Sisma Centro Italia: recuperate opere in Umbria, Lazio, Marche

SISMA CENTRO ITALIA, RECUPERATE OPERE DALLE CHIESE DI S. FRANCESCO E DI S. AGOSTINO AD AMATRICE

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Le squadre di rilevamento danni del MiBACT insieme ai vigili del fuoco e con la collaborazione dei carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno recuperato diverse opere conservate nella chiesa di S Francesco e di S Agostino nel comune di Amatrice. All’operazione hanno partecipato anche i restauratori dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro e un gruppo di volontari di protezione civile.
L’intervento ha permesso di rimuovere e ricoverare nel deposito presso la Scuola del Corpo Forestale di Cittaducale alcuni candelabri lignei e di metallo, 2 statue lignee di S Francesco e S Chiara, un Crocefisso ligneo, un calice e una pisside, un presepe con personaggi in materiale lapideo vario, due bassorilievi lignei raffiguranti l’Ultima Cena e un Mosè, due candelabri lignei, la campana proveniente dalla chiesa della Madonna del Rosario a Domo e la statua in cartapesta di S Vincenzo Ferrer nell'ex chiesa di S Emidio ora Museo Civico.
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Roma, 7 novembre 2016
Ufficio Stampa MiBACT

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone

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SISMA CENTRO ITALIA, RECUPERATE NUMEROSE OPERE NELLE MARCHE

Le squadre di rilevamento danni del MiBACT insieme ai vigili del fuoco e con la collaborazione del personale della Protezione Civile e dei carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno recuperato nel fine settimana numerose opere conservate nella Pieve di Santa Maria Assunta di Ussita in provincia di Macerata e nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Folignano in provincia di Ascoli Piceno.
Tra le diverse opere e gli arredi liturgici rimossi e ricoverati in deposito si segnalano: cinque tele del primo Settecento con immagini sacre, una scultura in pietra raffigurante il Cristo dell’XI secolo, una tela raffigurante il Cardinale Pietro Gasparri  della seconda metà del XIX secolo, un trittico olio sui tavola raffigurante “Madonna con il Bambino, Santa Caterina e San Cipriano” attribuito a Pietro Alemanno e datato 1478, un dipinto olio su tela raffigurante “Madonna di Loreto e San Ciprino” attribuito a Nicola Monti e datato 1765, quattordici stazioni della Via Crucis in terracotta attribuite a Emidio Paci e databili alla prima metà del XIX secolo.
Roma, 7 novembre 2016
Ufficio Stampa Mibact

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone

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SISMA CENTRO ITALIA, RECUPERATE 56 OPERE IN UMBRIA

Le squadre di rilevamento danni del MiBACT insieme ai vigili del fuoco e con la collaborazione del personale della Protezione Civile e dei carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno recuperato nel fine settimana 56 opere conservate in chiese e monumenti situati nelle aree colpite dal sisma in Umbria.
Tra le diverse opere rimosse e ricoverate nel deposito adibito nella regione si segnalano: due statue raffiguranti la Madonna Assunta in ceramica policroma e l’Angelo Orante in ceramica bianca di Andrea e Luca della Robbia, un reliquiario di San Benedetto in oro e argento del XIV secolo e due statue policrome in terracotta di Jacopo della Quercia del XV secolo raffiguranti la Madonna Assunta e San Benedetto dal Museo civico della Castellina di Norcia; 12 frammenti del rosone, una testa di statua raffigurante un vitello dalla decorazione della facciata, un ovale con cornice dorata dipinto su pietra dalla Basilica di San Benedetto a Norcia; dalla chiesa di San Francesco a Norcia la pala d’altare di Jacopo Siculo datata 1451 raffigurante “L’incoronazione della Vergine”; dalla chiesa di Madonna Bianca a Anacarno nei pressi di Norcia un crocifisso ligneo di Benedetto da Maiano, una statua in marmo raffigurante la Madonna Bianca attribuito a Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole realizzato nel 1488 e un tabernacolo ligneo dorato con bassorilievo in marmo raffigurante una Madonna col Bambino del XVI secolo; dalla chiesa di Santa Maria del Castello di Collescille di Preci un dipinto raffigurante Madonna con Bambino tra San Biagio e San Francesco del XVI secolo, un dipinto del XVIII secolo raffigurante Santa Lucia e una scultura in terracotta dipinta raffigurante Madonna con Bambino del XII secolo; dalla chiesa del Santissimo Salvatore di Campi di Preci un dipinto raffigurante Madonna con Bambino e un dipinto raffigurante la Vergine Annunciata; dalla chiesa di San Bartolomeo a Todiano di Preci una scultura lignea di Santo con abito decorato, diversi elementi lignei dell’altare, un dipinto raffigurante Madonna con Santi, un dipinto dell’Adorazione dei Santi con Cristo crocifisso, un dipinto con Martirio di San Sebastiano e una statua in terracotta di Santo benedicente.
Roma, 7 novembre 2016
Ufficio Stampa Mibact

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone

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L'antica chiesa di Adria, sepolta per secoli da depositi alluvionali

CA’ FOSCARI SCOPRE L’ANTICA CHIESA DI ADRIA
SEPOLTA PER SECOLI DA DEPOSITI ALLUVIONALI

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Non era una cripta, bensì una chiesa del IX secolo. La scoperta della neo-dottorata Elisa Corrò sarà presentata pubblicamente il 27 ottobre

VENEZIA –  Scoperta nel 1830 sotto la chiesa di San Giovanni e genericamente ritenuta una cripta, oggi viene riscoperta come possibile chiesa altomedievale della città di Adria (Rovigo), sepolta da tre metri di depositi alluvionali nel corso dei secoli. A riscrivere la storia di quella cripta e dell’intera cittadina veneta, nella storia fiorente città greco-etrusca che diede addirittura il nome al Mar Adriatico, è stata Elisa Corrò, giovane geoarcheologa neo-dottorata in Storia Antica e Archeologia all’Università Ca’ Foscari Venezia.

 Dopo tre anni di studi negli archivi e di analisi sul campo tramite carotaggi la studiosa ha dimostrato non solo che si era di fronte ad un edificio di culto sepolto, ma ha anche evidenziato come l’assetto topografico altomedievale si estendeva anticamente in quella porzione della città a nord del Tartaro-Canal Bianco, corso d’acqua di risorgiva che oggi occupa l’antico letto del fiume Po. Un insediamento altomedievale di cui le alluvioni hanno parzialmente ricoperto le tracce e di cui la chiesetta rimane l’unica testimonianza ancora in opera giunta ai nostri giorni.

 «La chiesa esisteva nel IX secolo dopo Cristo ed è splendidamente affrescata – spiega Elisa Corrò -. Siamo in presenza di un edificio di culto direttamente coinvolto nelle trasformazioni fluviali. Si tratta di un esempio, avvenuto nel passato, ma ancora tangibile e scientificamente valido, di come una modificazione dell’ambiente possa portare a estreme conseguenze, sia che si tratti di cambiamenti naturali o di variazioni ad opera dell’uomo. Fu sepolta dai depositi di due eventi alluvionali, il primo avvenuto tra IX e XI secolo,  il secondo più tardi, dopo il XV secolo. L’analisi sui sedimenti e sui dati messi a disposizione della Sovrintendenza Archeologica del Veneto (con la funzionaria archeologa Maria Cristina Vallicelli) e dal Museo Archeologico Nazionale di Adria (l’allora direttrice Giovanna Gambacurta) ci ha permesso di ricostruire l’evoluzione della città nei secoli. Finora, infatti, molto si sapeva sulla parte a sud del Canal Bianco, sulla quale si è sempre sviluppata la parte principale della città».

 La scoperta è stata pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Journal of Archaeological Science - Reports, in un articolo firmato da Elisa Corrò, del Dipartimento di Studi Umanistici di Ca’ Foscari, e da Paolo Mozzi, ricercatore del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, nonché supervisore della ricerca di dottorato assieme al professor Sauro Gelichi, ordinario di Archeologia Medievale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sarà presentata pubblicamente per la prima volta proprio ad Adria, al Teatro Ferrini, giovedì 27 ottobre alle 16.45, in una conferenza dal titolo “Alle origini della cattedrale altomedievale di Adria”. L’evento celebra i 240 anni dalla posa della prima pietra dell’attuale Cattedrale cittadina.

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Testo e immagini da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Attività di recupero e messa in sicurezza ad Amatrice

SISMA 24 AGOSTO: RECUPERATI DIPINTI E ARREDI DALLA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO IN LOCALITÀ SANT’ANGELO MESSI IN SICUREZZA GLI AFFRESCHI DEL SANTUARIO DELLA FILETTA

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I tecnici delle squadre rilevamento danni del MiBACT insieme ai vigili del fuoco e ai carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, hanno recuperato numerosi dipinti a olio su tela e arredi liturgici dalla chiesa di San Michele Arcangelo in località Sant’Angelo nel comune di Amatrice.
In particolare sono stati recuperati sei dipinti a olio su tela con le stazioni della via crucis del 1736, un dipinto su tela con Cristo crocifisso, la Madonna e Santa Maria Maddalena in stato di conservazione molto precario con molte spiegazzature e cadute di colore, un dipinto su tela di grandi dimensioni con Sant’Antonio Abate del XX secolo e il paliotto dell’altare maggiore dipinto su cuoio con San Michele Arcangelo che combatte Satana, sottratto bagnato dalle macerie di fronte all’altare in condizioni molto precarie e suddiviso in tre parti e molteplici frammenti.
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Le opere, grazie a due mezzi di trasporto messi a disposizione del Corpo Forestale dello Stato, sono state trasferite al deposito di Cittaducale, dove il dipinto della crocifissione e il paliotto sono stati rimossi dagli imballi e distesi per l’asciugatura.
Insieme ai restauratori dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro e con l’assistenza dei vigili del fuoco e dei carabinieri TPC, i tecnici del MiBACT hanno inoltre messo in sicurezza il ciclo di affreschi del Santuario della Madonna della Filetta nei pressi di Amatrice, procedendo alla velinatura con bende di carta giapponese e resina acrilica per il prefissaggio dello strato pittorico e all’ancoraggio dei bordi distaccati ma non ancora sollevati. Si sono recuperati e tracciati i frammenti caduti, ricoverati nel deposito di Cittaducale in vista del successivo restauro strutturale dell’edificio e la conseguente ricomposizione del ciclo pittorico.
“La preziosa opera dei professionisti della tutela – dichiara il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – continua a porre in salvo il patrimonio culturale nelle aree del sisma. Si tratta di un prezioso contributo alla ricostruzione dell’anima di quei territori per il quale dobbiamo essere grati ai tanti tecnici dei beni culturali e della protezione civile che si stanno prodigando per condurre al meglio questo compito”.
Di seguito si riporta una scheda descrittiva dell’importante ciclo pittorico del Santuario della Filetta.
Santuario della Madonna di Filetta - sec XV
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La Chiesa di Santa Maria dell’Ascensione o Filetta venne costruita in memoria di un evento miracoloso verificatosi nel 1472 quando, il giorno dell’Ascensione, durante un temporale, la pastorella Chiara Valente avrebbe ritrovato un cammeo nel quale identificò l’immagine della Vergine. Da allora ogni anno viene ricordato questo evento con una processione solenne lungo il sentiero che da Amatrice conduce al Santuario e la Madonna di Filetta è divenuta la patrona di Amatrice.
La facciata è semplice con un portale ad arco acuto ed un campanile a doppia vela. All’interno le pareti sono ricoperte di affreschi, tra cui molto interessante è quello che ricopre l’abside, opera del pittore Pier Paolo da Fermo, che descrive dettagliatamente la solenne processione verso il Santuario.
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Roma, 4 ottobre 2016
Ufficio Stampa MiBACT
Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone
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SISMA 24 AGOSTO: RECUPERATE 40 OPERE DALLA CHIESA DI S. ANTONIO ABATE A CORNILLO NUOVO

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I tecnici del MiBACT, insieme ai restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure e con la collaborazione dei vigili del fuoco e dei carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, hanno recuperato 40 opere conservate all’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate nella frazione di Cornillo Nuovo nel comune di Amatrice. Si tratta di suppellettili liturgiche, paramenti sacri e libri dell’archivio parrocchiale, tra i quali dei messali del XVII e XVIII secolo. Tra le opere trasportate al deposito presso la Scuola del Corpo Forestale a Cittaducale spicca il tabernacolo ligneo in forma di tempietto dipinto con l’immagine del Cristo risorto e dei santi Giovanni e Antonio Abate e siglato con la data 1568 e il nome del donatore, Cherubino de Jacobo.
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I cicli pittorici ad affresco, in particolare la pregevole raffigurazione delle dodici Storie di Sant’Antonio abate di Dionisio Cappelli, non risultano danneggiati e non destano particolare preoccupazione, mentre sono state messe in sicurezza in situ le due preziose statue in terracotta raffiguranti Sant’Antonio abate nella nicchia dell’altare maggiore e la Vergine orante con il Bambino sull’altre laterale destro, attribuite allo scultore abruzzese Saturnino Gatti (1463-1519 ca.) protagonista del rinascimento aquilano.
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“Donne e uomini del MiBACT – dichiara il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – si stanno adoperando con dedizione e professionalità alla tutela del patrimonio culturale nelle aree terremotate. Ringrazio loro insieme ai vigli del fuoco e ai carabinieri del Comando TPC per la pregevole opera che stanno compiendo”.
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Roma, 5 ottobre 2016
Ufficio Stampa MiBACT
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Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone
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Passaggio a Nord Ovest libero dai ghiacci 8 mila anni fa

Ricerca italo-danese pubblicata su Nature Scientific Report

PASSAGGIO A NORD-OVEST

LIBERO DAI GHIACCI 8MILA ANNI FA

Andrea Spolaor alle Svalbard
Andrea Spolaor alle Svalbard

Analisi su carota di ghiaccio della Groenlandia rivela la storia del ghiaccio marino artico. Obiettivo migliorare le proiezioni climatiche future

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VENEZIA –  Nelle estati di 8mila anni fa, quando la temperatura del pianeta era circa due gradi superiore all'attuale, il passaggio a Nord-Ovest era sgombro dal ghiaccio marino. La scoperta è frutto dell’analisi di campioni di ghiaccio estratti in Groenlandia, attraverso i quali è stato possibile stimare l’estensione della calotta artica nel corso degli ultimi 10mila anni. La ricerca, pubblicata su Scientific Reports, è stata condotta da scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia, del Consiglio nazionale delle ricerche e delNiels Bohr Institute di Copenhagen.

Campo alle Svalbard
Campo alle Svalbard

Si tratta della prima ricostruzione attendibile della storia del ghiaccio marino artico, osservato grazie ai satelliti solo a partire dal 1970. Il risultato è stato reso possibile grazie a un’intuizione degli scienziati: tracce di bromo trovate nei ghiacci della Groenlandia indicano la quantità di ghiaccio marino formatosi in inverno a centinaia di chilometri di distanza dal luogo del carotaggio.

 «Nella stagione primaverile una reazione chimica innesca il rilascio in atmosfera di grandi quantità di bromo naturalmente presente nel ghiaccio marino – spiega Andrea Spolaor, glaciologo del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari -. Il vento lo trasporta e con la neve si deposita sulla crosta ghiacciata della Groenlandia, spessa chilometri. Nei nostri laboratori di Venezia siamo in grado di misurare la quantità di bromo immagazzinata nei millenni negli strati delle carote di ghiaccio estratte nel continente e stimare così la quantità di ghiaccio marino stagionale».

 La scoperta apre la strada sia ad analisi che possono ricostruire 120mila anni di storia di calotta artica, sia al perfezionamento delle proiezioni climatiche future, calcolate finora senza dati precisi sul ghiaccio marino, la cui estensione influisce sulla riflessione delle radiazioni solari, correnti marine, habitat, ma anche, ai nostri giorni, sulle rotte commerciali tra Europa e Nord America.

«Il riscaldamento globale potrebbe portarci a condizioni climatiche già verificatesi sul pianeta 8-10mila anni fa, con un Oceano Artico più caldo di 2-3 gradi e privo di ghiaccio in estate. Resta da capire quando raggiungeremo queste condizioni, oggi innescate dai gas serra – commenta Carlo Barbante, co-autore della ricerca, direttore dell’Istituto per le dinamiche dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Idpa-Cnr) e professore all’Università Ca’ Foscari Venezia –. L’aver scoperto un metodo per ricostruire la storia del ghiaccio marino potrà aiutarci a comprendere meglio le sue interazioni con il clima futuro, con implicazioni rilevanti per l’ambiente e l’economia».

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Cereali domestici nei Balcani già nel 6.600 a. C.

29 Agosto 2016

Scavi a Vlasac. Credit: Dušan Borić
Scavi a Vlasac. Credit: Dušan Borić

Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha preso in esame il tartaro dai denti degli antichi foraggieri balcanici che vissero presso il sito di Vlasac in Serbia. Il sito fu oggetto di scavi dal 2006 al 2009.

L'amido ritrovato permette di fornire prove dirette del consumo di cereali domestici attorno al 6.600 a. C. circa, e cioè mezzo millennio prima di quanto ritenuto finora. Il punto di vista ad oggi accettato era quello di un'introduzione dei cereali domestici nei Balcani attorno al 6.200 a. C. I microfossili studiati sono dunque quelli intrappolati nel tartaro, e relativi a 9 individui del Tardo Mesolitico (6.600-6.450 a. C.) e della transizione tra Mesolitico e Neolitico (circa 6.200-5.900 a. C.). Sono stati presi in esame anche tre sepolture femminili dalla vicina Lepenski Vir e relative agli esordi del Neolitico (circa 5.900-5.700 a. C.).

Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić
Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić

La scoperta è importante non solo perché evidenzia l'importanza dei vegetali nella dieta di questi abitanti dei Balcani, ma pure perché rivela l'introduzione degli stessi vegetali qui in maniera indipendente rispetto alle altre novità del Neolitico. L'idea di un "pacchetto neolitico", nozione che indica gli elementi che appaiono nei primi insediamenti dell'epoca (ceramiche, asce levigate, domesticazioni, case in legno, ecc.), deve perciò essere riconsiderata.

Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić
Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić

Le specie ritrovate dagli studiosi sono quelle del frumento (Triticum monococcum, Triticum dicoccum) e dell'orzo (Hordeum distichon) presenti negli altri insediamenti delle prime comunità neolitiche dell'Europa sud orientale. Le specie domestiche erano consumate insieme ad altre selvatiche e relative alle tribù Aveneae, Paniceae, Fabaeae (fave, piselli). Gli studiosi concludono che la familiarità di questi antichi abitanti dei Balcani per i cereali domestici almeno a partire dal 6.500 a. C. può aver semplificato l'adozione delle altre pratiche agricole.

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La dea Uni in uno dei più lunghi testi etruschi a Poggio Colla

24 Agosto 2016

Le superfici della stele hanno già rivelato riferimenti alla dea Uni e al dio Tina. Credit: Mugello Valley Project
Le superfici della stele hanno già rivelato riferimenti alla dea Uni e al dio Tina. Credit: Mugello Valley Project

Gli Archeologi all'opera nella Valle del Mugello stanno traducendo un'iscrizione etrusca da una stele ritrovata a Poggio Colla, e datata al sesto secolo prima dell'era volgare. La stele ha rivelato i nomi della dea Uni e del dio Tina, divinità suprema degli Etruschi, corrispondente a Zeus e Giove. La scoperta indicherebbe Uni come divinità tutelare, venerata presso il santuario di Poggio Colla. Uni è una dea della fertilità e forse una dea madre in questa località.

Il riferimento si trova in una delle più lunghe iscrizioni in lingua etrusca: la stele era parte del muro del tempio. Qui si sono ritrovati altri reperti, tra i quali un frammento ceramico con la più antica scena di nascita per l'arte europea, che rinforza l'interpretazione del culto della fertilità presso Poggio Colla.

La stele, parzialmente ripulita, riporta uno dei testi più lunghi in lingua etrusca. Credit: Mugello Valley Project
La stele, parzialmente ripulita, riporta uno dei testi più lunghi in lingua etrusca. Credit: Mugello Valley Project

Gli studiosi all'opera qui, il prof. Adriano Maggiani e il prof. Gregory Warden, esprimono rispettivamente le ipotesi che la stele abbia carattere dedicatorio, o che possa rappresentare le leggi del santuario e prescrizioni relative alle cerimonie che ebbero luogo qui. Se ne riparlerà con maggiore certezza una volta ricostruito completamente il testo, che consta di 120 caratteri e più. Ci si attende pure di ritrovare parole non ancora note.

I testi etruschi sono rari, poiché si utilizzavano libri in lino e tavolette di cera; quelli che ci sono pervenuti sono quindi in gran parte brevi e di carattere funerario, in quanto provenienti da tombe. La stele costituirebbe quindi una delle più importanti scoperte degli ultimi decenni nell'ambito degli studi sugli Etruschi.

Gli Archeologi all'opera nella Valle del Mugello riferiranno della scoperta durante una mostra a Firenze, il 27 Agosto: "Scrittura e culto a Poggio Colla, un santuario etrusco nel Mugello" e in un articolo a venire, da pubblicarsi sulla rivista Etruscan Studies. A Firenze si mostrerà un ologramma della stele, poiché i lavori di conservazione sulla stessa proseguono.

Link: EurekAlert! via Southern Methodist University.


Sisma: ricognizioni per mappatura danni, Carabinieri all'opera

Sisma, SG MIBACT a GR1: partite ricognizioni per mappatura danni, Carabinieri all’opera per contrasto a sciacallaggio

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“Sin dalle prime ore siamo partecipi del comitato operativo con la protezione civile e abbiamo attivato le unità di crisi regionali nelle quattro regioni interessate, e in particolare in quella più colpita, ossia il Lazio”. Così il Segretario Generale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Antonia Pasqua Recchia, in collegamento con il GR1 RAI nel corso dello speciale dedicato al sisma che ha colpito l’Italia centrale. “L’unità di crisi nazionale che si riunisce domani  - ha proseguito il Segretario Generale - vedrà la partecipazione anche dei carabinieri i cui nuclei regionali di tutela del patrimonio culturale sono già sul posto. In queste primissime ore la priorità assoluta va alle persone, alla salvezza il più possibile delle vite umane e all’aiuto alle persone danneggiate. Nel frattempo – ha sottolineato Recchia - occorre anche pensare alla salvaguardia del patrimonio culturale in un territorio vastissimo. Oltre all’ambito circostante l’epicentro le scosse sismiche si diramano e creano danni a un patrimonio culturale che ha due qualità: è estremamente diffuso e presente in centri storici con un patrimonio edilizio molto interessante, molto bello ma molto fragile. Stiamo aspettando di poter intervenire nell’epicentro con le squadre per fare i rilievi, ma è ancora in corso lo sciame sismico e per il momento – ha ricordato il Segretario Generale - non possiamo mettere a repentaglio le vite di nessuno. Nelle zone più lontane dall’epicentro ma comunque interessate dagli effetti delle scosse sismiche sono già partite le ricognizioni per verificare i danni a strutture architettoniche, chiese e musei. La mappatura per quanto riguarda i paesi confinanti dell’Abruzzo e dell’alto Lazio è già iniziata. I carabinieri dei nuclei tutela patrimonio culturale – ha detto poi la Recchia - sono inoltre impegnati nell’evitare i danneggiamenti prodotti dall’uomo, soprattutto  i fenomeni di sciacallaggio a danno dei beni ecclesiastici. Nel frattempo abbiamo già attivato tutti i protocolli seguendo una direttiva del Ministro che individua tutti i passi da compiere e in particolare i luoghi dove ricoverare le opere e le modalità di recupero dei beni culturali mobili in raccordo con gli ordinari diocesani, con i quali lavoreremo in futuro per consolidare il patrimonio ecclesiastico danneggiato. Un’opera di recupero – ha concluso Recchia - che sarà la più rapida possibile”.

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"Biologicamente impraticabile" il percorso accettato per il popolamento delle Americhe

10 Agosto 2016

Le aperture dei percorsi di migrazione in Nord America, secondo il nuovo studio. Credit: Mikkel Winther Pedersen
Le aperture dei percorsi di migrazione in Nord America, secondo il nuovo studio. Credit: Mikkel Winther Pedersen

Secondo un nuovo studio, pubblicato su Nature, il percorso normalmente accettato per spiegare il popolamento delle Americhe sarebbe stato "biologicamente impraticabile".

Foto odierna del corridoio che 13 mila anni fa sarebbe stato privo di ghiacci. Credit: Mikkel Winther Pedersen
Foto odierna del corridoio. Credit: Mikkel Winther Pedersen

Secondo la teoria attualmente accettata, le prime popolazioni a raggiungere le Americhe lo fecero attraverso un ponte di terra che passava per Siberia e Alaska, ma dovettero aspettare l'arretramento dei ghiacci nell'attuale Canada, creando un corridoio verso sud. Il nuovo studio ha quindi effettuato un tentativo di ricostruire l'ecosistema al tempo dell'arretramento dei ghiacciai. Sono quindi giunti alla conclusione che lo stesso avrebbe potuto essere attraversato a partire da 12.600 anni fa, ma prima non sarebbe stato possibile, a causa della mancanza di risorse cruciali per i cacciatori raccoglitori (piante, legno, animali e quindi cacciagione, ecc.).

Questo significa che - prima di 12.600 anni fa - i cacciatori raccoglitori dovettero arrivare in America per un altro percorso più a sud, probabilmente lungo la costa del Pacifico. Chi fossero questi cacciatori raccoglitori è oggetto di discussione: si ritiene si tratti degli appartenenti alla cultura Clovis, che apparve per la prima volta 13 mila anni fa, e il nuovo studio afferma come il corridoio fosse al tempo completamente impraticabile. Altri ritengono vi siano stati gruppi precedenti.

Secondo gli autori dello studio, che si tratti degli appartenenti alla cultura Clovis o di altri, semplicemente il passaggio tramite il corridoio non era possibile all'epoca indicata. Il corridoio lo si pensa lungo 1500 km, ad est delle Montagne Rocciose nell'odierno Canada occidentale.

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Le più antiche testimonianze di cancro

28 Luglio 2016

L'osso del piede. Credit: Patrick Randolph-Quinney (UCLAN)
L'osso del piede. Credit: Patrick Randolph-Quinney (UCLAN)

Due studi, pubblicati nel South African Journal of Science, annunciano la scoperta delle più antiche prove di cancro e tumori ossei.

Il primo studio relaziona la scoperta dell'osso di un piede di un ominide bipede, la cui specie non è stata ancora identificata: data a 1,7 milioni di anni fa e proviene dal sito di Swartkrans. Fornisce la più antica prova di tumore maligno.

Il secondo studio invece riferisce di neoplasma benigno a una vertebra di Australopithecus sediba: proviene dal sito di Malapa e data a 2 milioni di anni fa.

Cancro del metatarso. Credit: Edward Odes (Wits)
Cancro del metatarso. Credit: Edward Odes (Wits)

In conclusione, queste scoperte ci confermano quanto già era emerso in altri recenti studi: il cancro non è un'invenzione delle moderne società industriali, ma è sempre esistito.

Vertebra di giovane Australopithecus sediba. Credit: Paul Tafforeau (ESRF)
Vertebra di giovane Australopithecus sediba. Credit: Paul Tafforeau (ESRF)

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Complessa storia genetica del Vicino Oriente all'alba dell'agricoltura

25 Luglio 2016

Il primo studio su larga scala dei genomi completi da resti umani nel Vicino Oriente, pubblicato su Nature, ha individuato tre popolazioni distinte di agricoltori, vissute all'alba dell'agricoltura, tra 12 e 8 mila anni fa.

Uno dei tre gruppi era già stato individuato in Anatolia (attuale Turchia), gli altri due invece sono descritti per la prima volta e provengono dall'Iran e dal Levante. Similmente a quanto evidenziato da un altro recentissimo studio, sembrerebbe che la diffusione dell'agricoltura sia legata al fatto che gruppi esistenti la inventarono o adottarono le tecnologie agricole. Non si sarebbe dunque trattato di sostituzione di popolazioni.

Ron Pinhasi dell'University College Dublin spiega che alcune delle prime pratiche agricole possono essere osservate nei Monti Zagros e nel Levante, in Giordania e Israele: si tratta di due confini della Mezzaluna Fertile. Con lo studio si voleva vedere se i primi agricoltori fossero geneticamente simili o se assomigliassero ai cacciatori raccoglitori che abitavano le aree in precedenza. Ne è risultato che gli attuali abitanti dell'Eurasia occidentale discendono da quattro gruppi principali: cacciatori raccoglitori dell'odierna Europa Occidentale, cacciatori raccoglitori dell'Europa orientale e della steppa russa, agricoltori dall'Iran e agricoltori dal Levante. Queste popolazioni, così diverse tra loro, costituiscono oggi la popolazione relativamente omogenea dell'Eurasia.

Nonostante i progressi tecnologici negli strumenti per lo studio del DNA antico, gli studiosi si sono ritrovati ad affrontare un problema: il clima caldo del Vicino Oriente aveva degradato molto del DNA nelle ossa dissotterrate. I ricercatori lo hanno superato estraendo il DNA dalle ossa dell'orecchio: qui esso è presente in percentuali fino a 100 volte superiori che in altre parti del corpo. Si sono inoltre utilizzate tecniche combinate per ricavare informazioni di alta qualità dai genomi di 44 abitanti del Vicino Oriente che vissero tra 14 mila e 3.400 anni fa.

Nei 5.000 anni successivi, i gruppi di agricoltori dal Vicino Oriente si mescolarono tra loro e coi cacciatori raccoglitori in Europa: al tempo dell'Età del Bronzo le popolazioni somigliavano a quelle attuali. Gli agricoltori dell'Anatolia si diffusero poi in Europa, mentre quelli del gruppo di Levante si mossero a sud in Africa Orientale, le popolazioni relazionate a quelle in Iran e Caucaso si spostarono nella steppa russa, e le popolazioni relazionate a quelle in Iran e ai cacciatori raccoglitori della steppa si diffusero nell'Asia Meridionale.

Pinhasi spiega che il Vicino Oriente era l'anello mancante per comprendere molte migrazioni umane. La ricerca fornisce pure indizi su una popolazione, ancora più antica e al momento a livello di ipotesi, visto che i resti relativi non sono ancora stati ritrovati: si tratta degli Eurasiatici di base (in Inglese: Basal Eurasians). Ogni singolo gruppo nel Vicino Oriente sembra avere antenati di questo tipo, fino al 50% nei gruppi più antichi. Sorprendentemente, gli Eurasiatici di base non avevano DNA proveniente da Neanderthal, al contrario degli altri gruppi non africani che hanno almeno un 2% dello stesso. Questo potrebbe spiegare perché gli Eurasiatici occidentali hanno meno DNA da Neanderthal degli abitanti dell'Estremo Oriente, anche se i Neanderthal vissero nell'Eurasia occidentale. Gli Eurasiatici di base potrebbero essere vissuti in aree del Vicino Oriente che non entrarono in contatto coi Neanderthal.

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