IL «COME SI DEVE SCRIVERE LA STORIA» DI LUCIANO DI SAMOSATA. CONSIGLI PER UNA BUONA STORIOGRAFIA.

Agli antichisti specializzati e non, ai semplici e spassionati lettori capita di imbattersi nella lettura di opere storiche, spesso dimenticando le modalità attraverso le quali è necessario comporre una pregevole storiografia.

Prima di affrontare brevemente una disamina dell’opera lucianea: Come si deve scrivere la storia, è necessaria una piccola premessa di carattere prettamente nozionistico.

Oggi il termine ‘storiografo’ risuona particolarmente gradito a chi di esposizione storica vuole occuparsi; ma chi è lo ‘storiografo’? Stando alle notizie che ci giungono dall’antichità, epoca nella quale è ravvisabile l’origine del genere, lo storiografo è colui il quale desidera narrare, cronologicamente o meno, gli eventi socio-politici a lui antecedenti o contemporanei. Non si tratta di una narrazione stricto sensu, bensì di una vera e propria ‘ricerca’ (dal greco ἱστορία) basata su fonti, scritte (rare nell’antichità) o orali, e sull’esame autoptico.

Luciano di Samosata Come si deve scrivere la storia storiografia
Luciano di Samosata in un’incisione di William Faithorne (1616/1691). Washington D.C., The Library of Congress, Prints and Photographs Division, LC-USZ6-71. Dal libro di J. Dryden, The works of Lucian, translated from the greek by several eminent hands, v. 1. London: Sam Briscoe, 1711

Dopo Ecateo di Mileto, annoverato come il primo degli storiografi (in realtà è meglio definirlo un periegeta), i due storiografi che hanno rivoluzionato il panorama del genere sono, da un lato, Erodoto, greco d’Asia e narratore del conflitto tra Greci e Persiani, dall’altro, Tucidide, testimone oculare del conflitto Peloponnesiaco che ha sconvolto l’ultimo quarto del V secolo a.C. I due storiografi ci hanno lasciato una summa delle metodologie più efficaci per ‘scrivere’ la storia: Erodoto, l’autopsia e l’ascolto, Tucidide, il vaglio delle fonti e la meticolosità della ricerca delle stesse. Metodologie che hanno influenzato non poco gli storiografi successivi: dagli storici vissuti nel IV a.C. a Polibio di Megalopoli che non disdegna il suo predecessore Tucidide. Va annoverato, anche, seppur con caratteristiche diverse, Senofonte di Atene, storiografo, ma prima ancora scrittore di appunti diaristici (si veda l’Anabasi, per esempio).

Alla base dell’opera di Luciano di Samosata, scrittore vissuto nel II d.C. e legato alla cosiddetta ‘Seconda Sofistica’, c’è un intento sia polemico che paideutico. Luciano è un poligrafo, scrive su diversi argomenti trattandoli con un’ironia pungente e con estrema perizia. Nel Come si deve scrivere la storia questa caratteristica lucianea è ben evidente. Lo scrittore di Samosata parte dal presupposto che è utile, ai fine di una buona storiografia, smentire tutti quegli storiografi che sono lontani dalla perfezione del genere. Luciano attacca, con arguzia, tutti gli storiografi a lui contemporanei, accusandoli, da un lato, di falsare la storia, dall’altro, di essere fin troppo lusinghieri e faziosi. Una storiografia ben fatta è lungi da narrazioni mitiche, faziosità e poeticismi; lo scrittore riporta, nel libello, a riprova della sua tesi, diverse testimonianze di storiografi che, più che al vaglio degli episodi socio-politici, miravano al proprio tornaconto e a compiacere il proprio capo (cita, per esempio, Aristobulo, storiografo di Alessandro Magno, estremamente fazioso). Per Luciano è utile una storia priva di simpatie, per dirla come Tacito negli Annales: «sine ira et studio» e lo afferma prepotentemente al capitolo 41 del suo libello:

Tale dunque deve essere, a mio avviso, lo storico: senza paura, imparziale, libero, amante della libertà di parola e della veritàcome dice il comico, che chiami ‘fico’ il fico e ‘barca’ la barcauno che né per odio né per amicizia concede o tralascia qualcosa, che non ha compassione o vergogna o timore, un giudice giusto, benevolo con tutti ma solo finché non si conceda più del dovuto a una delle partinei suoi libri straniero e senza città, indipendente, senza reuno che non sta a fare i conti su cosa penserà questo o quell’altro, ma che dice quanto è accaduto”.

Oltre al contenuto, Luciano bada anche allo stile. Una storiografia ben fatta non bada agli abbellimenti stilistici, tipici di una raccolta poetica, ma ad un linguaggio sobrio e comprensibile, leggero, schietto e critico. Questo suo ideale, però, non va frainteso: Luciano non intende demolire ogni artificio stilistico, ma mira ad un moderato uso delle stravaganze linguistiche. Alla base di un’ottima storiografia, per Luciano va annoverato Tucidide, che è definito il ‘nomoteta’ del genere, imitandolo quanto più fedelmente per la metodologia. Lo stesso Luciano condanna, anche, chi si autoproclama ‘nuovo Erodoto o Tucidide’ non mostrando, però, le qualità metodologiche degli stessi. Per Luciano la storiografia è un lavoro di minuzia, di attendibilità, di libertà e sobrietà. I consigli che lo scrittore elargisce al suo Filone, destinatario del libello, sono utili, qualora fossero seguiti pedissequamente, a scrivere una ‘vera’ storiografia e non un’accozzaglia di cortesie e fantasie giudicate, falsamente!, storia.

L’opuscolo lucianeo si legge piacevolmente; è diviso in due parti: una prima parte, caratterizzata da una tenace invettiva contro i ‘falsi storiografi’ ed una seconda parte, ricca di consigli ed espedienti per una buona opera storica.

Un’allegoria sullo scrivere la storia, ad opera di Jacob de Wit (1754), dallo Amsterdams Historisch Museum.

Anche questo opuscolo di Luciano, infine, va annoverato tra quelle opere dell’antichità di immortale utilità; anche la storiografia moderna, sebbene arricchita dalle più sofisticate invenzioni, deve richiamarsi, non solo ai canonici Erodoto e Tucidide (per non dimenticare i romani Sallustio e Tacito, per citarne alcuni), ma anche ad un libello che può, o meglio, ha rivoluzionato la storiografia dal II d.C. in poi.