“Pasolini” di Abel Ferrara è un film mal riuscito sotto ogni punto di vista.
Per me, che conosco molto bene opere e biografia di Pasolini, è stato come vedere un bignami fatto male; per chi, invece, non maneggi benissimo le opere (soprattutto quelle dell’ultimo periodo: Petrolio, Scritti Corsari, Lettere Luterane e Porno-Teo-Kolossal) il film diventa difficile da capire e si riduce a una noiosa sequenza di dialoghi didascalici molto raffazzonati e di scene vuote.
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Già da subito si indovinano quali scene Ferrara riprenda dalle opere incompiute; la scelta è la più banale possibile (il pratone della Casilina, la meta narrazione dell’incidente aereo); la realizzazione di alcune scene da Porno-Teo-Kolossal non ricorda neanche vagamente la filmografia pasoliniana, né ci fa capire il punto di vista di Ferrara su Pasolini, ma diventa una prova narcisistica venuta male.
La narrazione delle ultime 36 ore del poeta procede in modo banale, scelta che vuol rinforzare la tesi di una morte casuale, ma che ha l’effetto di un racconto senza alcuna attrattiva e che non approfondisce neppure i legami psicologici attorno a Pasolini (le scene di vita quotidiana sono manieristico decoro senza approfondimento dei personaggi; particolarmente vuota la cena al Pommidoro con la famiglia Davoli).  Almeno la ricostruzione degli spostamenti fosse esatta (e sì che sarebbe bastato seguire una delle buone biografie pasoliniane, dato che gli ultimi giorni di Pasolini sono documentatissimi): invece ci sono imprecisioni e forzature, soprattutto nell’interpretazione dei vari personaggi; in particolare un vero e proprio character assassination nei confronti di Laura Betti (interpretata da Maria de Medeiros), ridotta a una maschera da commedia dell’Arte, esagerata, sopra le righe senza alcuna ironia, Nico Naldini completamente inutile (interpretato da Valerio Mastrandrea completamente fuori parte). L’interpretazione tanto lodata di Dafoe regge appena per i primi dieci minuti del film, dove riesce bene nell’imitare gestualmente l’ultima intervista filmata a Pasolini [link], dopo l’attore ritorna a essere troppo americano e virile nella gestualità e completamente assente nell’espressione. Dove sono finite l’angoscia e la disperata vitalità? Nel film non ce n’è traccia.
Il problema più vistoso sta forse nella scelta di voci, lingua e linguaggi.
Ho visto la versione originale, dunque non posso dire se il doppiaggio di Gifuni si attenga un po’ meglio alla lettera pasoliniana; di certo i testi dell’ultimo Pasolini sono molto densi e complicati, per cercare di raccontarli con altre parole bisognerebbe prima averli compresi, invece il tentativo di volgarizzazione lascia lo spettatore confuso e indifferente. L’effetto estraniamento che dovrebbe dare la confusione delle lingue -e che confesso fosse la cosa mi incuriosisse di più- sfugge di mano al regista e crea solo una raffazzonata confusione, con effetti comico-parodistici. La voce di Pasolini (che dà il titolo a un bel documentario) è ben nota (probabilmente è uno degli intellettuali più filmati di tutto il secondo Novecento) e riconoscibile perché querula, monocorde, sottile e ben poco gradevole, tutto il contrario della voce marziale, impostata e tenorile di Dafoe (o di Gifuni).
Ferrara voleva mostrare un PPP non agiografico? Non c’è riuscito, segue alla lettera la ‘vulgata pasoliniana’ che su può leggere su tutti i libri di scuola. Vi includo la famosa scena dell’assassinio, che molti mi avevano detto essere la parte più disturbante e realistica del film. In realtà poco realismo, unito alla trovata veramente cliché di mettere in sottofondo Maria Callas che canta, danno alla sequenza l’aspetto di una finzione o peggio di una parodia. Il film poteva concludersi lì, si chiude invece sul dolore di Susanna Pasolini al momento in cui apprende della morte del figlio per bocca di Laura Betti (scena che era molto più efficace in Pasolini-Un delitto italiano di Giordana) e che pare fare il verso (ancora in modo piuttosto convenzionale) alla scena della passione in Il Vangelo secondo Matteo. Se lo ‘scandalo’ doveva essere quello di non credere a complotti politici o a un agguato premeditato, ma a un episodio di banalissima violenza casuale ai danni di un frocio, Ferrara è l’ennesimo a sposare questa tesi. Che si possa essere o meno d’accordo, di sicuro non suscita scandalo.
Forse la nota più di cattivo gusto (ma di questo si tratta, non di scandalo) è nei titoli di coda: tra le persone ringraziate figura Pino Pelosi.

Pier Paolo Pasolini, foto da Wikipedia, Vedi la licenza,  caricata da StefanoRR.