Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici

Roma, 30 gennaio 2018

Coltivate, ma non domestiche. Nel Sahara preistorico le più sofisticate forme di stoccaggio e coltivazione di piante e cereali selvatici
La ricerca di una equipe italiana di archeologi e botanici, coordinata dalla Sapienza e dall’Università di Modena e Reggio Emilia, racconta di forme di coltivazione preistorica, fino a oggi sconosciute, nell’Africa sahariana di circa 10.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su Nature Plants


Diecimila anni fa, nell’Africa sahariana, che all’epoca non era un deserto, si coltivavano e mangiavano piante e cereali selvatici. È l’ultima scoperta, pubblicata su Nature Plants, che arriva dalla “Missione archeologica nel Sahara” di Sapienza Università di Roma, diretta da Savino di Lernia, a cui hanno preso parte anche i botanici dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

La ricerca combinata di archeologia e archeobotanica, condotta per diversi anni nel sito archeologico di Takarkori, in Libia sud-occidentale, nel cuore del Sahara, illustra e descrive millenni di lavorazione e stoccaggio, e di come cacciatori-raccoglitori prima (tra 10000 e 8000 anni fa), e pastori poi (tra 7000 e 5500 anni fa), abbiano praticato forme di coltivazione di cereali selvatici, senza che queste piante venissero mai domesticate.

L’equipe ha portato alla luce milioni di resti vegetali e tra questi oltre duecentomila semi sono stati osservati disposti circolarmente in piccoli raggruppamenti: autentica prova archeologica di una forma sofisticata di coltivazione e stoccaggio, pur in assenza di piante domestiche.

Dallo studio si evince chiaramente come, nel nostro percorso di evoluzione culturale, la domesticazione di piante di piante e animali, un passaggio cruciale nella nostra umanità, abbia avuto traiettorie e tempistiche diverse: la selezione di piante per scopo alimentare non è sempre stata rivolta verso la ricerca di quei tratti che oggi riconosciamo tipici e quasi indispensabili nelle piante addomesticate, come per esempio la coltivazione di frutti grandi e che non cadano da soli una volta maturi. Ogni fase di trasformazione ambientale deve aver infatti obbligato piante ed esseri umani ad affrontare nuove sfide, innovare e sviluppare strategie adattive ingegnose, e i formidabili cambiamenti climatici che hanno caratterizzato la storia del Sahara sono parte attiva di questi processi.

Un esempio sono le specie Echinochloa, Panicum e Sorghum selvatiche, il cui “comportamento” dipende tanto dalla capacità di trarre vantaggio dalle fasi di cambiamento climatico, quanto dalla manipolazione umana; la loro predisposizione a essere “weeds”, cioè piante invasive, ha infatti radici antiche nella convivenza con l’uomo.

“Un’evidenza archeobotanica straordinaria quella che emerge.” – commenta Savino di Lernia – “Le ricerche, da un lato permettono di comprendere il comportamento umano dei cacciatori-raccoglitori Sahariani e, nel caso specifico di Takarkori, mostrano la prima evidenza nota di stoccaggio e coltivazione di semi di cereali selvatici in Africa; dall’altro che l’azione umana è specchio della realtà ambientale nella quale queste civiltà si muovevano”.

Riferimenti:
Plant behaviour from human imprints and the cultivation of wild cereals in Holocene Sahara -
Anna Maria Mercuri, Rita Fornaciari, Marina Gallinaro, Stefano Vanin and Savino di Lernia -
Nature Plant; DOI 10.1038/s41477-017-0098-1

Testo e immagini da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma
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Ritrovata una mosca di 17 milioni di anni fa

Ritrovata una mosca di 17 milioni di anni fa

Il reperto è stato identificato da un gruppo di ricerca internazionale guidato da Pierfilippo Cerretti della Sapienza. Lo studio, che fornisce importanti novità sull’evoluzione della specie, è pubblicato su Plos One


Dall’ambra nuove testimonianze di vita primordiale sulla terra. In questa resina fossile è stato conservato per 17 milioni di anni il primo antenato della mosca. A ritrovare l’insetto è stato un gruppo di ricerca internazionale guidato da Pierfilippo Cerretti del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie 'Charles Darwin della Sapienza.
L’insetto appartiene al gruppo dei Ditteri Calittrati, lo stesso delle fastidiose mosche domestiche, delle mosche tse-tse, delle mosche della carne che conta circa 22.000 specie viventi e rappresenta una delle più spettacolari radiazioni adattative nella storia della vita sulla Terra. Questi insetti sono abbondanti in quasi tutti gli ecosistemi terrestri, giocando spesso ruoli chiave come decompositori, parassiti, vettori di patogeni e impollinatori.
“È difficile concepire oggi un mondo senza le noiose mosche - sottolinea Cerretti - chi prenderebbe il loro prezioso posto di efficaci decompositori della materia organica? Per gli Oestroidei, il gruppo ecologicamente più diversificato e ricco di specie tra i Calittrati - aggiunge Cerretti - non erano noti fossili fino ad oggi”.
Nell’articolo pubblicato dalla rivista scientifica Plos One viene descritto il primo fossile di Oestroideo sulla base di un reperto proveniente dai giacimenti Miocenici a nord-est di Santiago (Repubblica Dominicana), facente parte della collezione James Zigras, conservata presso l'American Museum of Natural History, New York.
Il reperto, perfettamente conservato in ambra dominicana risalente a circa 17 milioni di anni fa, è stato dettagliatamente esaminato attraverso tomografia assiale computerizzata (TAC). L'esame alla TAC ha fornito dettagli anatomici cruciali per la corretta identificazione dell'esemplare a livello di specie. Il fossile è stato quindi usato per calibrare la filogenesi dei Ditteri calittrati ottenuta su dati molecolari, rivelando che questi insetti si sono differenziati circa 70 milioni di anni fa, poco prima della grande estinzione di massa tra Cretaceo e Cenozoico e che l'origine degli Oestroidei (ovvero, i grandi mosconi spazzini) ebbe inizio più tardi nell'Eocene (ca. 50 milioni da anni fa). La storia di queste mosche è quindi simile a quella di altri gruppi animali e vegetali quali mammiferi, molti uccelli e piante da fiore che hanno saputo trarre vantaggio dal grande sconvolgimento degli ecosistemi che sancì la fine dell'era dei dinosauri.
Riferimenti: PLOS ONE First fossil of an oestroid fly (Diptera: Calyptratae: Oestroidea) and the dating of oestroid divergences - Pierfilippo Cerretti*, John O. Stireman III, Thomas Pape, James E. O’Hara, Marco A. T. Marinho, Knut Rognes, David A. Grimaldi
Doi: 10.1371/journal.pone.0182101
Testo e immagine da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma


Passaggio a Nord Ovest libero dai ghiacci 8 mila anni fa

Ricerca italo-danese pubblicata su Nature Scientific Report

PASSAGGIO A NORD-OVEST

LIBERO DAI GHIACCI 8MILA ANNI FA

Andrea Spolaor alle Svalbard
Andrea Spolaor alle Svalbard

Analisi su carota di ghiaccio della Groenlandia rivela la storia del ghiaccio marino artico. Obiettivo migliorare le proiezioni climatiche future

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VENEZIA –  Nelle estati di 8mila anni fa, quando la temperatura del pianeta era circa due gradi superiore all'attuale, il passaggio a Nord-Ovest era sgombro dal ghiaccio marino. La scoperta è frutto dell’analisi di campioni di ghiaccio estratti in Groenlandia, attraverso i quali è stato possibile stimare l’estensione della calotta artica nel corso degli ultimi 10mila anni. La ricerca, pubblicata su Scientific Reports, è stata condotta da scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia, del Consiglio nazionale delle ricerche e delNiels Bohr Institute di Copenhagen.

Campo alle Svalbard
Campo alle Svalbard

Si tratta della prima ricostruzione attendibile della storia del ghiaccio marino artico, osservato grazie ai satelliti solo a partire dal 1970. Il risultato è stato reso possibile grazie a un’intuizione degli scienziati: tracce di bromo trovate nei ghiacci della Groenlandia indicano la quantità di ghiaccio marino formatosi in inverno a centinaia di chilometri di distanza dal luogo del carotaggio.

 «Nella stagione primaverile una reazione chimica innesca il rilascio in atmosfera di grandi quantità di bromo naturalmente presente nel ghiaccio marino – spiega Andrea Spolaor, glaciologo del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari -. Il vento lo trasporta e con la neve si deposita sulla crosta ghiacciata della Groenlandia, spessa chilometri. Nei nostri laboratori di Venezia siamo in grado di misurare la quantità di bromo immagazzinata nei millenni negli strati delle carote di ghiaccio estratte nel continente e stimare così la quantità di ghiaccio marino stagionale».

 La scoperta apre la strada sia ad analisi che possono ricostruire 120mila anni di storia di calotta artica, sia al perfezionamento delle proiezioni climatiche future, calcolate finora senza dati precisi sul ghiaccio marino, la cui estensione influisce sulla riflessione delle radiazioni solari, correnti marine, habitat, ma anche, ai nostri giorni, sulle rotte commerciali tra Europa e Nord America.

«Il riscaldamento globale potrebbe portarci a condizioni climatiche già verificatesi sul pianeta 8-10mila anni fa, con un Oceano Artico più caldo di 2-3 gradi e privo di ghiaccio in estate. Resta da capire quando raggiungeremo queste condizioni, oggi innescate dai gas serra – commenta Carlo Barbante, co-autore della ricerca, direttore dell’Istituto per le dinamiche dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Idpa-Cnr) e professore all’Università Ca’ Foscari Venezia –. L’aver scoperto un metodo per ricostruire la storia del ghiaccio marino potrà aiutarci a comprendere meglio le sue interazioni con il clima futuro, con implicazioni rilevanti per l’ambiente e l’economia».

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Dimensione del cervello e flusso sanguigno nell'evoluzione umana

30 Agosto 2016

Calchi di teschi di ominidi. Da sinistra: Australopithecus afarensis, Homo habilis, Homo ergaster, Homo erectus e Homo neanderthalensis. Photo credit: Roger Seymour. Calchi fotografati nel South Australian Museum.
Calchi di teschi di ominidi. Da sinistra: Australopithecus afarensis, Homo habilis, Homo ergaster, Homo erectus e Homo neanderthalensis.
Photo credit: Roger Seymour. Calchi fotografati nel South Australian Museum.

Un nuovo studio, pubblicato su Royal Society Open Science, ha evidenziato come nell'evoluzione umana vi sia non solo un incremento della dimensione del cervello (attorno al 350%) ma un'incremento relativo al flusso sanguigno per irrorare lo stesso che è persino più rilevante (attorno al 600%).

Antichi teschi fossili sono stati esaminati: essi presentano i fori relativi alle arterie e ci mostrano come il flusso sanguigno si sia incrementato, dai tempi dell'Australopithecus afarensis ai moderni umani.

Come spiega il professore emerito Roger Seymour dell'Università di Adelaide, per permettere al nostro cervello di funzionare ed essere così intelligente, è necessario fornire costantemente ossigeno e nutrienti attraverso il sangue. E più il cervello è metabolicamente attivo, più bisogna fornirgli nutrienti.

Sono visibili le due aperture per le arterie carotidi interne che irrorano il cervello. Photo credit: Edward Snelling. Sourced from the Raymond Dart Collection of Human Skeletons, School of Anatomical Sciences, Faculty of Health Sciences, University of the Witwatersrand.
Sono visibili le due aperture per le arterie carotidi interne che irrorano il cervello. Photo credit: Edward Snelling. Sourced from the Raymond Dart Collection of Human Skeletons, School of Anatomical Sciences, Faculty of Health Sciences, University of the Witwatersrand.

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Cereali domestici nei Balcani già nel 6.600 a. C.

29 Agosto 2016

Scavi a Vlasac. Credit: Dušan Borić
Scavi a Vlasac. Credit: Dušan Borić

Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha preso in esame il tartaro dai denti degli antichi foraggieri balcanici che vissero presso il sito di Vlasac in Serbia. Il sito fu oggetto di scavi dal 2006 al 2009.

L'amido ritrovato permette di fornire prove dirette del consumo di cereali domestici attorno al 6.600 a. C. circa, e cioè mezzo millennio prima di quanto ritenuto finora. Il punto di vista ad oggi accettato era quello di un'introduzione dei cereali domestici nei Balcani attorno al 6.200 a. C. I microfossili studiati sono dunque quelli intrappolati nel tartaro, e relativi a 9 individui del Tardo Mesolitico (6.600-6.450 a. C.) e della transizione tra Mesolitico e Neolitico (circa 6.200-5.900 a. C.). Sono stati presi in esame anche tre sepolture femminili dalla vicina Lepenski Vir e relative agli esordi del Neolitico (circa 5.900-5.700 a. C.).

Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić
Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić

La scoperta è importante non solo perché evidenzia l'importanza dei vegetali nella dieta di questi abitanti dei Balcani, ma pure perché rivela l'introduzione degli stessi vegetali qui in maniera indipendente rispetto alle altre novità del Neolitico. L'idea di un "pacchetto neolitico", nozione che indica gli elementi che appaiono nei primi insediamenti dell'epoca (ceramiche, asce levigate, domesticazioni, case in legno, ecc.), deve perciò essere riconsiderata.

Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić
Resti umani da Vlasac. Credit: Dušan Borić

Le specie ritrovate dagli studiosi sono quelle del frumento (Triticum monococcum, Triticum dicoccum) e dell'orzo (Hordeum distichon) presenti negli altri insediamenti delle prime comunità neolitiche dell'Europa sud orientale. Le specie domestiche erano consumate insieme ad altre selvatiche e relative alle tribù Aveneae, Paniceae, Fabaeae (fave, piselli). Gli studiosi concludono che la familiarità di questi antichi abitanti dei Balcani per i cereali domestici almeno a partire dal 6.500 a. C. può aver semplificato l'adozione delle altre pratiche agricole.

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Consumo di pesce nella dieta dei primi abitanti dell'Alaska

29 Agosto 2016
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Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha evidenziato come il consumo di pesci d'acqua dolce fosse importante per i primi abitanti dell'Alaska, nella Beringia dell'Era Glaciale.

Lo studio ha preso in considerazione 17 focolari presso il fiume Tanana, in Alaska. Lo studio ha quindi ritrovato le prime prove di utilizzo di salmone anadromo nelle Americhe, almeno 11.800 anni fa, e che il pesce fosse parte delle diete indigene 11.500 anni fa.

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Antichi manufatti sferici in pietra utilizzati come proiettili

18 Agosto 2016

Uno dei 55 manufatti in pietra analizzati. Credit: Judy Maguire
Uno dei 55 manufatti in pietra analizzati. Credit: Judy Maguire

Un gruppo di studio formato da archeologi, psicologi e chinesiologi dell'Università dell'Indiana sta gettando nuova luce sul ritrovamento di un gran numero di manufatti sferici presso un importante sito archeologico in Sud Africa.

La ricerca, pubblicata su Nature: Scientific Reports, combina la percezione circa la possibilità di scagliare un oggetto con la valutazione degli oggetti stessi come proiettili. Lo studio suggerisce che il lanciare pietre giocò un ruolo nell'evoluzione della caccia, ma si ritiene che i manufatti possano essere stati utilizzati per altri scopi, ad esempio come strumenti percussivi o per frantumare altri materiali.

La Grotta dei Focolari (Cave of Hearths) in Sud Africa. Credit: Judy Maguire
La Grotta dei Focolari (Cave of Hearths) in Sud Africa. Credit: Judy Maguire

I manufatti sferici provengono da siti in Sud Africa (tra i quali la Grotta dei Focolari, Cave of Hearths in Inglese) e datano tra 1 milione e 800 mila anni e 70 mila anni fa. Si tratta di una delle tecnologie più a lungo utilizzate nella storia umana. Sin dalla scoperta, avvenuta 30 anni fa, hanno lasciato perplessi gli studiosi sul loro utilizzo.

Geoffrey Bingham. Credit: Indiana University
Geoffrey Bingham. Credit: Indiana University

I reperti predatano l'utilizzo di lance, e gli umani - che allora si relazionavano con la megafauna - sono gli unici animali ad avere questo talento di scagliare oggetti a distanza in particolare di 20 - 30 metri. Lo studio ha dimostrato come gli sferoidi fossero eminentemente adatti per essere scagliati, causando ferite ad animali di dimensioni medie.

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Dimostrazioni archeoastronomiche nei cerchi di pietra della Scozia

17 Agosto 2016

Le pietre erette di Stenness. Credit: Copyright Douglas Scott.
Le pietre erette di Stenness. Credit: Copyright Douglas Scott.

Una ricerca, svolta da ricercatori dell'Università di Adelaide e pubblicata sul Journal of Archaeological Science: Reports, per la prima volta prova da un punto di vista statistico che i grandi monumenti in pietra della Gran Bretagna furono costruiti specificamente per essere in linea coi movimenti del sole e della luna, 5.000 anni fa.

La dott.ssa Gail Higginbottom. Credit: University of Adelaide
La dott.ssa Gail Higginbottom. Credit: University of Adelaide

La dott.ssa Gail Higginbottom spiega che nessuno prima aveva determinato da un punto di vista statistico che un cerchio di pietra fosse stato costruito tenendo a mente i fenomeni astronomici. Si trattava solo di una supposizione.

In particolare, i ricercatori hanno preso in esame i cerchi in pietra scozzesi dai siti di Callanish sull'isola di Lewis e di Stenness sull'isola di Orkney (nell'arcipelago delle Orcadi). Entrambi precedono Stonehenge di 500 anni circa. I ricercatori hanno quindi utilizzato tecnologie 2D e 3D per produrre test quantitativi sull'allineamento delle pietre erette.

Si è così scoperta una grande concentrazione di allineamenti verso il sole e la luna in diversi momenti dei loro cicli. Le pietre non sarebbero tuttavia semplicemente connesse con i due astri, ma si sarebbe rilevata una complessa relazione tra allineamento delle pietre, panorama circostante e orizzonte, in relazione ai movimenti solari e lunari.

La dott.ssa Higginbottom spiega che scelsero i luoghi sulla base del sole e della luna, e in particolare al momento del loro levarsi e del loro tramontare, ad esempio quando la luna è al suo punto più settentrionale all'orizzonte, ogni 18,6 anni. Queste popolazioni scelsero di erigere i loro monumenti in maniera molto precisa rispetto al loro panorama e furono necessari tremendi sforzi per farlo.

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Gli ultimi cacciatori raccoglitori della Gran Bretagna

11 Agosto 2016

Selezione di frammenti ossei da Cnoc Coig. Credit: Sophy Charlton
Selezione di frammenti ossei da Cnoc Coig. Credit: Sophy Charlton

Identificati a Cnoc Coig resti ossei relativi a sei umani e datati al Tardo Mesolitico, più precisamente al 4000 a. C., e cioè appena prima dell'introduzione dell'agricoltura in Gran Bretagna. I resti sarebbero stati individuati grazie a tecniche innovative.

Il sito di Cnoc Coig è situato ad Oronsay, un'isola delle Ebridi interne. Stranamente, non vi sono molti resti umani relativamente a quest'epoca. Le analisi sono poi servite per identificare la dieta di questi ultimi cacciatori raccoglitori e la loro relazione rispetto all'agricoltura.

In precedenza si riteneva che l'arrivo dell'agricoltura avesse determinato un repentino cambiamento della dieta, ma in realtà recenti scoperte stanno dimostrando che questa si basava ancora su fonti di cibo di origine marina anche dopo.

Secondo la dott.ssa Sophy Charlton, potenzialmente lo stile di vita dei cacciatori raccoglitori sarebbe coesistito per diverse centinaia di anni con quello degli agricoltori.

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Il calcagno di Australopithecus africanus, più vicino a quello dei gorilla

11 Agosto 2016

Il calcagno destro parziale del StW352. Credit: Wits University
Il calcagno destro parziale del StW352. Credit: Wits University

Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Human Evolution, ha preso in esame il calcagno del fossile StW352 di Australopithecus africanus, giungendo alla conclusione che questo era più simile a quello dei gorilla che non allo stesso negli scimpanzé e persino negli umani.

Il fossile proviene dal sito di Sterkfontein, dall'area nota come Culla dell'Umanità, a 40 km da Johannesburg.

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