Al botteghino l’ultima fatica cinematografica, la nona, di Quentin Tarantino è stata un trionfo (quasi 350 milioni di dollari in tutto il mondo), ma diciamocelo senza troppi giri di parole: C’era una volta… a Hollywood è sicuramente il peggior film di Tarantino. Per 160’ lo spettatore viene condotto nel Luna Park del mondo che ha consustanziato il cinema tarantiniano, in un tourbillon di citazioni esplicite, riprese, divagazioni e digressioni tratte e ispirate da B movies, serie TV poliziesche anni ‘50 e spaghetti western, ossia la quintessenza del ‘tarantinismo’. L’obiettivo dichiarato dal regista è quello di mostrare una Hollywood e un modo di fare cinema che non esistono più e che si sono esauriti proprio alla fine degli anni ‘60.

Ambientato appunto a Hollywood nel 1969, il film è incentrato, nelle intenzioni del regista e sceneggiatore, sul rapporto tra un attore ormai a fine carriera, Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), ma effettivamente di questo rapporto dopo 160′ non sappiamo dire granché, se non poche informazioni che ci vengono fornite attraverso una serie di flashback. L’altra figura cardine del film, sempre nelle intenzioni dell’autore, è Sharon Tate (M. Robbie), la moglie di Roman Polanski rimasta vittima, proprio in quel fatidico ‘69, dell’agguato di alcuni membri della setta di Charles Manson. Tuttavia, nel film non è chiaro quale sia il ruolo ‘cardine’ della Tate. Cosa rappresenta? La nuova Hollywood o la vecchia? O nessuna delle due? La vicenda della Manson Family si sovrappone a quella dei due protagonisti (Di Caprio e Pitt) in un’escalation di violenza finale che di mozzafiato e sorprendente ha però ben poco (per chi conosce la cinematografia del regista tale risoluzione della vicenda era telefonata già dal trailer). Quella che poteva essere l’unica ed ultima occasione per salvare il film sfuma in una serie di cliché triti e di gag poco credibili dal punto di vista logico-narrativo, nonché di noiosi (e smielosi) dialoghi.

C'era una volta... Hollywood
Brad Pitt e Leonardo di Caprio, immagine di anteprima per C’era una volta… Hollywood

La Hollywood che emerge da questo film è una Hollywood che Tarantino non ha mai vissuto, se non da spettatore. Lo sguardo del regista è volutamente e dichiaratamente nostalgico, ma nei film nostalgici si corrono due rischi: idealizzare e risultare stucchevoli. C’era una volta… a Hollywood ha entrambi questi difetti.

Lo sguardo di Tarantino, inoltre, ridicolizza il mondo delle controculture losangeline di fine anni ’60 e arriva quasi a irridere mostri sacri come Bruce Lee e Steve McQueen; nei loro camei, i due appaiono il primo come un ballerino sfigato ed egocentrico, e l’altro come un vecchio deluso per non avere più l’età di poterci provare con Sharon Tate. L’intento immagino fosse ironico, ma queste sequenze ce le saremmo volentieri risparmiate. Taratino viene meno anche nei suoi ‘tradizionali’ segni distintivi: il citazionismo sfrenato qui diventa mera esibizione erudita, autoreferenziale e fine a sé stessa. Ne è un esempio la scena in cui Di Caprio ‘sostituisce’ McQueen in una scena de La grande fuga che qui ci viene riproposta integralmente: una roba che risulta pesante persino per i cinefili più accaniti; persino il feticismo per i piedi, una delle firme del regista, qui viene letteralmente “spammato” in modo esagerato e immotivato in tutto il film.

Tuttavia, a salvare parzialmente la pellicola ci sono gli impeccabili Leonardo Di Caprio e Brad Pitt, semplicemente perfetti. Tutte le scene migliori infatti sono le loro: in particolare la sequenza di Di Caprio sul set western e la scena finale quando, ubriaco, allontana malamente la macchina dei quattro mansoniani. Una nota va dedicata anche alla colonna sonora (qui Tarantino non stecca).

Pertanto, chi si aspettava un film, con una storia ben congegnata dal punto di vista narrativo, si troverà più che altro di fronte ad una visita guidata museale negli studios losangelini, con per giunta un Tarantino logorroico in veste di cicerone. Il paradiso per qualche cinefilo, meno per tutti gli altri. Siamo lontani anni luce non dai primi lavori del regista, ma dall’ultimo, The Hateful Eight che è un capolavoro assoluto.

L’impressione generale è non solo quella di un Quentin a corto di idee, ma anche di un uomo che sta invecchiando ‘malino’: infatti, se Django Unchained e The Hateful Eight erano innervati da una forte polemica politica (guerra civile, questione afroamericana), qui le idee politiche che traspaiono (neanche troppo fra le righe) sembrano quelle di un John Wayne al sesto whisky (parafrasando, meglio gli ubriaconi dei fattoni, gli hippy sono zecche comuniste). Anche il corpo femminile viene erotizzato come mai nei suoi precedenti lavori: di Margot Robbie di fatto abbiamo visto quasi solo le gambe (e questo forse dispiace un po’ meno).

Voto 5.5

Finita la benzina (?)

C'era una volta... Hollywood Quentin Tarantino
Locandina del film “C’era una volta… Hollywood”, Fair use