Sentieri nel ghiaccio: il viaggio a piedi di Werner Herzog da Monaco di Baviera a Parigi
Siamo nel novembre del 1974, a Pasing un quartiere di Monaco di Baviera. Werner Herzog, il famoso regista tedesco, riceve una telefonata da Parigi. Un amico lo avvisa che Lotte Eisner, critica cinematografica e figura fondamentale per il cinema tedesco, è gravemente malata. Probabilmente morirà a breve. Herzog rimane scosso, si dice tra sé che non deve morire:
“Io dissi no, non può essere. Non in questo momento. Il cinema tedesco proprio ora non può fare a meno di lei. Non dobbiamo permettere che muoia.” (pag. 9)
Herzog prende una decisione radicale. Indossa una giacca, prepara una sacca con lo stretto necessario, stivali nuovi, una bussola e parte a piedi. Prende la strada più diretta per Parigi, nell’assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita.
Durante il viaggio annota tutto quello che vede su un piccolo quaderno, senza pensare di pubblicarlo. Quasi quattro anni dopo, rileggendo quelle pagine, Herzog ne rimane colpito e decide di realizzarne un libro. Nel 1978 esce Sentieri nel ghiaccio, il diario del cammino da Monaco a Parigi.
“Riflettere su di me mette in luce una cosa: il resto del mondo funziona. Un solo pensiero che domina tutto: via di qui. Gli uomini mi fanno paura. La Eisner non deve morire, non morirà, io non lo permetto. Non ora, questo non deve farlo. No, ora non muore, perché non muore. I miei passi sono decisi. E ora trema la terra. Quando io cammino, cammina un bisonte. Quando mi fermo, si riposa una montagna. Guai! Lei non deve. Lei non morrà. Quando io sarò a Parigi, lei sarà viva. Non sarà altrimenti, perché non può essere altrimenti. Non può morire. Magari più tardi sì, se noi lo permettiamo.” (pag. 12)
Herzog racconta la realtà attraverso una devozione quasi ossessiva per il dettaglio: dal sale grosso sui brezel, alla tristezza di un bambino al bar, fino alle lampade appese a un vecchio giogo da buoi. Per la sua attitudine per il cinema descrive il mondo per fotogrammi, seziona la vita quotidiana trasformandola in una sequenza di immagini di una nitidezza spietata. La stanchezza fisica e la sofferenza del cammino agiscono in crescendo sulla sua percezione che si amplifica e si deforma, così che realtà e immaginazione si mescolano continuamente dando vita a un diario visionario. Un semplice trattore incontrato lungo la strada si trasforma nella sua mente in una minaccia cosciente e aggressiva:
“Un trattore immane, minaccioso, viene alla mia volta, mi ha puntato, mi vuole investire, ma io mi oppongo.” (pag.16)
Il viaggio prosegue, Herzog deve affrontare un forte dolore al ginocchio, il tendine d’Achille infiammato, il freddo, la neve, la pioggia e la continua difficoltà di trovare un luogo dove dormire. Spesso finisce in fienili o stalle, in condizioni precarie.
Uno dei momenti più significativi arriva quando perde la bussola, quella stessa bussola che aveva portato con sé nel deserto del Sahara. Non un semplice oggetto, ma un punto di riferimento, un legame con il passato. Da quel momento il viaggio diventa ancora più difficile, eppure Herzog non si ferma. Lungo il percorso incontra persone, brevi apparizioni, come una donna che gli racconta la vita dei suoi figli in pochi istanti, due bambine in una stalla che inizialmente lo credono un bandito, contadini stanchi e diffidenti. Herzog osserva anche ciò che è disturbante: mucchi di rifiuti, auto abbandonate nell’acqua, topi ovunque, luna park vuoti e chiusi, rottami, paesi abbandonati con porte che sbattono nel vento.
Attraversando la Foresta Nera, Herzog cammina come un bisonte, con passo deciso e senza fermarsi, sorretto dall’idea che se non l’avesse fatto Lotte Eisner sarebbe morta. Emblematica è la scena in cui si ritrova nella foresta durante una tempesta di neve:
“Sono uno sciatore acrobatico, mi stendo sulla bufera, per lungo, gli spettatori intorno sono una foresta, si son fatti di sale, la foresta spalanca la bocca. Io volo e volo e non smetto. Sì, gridano quelli, ma perché non smette. Io penso, meglio continuare a volare prima che notino che le mie gambe sono così conciate e così dure che all’atterraggio si sgretoleranno come calcare.” (pag.37)
Proprio in passaggi come questo emerge come a Herzog non manchi mai una spiccata ironia, una capacità di ridere di sé e delle proprie miserie fisiche, mentre trasforma il dolore in una visione comica e paradossale.
Chi conosce Werner Herzog e il suo percorso ritrova lo stesso istinto radicale che lo portò da giovane a rubare una cinepresa da 35mm alla scuola di cinema di Monaco con cui girerà i suoi primi film. Fece trainare una nave di oltre 300 tonnellate su una montagna dell’Amazzonia per il film Fitzcarraldo, e volò verso Guadalupa nel 1976 per filmare la minaccia del vulcano La Soufrière quando l’isola era stata evacuata, mettendo a rischio la propria vita pur di conoscere le ragioni di un contadino che si era rifiutato di lasciare il posto.
Ma mentre nelle sue produzioni cinematografiche l’ossessione serve a piegare la realtà al servizio dell’arte, in questa storia assurda diventa un rito. Ciò che mi fa riflettere è come l’essere umano, quando sceglie di credere ciecamente in un’idea, riesca a trasformarsi in qualcosa di inesorabile, spingendosi oltre ogni limite razionale. William James, filosofo e padre della psicologia americana, nella sua opera La volontà di credere esprime bene questo concetto. In molte situazioni della vita la convinzione che una cosa sia possibile è l’unico fattore che la rende tale. La fede anticipa e crea la realtà. Herzog non ha alcuna prova scientifica o logica che camminare nella neve salverà Lotte Eisner. Eppure, la sua volontà di credere trasforma un’azione assurda in un atto di pura creazione. La mia non è una credenza nella superstizione, ma l’analisi di un paradosso psicologico ed esistenziale. Herzog non compie un gesto razionale, ma un atto di resistenza psicologica. Il fatto che poi la Eisner sia sopravvissuta davvero trasforma un’ossessione irrazionale in un mito, dimostrando che a volte è proprio la fede cieca nelle proprie azioni a salvarci dalla disperazione.
Lotte Eisner poteva anche non salvarsi, ma quel viaggio era ormai diventato il destino mentale del nostro protagonista. Una volta messosi in marcia il 23 novembre, il cammino da Monaco di Baviera a Parigi non era più solo una scommessa per la vita di un’amica, ma una necessità interiore inevitabile. Un modo per aquietare se stesso e il proprio demone interiore, per placare l’angoscia e dirsi di aver tentato l’impossibile. Dopo 21 giorni di cammino, finalmente il regista raggiunge l’ospedale, incontra la Eisner ancora viva e con molto imbarazzo, si siede con le gambe dolenti stese su una seconda sedia. Tutto il viaggio sembra trovare il suo significato nelle sue ultime parole:
“Apra la finestra, da qualche giorno, io so volare.”
Citazioni dall’edizione digitale del libro Sentieri nel ghiaccio (titolo originale: Vom Gehen im Eis), di Werner Herzog, con traduzione e postfazione di Anna Maria Carpi, pubblicato in Italia da Ugo Guanda Editore, disegno e grafica di copertina di Guido Scarabottolo. © 1974 Carl Hanser Verlag München Wien, 1980 Ugo Guanda Editore S.p.A., prima edizione digitale novembre 2014.
