Visioni di Oriente nell’archeologia della Sapienza. Presentate le novità degli scavi in Turchia e Iraq

Storia di un successo italiano che trova conferma nella 15° posizione del ranking internazionale della QS. 

TURCHIA Arslantepe - attività di scavo
TURCHIA Arslantepe – attività di scavo

L’archeologia della Sapienza ha di recente ottenuto la 15esima posizione nel World University Rankings per materie, ed è solo uno dei tasselli che fanno di questo settore un’eccellenza a livello mondiale. Questo anche grazie agli scavi nel Vicino Oriente, uno dei fiori all’occhiello in questo campo.

Mercoledì 18 e giovedì 19 maggio saranno presentati i risultati di due tra i più importanti scavi coordinati dalla Sapienza nella Regione mediorientale.
 
Mercoledì 18 alle ore 10.00, presso il Rettorato, si svolge l’incontro “Abu Tbeirah: 5 anni nel nostro Iraq”, che propone i risultati dell’attività nell’Iraq meridionale da parte della Missione Archeologica coordinata da Franco D’Agostino e Licia Romano. Di seguito nel testo il comunicato: Abu Tbeirah: 5 anni nel nostro Iraq. La missione della Sapienza, attiva dal 2011, è stata il primo scavo archeologico nel sud della nuova Repubblica irachena affidato a una missione straniera. I risultati scientifici saranno presentati il 18 maggio alla presenza dell’ambasciatore dell’Iraq in Italia
Giovedì 19 maggio alle ore 11.00, sempre al Rettorato, l’archeologa Marcella Frangipane illustrerà le importanti novità emerse durante l’ultimo scavo ad Arslantepe (Turchia) dal più antico “Palazzo” del Vicino Oriente sulle rive dell’Eufrate turco. Di seguito nel testo il comunicato: In Turchia (Arslantepe) individuato l’Edificio delle udienze, la prima testimonianza di potere laico. La scoperta raccontata dall’archeologa della Sapienza Marcella Frangipane, unica donna italiana membro della National Academy of Sciences

Abu Tbeirah: 5 anni nel nostro Iraq
La missione della Sapienza, attiva dal 2011, è stata il primo scavo archeologico nel sud della nuova Repubblica irachena affidato a una missione straniera. I risultati scientifici saranno presentati il 18 maggio alla presenza dell’ambasciatore dell’Iraq in Italia
18 maggio 2016 ore 10.00
aula Organi collegiali – Sapienza Rettorato
piazzale Aldo Moro 5, Roma
Abu Theirah - Edublamakh, tempio con il primo arco - Ur bassa
Abu Theirah – Edublamakh, tempio con il primo arco – Ur bassa

È un Iraq che non ti aspetti quello svelato dalla missione archeologica della Sapienza guidata dagli archeologi Franco D’Agostino e Licia Romano. Il sito è quello di Abu Tbeirah, a sud-ovest della città di Nasiriyah, nell’Iraq meridionale, un’area di 42 ettari a circa una ventina di chilometri dalla capitale di Ur, nel cuore della regione culla della civiltà Sumerica del III millennio a.C.
I risultati dei primi cinque anni di attività scientifica continuativa della missione archeologica saranno presentati il 18 maggio alla presenza del rettore Eugenio Gaudio, dell’ambasciatore dell’Iraq in Italia, SE Ahmad A.H. Bamarni, e dei rappresentanti del Ministero degli Affari esteri e dell’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo.
Attiva dal 2011, la missione della Sapienza è stato il primo scavo archeologico nel sud della nuova Repubblica irachena affidato a una missione straniera, in collaborazione con archeologi locali, dopo le guerre del Golfo e tuttora condotto dal team Sapienza coordinato da Franco D’Agostino e Licia Romano. Gli scavi precedenti in quest’area risalivano agli anni ’60, quando i sistemi di datazione e le tecnologie applicate alla ricerca archeologica non consentivano di giungere all’eccezionalità dei risultati raggiunti fino ad oggi e che hanno consentito alle autorità locali di rinnovare l’autorizzazione a lavorare per altri 5 anni nel sito iracheno.
Lo scenario è quello di un importante insediamento del III millennio a.C., emerso grazie soprattutto ai ritrovamenti in ceramica e da oggetti di pregiata fattura, rivelatori dell’ambiente storico e culturale della Mesopotamia in cui si affermò il primo impero “universale” nella storia dell’umanità, in un arco temporale che abbraccia essenzialmente il periodo di passaggio dal Proto-dinastico alla seguente Epoca accadica (all’incirca tra il 2450 e il 2350 a.C.).
Le attività della missione si sono concentrate sullo scavo di un grande edificio in mattoni crudi di più di 600 mq: una grande istituzione con funzioni ancora in parte da chiarire ma di certo non solo abitative e produttive, come suggeriscono il rinvenimento di numerose sepolture sub-pavimentali e la deposizione, probabilmente un sacrificio, di un cane. Lo scavo dell’edificio ha consentito di portare alla luce manufatti urbani, utensili di vita quotidiana, come ad esempio cesti e stuoie risalenti a 4200 anni fa e ancora perfettamente conservati nei loro intrecci, che documentano come la vita quotidiana del mondo sumerico avesse delle sorprendenti analogie con pratiche ancora correntemente in uso presso gli abitanti della zona delle Paludi irachene.
Durante le campagne di scavo sono emerse inoltre circa 25 sepolture, caratterizzate dall’insolita varietà di pratiche funerarie e alcune provviste di un ricco corredo (vasellame, oggetti in lega, gioielli e ornamenti di inestimabile valore, etc.).
cartoline dall'Iraq
cartoline dall’Iraq

Focus


Le attività di cooperazione, formazione, restauro e conservazione
In questi 5 anni la stretta collaborazione con lo State Board for Antiquities and Heritage (SBAH) iracheno ha consentito da un lato la continuità degli scavi e dall’altro, con il finanziamento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e con il supporto dell’Ambasciata Italiana a Baghdad, di condurre sia progetti di formazione degli archeologi iracheni, sia di dare inizio ad un importante progetto di manutenzione dei maggiori monumenti del parco archeologico del sito di Ur, città dove si trova la casa-missione.
I lavori di manutenzione del sito archeologico di Ur consistono nella mappatura dell’area di interesse, nella elaborazione del piano di mantenimento e nella fase di intervento diretto, un insieme di attività che impegna i ricercatori da circa tre anni. Avviate dall’autunno 2013, le prime fasi, cioè quella di ricognizione e quella progettuale, sono state già realizzate, anche grazie all’uso di un drone e di tecnologie italiane innovative per la documentazione e il rilievo, come il 3D photo-based scanning, per due dei tre monumenti scelti a oggetto dell’intervento.
I lavori di restauro affidati alla Sapienza hanno riguardato, infatti, i Mausolei Reali della III dinastia di Ur (spettacolari camere a volta ipogee destinate ad ospitare i corpi dei defunti sovrani del 2100 a.C.) e il tempio E-dublamakh, corte di giustizia e tempio posto ad accesso della corte e della torre templare (Ziqqurat) dedicata alla divinità della luna Nannar/Sin.
E proprio sulla Ziqqurat si stanno adesso concentrando gli sforzi del team di specialisti del MAECI e della Missione di Abu Tbeirah. Questa torre templare, con la sua scala cerimoniale al centro, i contrafforti e i terrazzamenti laterali, restaurati in passato dagli iracheni, in origine superava i trenta metri d’altezza: si può bene immaginare l’effetto che poteva produrre su chi giungesse a Ur alla fine del III millennio a.C., quando fu costruita! Nell’assolata e piatta distesa alluvionale tra tigri ed Eufrate dove sorgeva la capitale sumerica, quel tempio a gradoni – alla cui sommità viveva Nannar (in sumerico) o Sin (in accadico), e cioè il dio-Luna, cui era dedicata la città – doveva apparire chiaramente all’orizzonte, mostrando la potenza di Ur, una delle più ricche e fortunate città di Sumer. Di tutto questo erano ben coscienti i suoi costruttori, se si considera che il nome sumerico della torre è “e-temen-ni-guru”, cioè ‘il tempio le cui fondamenta ispirano il terrore (reverenziale)’.
Iraq tra scienza, collaborazione e amicizia
Tutte le attività della Missione ad Abu Tbeirah sono state caratterizzate dalla forte collaborazione, non solo scientifica, tra specialisti Iracheni ed Italiani, dando un immagine del paese Iraq del tutto opposta rispetto a quella cui i media ci hanno abituati. Sulla base di questi risultati, il team della Missione è stato coinvolto dal MAECI in un progetto di contro-narrativa sul fenomeno ISIS di portata internazionale.
Ma al di là della funzione scientifica e politica, le attività della missione e soprattutto l’incontro con l’Iraq “che non ti aspetti” hanno avuto un impatto fortissimo su tutti i partecipanti alla missione, iracheni ed italiani. I rapporti di amicizia e stima che si sono creati durante questi anni, perdurano nonostante la distanza e hanno creato un’enorme famiglia italo-irachena!
L’Iraq visto dai nostri giovani archeologi:
A volte bisogna allontanarsi dalla quotidianità, verso terre lontane, per capire e imparare il vero significato dell’amicizia, della stima, della passione. Ad Abu Tbeirah sono cresciuta, ho riempito il mio bagaglio di nuove esperienze e sensazioni. La cosa più bella è che l’ho fatto insieme ad altre persone” (Maddalena Diaco)
E’ stata un’emozione indescrivibile poter toccare e vedere i paesaggi e i monumenti letti un milione di volte nei libri” (Marta Zingale)
Il mio Iraq è un paese brullo in cui le distanze si dilatano a perdita d’occhio; è l’ombra della ziqqurat che si staglia fieramente contro un sole in caduta libera, enorme, torrido e precario, in punta di piedi a mezz’aria sopra le sporadiche creste d’argilla che animano l’orizzonte. Il mio Iraq è anche l’alba su Tell con le ombre che si ritraggono sempre più nelle profondità della terra ad ogni ora; è il sorriso dei nostri amici e fratelli iracheni, un sorriso silenzioso e colmo di vita che si riverbera nei loro occhi neri.” (Ludovica Bertolini)
Caro Iraq, anche se siamo stati separati per tanti anni, ti ho amato sempre.
Avendoti visto più da vicino, ho sentito quanto siamo simili, le strade piene delle foto di martiri, le persone, la lingua, i sentimenti…
Ho lasciato un pezzo del mio cuore da te.” (Shirin Khaltbari – Iran)
Abu Tbeirah ha realizzato il sogno di una vita…
É un emozione immensa, ogni volta, poter lavorare in terra mesopotamica!” (Desirè Bragalone)
Cinque settimane a Nassiriyah. Non credo di essermi svegliato mai così volentieri alle 4 del mattino per andare a lavorare. Il Tell di Abu Tbeirah all’alba non ha rivali per bellezza e quando intravedi dai finestrini del furgone Iveco quella distesa di argilla e sale sotto le prime luci del sole ci si sente pieni di energie, come se si avesse dormito troppo e svegliarsi invece in un sogno. Ho imparato a conoscere gli iracheni, persone meravigliose, piene di vita. Non sono sicuro di quante parolacce in arabo mi abbiano fatto dire per insultarsi indirettamente tra di loro, forse nemmeno a scuola mi sono divertito così tanto! Ho imparato a voler bene ai cammelli, agli asini ed ai topolini del deserto, ma forse il mio affetto più grande resta per il pane arabo nella shorba, la zuppa di legumi e spezie del mercoledì. La più grande nostalgia di quei luoghi meravigliosi è la figura protettiva della ziqqurrat di Ur. Rimane il ricordo intenso del tramonto rosso sull’orizzonte del deserto, dietro la ziqqurrat, mentre il vento ti porta il canto lontano del muezzin.” (Tommaso Scarpelli)
“Non c’è nulla di più gratificante del lavoro che si svolge per portare avanti le proprie passioni. Avere la possibilità di ricostruire la storia riportando alla luce reperti sepolti da millenni è un immenso privilegio…e ciò mi fa comprendere quanto sia importante la nostra attività ad Abu Tbeirah”
“In quella immobilità dell’orizzonte, vivi il segreto d’ essere sereno…. sono sveglio?” (Edoardo Zanetti)
“Non sono brava a manifestare le mie sensazioni, ad esternare ciò che provo.
Eppure manca solo la mia cartolina e mi trovo qui, davanti a un foglio bianco, con una penna in mano, a pensare: “ci saranno le mie emozioni, ci sarà il mio cuore, ci sarà il mio Iraq in quella cartolina!”.
Il mio Iraq è stato partire con la testa che rimbombava per le notizie dei media e tornare con una nuova, straordinaria famiglia irachena, composta da gente sensibile, semplice, disponibile.
Io ho amato e amo il mio Iraq.
Quella stessa famiglia ogni giorno ti dava la forza di mettere la sveglia alle 4 del mattino per andare sul campo, insieme all’immenso desiderio di guardare l’alba sul tell… e poi il passaggio di quell’infinita carovana di dromedari, in lontananza, quasi fossero un miraggio ogni santa mattina.
Non ringrazierò mai abbastanza Abu Tbeirah per tutto ciò che ho visto e provato in quelle cinque settimane.
Ci sarebbero troppe cose da dire e poco spazio per raccontarle, molto probabilmente non sarei neanche in grado di farlo. In realtà, sfido chiunque abbia vissuto lo splendore del parco di Ur e abbia trascorso tanti giorni in quell’Iraq che il team di Abu Tbeirah si è lentamente fatto amico e fratello, a mettere per iscritto con estrema facilità esperienze ed emozioni.
Chiunque ci dovesse riuscire, ha la mia stima.
Io, ci ho provato.” (Flavia Pacelli)
“It’s 4 o’clock in the afternoon and I’m wandering around the ruins of the ancient city of Ur for the last time, oating between the past and the present. For a month now this has been my daily schedule: off to the excavation site before sunrise, escaping from the heat under the shadow of a truck at noon and documenting new nds for the remainder of the day. Yet, at times I would steal from my busy schedule to cherish those moments of ascending the mighty Ziggurat. History is a puzzle-solving game with pieces made up of events and instances, embedded in material objects. Pieces that leave no trace are lost forever, creating a void in their stead. The written history, nonetheless, is deployed by the perception of the author to ll-in the blanks and shape the puzzle. I am interested in exploring how my experiences and orientation shape my perception of “history of the present”. For a month, I sought out this present in Mesopotamia in Southern Iraq, a visual tracing of this history through traversing the ancient ruins”.

Statement Mostra Fotografica Shirin Khalatbari

cartoline dall'Iraq
cartoline dall’Iraq
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In Turchia (Arslantepe) individuato l’Edificio delle udienze, la prima testimonianza di potere laico
La scoperta raccontata dall’archeologa della Sapienza Marcella Frangipane, unica donna italiana membro della National Academy of Sciences
giovedì 19 maggio 2016 ore 11.00

aula degli Organi collegiali – palazzo del Rettorato

piazzale Aldo Moro 5, Roma

TURCHIA - Arslantepe_Palazzo del IV millennio a.C.
TURCHIA – Arslantepe_Palazzo del IV millennio a.C.

È stato un paziente lavoro di scavo, di ricostruzione e di interpretazione.

Non più sacerdoti e templi, rituali e simboli religiosi, cui partecipava la popolazione. Immaginiamo piuttosto il pubblico che si raccoglie in un grande cortile e l’incedere di un individuo sulle scale che portano davanti alla pedana di un trono, situato in un imponente edificio che si erge gigantesco al fondo del cortile e dove il pubblico non può entrare: è questo il luogo in cui il re dà udienza ai sudditi e decide le loro sorti. Uno scenario assolutamente inedito nel Vicino Oriente del IV millennio aC. quando l’esercizio del potere si esprime attraverso re-sacerdoti, e il topos è il tempio in cui tutti si riuniscono in nome di un autorità sacrale. A raccontare i dettagli durante una conferenza aperta al pubblico, alla presenza dell’Ambasciatore turco, Aydin Adnan Sezgin, sarà la direttrice dello scavo, Marcella Frangipane, archeologa di spicco della Sapienza e l’unica umanista in assoluto nonché l’unica donna italiana a far parte della National Academy of Sciences americana.
Durante l’ultima campagna di scavi è emerso con sempre maggiore evidenza che il complesso pubblico monumentale portato alla luce dalla missione Sapienza conteneva l’ennesima ‘sorpresa’: la grande corte dell’edificio su cui stiamo lavorando contiene un basamento di argilla intonacato, con tre gradini e resti di legno bruciato” spiega la direttrice “Davanti ad esso, al di qua e al di la di una rampa di pietra, due basse pedane d’argilla dovevano costituire i punti di fermata di chi si presentava davanti all’autorità secondo un codificato cerimoniale laico”.
La scoperta è importantissima perché anticipa il processo di laicizzazione del potere che portò alla formazione dello Stato, e rappresenta un esperimento precoce di eccezionale interesse per lo studio e la comprensione di questo fenomeno che ha cambiato la storia delle società umane.
Alle spalle della saletta del trono, una sala da banchetto connetteva l’edificio e tutta la vasta area pubblica con le residenze d’elite sulla cima della collina, facendo del complesso monumentale di Arslantepe il più antico palazzo del Vicino Oriente, che precede di molti secoli i palazzi mesopotamici e siriani del III millennio.
Parliamo di ritrovamenti monumentali e in uno stato di conservazione straordinario” continua la Frangipane “e questo ci ha spinto a effettuare, in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, una vasta operazione di conservazione e protezione di questo complesso architettonico unico al mondo, consentendone l’apertura al pubblico e contribuendo al suo inserimento da parte delle autorità turche nella lista provvisoria del Patrimonio UNESCO”.

TURCHIA - Arslantepe Frangipane e studenti
TURCHIA – Arslantepe Frangipane e studenti

Focus – Il sito e la missione
Arslantepe, Malatya (Turchia orientale) è un tell (ossia collina artificiale) alto 30 m., formatosi per il sovrapporsi di numerosissimi abitati nel corso di millenni, situato a poca distanza dalle rive dell’Eufrate, non lontano dalle sue sorgenti tra le montagne dell’Anatolia.

Le attività di scavo iniziarono nel 1961 sotto la direzione di un grande maestro della

Sapienza, Salvatore Puglisi, fondatore di una scuola di Paletnologia che applicava metodi di ricerca e teorie allora all’avanguardia, di cui il gruppo di Arslantepe è oggi continuatore (nel modo in cui bisogna esserlo, ossia innovando): la Missione Archeologica Italiana della Sapienza è ora diretta dalla Prof. Marcella Frangipane, con la partecipazione di vari ricercatori del dipartimento di Scienze dell’antichità e del dipartimento di Biologia ambientale, e con numerose collaborazioni di studiosi italiani e stranieri.
La missione archeologica della Sapienza ha lavorato a un progetto di musealizzazione del sito e dell’area dell’antico palazzo del IV millennio a.c. Grazie alla collaborazione e al supporto finanziario delle autorità turche, il Museo è stato aperto al pubblico nella primavera del 2011.

Gli scavi ad Arslantepe” sottolinea Macella Frangipane “dimostrano come l’archeologia attraverso lo studio dei processi di cambiamento sociale, sia, o possa essere, una disciplina che non solo studia il nostro passato, ma anche permette una maggiore comprensione del nostro presente”.

Gli scavi iniziarono perché il sito era noto per la presenza di livelli Ittiti e Neo-Ittiti, rappresentati tra l’altro da una porta monumentale di accesso alla città fiancheggiata da due leoni in pietra (il nome Arslan-tepe vuol dire appunto Collina dei Leoni). Col proseguire e ampliarsi degli scavi, la straordinaria sequenza di livelli pre- e protostorici del IV e III millennio a.C. e i ritrovamenti di inaspettata importanza hanno permesso di ricostruire la storia di questo insediamento e di tutta la regione alla periferia della Mesopotamia. Ma soprattutto hanno gettato luce su processi di sviluppo rilevanti anche per la storia delle nostre stesse civiltà: la nascita delle prime forme di potere centrale, la nascita dello Stato e della burocrazia, del controllo economico della comunità, delle gerarchie sociali, del lavoro “dipendente” e delle prime forme di guerra organizzata.
Una delle scoperte più importanti è stata quella di un grande complesso monumentale in mattoni crudi della fine del IV millennio, che oggi appare chiaramente come il primo esempio conosciuto (e ben conservato) di “palazzo” pubblico, in cui si svolgevano, accanto a cerimonie di culto riservate a pochi, transazioni economiche e amministrative, redistribuzioni di alimenti e forme di commensalità pubblica con valore certamente di collante sociale e politico. Il rinvenimento di migliaia di “cretule” (impressioni di sigillo su creta) ha fornito conoscenze nuove sui primi sistemi amministrativi e sulla nascita della burocrazia; armi, spade e punte di lancia, in rame arsenicato e con decorazioni ageminate d’argento, attestano l’eccezionale sviluppo della metallurgia e il primo esempio al mondo dell’uso della spada come arma. Le armi sono indizio di forme di conflitto organizzato e di un’iniziale gestione centrale dell’uso della forza: questo straordinario e precoce processo di sviluppo tuttavia fallì e il palazzo venne distrutto da un violento incendio per non essere mai più ricostruito, e l’intero sistema socio-economico e politico fu destabilizzato. L’emblema del cambiamento è stato il ritrovamento della cosiddetta “Tomba Reale” di Arslantepe, in cui era sepolto un capo guerriero con molte armi e un ricchissimo corredo di oggetti in metallo: sulla tomba in pietra, ricavata all’interno di una grande fossa, erano stati sepolti 4 adolescenti sacrificati, la più antica testimonianza di sacrifici umani sulla tomba di un capo. Lo studio antropologico dei resti ossei, in combinazione con lo studio degli oggetti, ha permesso di acquisire conoscenze importanti per l’interpretazione di questa sepoltura. Il quadro che emerge, con la costruzione immediatamente successiva di una cittadella fortificata, la scomparsa di palazzi, templi e cretulae e l’ostentazione simbolica di armi da parte delle nuove elites, indica che avvenne un cambiamento epocale nella gestione del potere, ormai fondamentalmente politico e “militare”, e molto meno invasivo nella vita economica della comunità.
La storia di Arslantepe e di questa regione al confine tra mondo mesopotamico, Anatolia e Caucaso, continua con alterne vicende fino all’inserimento della città, verso il 1500 a.C., nell’orbita dell’impero Ittita in espansione, divenendone uno dei centri più importanti sulle rive dell’Eufrate.

Testi dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.