo scavo del contesto archeologico è iniziato nel 2017 grazie ai finanziamenti della Sapienza e del Ministero degli Affari Esteri italiano e proseguiranno anche con il supporto della generosa donazione della Fondazione Bardelli.

 

Focus

La mostra di calligrafia araba "L'Eleganza dell'Alif" dell'artista iracheno Amjed Rifaie , di origini Sufi. attraverso veri e propri tratti artistici ricrea su carta parole e frasi - anche sotto le spoglie di forme antropomorfe - dei caratteri dell’alfabeto arabo. La nascita della calligrafia è infatti strettamente legata alla nascita dell’Islam e il suo scopo è di comunicare le parole del Divino. Quello che l’occhio coglie a primo impatto davanti ad un’opera calligrafica è la simbiosi estetica tra la parola ed il segno. Insieme esse si fondono per dare vita ad un quadro, risultato di grande meditazione e concentrazione, che racconta qualcosa di più: un modo di essere nel quale la tranquillità e la serenità sono le chiavi di lettura della vita e del mondo che ci circonda.
Testo e immagini da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma

Il Sahara era verde e popolato: la storia dell’evoluzione umana raccontata dal genoma

Il Sahara era verde e popolato: la storia dell’evoluzione umana raccontata dal genoma

Un gruppo di ricerca internazionale coordinato dalla Sapienza, ha utilizzato una tecnica innovativa di sequenziamento del Dna per ricostruire l’evoluzione della specie umana all’interno del continente africano. I risultati sono pubblicati su Genome Biology

La storia dei movimenti umani attraverso il Sahara, è racchiusa non solo nei reperti archeologici riconducibili ad antichi insediamenti sahariani, ma anche nel nostro genoma.

Questa nuova prospettiva, che finora non era mai stata analizzata, è stata adottata dal team di ricerca internazionale coordinato da Fulvio Cruciani del Dipartimento di Biologia e biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza di Roma, evidenziando che il pool genetico maschile di popolazioni nord-africane e sub-sahariane è stato plasmato da antiche migrazioni umane trans-sahariane.

Lo studio, pubblicato dal gruppo sulla rivista Genome Biology, costituisce un importante contributo al progresso conoscitivo sull’evoluzione umana e in particolare sul ruolo del cosiddetto “Green Sahara” nel popolamento dell’Africa.

Durante l’optimum climatico dell’Olocene (tra 12 mila e 5 mila anni fa), il Sahara era una terra fertile (da cui “Green Sahara”) e dunque non rappresentava una barriera geografica per eventuali sposamenti umani tra l’Africa sub-sahariana e le coste mediterranee del continente. Per analizzare il popolamento di questa regione i ricercatori si sono avvalsi di una tecnica innovativa (next-generation sequencing) per sequenziare circa 3,3 milioni di basi del cromosoma Y umano in 104 individui maschi, selezionati mediante uno screening di migliaia di campioni.

Lo studio della distribuzione geografica dei diversi cromosomi Y permette di fare inferenze riguardo eventuali eventi demografici del passato a carico della nostra specie. Mediante questa analisi, sono state individuate 5966 varianti geniche (di cui il 51% mai descritte in precedenza). Studiando la variabilità genetica di queste varianti in 145 popolazioni africane ed eurasiatiche è stato possibile evidenziare massicce migrazioni umane avvenute sia attraverso il deserto del Sahara (prima della desertificazione) che attraverso il bacino del Mediterraneo.

“Il cromosoma Y – precisa Eugenia D’Atanasio, primo autore condiviso della ricerca – viene trasmesso dal padre ai soli figli maschi, fornendo quindi una prospettiva solo “al maschile” dell’evoluzione umana recente. Il confronto dei dati dell’Y con quelli relativi al DNA mitocondriale (trasmesso lungo la linea materna) e agli autosomi (trasmessi da entrambi i genitori) ha evidenziato differenze dei due sessi nel plasmare la variabilità genetica del Nord Africa, con un contributo femminile recente riconducibile alla tratta araba degli schiavi e un contributo maschile più antico, che risale principalmente al periodo del “Green Sahara”.

“Questa analisi – aggiunge Beniamino Trombetta, co-autore della ricerca – ha anche evidenziato massicci spostamenti avvenuti attraverso il bacino del Mediterraneo, che hanno coinvolto antichi movimenti di popolazioni umane dall’Europa all’Africa e viceversa, mostrando come i contatti tra queste due regioni siano sempre avvenuti fin dai tempi preistorici”.

In questo studio, per la prima volta, si trova la traccia genetica di migrazioni umane trans-sahariane che erano state sino a ora ipotizzate soltanto mediante l’analisi di cultura materiale. Gli scenari proposti contribuiscono a una migliore comprensione dell’evoluzione umana recente e aprono la strada a nuove linee di ricerca riguardo la nostra storia. Leggere di più


Le grotte di Dunhuang: un gioiello dell'arte e della cultura cinese in mostra a Venezia

Frutto della collaborazione tra Università Ca’ Foscari, Dunhuang Research Academy e Dunhuang Culture Promotion Foundation

LE GROTTE DI DUNHUANG: UN GIOIELLO DELL’ARTE E CULTURA CINESE IN MOSTRA

A CA’ FOSCARI VENEZIA

Per la prima volta in Italia, è stata inaugurata il 21 febbraio.

La mostra ha già fatto tappa al Paul Getty Conservation Institute di Los Angeles e alla

The Prince’s School of Traditional Arts di Londra

 

VENEZIA – Per la prima volta in Italia, negli Spazi Espositivi dell’Università Ca’ Foscari, sarà possibile “esplorare” il magnifico complesso rupestre di Dunhuang, situato nella provincia occidentale cinese del Gansu, fra l’altopiano del Tibet, la Mongolia e il deserto del Gobi, grazie alla mostra Jewel of the Silk Road Buddhist Art from Dunhuang (Il gioiello della Via della Seta: Arte buddhista di Dunhuang) che si terrà dal 22 febbraio all’8 aprile nella sede centrale dell’ateneo veneziano.

L’esposizione, dopo essere stata visitata ieri dal Presidente della RepubblicaSergio Mattarella, è stata inaugurata oggi alla presenza del Rettore dell’Università Ca’ Foscari, Michele Bugliesi, di Wang Xudong 王旭東, Direttore Dunhuang Research Academy, di Tiziana Lippiello, Prorettore Università Ca’ Foscari, Sir David Green, Chairman di The Prince’s School of Traditional Arts, London, “The Wonders of Dunhuang”,  da Wang Yin 王胤, Presidente, Dunhuang Culture Promotion Foundation e da Paola Mar, Assessore al Turismo, Comune di Venezia. 

La mostra è il frutto della collaborazione avviata con la Dunhuang Academy e la Dunhuang Culture Promotion Foundation coorganizzatori dell’iniziativa e si pone in un’ottica di rafforzamento dello scambio tra culture diverse promosso dalla Prorettrice alle Relazioni Internazionali di Ca’ Foscari, Tiziana Lippiello. Il fine è quello di consolidare una collaborazione amichevole lungo la Via della seta attraverso queste due prestigiose istituzioni e far conoscere al pubblico italiano l’arte buddhista di Dunhuang, un importante sito storico caratterizzato da grotte buddhiste di immense dimensioni inserite nella “Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco”. Non solo arte buddhista ma anche dipinti murali che ritraggono scene della vita e della società cinese dei secoli IV-XIV, la vita quotidiana a Dunhuang, un crocevia di culture lungo la Via della Seta. La mostra è una testimonianza viva e concreta degli scambi commerciali e culturali che hanno animato nel corso dei secoli l’antica via della seta, oggi valorizzata e riproposta dal governo cinese nella formula “Belt and Road”, o “One Belt One Road” per indicare quella via privilegiata che favoriva le relazioni diplomatiche, commerciali e culturali dell’Eurasia.

Un complesso costituito da 735 grotte in totale, con lunghezza di 1680 m, arricchite da più di due mila statue e45.000 mq di dipinti parietali.

“Ospitare ‘Il gioiello della Via della Seta: Arte buddhista di Dunhuang’, è motivo di orgoglio e costituisce un’iniziativa di grande rilievo per Ca’ Foscari nell’anno del suo centocinquantesimo anniversario – dichiara il rettore dell’Università Ca’ FoscariMichele Bugliesi. La scelta di Venezia e di Ca’ Foscari come sedi dell’esposizione non poteva essere più felice e appropriata, se guardiamo ai molteplici tratti comuni che legano le due città: Venezia, perla dell’Adriatico, e Dunhuang gioiello del deserto del Gobi; Venezia che diede i natali a Marco Polo, e Dunhuang che fu raggiunta da Marco Polo nel corso del suo viaggio in Asia; Venezia e Dunhuang che insieme contribuirono a dare un forte impulso ai commerci, alla trasmissione di idee, credenze, costumi, e alle espressioni artistiche dei popoli incontrati da Marco Polo e dai viaggiatori che lo precedettero e seguirono”.

La preziosa arte delle grotte di Mogao rivivrà a Venezia grazie alla collaborazione tra l’Università Ca’ Foscari, la Dunhuang Academy e la Dunhuang Culture Promotion Foundation, con l’obiettivo di presentare al pubblico italiano una realtà importante della Via della Seta e approfondire la conoscenza dell’arte tradizionale della Cina. Alla realizzazione della mostra in italiano hanno collaborato docenti e studenti del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea.

 

 

Le grotte di Dunhuang

Le grotte di Dunhuang sono un luogo colmo di tesori culturali e artistici ben noto sia in Cina che all’estero, e costituisconouna testimonianza molto importante del processo di integrazione della cultura cinese e delle altre culture dell’Eurasia. I lavori di costruzione durarono un millennio, dal quarto secolo al quattordicesimo. Le grotte hanno preservato la meravigliosa e preziosa arte buddista e il ricco contenuto dei documenti storici, culturali e artistici. Inoltre sono state nominate “il tesoro artistico buddista”, “l’enciclopedia del medioevo” e “la galleria d’arte nel deserto”, rappresentando concretamente l’evento spettacolare di un incrocio tra culture diverse e di un fondersi di etnie lungo la via della seta.

Si tratta di un grande complesso religioso buddhista di 492 grotte-santuario scavate nella roccia che si sviluppò a partire dal IV secolo.

Per quasi mille anni si arricchì di nicchie e grotte magistralmente decorate con dipinti parietali, affreschi e gruppi scultorei di stucco dipinto per una superficie totale di più di 45.000 metri quadrati. Le opere furono eseguite da artigiani locali e commissionate da monaci, notabili e mercanti buddhisti così come dai sovrani dei regni cinesi, tibetani e centroasiatici che si susseguirono nel controllo di questo importante centro economico culturale e religioso dell’antichità. Lo stile degli affreschi e delle sculture è prevalentemente cinese ma riflette anche influenze centro asiatiche, sasanidi, indiane e tibetane.

 

Venezia e Dunhuang

A differenza della città sull’acqua, Venezia, “la Perla dell’Adriatico”, Dunhuang, situata sul corridoio di Hexi, è un’oasi circondata da alte montagne, dalla sabbia e dal Deserto del Gobi. Rispetto a Venezia, che ha come simbolo l’acqua e viveva di commercio marittimo, Dunhuang è uno dei principali centri della Via della Seta, ed ha come sfondo la sabbia. Grazie all’iniziativa della Nuova Via della Seta, oggi la città del deserto e la capitale dell’acqua si incontrano nuovamente grazie alla collaborazione tra la Dunhuang Research Academy e l’Università Ca’ Foscari Venezia.

 

La mostra

Attraverso i dipinti parietali, le opere riprodotte e le riproduzioni delle grotte si vuole rappresentare il passato e il presente di Dunhuang da vari punti di vista quali la storia, la geografia, l’arte e l’artigianato, le religioni, la letteratura, l’economia e la scienza. La mostra intende presentare la cultura millenaria di Dunhuang accumulatasi con il passare del tempo attraverso la suggestione della riproduzione dei luoghi che verranno, per così dire, “visitati a distanza”.

La modernità della cultura di Dunhuang si esprime attraverso l’analisi approfondita su vari livelli che vanno dallo sfondo culturale di Dunhuang, passando per il suo processo di formazione, il contenuto artistico delle grotte, il traffico sulla via della seta, gli edifici antichi dell’antica Cina, i costumi tipici delle varie etnie, la musica e la danza influenzata dalla cultura indiana.

La mostra sarà divisa in tematiche: “Il maestoso palazzo del Buddha”, “Musiche e danze nella Terra Pura”, “Architettura”, “Costumi e make-up”, “Motivi Ornamentali”, “Pitture murali”, “Conservazione delle grotte di Dunhuang”.

Il design delle sale di esposizione si baserà sui colori unici dell’arte di Dunhuang e si ispirerà ai dipinti sulle storie buddiste tradizionali, utilizzando come mezzi principali di esposizione le opere artistiche di Dunhuang e le copie riprodotte in formato originale delle grotte. Le immagini e gli oggetti sulla via della seta, provenienti da altre fonti, avranno invece lo scopo di rendere il contesto.

Lo scopo è far scoprire ad un pubblico distante 6400 km dal luogo reale e 1600 anni dopo, il fascino dell’arte di Dunhuang.

 

La mostra è organizzata dall’Università Ca’ Foscari, dalla Dunhuang Academy e dalla Dunhuang Culture Promotion Foundation ed ha ricevuto anche il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT) e del Comune di Venezia.

 

Inaugurazione

La cerimonia di apertura della mostra si è tenuta mercoledì 21 febbraio alle ore 14.30 presso gli Spazi Espositivi di Ca’ Foscari

 

La Dunhuang Research Academy

La Dunhuang Research Academy, fondata nel 1944 come National Research Institute on Dunhuang Art, è l’istituzione nazionale responsabile della tutela, dell’amministrazione e della ricerca sulle Grotte di Mogao (il sito patrimonio dell’UNESCO a Dunhuang), le Grotte di Yulin (un sito culturale protetto a livello nazionale a Guazhou), e la grotta dei Mille Buddha a Dunhuang. Studiosi e artisti hanno documentato e riprodotto attentamente le opere d’arte e i manoscritti ritrovati nella regione. Grazie al lungo e meticoloso lavoro di conservazione delle superfici dei dirupi e delle grotte e alla creazione di materiale digitale per i visitatori, l’arte e la cultura di Dunhuang è oggi accessibile a un sempre maggiore numero di studiosi e visitatori. La Dunhuang Research Academy partecipa all’International Dunhuang Project, un consorzio istituito dalla British Library nel 1994 che si propone di tutelare, catalogare e digitalizzare i preziosi manoscritti, le stampe, i dipinti e i tessili ritrovati nelle grotte di Dunhuang e presenti in varie collezioni nel mondo.

 

La Dunhuang Culture Promotion Foundation

La Dunhuang Culture Promotion Foundation è un’istituzione fondata nel 2006. Negli ultimi dieci anni ha organizzato numerose conferenze, eventi espositivi, performance

musicali e teatrali.

Su invito della Fondazione molti studiosi importanti hanno visitato Dunhuang apprezzando l’ottimo stato conservativo del sito che l’hanno resa un “fossile vivente” di antiche civiltà con l’intento di costruire una casa spirituale dell’umanità mirando a “promuovere la cultura di Dunhuang e costruire la patria ideale dell’umanità”.

Lo scopo della Dunhuang Culture Promotion Foundation è quello di mantenere viva la tradizione culturale e di promuovere la saggezza dell’antica civiltà cinese.

Con il supporto di artisti e studiosi nazionali ed internazionali, la Fondazione vuole esplorare la conservazione dell’arte e della cultura di civiltà antiche promuovendole attraverso i linguaggi artistici contemporanei.

 

Il gioiello della Via della Seta: Arte buddhista di Dunhuang          

22.02.2018 - 08.04.2018

 

Ca’ Foscari Esposizioni

Dorsoduro 3246 - 30123 Venezia

 

orari apertura mostra:

tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00

chiuso il martedì

 

ingresso libero

 

prenotazioni e info: [email protected]

 

Organizzatori: Università Ca’ Foscari Venezia, Dunhuang Academy in collaborazione con la Dunhuang Culture Promotion Foundation

Curatrice: Lou Jie

Segreteria organizzativa: Fondazione Ca’ Foscari

Coordinatrice per l’Università Ca’ Foscari Venezia: ZHU Yi

Traduzione italiana: Livio Zanini e gli studenti del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea

Patrocini: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT) e

Comune di Venezia

Testo e immagini da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Università Ca' Foscari Venezia


Milano: mostra “Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia”

Cultura

“Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia”, a Palazzo Reale dal 21 febbraio al 24 giugno 2018

In mostra pitture, disegni e stampe di alcuni tra i più importanti artisti tedeschi e italiani, provenienti da oltre 40 prestatori da tutto il mondo.

Albrecht Dürer, Portrait of a Clergyman (Johann Dorsch?), German, 1471 - 1528, 1516, oil on parchment on fabric, Samuel H. Kress Collection

Milano, 20 febbraio 2018 – Da domani, mercoledì 21 febbraio, al 24 giugno 2018 Palazzo Reale di Milano presenta "Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia" una grande mostra e un progetto originale che raccontano l’apice del Rinascimento tedesco nel suo momento di massimo fulgore e di grande apertura verso l’Europa, grazie a un’importante selezione di opere di Albrecht Dürer (1471 – 1528) e di alcuni grandi artisti tedeschi e italiani suoi contemporanei.

Promossa e prodotta dal Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale e 24 ORE Cultura - Gruppo 24 ORE, la mostra è curata da Bernard Aikema, Professore di Storia dell’arte moderna all’Università di Verona, con la collaborazione di Andrew John Martin, Ricercatore in storia dell’arte e Rinascimento tedesco, e offre ai visitatori la possibilità di ammirare circa 130 opere tra cui 12 dipinti di Albrecht Dürer, insieme a 3 acquerelli e circa 60 tra disegni, incisioni, libri, manoscritti, rivelando così il carattere innovativo della sua arte dal punto di vista tecnico, semantico e iconografico.

Il corpus del maestro di Norimberga è affiancato da alcune opere significative di artisti tedeschi suoi contemporanei come Lucas Cranach, Albrecht Altdorfer, Hans Baldung Grien, Hans Burgkmair e Martin Schongauer da un lato; e dall’altro di grandi pittori, disegnatori e artisti grafici italiani che hanno lavorato fra Milano e Venezia, come Tiziano, Giorgione, Andrea Mantegna, Leonardo da Vinci, Giovanni Bellini, Andrea Solario.

Con la mostra "Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia" Palazzo Reale e 24 ORE Cultura riuniscono a Milano opere provenienti da più di 40 prestatori italiani e internazionali: si avrà quindi la possibilità di fare un vero e proprio viaggio virtuale “europeo” nei più prestigiosi musei tedeschi, olandesi, inglesi, spagnoli, portoghesi e italiani per conoscere a fondo quell’età aurea della storia dell’arte che ancora oggi è considerata un epigono irripetibile.
L’esposizione rivelerà anche il quadro dei rapporti artistici tra nord e sud Europa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, il dibattito religioso e spirituale come substrato culturale delle opere di Dürer, il suo rapporto con la committenza attraverso l’analisi della ritrattistica, dei soggetti mitologici, delle pale d’altare; la sua visione della natura e dell’arte tra classicismo e anticlassicismo, la sua figura di uomo e le sue ambizioni d’artista.

IL PERCORSO ESPOSITIVO

“Dürer, l’arte tedesca, Venezia, l’Italia”
Nella prima sezione tematica si esplorano i rapporti artistici fra il nord e il sud delle Alpi fra 1480 e 1530 circa. Da un lato si dimostra come la reciprocità degli stimoli abbia generato novità iconografiche, compositive e formali, che contribuirono in modo decisivo alle trasformazioni epocali che caratterizzano la storia dell’arte europea durante quegli anni; dall’altro si seguono gli spostamenti geografici di Albrecht Dürer e i suoi fruttuosi incontri con l’arte italiana e, in particolar modo, veneziana.

La critica è solita affermare che Dürer avrebbe visitato Venezia due volte, attorno al 1495 e nel 1505-1507. Il primo viaggio tuttavia non è documentato mentre il secondo ha lasciato tracce nelle fonti. La città lagunare era il principale centro del settore editoriale al di qua delle Alpi e probabilmente Dürer, maestro di grafica a stampa ormai incontestato in Germania, voleva espandere il proprio raggio d’azione all’Italia settentrionale. Qui l’artista ha prodotto diversi capolavori, fra i quali la Festa del Rosario, il Cristo fra i dottori e il celebre Ritratto di giovane veneziana, dipinti che dialogano con il linguaggio artistico di Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Alvise Vivarini e Leonardo da Vinci.

“Geometria, misura, architettura”
Grazie ad una mente brillante e metodica, un eccezionale talento per la matematica e l’aiuto dei suoi amici umanisti, Albrecht Dürer seppe esprimere, in vari scritti ma anche nelle sue opere, un nuovo concetto dell’arte, basato sui principi dell’imitazione della natura e sulla teoria artistica. In questa sezione della mostra, specificamente dedicata a questo suo essere, oltre che artista, anche teorico dell’arte, sono esposti in edizione originale i suoi trattati sulla geometria e la prospettiva, sull’architettura militare e sulle proporzioni umane; e le riproduzioni digitali ad alta risoluzione di alcune carte di uno dei più importanti codici manoscritti di Dürer, che documentano il suo precoce interesse verso teoria e lessico architettonico italiano.
Vengono poi messi a confronto disegni di Dürer con opere grafiche di Baldung Grien, Cranach e Jacopo de’ Barbari, che mostrano come, fra la fine del XV e il primo decennio del XVI secolo, questi artisti si confrontassero nello studio dei modelli antichi o del corpo umano; e, anche, disegni e incisioni di Dürer e Leonardo intorno al problema della rappresentazione proporzionale del cavallo.

“La natura”
Il contributo degli artisti tedeschi si è rivelato fondamentale nella rappresentazione della natura da parte di Dürer, alla pari di quello di Leonardo da Vinci e di altri pittori e disegnatori nord-italiani. Questi artisti infatti, sperimentando una diversa resa pittorica del paesaggio, hanno fornito esempi che hanno influenzato notevolmente Dürer e che sono state tappe essenziali del suo percorso verso la creazione di paesaggi autonomi.
In questo processo furono importanti alcune opere di Giorgione e di altri pittori nord-italiani, come Tiziano e Andrea Previtali, oppure, in Germania, degli artisti della cosiddetta Donauschule, ad esempio Lucas Cranach, Wolf Huber e Albrecht Altdorfer, le cui opere si contraddistinguono per l’espressiva resa paesistica e per le figure di piccole dimensioni.
Nel corpus di Albrecht Dürer troviamo infatti composizioni di grande formato, dove tuttavia l’artista si concentra sui particolari, e questo costante focalizzarsi sul paesaggio circostante, simultaneamente sul grande e sul piccolo, sul vicino e sul lontano, sul soggetto vero e proprio e su ciò che gli sta intorno, è in linea con lo sviluppo artistico dell’epoca, sia a Nord che a Sud delle Alpi.
Accanto al paesaggio in tutte le sue manifestazioni, gli artisti studiavano la flora e la fauna, fino ai singoli fili d’erba e agli insetti: oltre che a Jacopo Bellini, è ancora una volta a Leonardo e a Dürer che spetta il merito di avere liberato gli animali e le piante dal canone schematico dei repertori medievali.

“La scoperta dell’individuo”
La mostra prosegue dando una visione di come, attorno al Cinquecento, si sviluppi la “scoperta dell’individuo” attraverso il ritratto.
La richiesta di ritratti individuali cominciò ad aumentare enormemente a partire dalla seconda metà del XV secolo: prima riservati ai nobili e ai ricchi mecenati, il desiderio di farsi ritrarre coinvolse successivamente una fascia molto più ampia della società. Nel corso del Cinquecento, la ritrattistica divenne sempre più popolare e diversificata, tanto che molti artisti cominciarono a definirsi ritrattisti – una specializzazione del tutto nuova.
La prima ritrattistica moderna, a dispetto di tutte le sue formule pittoriche e convenzioni, in definitiva ha a che fare con la costruzione della propria immagine. Soggetto e artista, a vari livelli di collaborazione, costruiscono un artificio che riflette l’aspetto del soggetto al momento dell’esecuzione del ritratto. Tuttavia i ritratti sono concepiti anche per dialogare con il pubblico contemporaneo e futuro, quindi spesso la somiglianza personale è legata a messaggi che riguardano la classe, lo status e le aspirazioni del personaggio ritratto, esprimendo il modo in cui il loro soggetto desiderava essere ricordato.

“Albrecht Dürer incisore: Apocalisse e cicli cristologici”
Nella quinta sezione della mostra si cerca di analizzare un aspetto particolarmente discusso sui vari atteggiamenti di Dürer e dei suoi contemporanei nei confronti del dibattito religioso e spirituale dei suoi tempi.
Accanto ad alcuni fondamentali disegni e monocromi, sono mostrati al pubblico i celebri quindici fogli dell’Apocalisse - la prima opera capitale di Dürer che viene considerata il primo libro progettato, illustrato e pubblicato da un artista nel mondo occidentale - e la Grande Passione, una serie pubblicata nel 1511 realizzata da un ancor giovane Dürer con la tecnica della xilografia. Oltre ad essere delle vere e proprie pietre miliari in termini di realizzazione artistica - e anche di marketing -, i cicli grafici di Dürer si contraddistinguono per un approccio iconografico innovativo e per il nuovo rapporto che creano tra testi sacri e immagini. In questa sezione viene esposta, inoltre, La Melancolia (Melencolia I), 1514, l’incisione più famosa di Dürer, che il Vasari classificava tra le opere che riempiono di stupore il mondo intero, oltre ad essere un esempio di eccezionale virtuosismo tecnico.

“Il Classicismo e le sue alternative”
L’ultima sezione chiude il percorso espositivo con una riflessione sul sistema estetico che ha caratterizzato questo periodo storico dell’arte, in cui l’egemonia del classicismo era controbilanciata da correnti opposte che prediligevano temi e forme “anticlassiche” o, talvolta, “a-classiche”.
Il modello classico o classicheggiante, corrente prevalente in Italia, negli ultimi anni del Quattrocento cominciò a manifestarsi anche nelle principali città della Germania meridionale attraverso un interesse per l’arte antica e per i sistemi retorici ad essa collegati. Figura chiave di questo momento fu Albrecht Dürer, come testimoniano le sue copie, o meglio interpretazioni, di stampe italiane eseguite nell’ultimo decennio del XV secolo da Pollaiolo e Mantegna.
L’‘anticlassico’, che si configurava come una sorta di mutazione del classico, prese forma nell’arte dell’Italia settentrionale - da Lorenzo Lotto ad Amico Aspertini - come in Germania, in certe opere dello stesso Dürer, di Wolf Huber e Hans Baldung Grien.
L’artista di Norimberga rappresenta quindi l’esempio più riuscito di questo momento di massima apertura culturale e di grandi cambiamenti, caratterizzato dalla grande diffusione di nuove idee filosofiche e dallo sviluppo di cambi di paradigma senza confine, men che meno geografico.
MUSEI E ENTI PRESTATORI
Dall'Austria: Albertina e Kunsthistorisches Museum di Vienna; dalla Francia Fondation Bemberg a Toulouse, Fondation Custodia, Parigi, Musée des Beaux-Arts, Dijon; da Amiens Musee de Picardie; Dalla Germania Bayerische Staatsgemaldesammlungen, Staatliche Graphische Sammlung a Monaco; Friedrich-Alexander Universitat Erlangen e Germanisches Nationalmuseum, Stadtbibliothek im Bildungscampus, Norimberga; da Amburgo Kunsthalle, Museum Georg Schäfer e Museum Georg Schäfer, Schweinfurt; da Berlino Staatliche Museen, Staatliche Museen; Städel Museum da Francoforte e Wallraf-Richartz Museum, da Colonia.
Per l’Italia invece, le opere provengono da Accademia Carrara, Bergamo; Gallerie dell'Accademia, Accademia di Belle Arti e Museo Correr, Venezia; Musei Vaticani, Istituto Nazionale per la Grafica e Biblioteca Alessandrina, Roma; Biblioteca Statale, Lucca; CISA, Vicenza; Civiche Raccolte, Castello Sforzesco, Pinacoteca Ambrosiana, Milano; Gabinetto disegni e stampe, Uffizi, Museo Nazionale del Bargello, Galleria degli Uffizi, Firenze; Pinacoteca Nazionale, Siena; Chiesa di San Pietro Martire, Murano; Palazzo Rosso, Genova.
Dall’Olanda le opere provengono da Rijksmuseum Amsterdam e dal Gabinetto Disegni e Stampe Olanda Boijmans Van Beuningen, Rotterdam; dal Portogallo Gulbenkian Museum, Lisbona; dalla Spagna Museo Nacional del Prado, e Patrimonio Nacional, Real Monasterio de El Escorial, e Thyssen-Bornemisza, Madrid.
Dal Regno Unito: Ashmolean Museum, Oxford; da Londra British Museum, Royal Collection Trust e The National Gallery; si segnala inoltre anche il prestito da Chatsworth, Duke of Devonshire. Infine dagli USA National Gallery of Art, Washington.

Come da Comune di Milano.


Etiopia: orme di un bambino di 700 mila anni fa a Gombore II-2

Ricercatori Sapienza scoprono orme di bambino risalenti a 700 mila anni fa in un sito archeologico in Etiopia (Gombore II-2 a Melka Kunture)

Il ritrovamento eccezionale ha pochissimi precedenti: i siti con impronte umane più antichi di 300.000 anni si contano nel mondo sulle dita di una sola mano

impronte umane a Gombore

I siti con impronte umane più antichi di 300.000 anni si contano nel mondo sulle dita di una sola mano e anche per questo la recente scoperta in Etiopia aumenta in modo significativo le nostre conoscenze.
Si tratta di un livello improntato, perfettamente datato, perché direttamente coperto da un tufo vulcanico di 700.000 anni fa, di Gombore II-2 sito che è parte di Melka Kunture, una località dell’alto bacino del fiume Awash, a 2.000m slm. Qui da anni si svolgono le campagne di ricerca di uno dei Grandi scavi di ateneo, finanziato da Sapienza e dal Ministero Affari Esteri.

Gombore 700.000 anni fa: ricostruzione

La zona scavata corrisponde ad un’area intensamente frequentata, ai margini di una piccola pozza d'acqua in cui probabilmente si abbeveravano, oltre agli ominidi, anche animali prossimi agli attuali gnu e gazzelle, nonché uccellini, equidi e suidi; anche gli ippopotami hanno lasciato tracce dei loro passaggi.
Le impronte delle varie specie si intersecano tra di loro, e si sovrappongono a tratti a quelle degli esseri umani, individui in parte adulti e in parte di 1, 2 e 3 anni. In particolare uno di questi bambini in tenera età propriamente non camminava, ma era in piedi e si dondolava: la sua è l'impronta di un piede che calpesta ripetutamente il suolo, rimanendo appoggiato sui talloni. Ha quindi lasciato impressa una serie di piccole dita (più di cinque) in parte sovrapposte dalla ripetizione del movimento.

© K. D’Aout, University of Liverpool

 “È stata un’emozione molto intensa” spiega Flavio Altamura, il giovane il giovane dottore di ricerca, prima firma dell’articolo appena uscito sugli Scientific Reports di  Nature, a cui si deve la scoperta a cui si deve la scoperta delle orme dei bambini “A Gombore II-2 abbiamo quanto possa esistere di più simile ad una “foto di vita preistorica”. Si può quasi dire che qui abbiamo, 700.000 anni fa, "i primi passi di un bambino", mentre il resto del gruppo ed altri piccoli si dedicavano alle attività quotidiane”.

 Il sito infatti conserva traccia di una serie completa di attività: scheggiatura della pietra (ossidiana e altre rocce vulcaniche) con la produzione di strumenti litici, e macellazione della carne di più ippopotami. C'erano dei carnivori, ma sono venuti solo dopo a cibarsi dei resti lasciati dagli ominidi. Infatti, i morsi dei carnivori sulle ossa si sovrappongono alle tracce lasciate precedentemente dagli strumenti di pietra che avevano tagliato la carne. Quindi il gruppo umano era in pieno controllo dell’ambiente.

 “Gombore II-2 è importante non solo perché sono rari i siti con impronte umane, ma perché per la prima volta non abbiamo un semplice "percorso nel paesaggio", come a Laetoli, per esempio, ma invece un sito archeologico in cui sono documentate le attività quotidiane nel loro insieme” spiega Margherita Mussi, coordinatrice dello scavo – “Inoltre, per la prima volta ci sono impronte di bambini molto piccoli, che indicano la loro presenza costante anche quando gli adulti scheggiavano e macellavano. Sappiamo anche di che specie di ominide si tratta, perché resti fossili di Homo heidelbergensis – l’antenato comune nostro e dei Neandertaliani - sono stati trovati a breve distanza, ma in un livello archeologico più antico, risalente a 850.000 anni fa”.

 La ricerca, coordinata da Margherita Mussi del Dipartimento di Scienze dell’antichità è frutto degli scavi condotti da laureandi e dottorandi del Dipartimento stesso. In particolare, la scoperta è opera del primo firmatario dell’articolo appena pubblicato sull’argomento, Flavio Altamura, che su questa ha svolto il suo progetto di dottorato in Archeologia. Lo studio delle impronte è frutto di una cooperazione scientifica a livello nazionale e internazionale. Leggere di più


Al via l'anno di Palermo capitale della cultura 2018

AL VIA L'ANNO DI PALERMO CAPITALE DELLA CULTURA 2018
Online il sito con tutti gli eventi di #Palermo2018

Spettacoli, mostre, incontri, cinema, arte, una retrospettiva su Antonello da Messina e una festa europea sulla musica con mille musicisti: ecco alcune delle 780 iniziative in programma a Palermo, la Capitale Italiana della Cultura 2018. Non solo eventi, ma anche un piano di interventi per il rilancio del capoluogo siciliano, dal Castello della Zisa a Palazzo Butera.


La ricchezza e la bellezza di Palermo sono nelle sue mille anime, frutto di dominazioni, di arrivi e partenze, di accoglienza e scambio. Lo testimoniano il suo paesaggio, la sua lingua, i suoi monumenti, la sua cucina e il suo tessuto urbano.
Una ricchezza stratificata e sincretica che è facile leggere nell’arte, tra le pieghe leggere di un arabesco, su un capitello, tra le tessere dei mosaici, in un putto irridente, tra le architetture classiche e le volute liberty o ancora nell’Opera dei pupi; una ricchezza che altrettanto facilmente si legge nelle decine di iniziative, seminari, mostre, convegni, spettacoli che in ogni periodo dell’anno accolgono i palermitani e i turisti.
Palermo è un mosaico multietnico che esprime la bellezza nell'incontro tra le culture.
Palermo, Capitale italiana della Cultura, è una capitale delle Culture, della cultura artistica e delle altre culture come delle Culture altre, non solo un ricco calendario di eventi, ma un progetto di visione che vede la cultura come “capitale” attorno al quale far crescere tutta la comunità.
Cultura dunque a 360°, non solo cultura artistica ma anche culture della pace, dell'accoglienza, della legalità, d'impresa, dell'innovazione, dei giovani, ambientale, della solidarietà, della diversità; il tutto mettendo a sistema le istituzioni culturali, l’associazionismo e i tanti attori della vitalità civile del nostro territorio, che va oltre i confini urbani e valorizza la sinergia con l’area metropolitana e con tutta la regione.
Certamente saranno tante le iniziative e gli eventi, molti dei quali di respiro internazionale, che proiettano la città verso i grandi temi della nostra epoca, come il diritto alla mobilità internazionale, il cambiamento climatico, l'accoglienza, i diritti della persona, i rapporti fra i popoli e gli stati. Proprio perché progetto, molto di tutto questo resterà oltre il 2018: nuovi spazi e circuiti culturali, un sistema integrato dell'offerta turistico-culturale, e, soprattutto, l’orgoglio della nostra riscoperta bellezza.

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone


Inaugurazione del Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Nieddu del Rio a Locri

Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Nieddu del Rio

Locri (Reggio Calabria)

Inaugurazione

16 febbraio 2018 - ore17.00

Venerdì 16 febbraio 2018, alle ore 17.00, alla presenza di autorità istituzionali, sarà inaugurato il Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Nieddu del Rio.

Il museo è stato realizzato nell’ambito di un progetto POIN - Attrattori culturali, naturali e turismo (FESR) 2007-13 seguito dall’allora Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria, oggi Segretariato Regionale della Calabria, che prevedeva anche il recupero del Palazzo Nieddu di proprietà comunale. Il palazzo consegnato ufficialmente al MiBACT - Polo Museale della Calabria in data 19.12.2017, risalente ai primi del novecento, sta diventando un punto di riferimento culturale per il centro cittadino e per l’intera Locride.

Il progetto scientifico prevede l’esposizione al pubblico di testimonianze sulla vita del territorio nell’età protostorica relative alle necropoli di Canale Ianchina nell’entroterra locrese, di Sant’Onofrio di Roccella e di Santo Stefano di Grotteria ed in età greca con le novità emerse a seguito di recenti scavi legati all’ammodernamento della SS 106. Sarà così possibile offrire una panoramica ancora più articolata della vita nel territorio della Locride, che porterà ad una maggiore conoscenza e valorizzazione del patrimonio culturale, obiettivo primario della politica del Polo Museale della Calabria.

Il patrimonio storico-archeologico del territorio di Locri già concretamente rappresentato dal Parco archeologico e dai due musei dedicati, l’uno alla vita della polis coloniale e l’altro alla città di epoca romana, si arricchisce, quindi, di un ulteriore museo allestito presso Palazzo Nieddu del Rio nell’odierno centro cittadino di Locri sempre afferente al Polo Museale della Calabria.

Gli adempimenti ultimativi sono stati seguiti congiuntamente dal Comune di Locri, dal direttore del Polo Museale della Calabria, Angela Acordon e dal direttore del Museo e Parco Archeologico Nazionale di Locri, Rossella Agostino.

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Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici

Roma, 30 gennaio 2018

Coltivate, ma non domestiche. Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici
La ricerca di una equipe italiana di archeologi e botanici, coordinata dalla Sapienza e dall’Università di Modena e Reggio Emilia, racconta di forme di coltivazione preistorica, fino a oggi sconosciute, nell’Africa sahariana di circa 10.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su Nature Plants


Diecimila anni fa, nell’Africa sahariana, che all’epoca non era un deserto, si coltivavano e mangiavano piante e cereali selvatici. È l’ultima scoperta, pubblicata su Nature Plants, che arriva dalla “Missione archeologica nel Sahara” di Sapienza Università di Roma, diretta da Savino di Lernia, a cui hanno preso parte anche i botanici dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

La ricerca combinata di archeologia e archeobotanica, condotta per diversi anni nel sito archeologico di Takarkori, in Libia sud-occidentale, nel cuore del Sahara, illustra e descrive millenni di lavorazione e stoccaggio, e di come cacciatori-raccoglitori prima (tra 10000 e 8000 anni fa), e pastori poi (tra 7000 e 5500 anni fa), abbiano praticato forme di coltivazione di cereali selvatici, senza che queste piante venissero mai domesticate.

L’equipe ha portato alla luce milioni di resti vegetali e tra questi oltre duecentomila semi sono stati osservati disposti circolarmente in piccoli raggruppamenti: autentica prova archeologica di una forma sofisticata di coltivazione e stoccaggio, pur in assenza di piante domestiche.

Dallo studio si evince chiaramente come, nel nostro percorso di evoluzione culturale, la domesticazione di piante di piante e animali, un passaggio cruciale nella nostra umanità, abbia avuto traiettorie e tempistiche diverse: la selezione di piante per scopo alimentare non è sempre stata rivolta verso la ricerca di quei tratti che oggi riconosciamo tipici e quasi indispensabili nelle piante addomesticate, come per esempio la coltivazione di frutti grandi e che non cadano da soli una volta maturi. Ogni fase di trasformazione ambientale deve aver infatti obbligato piante ed esseri umani ad affrontare nuove sfide, innovare e sviluppare strategie adattive ingegnose, e i formidabili cambiamenti climatici che hanno caratterizzato la storia del Sahara sono parte attiva di questi processi.

Un esempio sono le specie Echinochloa, Panicum e Sorghum selvatiche, il cui “comportamento” dipende tanto dalla capacità di trarre vantaggio dalle fasi di cambiamento climatico, quanto dalla manipolazione umana; la loro predisposizione a essere “weeds”, cioè piante invasive, ha infatti radici antiche nella convivenza con l’uomo.

“Un’evidenza archeobotanica straordinaria quella che emerge.” – commenta Savino di Lernia – “Le ricerche, da un lato permettono di comprendere il comportamento umano dei cacciatori-raccoglitori Sahariani e, nel caso specifico di Takarkori, mostrano la prima evidenza nota di stoccaggio e coltivazione di semi di cereali selvatici in Africa; dall’altro che l’azione umana è specchio della realtà ambientale nella quale queste civiltà si muovevano”.

Riferimenti:
Plant behaviour from human imprints and the cultivation of wild cereals in Holocene Sahara -
Anna Maria Mercuri, Rita Fornaciari, Marina Gallinaro, Stefano Vanin and Savino di Lernia -
Nature Plant; DOI 10.1038/s41477-017-0098-1

Testo e immagini da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma
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Concluso restauro del Chiostro del Capitolo della Certosa di Calci [Gallery]

CONCLUSO IL RESTAURO DEL CHIOSTRO DEL CAPITOLO DELLA CERTOSA DI CALCI (PI) ”LUOGO DEL CUORE” DEL FAI

Il Chiostro dopo il restauro ©CertosadiCalci-MiBACT

Sono terminati i lavori di restauro che hanno interessato le superfici decorate e gli elementi lapidei del Chiostro del Capitolo della Certosa di Calci, bene classificato al secondo posto nella settima edizione de “I Luoghi del Cuore”. Grazie all’impegno della Delegazione FAI di Pisa, che ha spinto l’idea di candidare la Certosa al censimento e ha sollecitato la nascita del Comitato per salvare la Certosa - costituitosi per l’occasione e diventato poi associazione permanente di volontariato dedicata al monumento, come Amici della Certosa - 92.259 persone nel 2014 hanno infatti dimostrato il legame e l’attenzione nei confronti della Certosa di Calci votandola al censimento dei luoghi italiani da non dimenticare promosso dal FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Intesa Sanpaolo.

Grazie a questo importante risultato la Certosa ha potuto beneficiare di un contributo di 50.000 euro che, in accordo con il Polo Museale della Toscana, è stato destinato al recupero del quattrocentesco Chiostro del Capitolo. La straordinaria mobilitazione attivata grazie al censimento, come sempre più spesso accade con “I Luoghi del Cuore”, ha innescato un processo virtuoso di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, favorendo il successivo stanziamento da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo di due finanziamenti per il recupero delle coperture del complesso su progetto della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Pisa e Livorno, a cui seguirà un secondo lotto di lavori per un importo di 2.100.000 euro.

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Il contributo “I Luoghi del Cuore” ha permesso il recupero globale del Chiostro del Capitolo, che costituisce un luogo fondamentale di ogni visita in Certosa, perché punto di collegamento fra il chiostro grande e il refettorio. Fondata nel 1366 con il contributo decisivo di molti benefattori, la Certosa ha avuto nei secoli un ruolo determinante nell’economia del territorio, nel quale governava ampi terreni coltivabili offrendo lavoro ad artigiani, contadini, allevatori e a schiere di muratori, falegnami, fabbri, stuccatori, pittori e architetti.
Il Chiostro del Capitolo è il più antico dei tre chiostri della Certosa: fu costruito intorno al 1471 da Lorenzo di Salvatore di Settignano, a cui si devono anche le due finestre a croce che si aprono nella parete della Cappella del Colloquio; nel 1608 fu dotato, al centro dello spazio claustrale, del pozzo di forma ottagonale con un architrave retto da due colonne e sormontato da una croce, opera del carrarino Orazio Bergamini.

L’intervento più affascinante ha riguardato il ritrovamento, sotto alcuni strati di coloriture, di quanto resta degli affreschi che decoravano la perduta Cappella della Annunziata, realizzata agli inizi del Settecento nel braccio sud del chiostro e decorata, a opera del pittore fiorentino Pietro Giarrè intorno al 1775, con figure di Profeti dipinte a chiaroscuro, di angeli nelle volte e finte cornici sulle pareti dai tenui colori rosati. Nel 1914, con l’intento di riportare il chiostro al suo assetto originario, furono demolite le tamponature – ovvero le murature costruite a chiusura dello spazio esistente - tra le colonne dove erano presenti due profeti del Giarrè, riaperte le arcate e ‘nascoste’, sotto vari strati di colore, le decorazioni rimaste nelle volte e sulla parete verso il refettorio.
Una volta effettuato il descialbo, cioè l’asportazione dei vari strati di colore che nel tempo erano stati soprammessi, la superficie pittorica è stata oggetto di consolidamento, di stuccature e micro stuccature delle lesioni, di un’accurata pulitura oltre che di interventi di ritocco puntuale sulle figure e di armonizzazione delle coloriture sulle zone dove il disegno della decorazione non era più chiaramente leggibile. Grazie a saggi stratigrafici è stata inoltre ritrovata l’originale cromia delle superfici non decorate delle pareti e delle volte; sono stati effettuati interventi di consolidamento e stuccatura, soprattutto delle volte dove maggiore era il degrado, e l’intero chiostro è stato restituito a una lettura che ha messo in evidenza l’eleganza della sua architettura. I capitelli e le colonne in pietra, grazie alla pulitura, hanno riacquistato la loro tonalità originale e messo in risalto anche la sostituzione novecentesca di alcuni elementi. L’intervento è stato eseguito dalla Ditta Laura Lucioli di Firenze. È stato infine possibile estendere il restauro anche alla pavimentazione dello spazio del chiostro scoperto, in mattonelle di cotto solcato da scolatoi in pietra, e al pozzo in marmo che nel 1681 fu innalzato sulla cisterna a opera di Orazio Bergamini. Inoltre le superfici in marmo, interessate da estese formazioni di alghe, sono state disinfestate e trattate con biocida mentre sono state revisionate o sostituite le stuccature risalenti a restauri pregressi. È stato infine necessario provvedere alla sostituzione delle sfere sommitali il cui stato di degrado è risultato particolarmente grave. L’intervento è stato effettuato dalla Ditta Massimo Moretti di Lucca.

Il censimento “I Luoghi del Cuore”
Dar voce alle segnalazioni dei beni più amati in Italia per assicurarne il futuro è lo scopo de I Luoghi del Cuore, il censimento promosso dal FAI in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Il progetto, lanciato nel 2003, si svolge ogni due anni e si propone di coinvolgere concretamente tutta la popolazione e di contribuire alla sensibilizzazione sul valore del nostro Patrimonio. Attraverso il censimento, il FAI sollecita le istituzioni locali e nazionali competenti affinché mettano a disposizione le forze per salvaguardare i luoghi cari ai cittadini; ma il censimento è anche il mezzo per intervenire direttamente, laddove possibile, nel recupero di alcuni beni votati. I Luoghi del Cuore, dal 2003 a oggi, ha permesso di varare interventi a favore di 92 luoghi grazie alla fattiva collaborazione tra FAI e istituzioni. Ancora più numerosi sono gli effetti virtuosi innescati dell’iniziativa, che hanno portato al recupero di beni grazie alla mobilitazione di pubbliche amministrazioni e privati cittadini.
A novembre 2016 si è conclusa l’ottava edizione del censimento e il 24 febbraio 2017 ne sono stati annunciati i risultati. Nel mese di novembre 2017 sono stati annunciati i 24 luoghi selezionati nell’ambito delle Linee Guida che saranno oggetto di intervento.
Per informazioni: www.iluoghidelcuore.it

Certosa di Calci (PI), 20 gennaio 2018.

Il FAI è una Fondazione nazionale senza scopo di lucro nata nel 1975 per promuovere una cultura di rispetto della natura, dell’arte e delle tradizioni d’Italia e tutelare un patrimonio che è parte delle nostre radici e della nostra identità. Da oltre trent’anni il FAI ha salvato, restaurato e aperto al pubblico importanti testimonianze del patrimonio artistico e naturalistico italiano grazie al generoso aiuto di moltissimi cittadini e aziende.

In linea con il principio di responsabilità sociale, Intesa Sanpaolo condivide con il FAI i valori del progetto “I Luoghi del Cuore” volto alla piena valorizzazione e a un compiuto apprezzamento della bellezza e dell’unicità del nostro Paese attraverso la sensibilizzazione degli italiani sul valore del loro patrimonio artistico e ambientale.

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone; tutte le foto ©CertosadiCalci-MiBACT


Archeologia: scoperto il primo albergo di Jesolo

ARCHEOLOGIA, SCOPERTO IL PRIMO ALBERGO DI JESOLO

SI RAGGIUNGEVA IN BARCA 1700 ANNI FA

Dopo due anni di ricerca, team cafoscarino individua un ampio complesso costruito nel IV-V secolo d.C. per l’ospitalità dei viaggiatori

 

10 gennaio 2018. Gli archeologi dell’Università Ca’ Foscari Venezia hanno scoperto il primo albergo di Jesolo (l’antica Equilo), oggi principale località balneare del litorale veneto con milioni di turisti nella stagione estiva. Il complesso, sorto nel IV-V secolo d.C., si trovava su un isolotto nei pressi dell’antico estuario della Piave Vecchia, nell’odierna località ‘Le Mure’.

Dopo due anni di ricognizioni, scavi e ricerche, Sauro Gelichi, direttore del progetto archeologico di Ca’ Foscari nell’area e professore di Archeologia medievale al Dipartimento di Studi Umanistici, presenta la scoperta: “Si tratta di un posto di stazionamento (mansio), forse anche per funzionari imperiali, che si trovava lungo una rotta endo-lagunare. La presenza di questo percorso, alternativo, o meglio integrativo, di quello terrestre, era stata ipotizzata, ma oggi ne abbiamo la prova archeologica”.

Della mansio finora è stata esplorata un'ampia porzione dell'edificio che serviva per l'ospitalità, caratterizzato da una serie di ambienti tutti uguali, affiancati l’un l’altro, e suddivisi in stanze che dovevano accogliere giacigli e cucine (ognuno di questi ambienti era provvisto di un focolare in mattoni). A questa struttura "alberghiera" si affiancavano edifici con officine per le attività artigianali e probabilmente una piccola cappella per le funzioni religiose. Ma il complesso doveva essere più ampio.

Distante dai luoghi di posta presenti lungo la viabilità principale, la via Annia, il nucleo insediativo tardoantico e altomedievale sull’insula Equilus era un luogo che accoglieva chi si spostava via acqua, nella rete dei canali lagunari, e lungo la viabilità endolagunare che collegava Ravenna, Altino e Aquileia.

Gli archeologi di Ca’ Foscari e l’amministrazione comunale di Jesolo, che ha creduto fin dagli inizi in questa ricerca e la supporta, sono ottimisti sui risultati delle ricerche future, che dovrebbero consentire di porre in luce una delle strutture ricettive del Mondo Antico meglio conservate nel nostro Paese.

Michele Bugliesi, rettore dell’Università Ca’ Foscari Venezia: “L'archeologia è uno dei settori di punta delle nostre attività di ricerca e questa nuova scoperta di Ca' Foscari è un risultato notevole in un settore che vede impegnati i nostri archeologi in numerosi scavi in Italia e all'estero. Ci fa molto piacere oggi presentare gli ultimi rinvenimenti che aggiungono una nuova pagina alla storia del nostro territorio. Ringrazio l'amministrazione comunale per il prezioso supporto e il professor Gelichi e tutto il suo team per il successo conseguito”.

“Questa è la dimostrazione di una vocazione turistica della nostra località che affonda le radici nel passato - è il pensiero dell’assessore alla Cultura della Città di Jesolo, Otello Bergamo -. Una scoperta unica nel suo genere, per la quale va il nostro plauso agli archeologi dell’Università Ca’ Foscari Venezia e di buon auspicio per proseguire sulla strada già intrapresa in questi anni di conoscenza delle radici storiche e culturali su cui la nostra città è sorta e si è evoluta nei secoli. Il sito archeologico delle Antiche Mura, che dopo oltre 70 anni di attesa è divenuto patrimonio pubblico nel 2015, grazie ad un accordo di cessione gratuita che ho avuto l’onore di stipulare con i  proprietari privati, merita la nostra attenzione e il nostro impegno per trovare nuova ‘vita’”.

“Sapere che qui a Jesolo, oltre 1700 anni fa sorgeva una struttura antesignana degli alberghi che oggi rappresentano il motore della nostra economia turistica ci trasmette emozione - ha poi affermato l’assessore al Turismo della Città di Jesolo,Flavia Pastò -. E’ la conferma di quella vocazione all’accoglienza e all’ospitalità, che ancora oggi contraddistingue il modo di fare turismo ed imprenditoria a Jesolo. Il sito archeologico delle Antiche Mura e la sua futura valorizzazione, rappresentano non solo il collegamento con il nostro passato, ma anche un’importante occasione per fare turismo al di fuori della stagione estiva, mostrando ai nostri ospiti cos’è stata Jesolo”.

La ricerca archeologica  

La campagna 2017 ha ampliato la mappatura delle evidenze archeologiche attraverso l'esecuzione di indagini non invasive, integrandole con ricerche di carattere geoarcheologico e paleoambientale.

Attraverso l'esecuzione di carotaggi manuali e la costruzione di profili stratigrafici, è stato possibile non solo individuare la profondità e la consistenza dei depositi archeologici, ma anche prelevare campioni per datare la successione dei canali lagunari che intervallavano le terre emerse. Oggi, infatti, l'intera area del sito è occupata da distese di campi coltivati, frutto delle bonifiche di età moderna, che hanno omologato il paesaggio, nascondendo le tracce della laguna antica.

La  storia di Equilo, che nel II secolo d.C. inizia forse lo sfruttamento delle risorse marittime (utilizzo del murex per produrre la porpora per la famose lane di Altino) e prosegue con la realizzazione di questa mansio in età tardo-antica, conosce momenti altrettanto significativi nei periodi successivi: la presenza episcopale, che sta all’origine di una chiesa di VI secolo con pavimenti musivi, il consolidarsi di una comunità con le sue aristocrazie tra VIII e IX secolo (di cui rimangono significative testimonianze scritte ma anche archeologiche, come i sarcofagi). E si conclude in quella prodigiosa e inspiegata ‘copia’ del San Marco di Venezia, cioè la chiesa cattedrale, i cui ruderi ancora giganteggiano nella campagna.

Le ricerche archeologiche di Ca’ Foscari, palestra di formazione per moltissimi giovani studenti provenienti anche da altri atenei italiani e stranieri (Roma, Oviedo, Tbilisi) ma anche luogo di sperimentazione e di cooperazione scientifica (partecipano le Università di Siena e Padova) tentano dunque di ricomporre e raccontare una pagina dimenticata – o semplicemente nascosta - della straordinaria storia di questo territorio. Una storia che si intreccia con quella dell’antica Altino come della futura Serenissima e che ci aiuta a capire meglio sia l’una che l’altra.

Testo e immagini da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia