"Ossigeno", in apnea per respirare di nuovo

“Ossigeno” è ciò che manca leggendo l'ultimo romanzo di Sacha Naspini.

Scuro, claustrofobico, oppressivo, ma non per questo privo completamente di speranza: così si riassume l’ennesima grande prova di uno scrittore che sta dando molto alla letteratura italiana contemporanea.

È un libro che, parlando di una vicenda che ha quasi dell'incredibile, ci porta a indagare I recessi più nascosti e tremendi dell’animo umano, che ci fanno provare allo stesso tempo fascino e repulsione.

Apparentemente la storia sembrerebbe essere quella di una vittima incolpevole e inconsapevole. Luca - un ragazzo - scopre nel più brutale dei modi, attraverso le forze dell’ordine che si presentano alla sua porta, di aver convissuto per anni con un mostro, uno stimato intellettuale che in realtà rapisce e segrega giovani donne innocenti. Il protagonista non vive solo la fine brutale e improvvisa della propria giovinezza, ma vede crollarsi addosso un mondo che già una volta è stato quasi cancellato, segnato come è stato dalla scomparsa prematura della madre. Un vero e proprio terremoto esistenziale, simboleggiato propria da quel container in cui il padre-aguzzino ha tenuta rinchiusa per quasi una vita Laura, l’ultima delle sue vittime e l’unica a essere sopravvissuta. Una scossa sismica che manda in frantumi l’identità del protagonista, torturato dal dubbio che il sangue e i geni non si possano sconfiggere. Per tentare di rammendare il filo della propria esistenza e ricomporre un’identità il figlio si incarica dunque di riparare ai torti del padre, vegliando su Laura, tra ossessione, amore e la ricerca frenetica dell’espiazione.

Essere figli di un mostro condanna dunque a essere mostri?

Se la risposta fosse granitica, non staremo parlando di un’opera di Naspini, perché se una caratteristica ricorrente si può riscontrare nella poetica dell’autore de “Le case del Malcontento” e de “I Cariolanti”, è proprio quella di non ergersi mai a giudice delle vicende umane dei propri personaggi e di non presentare mai risposte facili: perché l’uomo, sembra raccontarci ogni volta lo scrittore, è un mosaico composito di Bene e di Male. O meglio il Bene e il Male sono sfumature di colore che cambiano nella pupilla di chi osserva a seconda della luce.

È così che la vittima può diventare carnefice e il carnefice vittima, in un balletto complesso e perverso di ruoli e di emozioni che coinvolge non solo i due protagonisti, ma tutti i personaggi che ruotano loro intorno.

I colpi di scena, sostenuti da una prosa accattivante e capace di lavorare con pennello impressionistico immagini realistiche e dolorosamente vivide, e la polifonia che non si trasforma mai in confusione richiamano alla mente proprio “Le case del Malcontento”. Se qui la lingua non vive degli echi della parlata maremmana, non per questo Naspini si accontenta di un facile stile medio, ma gioca con le voci dei suoi personaggi e coi loro registri in un gioco di trasparenze e di riflessi che entra a pieno titolo nella trama.

“Ossigeno” si legge in apnea, scorre veloce, ma rimane addosso, proprio come ci si ricorda, riemergendo, di quello stato tra trepidazione e timore nel momento in cui manca l’aria sott’acqua. 

Ossigeno Sacha Naspini
La copertina di Ossigeno di Sacha Naspini, edizioni e/o

Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


Celiachia. Gli antichi Romani la curavano con la medicina cinese

Secondo uno studio dei ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, i Romani avevano trovato dei rimedi erboristici per trattare la celiachia. Come sappiamo, la celiachia è una malattia di origine genetica e di natura infiammatoria, caratterizzata dalla distruzione della mucosa dell’intestino tenue ma a quanto pare non moderna. Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale “Archaeological and Anthropological Sciences” integra la ricerca condotta nel 2019 dagli scienziati del Laboratorio di Antropologia di Tor Vergata che aveva portato alla scoperta, assieme al “Centro di antropologia molecolare per lo studio del dna antico” dell’Università di Roma “Tor Vergata” del primo caso di celiachia noto sulle ossa dello scheletro di una donna di circa venti anni vissuta ad Ansedonia tra fine I e inizio II secolo d.C.

L’analisi del DNA rivelò la presenza di marcatori genetici che predispongono alla patologia. Indagini archeo-botaniche sono state invece condotte successivamente al fine di ricostruire dieta e pratiche fitoterapiche. I ricercatori, esaminando la placca accumulata sui denti della donna, sono riusciti ad identificare elementi che hanno portato ad affermare che per il trattamento dei disturbi alimentari provocati dalla celiachia si faceva uso di erbe e spezie tipiche della medicina cinese. Non sappiamo se queste pratiche fossero utilizzate nella medicina romana proprio perché ad oggi questo scheletro rappresenta un unicum.

Tra questi rimedi erboristici, gli scienziati hanno rintracciato la presenza di composti chimici che possono essere ricondotti a curcuma e ginseng, radici già utilizzate nell’antica medicina orientale come rimedi naturale per altre patologie e in questo caso per alleviare i disturbi provocati dalla celiachia. Così, infatti, si supporta l’ipotesi dell’esistenza di proficui scambi commerciali e di pratiche con la cultura dell’Asia orientale.

Foto: Simon A. Eugster [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]
«La scoperta è stata possibile – afferma la professoressa Antonella Canini, botanica, – perché la placca è capace di intrappolare residui chimici e di cibo, permettendo di identificare oltre alle minuscole particelle di amido, derivate dal grano o da una pianta correlata a esso, e che suggeriscono l’ipotesi che la donna facesse uso di cibi ricchi di glutine scatenando attacchi autoimmuni,  molecole organiche considerate marcatori tipici dei rimedi erboristici locali usati per trattare il mal di stomaco, tra cui menta e valeriana».

«La scoperta – afferma il ricercatore Angelo Gismondi, botanico, - mette in luce il fatto che probabilmente già più di 2000 anni fa esistevano scambi di piante medicinali e conoscenze mediche tra il Mediterraneo e  l’Asia sud-orientale. I nostri dati – conclude Gismondi - hanno fornito informazioni sul ruolo chiave dell'etnobotanica in età imperiale romana».   Lo studio ha visto la collaborazione di botanici e antropologi del Dipartimento di Biologia, Università Roma “Tor Vergata" (Antonella Canini, Alessia D’Agostino, Gabriele Di Marco, Angelo Gismondi, Cristina Martínez-Labarga, Olga Rickards) e della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato (Valentina Leonini).


bellezza ornamenti Seicento

Firenze: mostra "Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento"

Aprirà al pubblico da domenica 8 dicembre e rimarrà aperta fino al 13 aprile 2020, la mostra Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento che si terrà al Museo di Palazzo Davanzati di Firenze.

bellezza ornamenti Seicento
MANIFATTURA ITALIANA DELLA SECONDA METÀ DEL XVII SECOLO, Scarpa femminile, Firenze, Museo Stibbert

L’idea dell’esposizione è nata dall’acquisizione, promossa dai Musei del Bargello per Palazzo Davanzati, di un rarissimo e inedito corpus di disegni per ricami e merletti databili alla prima metà del XVII secolo e apparsi sul mercato antiquario nel 2018. Si tratta di una delle più estese raccolte esistenti di disegni di merletti e ricami costituita da 105 fogli, centodue carte ad inchiostro e tre a grafite e sanguigna, giunte fino a noi in ottimo stato conservativo e attribuibili per la gran parte alla firma dello stesso autore, Giovanni Alfonso Samarco da Bari, un disegnatore di ambito meridionale dall’indubbio talento grafico la cui identità rimane ancora oggi ignota.

OREFICERIA AUSTRIACA DELL’INIZIO DEL XVII SECOLO, Ornamento per abito, Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Attorno a questi disegni per grandi colletti, bordure e fregi ricamati, si sviluppa un affascinante percorso della mostra che, allestita tra il piano di ingresso e il primo piano di Palazzo Davanzati, intende documentare lo stile prezioso ed elegante della moda e dell’arredo del Seicento, attraverso un suggestivo confronto tra la grafica e un’accurata selezione di abiti, accessori, dipinti, sculture, medaglie, libri, tessuti, merletti e ricami.

All’interno di alcune “stanze delle meraviglie”, progettate in occasione della mostra, sono infatti esposti, in costante dialogo con la grafica, alcuni preziosi accessori: la borsa a ricamo applicato di probabile manifattura inglese; la scarpetta femminile, databile all’ultimo quarto del XVII secolo, in raso di seta rossa rivestito di merlettola spilla d’oro, di oreficeria nordica, con perle e diamante utilizzata al tempo come guarnizione d’abito.

bellezza ornamenti Seicento
OREFICERIA AUSTRIACA DELL’INIZIO DEL XVII SECOLO, Ornamento per abito, Firenze, Museo Nazionale del Bargello

A documentare il gusto per la moda in auge al tempo, troviamo poi un raro giubbone maschile, databile tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, con inserti di merletto a fuselli, e alcuni dipinti che ritraggono gli sfarzosi colletti in pizzo indossati da Valdemaro di Danimarca, opera di Justus Suttermans e da Vittoria Bulgarini ritratta da Nicolas Régnier.

JUSTUS SUTTERMANS, Ritratto di Valdemaro Cristiano di Danimarca, 1638-1639, Firenze,
Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina

La perizia raggiunta nella tecnica del ricamo toscano è testimoniata dallo splendido paliotto d’altare della Madonna del Letto, già nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Pistoia, che rivela motivi decorativi improntati ad un’attenta indagine naturalistica.

La mostra rappresenta inoltre occasione per ammirare, nei rinnovati ambienti espositivi di Palazzo Davanzati, un’attenta selezione di merletti dalla ricca e pregevole collezione del Museo, messa a confronto con i disegni acquisiti così da dar vita a un dialogo tra il prodotto finito e il processo creativo legato a quest’arte.

MANIFATTURA INGLESE DELLA PRIMA METÀ DEL XVII SECOLO, Borsa, Firenze, Museo Nazionale del
Bargello

 Bellezza e Ornamenti nella moda e negli arredi del Seicento è una mostra unica per presentare al pubblico un raro gruppo di centocinque disegni di merletti e ricami acquistati dai Musei del Bargello con i fondi derivanti dall’autonomia dei musei, a seguito della Riforma del 2014. Il corposo nucleo grafico è stato destinato a Palazzo Davanzati che, già dagli anni ottanta del Novecento, ospita una pregevole collezione di merletti e ricami, dal XV al XX secolo.

Per la durata della mostra, il Davanzati, noto ai più come antica dimora fiorentina, si vestirà di raffinate forme barocche, con “stanze delle meraviglie” che sveleranno, attraverso un affascinante percorso espositivo, il singolare ruolo che i merletti ebbero nella storia sociale ed economica in Europa, oltreché nella storia dell’arte, del design e della moda” (Paola D'Agostino, Direttore dei Musei del Bargello).

 Tra gli enti prestatori figurano le Gallerie degli Uffizi, il Museo Stibbert, il Museo Civico d’Arte di Modena, l’Università di Firenze, l’Archivio di Stato di Firenze, L’USL Toscana Centro, il Museo del ricamo di Pistoia, oltre a generosi prestiti da parte di collezionisti privati.

La mostra e il catalogo, ricco di contributi di esperti del settore ed edito da Edifir, sono a cura di Benedetta Matucci e di Daniele Rapino.

Daniele Rapino, Paola D'Agostino, Benedetta Matucci

Il biglietto di accesso alla mostra ha il costo di € 6,00 per l'intero, e € 2,00 il ridotto (per i giovani della U.E fra i 18 e 25 anni).

 

Testi e foto per la mostra Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento gentilmente forniti dall'Ufficio Stampa Firenze Musei - Civita Opera Laboratori Fiorentini


Una finestra sul pavimento del Duomo di Siena

Fino al 27 ottobre sarà possibile osservare il pavimento del Duomo di Siena, anche in un modo nuovo. Con il percorso “Come in cielo così in terra. Dalla porta alla città del cielo al pavimento” infatti, il pavimento si può guardare dall’alto: un punto di vista insolito che dà al visitatore la possibilità di raccogliere in un unico sguardo la complessa decorazione a intarsi marmorei.

E come sempre, se guardiamo con attenzione alle immagini, anche quelle su cui mettiamo i piedi, c’è tutto un mondo da scoprire. In questo caso si tratta del mondo della cultura quattrocentesca a Firenze e Siena.

Il Duomo di Siena (cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta). Foto © Raimond Spekking, CC BY-SA 4.0

Il Duomo

Si comincia a costruire il duomo di Siena nel la seconda metà del Duecento, e circa un secolo dopo si progetta di ampliarlo e farlo diventare un’opera grandiosa. Siena è, in quel periodo, una grande potenza, fiera del regime comuale, che viene celebrato il più possibile, pure nei colori scelti per la decorazione del duomo: il nero e il bianco della balzana senese. Le date non sono così semplici, però, perché ci sono stati molti restauri, rifacimenti e la fase costruttiva del duomo è durata molto tempo. Il pavimento, decorato a intarsio marmoreo (una specie di puzzle fatto con tessere di marmo) ha richiesto quasi tre secoli per essere portato a termine, perciò è difficile anche capire se l’intera area tratta un unico racconto (come sostengono alcuni studiosi) o se quelle che vediamo sono scene slegate tra loro, nate una dopo l’altra, ciascuna per esigenze diverse. In ogni caso, al 1480 possiamo certamente ricondurre l’esecuzione della parte di pavimento con dieci sibille e Hermes.

Hermes lo si vede appena si entra in chiesa, è rappresentato in una grande immagine, e a lui sono collegate le dieci sibille che si snodano nelle navate laterali. Tutto regolare?

Non proprio, perché Hermes, come le sibille, arriva dritto dalla mitologia antica e non lo troviamo molto spesso nelle chiese cristiane; e poi le sibille “canoniche” a fine Quattrocento sono diventate dodici già da un pezzo. Si tratta quindi di una scelta particolare: di cosa ci parlano questi personaggi “pagani” in una chiesa cristiana?

Scorcio della navata centrale verso la controfacciata. Foto di James Gose, CC BY 2.0

Sibille

Partiamo dalle sibille: la sibilla è una figura del mito antico greco, le prime fonti ci dicono che è una, anzi: “una bocca”, ma durante l’Ellenismo diventa un donna in carne e ossa, e poi numerose donne, numerosissime, tanto che Marco Terenzio Varrone, nel I secolo d.C. deciderà di creare un elenco limitando il numero a dieci.

Il canone di Varrone viene ripreso da Lattanzio, che è impegnato nel descrivere tutti gli errori in cui sono incorsi i “pagani” con lo scopo di “smontare” le loro credenze ed esaltare quelle dei cristiani. Lattanzio, ovviamente, parla delle sibille, ma non le colloca tra i pagani, bensì tra coloro che sono testimoni della gloria di Dio. Nella sua opera, le Divine Istituzioni, troviamo sia le dieci sibille, che Hermes: proprio come nel pavimento di Siena.

Hermes

Anche Hermes è una figura della mitologia antica che si diffonde intorno al II secolo e rappresenta il “maestro dei maestri”, l’unione di tutti i saperi: la grande sapienza greca e quella egizia. Per questo viene chiamato Ermete Trismegisto, cioè tre volte grandissimo. Gli scritti che sono attribuiti a Hermes sono raccolti nel Corpus Hermeticum e contengono l’idea di una grande conoscenza che può avvicinare l’uomo alla divinità, innalzarlo spiritualmente; una conoscenza antica che però è misteriosa e va indovinata, letta tra le righe, interpretata.

Questi concetti passano in secondo piano quando il Cristianesimo viene definito, un concilio dopo l’altro, in un processo che continua anche dopo la morte di Lattanzio. Gli scritti ermetici, pur essendo in parte noti agli intellettuali, non hanno grande fama per tutto il Medioevo e la figura di Ermete Trismegisto viene dimenticata dalla maggior parte dei cristiani.

Diversamente accade invece per le dieci sibille, che sono figure così poco definite da poter entrare facilmente nella tradizione cristiana medievale, con un ruolo nuovo e ben preciso: le sibille sono coloro che Dio ha incaricato di annunciare la venuta di Cristo ai “pagani”. Secondo i devoti Cristiani, sono stati i “pagani” a non averle ascoltate, ma le sibille (che ormai sono profetesse) hanno fatto il proprio dovere e meritano quindi un posto in affreschi, dipinti e ogni altro mezzo di celebrazione e comunicazione tra la Chiesa e i fedeli.

Siena

Nel corso del Quattrocento però, dopo secoli di attesa nell’ombra delle biblioteche, anche Hermes rivede la luce: nel 1471 si pubblica il testo delle Divine Istituzioni di Lattanzio dove, come abbiamo detto, anche Hermes era descritto; qualche anno più tardi Marsilio Ficino traduce anche una parte del Corpus Hermeticum dal greco al latino, quindi in molti possono leggerlo. Operazioni come queste erano parte del lavoro degli intellettuali umanisti, che andavano a cercare testi e saperi antichi e provenienti dall’oriente, e li diffondevano nella cultura contemporanea. La figura di Hermes sta quindi vivendo una nuova fortuna in un contesto culturale dove la conoscenza degli antichi sembra essere la porta per il futuro, per il vero sapere. E nello stesso periodo si lavora al pavimento del Duomo di Siena, e si cerca, ovviamente, di esprimere il meglio della cultura del momento, le teorie più aggiornate e moderne.

Duomo di Siena Ermete Trismegisto
Ermete Trismegisto raffigurato nel pavimento del Duomo di Siena; l'opera è datata al 1488 ed è attribuita a Giovanni di Stefano.

Sibille e Hermes a Siena

Le teorie più moderne, ormai, comprendevano anche Hermes. All’ingresso del Duomo troviamo il mitico personaggio raffigurato mentre dà una libro a due uomini; la frase scritta nel libro ci aiuta a capire di chi si tratta: Suscipite o licteras et leges Egiptii, “Ricevete, la cultura e la legge, o Egizi”. Le due figure sono quindi un egiziano, quindi orientale, e lo riconosciamo dal turbante e dall’esotica barba a punta, e un occidentale col capo velato, a rappresentare i cristiani che seguiranno. È il momento in cui la scrittura, viene data agli uomini e Hermes si pone alla base della fondazione di cultura e sapienza; con la mano, il mitico sapiente indica un altro testo, che comunica pure a noi il messaggio fondamentale: “Dio creatore di tutte le cose, fece un altro Dio visibile e questo fu il primo e il solo nel quale si dilettò e amò suo figlio, che fu chiamato Santo Verbo”.

Ma se deve esserci qualcuno che accoglie i cristiani nel Duomo e trasmette la Sapienza mandata da Dio, perché questo qualcuno è un pagano?

Il contesto in cui queste immagini si collocano è quello delle teorie espresse da Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Secondo i due dotti umanisti esiste un antico sapere, unico, dato da Dio all’uomo all’inizio dei tempi, trasmesso di generazione in generazione e (secondo Pico) culminante nella religione Cristiana. Tutti i testi che compaiono nelle immagini di Ermete e delle sibille sono tratti dalle opere di Lattanzio, che a sua volta le aveva tratte da autori più antichi. Marsilio Ficino legge i testi di Lattanzio, vede che anche lui ha citato autori più antichi, e trova la conferma del fatto che il sapere è unico e molto antico e che quindi parte da ancora più lontano, da prima del Cristianesimo.

Ermete Trismegisto, mitica incarnazione della Sapienza, dona quindi la sapienza agli Egizi, tra i quali figura il suo contemporaneo Mosè, che la traghetterà nel mondo ebraico. Sul rapporto cronologico tra Ermete-Mosé, è da dire però che non tutti i teologi e intellettuali erano d’accordo, ma ai piedi della scena di cui parliamo c’è scritto che sono contemporanei.

Uno strano gruppetto

Quindi, se la presenza di Hermes è giustificata dai testi di Lattanzio, ripresi e interpretati dalla filosofia rinascimentale di Marsilio Ficino, che senso hanno le sibille associate al mitico sapiente?

La traduzione del Corpus Hermeticum fatta da Marsilio Ficino, si pubblica col nome di Pimander, e in questo testo Ficino scrive (forse sbagliando a tradurre), che Dio svela il futuro tramite alcuni segni, tra cui le sibille.

Il ruolo delle sibille, secondo i cristiani, l’abbiamo già detto, era stato quello di annunciare ai pagani la prossima venuta di Cristo; trovandole assieme al grande sapiente Hermes nella sua opera, è stato normale inserirle nella decorazione: sono anche loro anelli della catena della trasmissione del sapere.

Duomo di Siena Sibilla Cumana
La Sibilla Cumana, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è opera documentata di Giovanni di Stefano.

Ciascuna sibilla è rappresentata come una donna antica, rivestita di lunghi abiti e panneggi e tiene in mano un libro, attributo del sapere e della conoscenza. La sibilla Cumana è l’unica ad avere accanto a sé degli oggetti specifici: i libri sibillini che ha provato a vendere a Tarquinio e che poi, al rifiuto del re, ha bruciato. La stessa sibilla tiene in mano anche un ramo con foglie, perché Virgilio racconta che sulle foglie erano scritte le sue profezie. Le altre sibille sono identificate dai testi delle profezie, ciascuno attribuito a una sibilla e tutti tratti dall’opera di Lattanzio.

Lattanzio quindi si conferma come una fonte privilegiata, ma letta e interpretata in accordo con il Corpus Hermeticum per via delle teorie di Marsilio Ficino, che alla fine del Quattrocento è uno degli umanisti di maggiori rilievo nel panorama culturale, nonché l’intellettuale di punta nella cerchia dei Medici.

Proprio come in Lattanzio, infine, le sibille sono dieci, non dodici come si trovano invece, già da inizio secolo, in gran parte delle serie dipinte. Si trovano disposte in ordine lungo le navate, ai margini dell’edificio, a segnalare la loro funzione di “confine” tra i “pagani” che sono fuori dalla chiesa, e coloro che, camminando sulla via segnata dall’antico sapere, possono raggiungere il cuore del cristianesimo: l’altare su cui si celebra la messa.

Così, camminando sugli intarsi del pavimento, il fedele che entra in chiesa percorre la strada che rappresenta questo sapere. Allo stesso modo il visitatore di oggi ripercorre una delle tappe salienti della cultura rinascimentale, che porta alla rinascita del neoplatonismo e ha risultati anche oggi, nelle numerose espereienze di recupero delle teorie esoteriche. Ancora una volta, quindi, guardando un manufatto artistico, si può guardare oltre la “bellezza” e aprire una finestra sulla complessità del passato, un passato che noi siamo abituati a classificare in maniera molto netta e decisa per comodità di studio, ma che è fatta di uomini e donne come noi, che vivevano in un mondo complesso, ricco di diversi stimoli, pensieri e influenze e che davano vita a realtà stratificate e complesse, tanto quanto lo è la nostra, di oggi.

Duomo di Siena Sibilla Ellespontica
La Sibilla Ellespontica, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è datata al 1483 e attribuita a Neroccio di Bartolomeo de' Landi.

Viaggio all'interno del Museo delle Navi Antiche di Pisa

Un museo atteso da anni e che finalmente vede l’apertura. La città di Pisa avrà il suo Museo delle Navi Antiche in 5000 metri quadri di superficie espositiva e 47 sezioni divise in 8 aree tematiche nelle quali saranno esposte sette imbarcazioni di epoca romana databili tra il III secolo a.C. e il VII d.C. Le navi sono sostanzialmente integre e circa 800 reperti arricchiranno il percorso espositivo in una narrazione che racconta un millennio di commerci e marinai, rotte, naufragi e storie della città di Pisa.

Il Museo è allestito all’interno degli Arsenali Medicei sul lungarno pisano, mentre l’adiacente complesso di San Vito ospiterà a breve il Centro di Restauro del Legno Bagnato che avrà rilevanza internazionale nel restauro delle sostanze organiche e fornirà il supporto alle manutenzioni del museo e lo arricchirà con esperienze uniche. Concessionaria della struttura la Cooperativa Archeologia che ha seguito negli ultimi anni lo scavo archeologico e il restauro delle navi e dei reperti, sotto la direzione scientifica di Andrea Camilli, responsabile di progetto per la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Pisa e Livorno.

Alkedo. Museo delle Navi Antiche
Alkedo. Museo delle Navi Antiche

Quattro le imbarcazioni esposte che si conservano integre: Alkedo, l’ammiraglia da 12 rematori, la Nave "I", un grande traghetto fluviale, un secondo barcone con ponti e albero ben visibili e una piccola imbarcazione per il trasporto delle merci. A queste, si affiancano altre imbarcazioni parzialmente conservatesi. Il percorso, inoltre, si arricchisce di reperti sulle tipologie navali, i carichi rinvenuti che includono oggetti personali dei viaggiatori, migliaia di frammenti ceramici, vetri, metalli, elementi in materiale organico, giochi per bambini e capi d’abbigliamento.

La storia che si racconta copre millenni di anni di commerci, rotte e vita quotidiana di viaggiatori e marinai, ma l’esposizione non può non partire dal racconto della storia di Pisa tra mito e realtà, dalla fase etrusca e romana poi Longobarda. Si prosegue con un focus sul rapporto della città con l’acqua, dalle catastrofiche alluvioni all’organizzazione del territorio tra canali e centuriazioni, fino a toccare il Porto di Pisa e tutta l’intensa attività produttiva cittadina. Dalla ricostruzione dei cantieri si passa, poi, all’esposizione integrale delle navi, che occupa due campate degli arsenali, per proseguire con le sezioni che raccontano le tecniche di navigazione con un piccolo planetario, per conoscere come gli antichi si orientavano con le stelle, mentre un tabellone elettronico degli arrivi e delle partenze racconta le principali rotte dei porti del Mediterraneo. Il percorso espositivo si conclude con un excursus sulla dura vita di bordo, sia per i marinai che per i viaggiatori, dall’abbigliamento ai bagagli, fino alle abitudini alimentari, ai culti e alle superstizioni.

Marinaio morto con cane. Museo delle Navi Antiche
Marinaio morto con cane. Museo delle Navi Antiche

Il Museo delle Navi Antiche risponde a una serie di caratteristiche: è il museo archeologico che mancava a Pisa, un museo duttile, in continua trasformazione con il proseguire delle ricerche e utilizza un linguaggio accessibile e diversificato, adatto a tutti. Il grande lavoro di progettazione svolto ha richiesto una costante sinergia e una pluriennale collaborazione con gli autori dell’exhibition design. "Siamo orgogliosi della chiusura di un percorso che in vent'anni ha coinvolto più di 300 persone dalle professionalità più disparate: archeologi, architetti, storici dell'arte, restauratori e il personale tecnico delle sovrintendenze – dice Andrea Camilli.

Barca F. Museo delle Navi Antiche
Barca F. Museo delle Navi Antiche

C'è un'enorme soddisfazione nel constatare che una struttura statale ha realizzato una grande opera come questa: quasi 5000 metri quadri, innovativi anche sul piano museale. Si tratta del più grande museo di imbarcazioni antiche esistente, L'esposizione, inoltre, è costruita con un tipo di linguaggio che avvicina il pubblico all'archeologia. Abbiamo eliminato il 'feticismo del reperto', rimuovendo il più possibile le barriere visibili che separano l’utente dall’oggetto, rendendolo apparentemente a portata di mano del visitatore. Anche l'area dedicata alle alluvioni, dove una parete scaffalata rivela con le consuete cassette di deposito i materiali rinvenuti dopo un'alluvione catastrofica, introduce alla tematica della ricerca. Il linguaggio del museo non punta a stupire, ma utilizza un sistema di comunicazione plurilivello che non eccede nel multimediale e ricontestualizza la narrazione con accuratezza storica e scientifica".

NAVI IN MOSTRA

  • (1) Alkedo (il Gabbiano), l’ammiraglia della flotta pisana, nave da 12 rematori da diporto ma dalle forme che ricordano una nave da guerra; ha ancora inciso su una tavoletta il suo nome (Alkedo = gabbiano), esposta nella vetrina di fronte. A fianco ricostruzione a grandezza naturale di una nave da guerra (liburna).
  • (2) Nave “I” (V sec. d.C.), grande traghetto fluviale a fondo piatto interamente costruito in legno di quercia e rinforzato all’esterno da fasce di ferro; il barcone, manovrato tra le due rive attraverso un sistema di funi, era mosso da riva tramite un argano, il cui asse centrale è stato rinvenuto nel corso degli scavi (esposto nella vetrina accanto all’imbarcazione).
  •  (3) Barca “F”, appartiene alla tipologia delle lintres, imbarcazioni più piccole per il trasporto merci utilizzate per rapidi e più confortevoli spostamenti e per il trasporto di dettaglio delle merci. Simili alle piroghe, erano realizzate per consentire la remata da un solo lato, come le attuali console veneziane (esemplari esposti del II e III sec.d.C.)
  •  (4) Nave “D”, con ancora ben visibili ponti e albero. Il grande barcone fluviale è stata rinvenuta rovesciata e il suo restauro ha richiesto un lavoro estremamente elaborato. Si tratta di un grande barcone fluviale adibito al trasporto della rena lungo il corso dell’Arno: un ampio boccaporto consentiva il carico della sabbia. L’imbarcazione era mossa da vela (conserva ancora l’albero originale) e trainata da riva da una coppia di cavalli o buoi. Lo scheletro di un cavallo ancora aggiogato è stato rinvenuto al di sotto di essa.

Altre navi: Nave “E”, parziale, nave da carico di dimensioni medio-grandi; Barca “H” , barchino fluviale a fondo piatto; imbarcazione da carico di medio-grandi dimensioni che faceva la spola lungo le coste tra Campania e Spagna e trasportava un carico di anfore (tra cui spalle di maiale in salamoia) (II sec. a.C.).

Ricostruzione del cantiere della Nave “A”, nave da carico (oneraria) di grandi dimensioni (più di 40 metri di lunghezza; ne è stata recuperata circa la metà) (II sec.d.C.). Trasportava un carico di anfore a fondo piatto riutilizzate e contenenti conserve di frutta. Per le sue dimensioni è stata esposta ricostruendo una parte del cantiere di scavo, mostrandola in corso di recupero.

Anfore. Museo delle Navi Antiche
Anfore. Museo delle Navi Antiche

Come è stato possibile il recupero? Durante lo scavo, i relitti sono stati recuperati con estrema delicatezza dal terreno secondo il metodo dello scavo stratificato, rilevati tridimensionalmente e protetti con tessuto per trattenerne l'umidità. per garantire una temperatura costante e l'umidità necessaria sono stati fissati dei nebulizzatori progettati per ogni imbarcazione. Via via con una sovrapposizione di vetroresina per preservare l'imbarcazione durante il sollevamento si è proceduto con lo scavo integrale. L'imbarcazione, incapsulata e protetta, è stata poi fissata ad un telaio metallico e quindi sollevata e spostata in laboratorio per il restauro.

Ancora. Museo delle Navi Antiche
Ancora. Museo delle Navi Antiche

Il territorio in epoca romana si trovava appena alle spalle di un delta fluviale complesso, perché ramificato e in continuo movimento. Poco a monte dell’Arno, che allora scorreva poco distante, si trovava un bacino naturale del fiume Auser, l’antico Serchio. Non si trattava di un porto vero e proprio, ma di una zona portuale, dove si trovavano navi alla fonda. Non c’erano solo navi da mare, ma anche piroghe e navi di fiume, proprio per il carattere “ibrido” dell’area. Il percorso dell’Auser fu inciso da canali che coincidevano con le maglie della centuriazione. Questa strategica organizzazione del territorio causò però periodici disastri a causa della difficoltà dell’assorbimento delle piene fluviali: la portata d’acqua non veniva assorbita dal mare tornando indietro con estrema forza e causando, nelle navi in rada nel bacino dell’Auser, il loro naufragio. Questo avvenne ogni circa 80/100 anni da età augustea (0-15 d.C.) fino al V secolo d.C., a quanto ci testimoniano gli scavi. In questo cantiere, lo scavo è consistito, oltre che nello scavo delle navi e dei reperti, nell’individuazione dei resti delle alluvioni che hanno causato il naufragio delle
imbarcazioni (sedimenti), ma anche nel riconoscimento dei diversi fondali che si sono formati nel corso del
tempo e dalle turbolenze che, a più riprese, hanno sconvolto i depositi alluvionali.

Nave D. Museo delle Navi Antiche
Nave D. Museo delle Navi Antiche

I materiali  sono stati rinvenuti negli scafi o nelle porzioni dei relitti, nei carichi delle imbarcazioni o nei fondali, caduti presumibilmente duranti i trasbordi da un’imbarcazione all’altra. Le correnti poi hanno eroso gli strati più antichi trascinando i materiali per secoli e rimescolandone i contesti, ma l’eccezionale stato di conservazione dei reperti ha condizionato l’attività di scavo, che ha dovuto evitare che le parti in legno fossero eccessivamente esposte agli agenti atmosferici e garantire allo stesso tempo una completa documentazione scientifica. È solo l’ambiente umido, infatti, che consente la conservazione dei reperti. Il legno, conservatosi sott'acqua in assenza di ossigeno, è riuscito a mantenere la sua struttura anatomica: la mancanza di ossigeno impedisce a funghi e batteri di proliferare e di intaccare la cellulosa e la lignina, componenti fondamentali del tessuto cellulare.

L’esposizione sarà aperta al pubblico il venerdì, sabato e domenica dalle 10.30 alle 18.30 e il mercoledì dalle 14.30 alle 18.30 (info e contatti: [email protected] e tel. 050 8057880. Per gruppi e scuole: [email protected] e tel. 050 47029. Tutte le informazioni su www.navidipisa.it). Il museo sarà dotato, inoltre, di un bookshop e uno spazio caffetteria, una sezione didattica al piano superiore che potrà essere utilizzata anche per incontri e conferenze, uno spazio allattamento e nursery per le mamme, oltre ovviamente alla biglietteria e punto informazioni. Nelle prossime settimane sarà disponibile il catalogo dedicato all’esposizione.

Foto: Courtesy of Ufficio Stampa per Cooperativa Archeologia  X PRESS COMUNICAZIONE

 


Dal 18 maggio al 2 giugno arriva il Festival degli Etruschi

Il grande successo del videogioco “Mi Rasna” (sempre più lanciato a scalare le classifiche dei miglior 100 giochi di strategia più scaricati in Italia), ha permesso alla società Entertainment Game Apps (E.G.A) di rispettare le promesse fatte al momento del lancio sul mercato e di reinvestire in attività di sviluppo turistico - culturale locale il 3% dei proventi derivati dalla fruizione pubblica del videogioco.

Nello specifico, E.G.A. si impegna nel finanziamento e nell’organizzazione insieme all’Associazione Culturale Suodales, di un grande evento rievocativo, un “Festival degli Etruschi”, che verrà realizzato nei giorni 18 maggio - 2 giugno 2019 con modalità itinerante in varie città e con la partecipazione congiunta di numerosi enti culturali e museali.

Tyrrhenikà: Etruscan Heritage Route è il nome pensato per l’evento. Un nome che già racchiude tutto quello che si conosce sul popolo etrusco. Tyrrhenikà infatti, era il nome di un’opera letteraria scritta in greco dall’imperatore Claudio, in 20 libri, riguardante la storia e la civiltà degli Etruschi. Una sorta di summa contente tutto lo scibile sulla civiltà italica. L’assonanza con il Mar Tirreno e un simbolo grafico caratteristico, rende il nome ancora più adatto a rappresentare il ricco programma di iniziative volte alla promozione del popolo tirrenico.

Il grande evento prenderà forma grazie alla preziosa collaborazione tra E.G.A., l’Associazione Culturale Suodales e il progetto ANTICAE VIAE, e intende dare continuità al progetto di promozione del territorio etrusco e della sua cultura attraverso l’uso di strumenti sempre innovativi e coinvolgenti. L’idea è quella di un percorso nell’ Etruria attraverso la collaborazione di alcune città rappresentative per il popolo etrusco e già inserite nel videogioco “Mi Rasna”, con una chiusura del festival presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, passando per Populonia, Vetulonia, Roselle, Chiusi, Arezzo, Cortona, Orvieto, Perugia, Veio e Cerveteri.

Ecco nel dettaglio gli eventi itineranti:

SABATO 27 APRILE: VOLTERRA

  • Il mattino presentazione ufficiale del progetto Tyrrhenikà.
  • Sfilata storica nel centro fino al Museo Guarnacci, con visita teatralizzata.
  • Nel pomeriggio, teatralizzazione del rito religioso presso l’Acropoli.

SABATO 18 MAGGIO: VETULONIA, ROSELLE, POPULONIA - E così si partirà nelle terre dell’Etruria a settentrione:

  • Ore 10.00 nell’ Area Archeologica Nazionale di Vetulonia, si potrà incontrare (al tumulo della Pietrera) Aule Feluske guerriero etrusco di VII sec. Sarà lui - insieme all’ausilio di altri armati - a raccontarci l’evoluzione dell’esercito dei Tirreni.
  • Alle ore 11.00 al Museo Isidoro Falchi di Vetulonia verrà effettuato un laboratorio didattico (prenotazione obbligatoria) e visita guidata teatralizzata al Museo.
  • Alle ore 12.00 sempre al mattino, passando per l’Area Archeologica Nazionale di Roselle, Velthur Tulumne e i suoi operai ci racconteranno in una visita guidata come furono costruite le mura di Roselle.
  • Alle ore 15.00 nell’Area Archeologica Nazionale di Roselle sarà effettuato un laboratorio didattico con prenotazione obbligatoria) chiamato “Edificare nell’antica Etruria: tecniche di costruzione civili”.
  • Alle ore 16.00 all’interno della lucumonia di Pupluna, nel Parco Archeologico di Populonia e Baratti, sarà il Re ad accogliervi all’interno della sua dimora - la Casa del Re – con didattiche sull’epoca villanoviana, la tessitura e degustazioni di vino.

 DOMENICA 19 MAGGIO: CHIUSI, AREZZO, CORTONA - La domenica si discenderà la penisola:

  • Al mattino, presso il Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona, verrà ricostruita la Tabula Cortonensis da parte di scribi etruschi che spiegheranno la scrittura etrusca e la sua evoluzione.
  • Al pomeriggio, la ricostruzione si concentrerà sulla scrittura ed il sacro con la rappresentazione dell’evoluzione della scrittura etrusca e il suo utilizzo in ambito religioso. Seguirà poi la rappresentazione di una cerimonia oracolare all’interno del Museo Nazionale Archeologico G. Cilnio Mecenate di Arezzo.
  • Sempre nel pomeriggio, presso il Museo Archeologico Nazionale di Chiusi, verrà rappresentata la “Galatomachia” (combattimento con i Galli) seguendo l’iconografia del sarcofago di Laris Sentinate Larcna con spiegazione sulle guerre contro i Galli e la ricostruzione della figura del Re Porsenna con intervista al personaggio storico.

SABATO 25 MAGGIO: VEIO - Si scenderà verso l’Etruria meridionale e il week-end si aprirà con un evento all’interno del Santuario di Minerva di Portonaccio a Veio, che per l’occasione riprenderà vita con sacerdoti e mercanti che ripopoleranno il luogo sacro tra riti e commercio. Inoltre, i protagonisti racconteranno la vita etrusca attraverso la religione organizzando delle “Etruschiadi” per i bambini.

DOMENICA 26 MAGGIO: CERVETERI - La domenica nella lucumonia di Caere:

  • All’interno del Museo Nazionale Archeologico Cerite, riprenderà vita l’atelier di un ceramista e verranno organizzate visite guidate teatralizzate tra i reperti archeologi e con degustazione di vini locali.

SABATO 1 GIUGNO: ORVIETO, PERUGIA - Il week end si aprirà con le due lucumonie umbre:

  • Al mattino, presso il Tempio del Belvedere sarà celebrato un rito, poi, a seguire, al Museo Archeologico Nazionale di Orvieto verranno proposte delle visite guidate teatralizzate.
  • Durante il pomeriggio si andrà verso la volta del Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria a Perugia dove vi sarà una ricostruzione del corteo rappresentato sul Sarcofago Sperandio e delle didattiche sulla religione etrusca.

DOMENICA 2 GIUGNO: TYRRENIKÀ; ETRUSCAN HERITAGE FESTIVAL, ROMA

Gran chiusura al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, con il Festival dell’Eredità Etrusca dove verranno realizzati allestimenti scenici all’interno del museo, didattiche per bambini, un simposio etrusco accompagnato da musiche, il rito dell’aruspicina, la realizzazione di ceramiche dipinte e la degustazione di vini e cibi antichi.

Grazie al progetto Tyrrenikà, E.G.A. intende tracciare un ulteriore percorso di collaborazione con musei e parchi archeologici etruschi e dare così la possibilità al grande pubblico di osservare in maniera diretta ed esperienziale quella che era la vita del popolo Etrusco nelle sue varie sfaccettature. In più, grazie all’utilizzo della rievocazione storica, attività molto apprezzata che si ripropone di ricostruire fatti e situazioni del passato, il pubblico potrà toccare con mano e vedere con i propri occhi eventi storici e personaggi che si sono resi protagonisti della stagione etrusca della nostra storia.

Per i più piccoli e non, saranno organizzati tavoli e laboratori didattici che andranno ad approfondire alcune tematiche dando così la possibilità di apprenderne al meglio i contenuti.


Inaugurato il riallestimento del Monetiere del Museo Archeologico di FIrenze

IL MONETIERE DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI FIRENZE RIALLESTITO GRAZIE ALLA DONAZIONE DI FRIENDS OF FLORENCE

Monetiere del Museo Archeologico di Firenze numismaticaStefano Casciu, Direttore del Polo museale della Toscana, Mario Iozzo, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e Simonetta Brandolini d’Adda, Presidente della Fondazione Friends of Florence hanno inaugurato venerdì 8 febbraio 2019 il riallestimento del Monetiere del Museo Archeologico di Firenze grazie al sostegno finanziario della Fondazione non-profit Friends of Florence con una donazione di Laura e Jack Winchester.
Oggi una delle più grandi e importanti raccolte di monete antiche visibili in Italia, il Monetiere del Museo Archeologico Nazionale di Firenze raccoglie circa 60.000 monete di oro, argento, bronzo, rame ed elettro, in esemplari (poco più di 2000 quelli esposti) che documentano le più belle e le più importanti emissioni di tutte le città greche che costellavano il profilo del Mar Mediterraneo, incluse quelle di Magna Graecia e di Sicilia, così come del mondo etrusco e soprattutto di quello romano, in particolare di età imperiale. A queste si affiancano oltre 400 medaglioni e contorniati (grandi medaglie di bronzo del IV e V sec. d.C.), che offrono uno straordinario e luccicante repertorio di conii e di iconografie del mondo antico.
Come afferma il direttore del Polo museale della Toscana, Stefano Casciu, “Una nuova sala si aggiunge al già ricchissimo percorso del Museo Archeologico nazionale di Firenze. Il Monetiere, oggi splendidamente riallestito, racconta attraverso i secoli la passione per la numismatica, coltivata sin dal Quattrocento dai Medici, e proseguita poi dagli Asburgo-Lorena, dai Savoia e da molti altri collezionisti sino al Novecento. Grazie a Laura e Jack Winchester, a Simonetta Brandolini d’Adda e ai Friends of Florence, il Museo Archeologico di Firenze si arricchisce di un nuovo fondamentale settore, che consentirà agli studiosi ed al pubblico di conoscere ancor meglio il mondo antico, attraverso una delle sue espressioni più significative, la monetazione.”
“Siamo molto felici di aver partecipato alla realizzazione di un altro meraviglioso progetto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze - sottolinea la Presidente di Friends of Florence Simonetta Brandolini d’Adda che continua ringraziando - Laura e Jack Winchester già donatori nel museo per le sale del Vaso Francois, del Sarcofago delle Amazzoni e dei Bronzetti Greco-Romani, attraverso i quali anche il Monetiere può tornare a raccontarsi, moderni mecenati che ringraziamo dunque per il loro generoso e importante contributo al mondo culturale di Firenze. Da Presidente di Friends of Florence ringrazio inoltre il Dott. Stefano Casciu Direttore del Polo museale della Toscana e il Dott. Mario Iozzo Direttore del Museo Archeologico Nazionale per la disponibilità che fin dal primo progetto realizzato insieme – la Testa di Cavallo Medici Riccardi – hanno offerto alla nostra Fondazione.”
La Sala e la raccolta numismatica
La sala, una delle stanze private di Maria Maddalena de’ Medici (sorella di Cosimo II, che nel 1619-20 fece restaurare per lei il Palazzo della Crocetta), è oggi decorata con affreschi e arazzi cinque-settecenteschi. Fu allestita come Monetiere nel 1895, anno nel quale fu trasferita nel Regio Museo Archeologico di Firenze la consistente raccolta numismatica del Medagliere Granducale, originato dalle collezioni dei Medici, proseguito dagli Asburgo-Lorena e successivamente incrementato in maniera considerevole prima dagli acquisti di epoca sabauda e poi da donazioni e lasciti privati, fino alle scoperte dell’archeologia moderna.
In un allestimento completamente rinnovato, distribuiti in 34 vetrine e accompagnati da testi e didascalie in doppia lingua (italiano e inglese), gli oltre 2000 esemplari selezionati illustrano la formazione dell’attuale Monetiere, il cui nucleo più antico è stato individuato nella collezione di monete e medaglie raccolte da Piero de’ Medici il Gottoso (1416-1469), poi passate a suo figlio Lorenzo il Magnifico, che raddoppiò la collezione paterna e alla sua morte, nel 1492, poteva lasciare ben 2330 esemplari in eredità ai propri figli. Anche Francesco Valori, biografo del Magnifico, nel 1471 scrive “coloro che volevano affezionarselo, avevano cura di portargli o di mandargli delle medaglie preziose”.
Spiccati interessi numismatici ebbe anche il Cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675), che insieme al fratello, il Granduca Ferdinando II di Toscana, recuperò ben 252 monete d’oro della raccolta di Casa d’Este, che erano state impegnate presso il Monte di Pietà di Firenze: la sua collezione è oggi parte integrante (e perfettamente riconoscibile, per la prima volta identificata con precisione) nel Monetiere del Museo Archeologico.
Nel 1743, grazie al celebre Patto di Famiglia dell’Elettrice Palatina, Anna Maria Luisa de’ Medici, il Medagliere Granducale passò alla dinastia degli Asburgo-Lorena, insieme a tutto il patrimonio artistico mediceo. Nel 1787 Giuseppe Bencivenni Pelli, Direttore delle Gallerie degli Uffizi, catalogava la raccolta in ben 19 volumi, che raccoglievano quanto ereditato da Cosimo I, proseguito da suo figlio Francesco, arricchito dal Cardinale Leopoldo e ulteriormente ampliato da Cosimo III, mentre alla metà dell’800 risalgono i dettagliati cataloghi di Arcangelo Michele Migliarini, Direttore delle Granducali Collezioni di Antichità, ancora oggi utilissimo strumento per ripercorrere le vicende del Monetiere e ricostruirne le singole acquisizioni.
Col tempo, grazie alle cospicue donazioni di privati mecenati, il Medagliere Granducale si trasformò nell’attuale Monetiere del Museo Archeologico: nel 1863 il ricco e colto inglese Sir William Currie, conquistato come molti altri gentiluomini dell’epoca dalle bellezze artistiche della nostra Italia e di Firenze in particolare, personalità di rilievo nel panorama europeo dei collezionisti, lasciò in eredità una notevole raccolta di cammei, monete e altre antichità alla Galleria degli Uffizi, appena passata in proprietà del Regno d’Italia, il quale, nel 1895, trasferì monete e medaglie al neonato Regio Museo Archeologico.
Con i Savoia e sotto la direzione di Luigi Adriano Milani ebbe inizio una serie di importanti acquisizioni di nuclei numismatici, come le collezioni Mazzolini, Falchi e Strozzi e parte di quella Martinetti Nervegna, raccolte contese dai maggiori musei d’Italia (e non solo), che desideravano incrementare i propri monetieri. Analogamente, furono acquistati alcuni ripostigli (tesoretti nascosti per segretezza o in momenti di pericolo e mai più recuperati) rinvenuti in scavi, come quelli della Bruna (Spoleto) e della Maremma (Campiglia).
Nel 1933 un’importante donazione, della N.D. Fernanda Gobba Ojetti, accrebbe il Monetiere del Regio Museo fiorentino con un nucleo di monete e ‘prove’ di monete appartenute a Domenico Trentacoste, artista di spessore e celebre incisore della Zecca di Roma, all’epoca unico stabilimento romano attivo nel Regno d’Italia.
Nel 1954 la Contessina Margherita Nugent lasciava in eredità, a scopo di istruzione pubblica, “al Gabinetto Numismatico del Museo Archeologico di Firenze Via della Colonna”, la propria raccolta di monete di Casa Savoia, con libri di numismatica. Nipote del generale Johan Nugent von Westmeath, caduto a Brescia durante le famose Dieci Giornate della Leonessa d’Italia, la Contessina fu una delle rare figure femminili di collezioniste di monete (soprattutto in un periodo in cui il Re Vittorio Emanuele III faceva incetta di esemplari, fino a diventare la principale figura di riferimento per gli studi sulla monetazione dell’Italia dal V sec. d.C. in poi). La collezione Nugent è costituita esclusivamente da monete di Casa Savoia, dal Conte Umberto II il Rinforzato (1080-1103), fino al regno di Vittorio Emanuele III, passando per l’epoca dei Conti, dei Duchi, dei Re di Sardegna e dei Re d’Italia.
Il Monetiere del Museo Archeologico custodisce inoltre decine di ripostigli di monete antiche, medievali e moderne rinvenuti nel sottosuolo toscano, a partire dal 1763 (ripostiglio di Pisa) fino al 1984 (ripostiglio di Castel Volterrano), testimonianze dirette dell’uso e della circolazione della moneta nelle diverse epoche, oltre a centinaia di singole monete rinvenute in occasione di regolari scavi archeologici condotti nel tempo, da Populonia e Vetulonia a Roselle, da Firenze a Grosseto, da Siena a Lucca e in tutto il territorio dell’antica Regio VII Etruria.
Il progetto di allestimento del Monetiere 
Il progetto scientifico, con il coordinamento generale di Stefano Casciu, Direttore del Polo museale della Toscana, e di Mario Iozzo, Direttore del Museo Archeologico, è stato studiato da Fiorenzo Catalli, archeologo numismatico già nella Soprintendenza Archeologica di Roma e già Curatore del Monetiere, con la collaborazione di un nutrito gruppo di volontari (Stefano Bani, Stefano Conti, Renato Villoresi, Franco Luzzi, Antonio De Nicola, Nicolò Daviddi, Francesco Paratico). Sotto la supervisione di Luca Gullì (architetto del Museo Archeologico) e di Andrea Gori (assistente tecnico dello stesso Museo), l’allestimento è stato realizzato dalla Ditta Machina s.r.l. (architetti Chiara Fornari e Simone Martini), con grafica di Stampa in Stampa (Claudio Chiarusi) e illuminazione di T. Manzini Impianti Elettrici. Il video introduttivo è stato realizzato dalla ditta Parallelo s.r.l.
L’intero allestimento presenta testi in italiano e inglese.
Il pregevole ambiente mostra sul soffitto un affresco di Giovanni da San Giovanni (Santa Caterina trasportata dagli Angeli, del 1635 circa), con ai lati decorazioni di impianto seicentesco ma ritoccate nel tardo Ottocento. Le pareti, anch’esse con riprese neoclassiche di certo legate alla prima inaugurazione del Monetiere nel 1895, sono state restaurate (insieme al pavimento) da Marco Fiorucci, Beatrice Torcini e Ludovico Giannini (restauratori privati), mentre gli arazzi medicei che ornano le pareti sono stati sottoposti a interventi conservativi da parte di Lucia Nucci (restauratrice del Polo Museale), con la collaborazione delle allieve del Corso di Laurea in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Palermo (Sara Bertolino, Maddalena Cerasola, Maria Chiara Di Marzo, Erika Di Mauro e Adele Gerbino). Indispensabile l’apporto dei Consegnatari del Museo (Miriana Ciacci e Sebastiano Soldi) e dell’Archivio Fotografico del Museo (Mauro del Sarto e Fernando Guerrini, con parte della documentazione fotografica eseguita dallo stesso Fiorenzo Catalli).
Fonte dati: Polo museale della Toscana
Firenze MAF, Medaglione di Diocleziano e Massimiano (286-305 d.C.)

Lievemente adattato dal MiBAC, redattore Renzo de Simone


Cristo portacroce, dipinto “ritrovato” di Giorgio Vasari

Speciale a cura di Tea Fonzi e Cristina Trimarchi

Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d’oro” 

Ricordanze, Giorgio Vasari

Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - Firenze 1574), Cristo portacroce, 1553, olio su tavola, cm. 90,8 x 71, Collezione privata

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Un dipinto ritrovato

Dal 25 gennaio al 30 giugno 2019 sarà in mostra nella Galleria Corsini a Roma un Cristo portacroce, dipinto “ritrovato” di Giorgio Vasari. “Ritrovato” perché si tratta di un’opera di cui si erano perse le tracce: Vasari ne parla nelle sue Ricordanzema fino ad ora non era stato individuato. Le vicende del dipinto sono segnate su inventari e cataloghi fino al XVII secolo, fino cioè al suo ingresso nella grande Collezione Savoia; da quel momento l’opera è stata difficilmente rintracciabile fino al momento in cui Carlo Falciani, storico dell’arte e esperto di pittura vasariana, lo ha riconosciuto in una vendita all’asta di Hartford. L’opera si apprestava ad entrare in un’altra collezione privata e grazie alla generosità dei nuovi proprietari, essa è adesso nuovamente a disposizione del pubblico per i prossimi sei mesi, durante i quali potrà essere osservata dai visitatori della mostra. Guardare con attenzione sarà certamente un’esperienza interessante, perché il dipinto ha molto da raccontare.

Lo “fanno parlare” gli studiosi che, nel catalogo, ripercorrono la complessa storia di Vasari attraverso le tappe segnate dalle sue opere, collocando al suo posto nella storia del pittore anche il ritrovato Cristo Portacroce e fornendo quindi una panoramica molto interessante sulla figura dell’artista.

Nel Cinquecendo un artista è un professionista che percepisce il suo valore intellettuale, sa di non essere un semplice artigiano e di dover chiamare in causa la scienza per rappresentare la realtà; allo stesso tempo, però, non è una figura indipendente (come gli artisti che conosciamo noi oggi) e ha comunque bisogno di committenti, di un contesto sociale in cui inserirsi, di un mecenate che gli garantisca del lavoro. Come molti artisti del suo tempo, Vasari è un cortigiano, si mette cioè al servizio di un mecenate per il quale è in grado di fare, data appunto la sua capacità di padroneggiare saperi e tecniche, diversi lavori: architetto, pittore, trattatista… si tratta di un intellettuale che deve destreggiarsi tra le sue capacità, i suoi desideri e ciò che la storia e la sua condizione gli impongono.

Vita d’artista

Vasari lascia Firenze negli anni Trenta del Cinquecento e trova protezione a Roma, inizialmente presso Alessandro Farnese. Farnese ha raccolto intorno a sé una ricca cerchia di intellettuali, tra i quali Vasari trova amicizie e stimoli. In questo contesto, il pittore decide di scrivere a sua opera più nota: le Vite de’ più eccellenti pittori scultori architettori, scritta in volgare e non in latino, con una precisa volontà, quindi, di abbandonare l’erudizione e avvicinarsi a un pubblico più ampio. Nelle Vite, Vasari costruisce una sorta di “storia dell’arte” con una netta predilezione per gli artisti fiorentini. Pur essendo ben inserito a Roma, infatti, l’artista resta legato a Firenze per tutta la vita. Come spiegato nell’interessante saggio di Barbara Agosti, infatti, Vasari a Roma si avvicina ai personaggi fiorentini più influenti nella speranza di acquisire credito presso Cosimo I dei Medici, che non ha invece fiducia in lui e non intende riaccoglierlo a Firenze. La vicinanza a questi prestigiosi fiorentini a Roma, consente però all’artista di riceve importanti committenze.

Vasari trova infine una sistemazione stabile presso Bindo Altoviti, mercante e mecenate fiorentino e una delle figure più importanti nel panorama artistico romano del tempo. Le frequentazione di Alessandro Farnese e di Altoviti, però, allontana ancora di più Vasari dal ritorno a Firenze, dal momeno che entrambi sono notoriamente personaggi avversi al potere dei Medici. Mentre la posizione antimedicea del Farnese è chiaramente nota da tempo, in un primo momento Altoviti è soltanto velatamente antimediceo, come spiegato da Michela Corso nel suo saggio in catalogo, con la guerra di Siena però, il banchiere si schiera apertamente contro il potere dei Medici di fatto compromettendo ancora di più la credibilità di Vasari presso Cosimo I. Il lungo percorso di avvicinamento a Firenze si conclude per l’artista solo nel 1554, poco dopo l’esecuzione del Cristo portacroce di cui stiamo parlando. Secondo le Ricordanze di Vasari, il dipinto viene infatti commissionato nel 1553.

L’opera

Oltre che nella vita del pittore, la metà del Cinquecento segna un momento di passaggio anche per la storia della pittura: siamo a cavallo del Concilio di Trento, dove la Chiesa di Roma cerca di riorganizzarsi dopo gli sconvolgimenti causati dalla Riforma Protestante. Una riflessione apposita viene fatta sulla pittura e si stabilisce la necessità di rinunciare alle “licenze” del manierismo, a favore di dipinti chiaramente “leggibili”, immediatamente riconducibili alle verità narrate nella Bibbia, già note ai fedeli. Vasari è avvezzo a questo tipo di pittura, nelle sue opere ha sempre mostrato di preferire scene narrative ma nel Cristo portacroce esposto alla Galleria Corsini abbandona quel modo di dipingere e si risolve in una scena più intima, da meditazione.

Il tipo di opera si presta a questa operazione: si tratta di un dipinto destinato a devozione privata: cioè non deve essere messo in una chiesa e guardato da molti, ma tenuto in casa del committente, dove lui e i suoi ospiti soltanto possono vederlo e ragionare sul messaggio che il dipinto porta con sé. A rendere più complessa la lettura di questo messaggio, compaiono alcuni elementi iconografici particolari.

Il momento rappresentato è quello della salita al Calvario, del momento cioè in cui Cristo, dopo aver subìto il dileggio e le torture dei suoi aguzzini, viene caricato del peso della croce e si avvia sul Gòlgota, dove troverà la morte. Il Cristo di Vasari è rappresentato a mezzobusto e sembra guardare ai piedi della grossa croce che trasporta appoggiata alla sua spalla destra. In primo piano si nota il suo braccio, bianco e muscoloso, niente affatto segnato dalle torture subìte. Il suo corpo è forte e sano, e Vasari mostra di aver fatto tesoro della pittura del suo amico Michelangelo e di essere bene in grado di dare “moto e fiato” alle sue figure. Però il Cristo potracroce è, tradizionalmente, una formula iconografica che riguarda un momento drammatico della Passione, e viene usato per concentrare l’attenzione sulle sofferenze di Cristo, tanto più uomo quanto più si avvicina alla morte. A suscitare nel fedele sentimenti di pietà e contrizione alla vista di questo soggetto sono volti gli stratagemmi dei pittori del Cinquecento, che lasciano uscire Cristo dal fondo buio e incentrano la composizione sulla sua figura, mostrando la pesantezza della croce e il corpo affaticato di Gesù che cerca di sostenerla da solo.

Nel dipinto di Vasari, però, Cristo non mostra sofferenza in volto e non cede al peso della croce: si mostra pensoso ma raggiante, illuminato da una luce fredda che ricorda quella della pittura veneta, anch’essa ben nota a Vasari. Tutta la concentrazione del condannato sembra quasi rivolta a non far cadere la croce, non c’è traccia dello sgomento che, nei momenti precedenti la morte, avvicinerà sempre di più il Figlio di Dio all’umanità che deve salvare.

Se cambia qualche elemento significa che il messaggio è differente.

Guardando ai dettagli, si può infatti notare che, mentre la mano destra sorregge la croce, la sinistra stringe alcuni oggetti, che, come notato da Falciani, fanno parte di un’altra formula iconografica.

Sono gli strumenti del supplizio, che si trovano solitamente nell’iconografia detta del “Cristo dolente” (o “uomo dei dolori”). Cioè quella rappresentazione di Cristo circondato dagli strumenti della Passione, ciascuno posto a ricordare le tappe del doloroso percorso che Egli ha fatto per la salvezza dei fedeli.

Nella mano del Cristo portacroce di Vasari si notano i chiodi che trafiggeranno le sue mani, la spugna con cui il soldato Stephaton gli porgerà l’aceto per dissetarsi, la corda della prigionìa; in mano, e non sul capo, Cristo tiene la corona di spine che gli aguzzini prepararono per torturarlo e dileggiarlo.

Non c’è sangue sulla fronte e non ci sono le stimmate, segno che gli strumenti non sono stati ancora usati. Vasari crea così una sorta di “salto temporale”: mentre si reca sul Gòlgota, Cristo ha in mano gli oggetti che, stando alle Scritture incontrerà soltanto una volta arrivato lì. Non mostra invece alcun segno delle torture già subite, e sul suo volto sta un’espressione di grande serenità.

Questo “corto circuito temporale”, se osservato attentamente alla luce della conoscenza della storia di Cristo che Altoviti ovviamete aveva, ci parla più della resurrezione che del supplizio: ci mostra che Cristo vincerà sulla morte che lo attende, che compirà quanto si legge nelle scritture e che quindi la salvezza dell’uomo è una realtà.

Chissà se Bindo Altoviti, sempre più svantaggiato nella faticosa opposizione ai Medici, ha riposto le sue speranze in una sorte simile. Con la guerra di Siena e l’imposizione del potere dei Medici su entrambi i ducati di Siena e Firenze, in realtà Altoviti conoscerà in pochi anni l’espulsione da Firenze, la confisca di tutti i suoi beni e, poco più tardi (nel 1557), la morte.

Ecco quindi che, ancora una volta, un dipinto si mostra come una finestra a cui affacciarsi, per guardare alla storia dell’artista, del committente e del mondo in cui questi vivevano.

Tea Fonzi

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Il Cristo portacroce di Vasari: un capolavoro ritrovato, finalmente visibile al pubblico

Il Cristo portacroce Giorgio Vasari Roma Galleria Corsini Roma Vasari per Bindo Altoviti

Giorgio Vasari (1511-1574) fu uno tra i maggiori storiografi dell’arte di tutti i tempi, nonché un artista prolifico di cui oggi ci permangono svariate opere. Tra queste è recentemente salita alla ribalta Il Cristo portacroce, riscoperta grazie allo studioso Carlo Falciani, che in qualità di esperto di pittura vasariana, ne ha identificato l’equivalenza con l’opera descritta nelle Ricordanze.

Essa riporta infatti la data del 1553 ivi menzionata, così come il nome del ricco destinatario del quadro, ossia il collezionista e banchiere fiorentino Bindo Altoviti. Le parole esatte che ne hanno consentito l’identificazione sono le seguenti: “Ricordo come a dì XX di maggio 1553 Messer Bindo Altoviti ebbe un quadro di braccia uno e mezzo drentovi una figura dal mezzo in su grande, un Cristo che portava la Croce che valeva scudi quindici d’oro”. L’opera raffigura infatti Gesù Cristo con la testa inclinata e la croce visibile in penombra alle sue spalle: si caratterizza per le tonalità scure, quali il bruno del legno accostato al quale emerge la pelle pallida e lucente del Cristo, mentre il panneggio delle vesti ed i dettagli luminosi sul capo ne risaltano la figura. Realizzato con la tecnica dell’olio su tavola, il dipinto di dimensioni 90,8 x 71 cm è racchiuso in una spessa cornice aurea. Appartiene ad una collezione privata ed ha subìto il restauro dello studio fiorentino “Daniele Rossi”.

L’opera si riteneva perduta e le ultime notizie del suo possesso risalivano al XVII secolo, quando era parte delle collezioni dei Savoia. Recentemente però è stata finalmente individuata ad un’asta svoltasi ad Hartford, negli Stati Uniti. Un ritrovamento eccezionale che ha consentito di restituirla al pubblico, seppur per qualche mese, grazie alla generosa concessione dei suoi proprietari. Difatti attualmente lo accolgono le Gallerie Nazionali di Arte Antica, esponendolo nella Galleria Corsini di Roma sino al 30 giugno 2019. Durante la mostra recentemente inaugurata vi saranno varie conferenze sull’artista aretino e sul suo capolavoro, accompagnate anche dalla pubblicazione di un catalogo curato da Barbara Agosti e Carlo Falciani per Officina Libraria editore.

La comprensione dell’opera non può ovviamente prescindere da quella dell’artista. La sua fama è principalmente dovuta al trattato del 1550, Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, in cui descrisse la produzione artistica dal Trecento al Cinquecento, lo ripubblicò poi con arricchimenti nel 1568. Rappresenta una pietra miliare della storiografia dell’arte, determinante nella conoscenza di oltre centosessanta artisti e del loro operato. Al ruolo di storiografo affiancò quello di architetto, del quale non possiamo non ricordare l’ideazione del complesso degli Uffizi a Firenze. L’ulteriore compito di scenografo ebbe degli influssi sulla sua pittura, caratterizzata tra l’altro da una rapida esecuzione e dalla tendenza alla narrazione. Inserito tra i principali manieristi tosco-romani, incise sull’operato di collaboratori come Livio Agresti.

Il Cristo portacroce è un capolavoro ritrovato nella produzione artistica del Vasari, nonché una delle sue ultime opere del periodo romano, prima della dipartita per Firenze al servizio di Cosimo I de’ Medici. A Roma operava per papa Giulio III ed il duca Alessandro Farnese, mostrando i tratti peculiari del suo stile manierista. Altoviti, il destinatario dell’opera, era un tipico uomo di corte con il fiuto per gli affari e per l’arte: amico di Michelangelo, viveva in prossimità di ponte Sant’Angelo in un palazzo romano finemente decorato con molteplici affreschi, tra i quali quelli del Vasari nella loggia col Trionfo di Cerere. Altre opere vasariane a lui destinate e sinora perdurate sono: Immacolata Concezione (1540-41), Pietà (1542) e la sua versione personale della Venere e Cupido di Michelangelo realizzata tra il 1541 ed il 1544.

Lo stile di Vasari ne Il Cristo portacroce si evince anche dalla figura che richiama il suo studio di giovane chinato col braccio destro piegato, compiuto per uno dei servitori del Banchetto di Ester e Assuero del 1549. Uno schema figurativo rinvenibile anche in una tavola del refettorio di Monteoliveto di Napoli (1544-45), nella sala di Lorenzo il Magnifico di Palazzo Vecchio (1556-58) e nell’Assunzione della Vergine (1568). Esistono più versioni dell’opera, ad esempio Ersilia de Cortesi gli commissionò un Cristo portacroce a figura intera per la sua cappella al prezzo di sessanta scudi d’oro, terminato poco prima del dipinto per Altoviti. In quest’ultimo emerge la continuità con le prove figurative antecedenti, confermando l’autenticità del suo stile. Uno stile pittorico tipico della metà del Cinquecento, mentre risulta inusuale la semplice composizione priva di narrazione, fondata soltanto su una figura.

La perdita di una simile opera è forse un’idea erronea, in quanto si attribuisce al momento dell’inventario della collezione Savoia svolto nel 1631, durante il quale viene menzionato un Cristo che porta la croce ma di dimensioni differenti: 25 once di altezza e 18 di lunghezza, equivalenti pressappoco a 107,5 x 77,4 cm, diversamente dal suddetto dipinto che corrisponde a 90,8 x 71 cm. Una divergenza che ha indotto ad escludere un’equivalenza con il dipinto del Vasari. Tuttavia la discrepanza tra le due misure non è molta e potrebbe essere attribuita ad una trascrizione errata dell’elenco del contratto, ad un’imprecisa misurazione ad occhio o all’uso di una differente cornice. D’altronde la descrizione contenuta nell’inventario del 1635 coincide con quella dell’opera in questione, sebbene venga ivi attribuita a Fra Sebastiano del Piombo probabilmente a causa delle predilezioni neo venete del Vasari, memore dell’opera del frate.

È arduo ricostruire esattamente la storia del discusso quadro e degli spostamenti subìti, ciononostante il suo certo ritrovamento recente non può che essere accolto con entusiasmo da tutti gli storiografi e gli amanti dell’arte in generale, che possono finalmente osservarlo eccezionalmente in un’esposizione che non si ripeterà.

Giorni e orari di apertura: da mercoledì a lunedì ore 8,30-19,00

Prezzo d’ingresso: 12 euro intero, 6 euro ridotto.

Cristina Trimarchi

Immagini dall'Ufficio Stampa per la Galleria Nazionale di arte antica di Roma


Galleria dell’Accademia di Firenze: due opere restituite allo sguardo del pubblico

Due opere restituite allo sguardo del pubblico

Nuove acquisizioni per la Galleria dell’Accademia di Firenze, si tratta di due dipinti su tavola dal passato “movimentato”: appartenenti a una collezione privata fiorentina, le due opere sono state rubate e portate in Svizzera, dove, nel 2006, le hanno recuperate i Carabinieri del reparto TPC (Tutela del Patrimonio Culturale).

I beni culturali sono, per definizione, “testimonianze aventi valore di civiltà”: ciò significa che sono oggetti capaci di dare a noi, oggi, una testimonianza, un’informazione sulla civiltà che li ha prodotti, quindi su una parte della nostra storia. Per dare la loro testimonianza, però, le opere devono poter esse guardate e studiate, messe cioè a disposizione del pubblico e degli studiosi. Questo non accade, ovviamente, per i beni rubati, che vengono nascosti o alterati (i dipinti, vengono tagliati, separati, sparpagliati per il mondo) per non essere riconosciuti. È chiaro che un’immagine non può parlarti di niente se è chiusa in una cassaforte o ridotta a un particolare decorativo, e se questo accade si crea una perdita per il patrimonio culturale. Le due tavole di Firenze, fortunatamente, sono scampate a questo destino e dal 2017 sono entrate anche a far parte del patrimonio dello Stato; quest’anno (2018), poi, sono state affidate alla Galleria dell’Accademia, che le esporrà a partire dal 14 Gennaio 2019.

La prossima esposizione delle due opere è quindi un’ottima notizia, e merita decisamente più attenzione rispetto ai tanti dibattiti sulle spoliazioni napoleoniche, o sulla legittima destinazione della “Gioconda”, perché se le opere del Louvre raccontano da lì la loro storia, assolvendo perfettamente al loro “ruolo” di beni culturali, i due dipinti toscani possono finalmente fare altrettanto dalla Galleria dell’Accademia e recuperare il tempo perduto mostrando ai visitatori quello che hanno da dire.

Un buon contesto

E lo fanno in una sede proprio adatta, perché la Galleria dell’Accademia è stata fondata in un momento storico importante per la storia dei musei: la fine del Settecento, quando i sovrani illuminati cominciavano a ragionare sui benefici che l’accesso alle opere d’arte può avere sulla vita della gente. Proprio in quel periodo si aprivano al pubblico le prime collezioni reali e la Galleria dell’Accademia, come suggerisce il nome, faceva parte di un progetto del granduca Leopoldo II. Leopoldo, che era il fratello di Maria Antonietta, intendeva mettere a disposizione degli artisti più modelli possibili, per migliorare il loro talento e promuovere le arti nei suoi domìni. In seguito, il museo accoglierà molte opere provenienti dalle chiese degli ordini religiosi soppressi da Napoleone. Molte delle opere conservate oggi nella Galleria sono quindi di origine religiosa, molte risalgono al XIV-XV secolo, e una gran parte di esse è caratterizzata dal fondo oro, proprio come le due nuove acquisizioni, che qui trovano contesto adatto a interessanti confronti.

Il fondo oro è stato usato dagli artisti fino alla piena affermazione delle istanze rinascimentali e serviva per sottolineare la sacralità delle scene rappresentate: la luce riflessa dalle superfici trattate con foglia d’oro trasportava il fedele in una dimensione “altra”, piena di sacralità, preziosa e distante dai paesaggi e dalla realtà che si vedeva nella vita “terrena”, di tutti i giorni.

Entrambe le opere recuperate in Svizzera sono databili negli anni a cavallo tra Trecento e Quattrocento, sono dipinti su tavola (la tela non si usava ancora) e hanno modeste dimensioni: una fortuna, perché possono trovare facilmente una collocazione adatta nelle sale della Galleria, come precisa la direttrice Cecilie Hollberg.

La Madonna con santi

Maestro della Cappella Bracciolini Galleria dell'Accademia di Firenze mostre Madonna con santiIl primo dipinto rappresenta una Madonna con santi. Non si conosce il nome dell’autore, che viene nominato come “Maestro della Cappella Bracciolini” dal nome della cappella pistoiese che ha affrescato qualche decennio dopo questa tavola. Nel dipinto Maria è rappresentata come “Madonna dell’umiltà”, cioè è seduta su un cuscino, intenta a scambiare atteggiamenti affettuosi col figlio. Questa iconografia è un aggiustamento che gli artisti italiani del XIV secolo fanno sul modello bizantino della madonna Glykophilousa, una Madonna tenera, affettuosa e dolce col figlio. Nella versione “occidentale” Maria abbandona il trono, che pure le spetta in qualità di Madre di Dio, e sottolinea il valore dell’umiltà sedendo su un semplice cuscino, spesso posto a terra. La scelta di questa iconografia ci dice qualcosa sulla committenza: Maria infatti è spesso usata come simbolo dell’intera Chiesa e, in tempi turbolenti per la storia ecclesiastica, il committente può aver scelto questo tipo di iconografia per sottolineare il valore dell’umiltà come dote del bravo cristiano.

Maria tiene in braccio il Bambino, che la guarda e cerca di ripararsi col suo mantello; come i fedeli sanno bene, però, la madre non potrà proteggere Gesù dal suo destino e ciò ci viene ricordato dai loro volti molto tristi. La posa dei due personaggi ricorda quela del Vesperbilt tedesco, la nostra “Pietà”, e fa riflettere il fedele sul valore del sacrificio di Cristo. Meditare sulla vita di Gesù e sul significato che essa ha avuto per la stora dell’uomo era probabilmente la funzione della tavola, dipinta in un momento storico in cui si davagrande importanza alla riflessione sulla sofferenza “umana” di Cristo.

L’opera è probabilmente destinata a devozione privata, si può intuire dalle dimensioni: la devozione privata non ha bisogno delle grosse misure che servono all’interno di una chiesa, dove il dipinto deve essere visto da tanti fedeli insieme, anche da lontano; la grandezza dell’opera risponde invece alle esigenze di uno spazio privato ristretto, dove una persona o un piccolo gruppo possono guardarla e concentrarsi nella preghiera.

In basso, in adorazione, si trovano alcuni santi di proporzioni inferiori rispetto a quelli di Maria e Gesù, secondo una convenzione rappresentativa medievale: per “ottimizzare” l’uso dello spazio, si dipingono più grandi i personaggi principali della scena, così chi guarda capisce subito di cosa si sta parlando. Ai piedi di Maria troviamo quindi una santa che regge in mano un ramo di palma, oggetto che ci parla della sua morte come martire; la santa non ha altri attributi ed è quindi difficile identificarla. È dubbia anche l’identificazione degli altri personaggi, due inginocchiati e un terzo in piedi, con abiti vescovili. Nei due personaggi inginocchiati potrebbero essere riconosciuti San Pietro e San Giovanni, il più giovane degli apostoli, rappresentato come un adolescente e per questo spesso confuso con una donna dagli osservatori moderni.

Due santi

Niccolò Gerini, Niccolò di Pietro Gerini, SS. Girolamo e Giuliano Galleria dell'Accademia di Firenze mostreIl secondo dipinto è stato attribuito con certezza a Niccolò di Pietro Gerini e datato intorno al 1385. Si tratta probabilmente dello scomparto di un polittico, si può dedurre dal fatto che i due santi rappresentati guardano alla loro destra: in quella direzione si trovava l’immagine centrale del polittico (Maria, Cristo, oppure il santo cui era dedicata l’opera). La cornice, forse non originale, segue comunque la direzione indicata dalle decorazioni eseguite sul fondo oro. Si tratta di tecniche mutuate dall’oreficeria e ampiamente utilizzate dai pittori che gli storici dell’arte collocano nel “tardo gotico”. Ad esempio la punzonatura utilizzata anche per decorare le aureole, e la granulazione (cioè l’applicazione di piccole sfere d’oro sulla superficie) che segue il contorno della tavola e ci indica probabilmente la forma della cornice originaria.

Niccolò di Pietro Gerini, Sant'Eligio e san Giovanni Battista; scomparto di polittico (1396-99), tavola, cm 90 × 46. Bologna, Fototeca Zeri, inv. 27244

La stessa decorazione e la stessa ambientazione si ritrovano in un’altra opera, ormai smarrita nel mercato antiquario ma della quale esistono alcune immagini: si tratta di un dipinto molto simile a quello appena descritto, ma con i due santi (Marino e Giovanni Battista) che guardano alla propria sinistra, quindi dalla parte opposta rispetto ai santi della “nostra” tavola. Probabilmente si tratta di uno scomparto proveniente dallo stesso polittico ma appartenente al lato destro.

I santi rappresentati nel dipinto della Galleria dell’Accademia sono San Girolamo e un santo cavaliere, identificato come San Giuliano l’Ospedaliere. San Girolamo viene spesso rappresentato come un uomo che prega e fa penitenza: un’immagine che ricorda il suo grande rigore morale e il periodo di solitudine e meditazione che ha vissuto durante la sua vita. In questo caso il committente ha preferito raffigurare il santo nella veste di traduttore e Dottore della Chiesa. Il libro che Girolamo tiene in mano rappresenta la Bibbia, che egli ha tradotto dal greco al latino, mentre il pennino ricorda la sua attività di scrittore e intellettuale. L’abito che Girolamo indossa è quello di un cardinale, carica che probabilmente il santo non ha mai ricoperto, ma che sta ad indicare la sua importanza in seno alla Chiesa. I santi presenti in questo polittico sono tutti caratterizzati dalla ricchezza dei loro abiti; perfino il San Giovanni Battista (quello nel perduto scomparto di destra) indossa un ricco mantello col bordo decorato in oro sopra alla tradizionale tunica di pelle di cammello. Possiamo ipotizzare, quindi, che nelle intenzioni del committente ci fosse la volontà di esaltare la grandezza dei protagonisti della storia cristiana, più che la loro povertà e umiltà; purtroppo, però, a queste ipotesi non si può dare conferma, perché così accade quando una parte del patrimonio viene a mancare. Siamo certi, però, che gli abiti dei santi della nostra tavola siano vesti di lusso: se guardato attentamente, infatti, si vedrà che il manto di San Girolamo è rivestito di pelliccia, forse di vaio o ermellino, animali dal pelo pregiato con cui nel medioevo si rivestivano mantelli e si facevano pellicce per gente ricca, come reali, magistrati, cavalieri.

Anche San Giuliano l'Ospedaliere indossa abito e mantello rivestiti di pelliccia. San Giuliano è un nobile, si spiegano quindi i suoi ricchi indumenti, e ha una storia terribile che spiega il suo attributo: la spada. Durante una battuta di caccia, Giuliano riceve una tremenda profezia: ucciderà i suoi genitori. Per sottrarsi a questo destino, egli scappa lontano da casa e si rifà una vita sposando una donna spagnola. I suoi genitori lo cercano ovunque e giungono alla fine a casa sua, ma lui non c’è e la moglie li accoglie col massimo della gentilezza, prestando loro il letto nuziale. Al suo ritorno, Giuliano vede nel suo letto due persone e crede che la moglie lo abbia tradito; preso dall’ira afferra la spada e uccide le due persone che dormono, scoprendo immediatamente che si trattava dei suoi genitori. Per fare penitenza ed avere il perdono per l’orrore compiuto, Giuliano si ritira sul fiume Potenza, nelle Marche, e si dedica al trasporto e alla cura dei malati.

Una mostra

Per sapere di più su questi dipinti si potrà approfittare di una mostra; le due opere non sono infatti le uniche novità della Galleria dell’Accademia ma fanno invece parte di un gruppo di nuove acquisizioni che verrà esposto al pubblico dal 14 gennaio 2019 in una mostra temporanea: una mostra che non mette a rischio le opere facendole viaggiare da una città all’altra e non impoverisce un territorio dei propri beni, ma, anzi, espone al pubblico i risultati di nuove operazioni di tutela e valorizzazione, attività fondamentali anche per un museo.