Restituiti al Parco archeologico di Pompei affreschi da Stabia e Civita

Frammenti di affreschi parietali provenienti da Stabia e Civita Giuliana, databili al I secolo d.C., sono stati restituiti  al DG del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, dal Generale di Brigata Roberto Ricciardi, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC).

La riconsegna è avvenuta nel Museo Archeologico Libero D’Orsi di Castellammare di Stabia  alla presenza del professor Massimo Osanna, Direttore Generale Musei e del Sindaco della Città di Castellammare di Stabia Gaetano Cimmino.

Affreschi. Foto: Cesare Abbate

“Tornano al loro posto antiche opere di grandissimo pregio. –  afferma il Comandante Riccardi - La Bellezza che oggi celebriamo non è solo negli affreschi, è anche nella sinergia fra i rappresentanti delle istituzioni qui presenti, che hanno operato sentendosi figli della stessa storia. La Cultura che intendiamo valorizzare è anche quella della legalità”.

Durante la giornata sono stati restituiti anche altri tre frammenti di affresco (I secolo d.C.) asportati e trafugati dalla villa suburbana di Civita Giuliana, situata fuori le mura di Pompei.

Le indagini di riconoscimento e recupero dei frammenti sono state avviate dai Nuclei TPC di Monza e di Napoli rispettivamente nel 2020 e nel 2012.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

“La restituzione di questi frammenti è significativa per più ragioni. – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei - Intanto viene ricomposto, in entrami i casi, un contesto archeologico che era stato violato e che permette di restituire completezza allo scavo. Ogni reperto, costituisce un tassello importante della storia e della conoscenza di un luogo e va sempre tutelato e preservato.  Ma soprattutto è una vittoria della legalità, contro il fenomeno degli scavi illeciti e del traffico di opere d’arte e reperti antichi, e una conferma dell’importante ruolo delle forze dell’ordine nella tutela del patrimonio culturale e della fondamentale collaborazione con le istituzioni del Ministero della Cultura.”

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Gli affreschi di Stabiae

I tre affreschi restituiti decoravano le pareti di Villa Arianna e Villa San Marco di Stabia e furono trafugati probabilmente durante gli anni '70 del secolo scorso e poi esportati illecitamente.

Successivamente al sequestro di numerosi beni, durante l’attività di contrasti dei traffici illeciti a cura del Nucleo TPC di Monza, i tre frammenti sono stati individuati ed identificati nel Luglio 2020. Inoltre il Nucleo TPC ha ricostruito i movimenti di questi reperti che poi sono stati venduti ad antiquari statunitensi, elvetici ed inglesi durante gli anni '90.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

L’autenticità e la provenienza degli affreschi pompeiani è stata accertata grazie alla collaborazione dell’ufficio tutela e dell’ufficio scavi di Stabia del Parco Archeologico di Pompei, su disposizione del Dipartimento VII della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che ha diretto le indagini fino alla restituzione.

“Le collaborazioni con le autorità per il contrasto agli scavi illegali e al traffico illecito di reperti archeologici avviate sotto la direzione di Massimo Osanna sono una best practice che il Parco seguirà anche in futuro. – dichiara Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei - Attraverso la valorizzazione dei siti nel territorio tra Stabia, Torre Annunziata, Boscoreale e Poggiomarino vogliamo inoltre contribuire a far emergere sempre di più l’immenso valore del patrimonio archeologico presente in maniera capillare in tutta l’area vesuviana.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

Reperti come l’iscrizione osca da porta Stabia, attualmente esposta alle Scuderie del Quirinale nella mostra ‘Tota Italia’, illustrano come la città di Pompei facesse parte di un paesaggio antico costituito di vie di comunicazione, ville, fattorie, necropoli e insediamenti rurali che vanno tutelati e valorizzati. Ringrazio a nome del Parco i Procuratori e i Carabinieri del Nucleo Tutela per il lavoro svolto.”

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

I Frammenti degli affreschi di Civita Giuliana

I tre frammenti provenienti dalla Villa Suburbana di Civita Giuliana appartenevano ad un ambiente scavato nel 2020 dal Parco Archeologico di Pompei dove fu rinvenuto anche il graffito di Mummia  che ha fornito indicazioni sui possibili proprietari della villa. Tutto l’ambiente presenta una raffinata decorazione in III Stile con tre pannelli a fondo nero scanditi da candelabri databile tra il 35 e il 45 d.C.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

La località di Civita Giuliana è stata protagonista di numerosi scavi clandestini tanto che nel 2017 il Parco Archeologico di Pompei ha dato il via, congiuntamente alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, ad operazioni di individuazione di attività di scavi abusivi cui è seguito nel 2019 il Protocollo d’Intesa per il contrasto delle azioni illecite a danno del patrimonio archeologico.

Durante le prima operazioni fu individuata la zona servile della villa dove furono rinvenute delle stalle e tre cavalli bardati. Inoltre, durante il 2020 è stato individuato un il carro cerimoniale e la presenza di due vittime dell’eruzione di cui è stato possibile eseguire un calco in gesso.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

L’individuazione dei frammenti distaccati dall’ambiente avvenne già nel 2012 grazie ai militari del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, in seguito, anche in questo caso, a delle operazioni di contrasto ai traffici di beni archeologici nazionali ed internazionali. Difatti, durante l’azione, furono individuati sul posto i tre frammenti rimossi e pronti per essere trasportati altrove.

Individuazione dello scavo archeologico clandestino. Foto Ufficio Stampa del Nucleo dei Carabinieri TPC.

È tuttora in corso di svolgimento, dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata, il processo penale a carico degli imputati ritenuti responsabili della attività di depredazione della antica villa romana. – Dichiara il Procuratore Nunzio Fragliasso - L’impegno di questo Ufficio nella tutela del patrimonio artistico, archeologico e culturale del territorio sarà costante e prioritario anche nei prossimi anni, con particolare riferimento all’attività finalizzata al recupero dei preziosi reperti archeologici trafugati, esportati all’estero, e alla loro restituzione al patrimonio nazionale. “

 

 


Sant Angelo in Formis

La basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis

Sulle pendici occidentali del Monte Tifata, principale rilievo della catena dei Monti Tifatini, che corre lungo quasi tutta la provincia di Caserta, sorge la basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis, intitolata all’Arcangelo Michele.

La basilica sita sul territorio del comune di Capua, l’antica Casilinum, nota per essere il porto della Capua vetus sul fiume Volturno. Dalla sua posizione la basilica regna sovrana sulla città e, principalmente, sul territorio di Sant’Angelo in Formis.

Non è un caso che l’edificio ecclesiastico venne edificato in dato luogo. Essa infatti si eleva su quelli che erano i resti di un edificio di culto pagano risalente al IV secolo a. C., ovvero il tempio di Diana Tifatina, i cui resti sono visibili in parte nella navata di destra della basilica, ad una quota inferiore rispetto al pavimento dell’aula basilicale.

Le origini dell’edificio sono strettamente legate all’ambiente ecclesiastico del monastero di Montecassino. Il più antico documento noto della presenza cassinese in situ è una bolla papale del 943-944 con la quale il pontefice Marino II imponeva al vescovo di Capua, Sicone, di restituire al monastero di S. Benedetto la chiesa del Monte Tifata, data in beneficio a un suo diacono, ma già ceduta ai monaci di Montecassino dal precedente vescovo Pietro I (925-938) allo scopo di associarvi un monastero sul territorio capuano. Dopo circa cento anni, nel 1065, il vetusto santuario, presumibilmente di origine longobarda, risulta di nuovo nelle mani del vescovo di Capua, Ildebrando, che lo concesse in cambio di una chiesa della sua città, al normanno Riccardo I, principe di Capua e conte di Aversa.

Basilica Sant Angelo in Formis
La Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Nicola Santoro

La chiesa, realizzata nel secolo XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchi di tufo. Dotata di un unico portale di accesso, presenta l’interno diviso in tre navate che terminano in altrettante absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. Della chiesa dovevano far parte con molta probabilità le colonne ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua alla città di Capua), che originariamente facevano parte del sopracitato tempio di Diana Tifatina.

Alla facciata esterna della chiesa si appoggia un portico voltato a cinque fornici acuti, di cui quello centrale più alto e spazioso. Si tratta di un rifacimento più tardo del portico originario, riprodotto nel modellino tenuto in mano dall’abate Desiderio nell’affresco dell’abside della navata centrale.

A destra della basilica sorge il poderoso campanile a pianta quadrata, originariamente scandito in tre livelli. A differenza del primo piano, in cortina laterizia, il piano terreno è realizzato con blocchi marmorei di reimpiego, ricavati presumibilmente dall’Anfiteatro Campano dell’antica Capua, oggi Santa Maria Capua Vetere.

Affresco dell'Ultima Cena dalla Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto Italo-Byzantinischer Meister - The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, pubblico dominio

I celebri affreschi che ornano l’interno della basilica costituiscono la più importante testimonianza della cultura pittorica campana negli ultimi decenni del secolo XI e delle nuove tendenze figurative importate in Italia dagli artisti bizantini chiamati da Desiderio, futuro papa col nome di Vittore III, a Montecassino. Il ciclo pittorico sviluppa un vasto programma narrativo, incentrato su episodi del Vecchio e Nuovo Testamento che si ispirano a modelli paleocristiani delle basiliche apostoliche romane.

Sant Angelo in Formis
L'interno della basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Mongolo1984, CC BY-SA 4.0

Bibliografia

Enciclopedia dell’arte medievale, volume X. Istituto della Enciclopedia Italiana.

Paolo Gravina, La basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis in Percorsi di conoscenza e tutela - Studi in onore di Michele D'Elia, a cura di Francesco Abbate, Centro Studi sulla civiltà artistica dell'Italia meridionale 'Giovanni Previtali', 2008.


Il paesaggio verde di Pompei tra orti e giardini illusionistici

Immaginare Pompei come una città con ampi spazi dedicati al verde oggi è difficile. Ma grazie agli affreschi presenti in molte domus con raffigurazioni di giardini fantastici e agli ampi studi di archeobotanica, gli studiosi oggi sono riusciti a ricostruire quella che doveva essere l’area verde sia di una residenza privata sia del verde comune.  Nel momento stesso in cui la città tornò alla luce, il verde cominciava a ricoprire gli spazi, complice il fertile terreno vulcanico e la mitezza del dolce clima campano.

Blick auf das große Theater von Pompeji, 1793, Gouache über Feder in Braun und Grau, 587 x 850 cm, Klassik Stiftung Weimar, Graphische Sammlungen. ah309

Non essendo avvertita l’esigenza di manutenzione del monumento e complice l’aurea romantica delle ruine, la vegetazione non destava preoccupazione. Molte le testimonianze letterarie e pittoriche arrivateci grazie ai viaggiatori del tempo. In particolare, molti vedutisti esaltavano la presenza di piante che selvagge e incolte correvano sulle creste dei muri o si inerpicavano sulle colonne.

L’immagine del verde è stata ripresa solo recentemente a Pompei, grazie anche al prezioso studio e alle campagne di garden archaeology promosse da Wilhelmina Jashemski o al lavoro di Anna Maria Ciarallo dove si è potuto ricostruire un ampio repertorio botanico e floristico che documentano le molteplici varietà e diversità biologiche che disegnavano il verde di Pompei e che popolavano una città romana di I secolo d.C.

Casa degli amanti, giardino. Foto: Alessandra Randazzo

Dopo l’unità d’Italia e l’apertura al pubblico degli scavi, la gestione del verde venne ripensata con l’eliminazione delle piante infestanti e la cura di quegli arbusti che andavano ad introdursi con le radici all’interno di cavità murarie, ormai diventate un tutt’uno con l’architettura. Inoltre, vennero sostituiti i platani, la cui manutenzione era particolarmente costosa, con la messa a dimora di pini marittimi così da creare ampie porzioni d’ombra per i visitatori, mentre cipressi furono piantati a bordura di giardini e domus. Ulteriori cambiamenti avvennero in epoca fascista, quando ad essere messe a dimora furono piante esotiche e palme all’interno delle domus aperte al pubblico e nei viridaria.

Casa del Frutteto. Foto: Alessandra Randazzo

La creazione di un Laboratorio di Ricerche Applicate all’interno del sito a partire dagli anni ’80 è stato inoltre un prezioso incentivo per lo studio di tutti gli spazi verdi pubblici e privati di Pompei, soprattutto perché si è riusciti a restituire una corretta immagine, molto vicina a quella riscontrata sugli affreschi dei giardini della città vesuviana. Le fonti antiche, le rappresentazioni pittoriche e le analisi archeo botaniche hanno permesso in molti casi, grazie alla scoperta di pollini e semi, di ricostruire in vivo le specie coltivate all’interno dei viridaria. Nelle aiuole si è così scoperta una certa preferenza per i sempreverdi e i ginepri ma anche per le piante medicinali e coronarie, cioè mirto e alloro, per intrecciare corone, oltre a fiori e alberi da frutta.

Ma i giardini non ospitavano solo verde e così si diffonde la moda tutta orientale di arricchire gli spazi con fontane, ninfei, vasche ed euripi oltre a statue di bronzo e di marmo, tutti tipici elementi dei grandi parchi delle ville d’otium piuttosto che delle case urbane. Questi spazi venivano così ad offrire luoghi riservati da far ammirare agli ospiti ma anche dove poter passeggiare tranquillamente lontano dal trambusto domestico a godere del paesaggio.

Giardino con euripo di Loreio Tiburtino. Foto: Alessandra Randazzo

Nelle tipologie abitative più arcaiche, non esisteva un vero e proprio giardino ma era preferibile, anche per l’economia familiare, avere a disposizione un ricco hortus, orto coltivato, per la produzione di verdura e frutta. Verso la fine del II secolo a.C. e poi soprattutto a partire dal I secolo a.C., l’hortus viene circondato da un peristilio che progressivamente acquisisce le caratteristiche di un vero e proprio giardino. Ad influenzare questa moda, sicuramente le tendenze che provenivano dall’oriente e in particolar modo dalla cultura ellenistico-alessandrina. Vaste aree della casa furono così destinate a verde che divenne parte integrante delle abitazioni più lussuose grazie a giardinieri professionisti che diedero vita all’ars topiaria: il giardinaggio.

Casa della Venere in conchiglia. Foto: Alessandra Randazzo

In questi giardini, più o meno estesi, venivano coltivati peschi e limoni che le moderne tecniche di scavo permettono di riconoscere attraverso i resti dei pollini, dei legni, dei semi e hanno permesso l’identificazione delle specie coltivate, mentre i vuoti lasciati nel terreno dalle radici stabiliscono la dislocazione delle essenze messe a dimora. Alcune colture hanno avuto un’importanza particolare all’interno dell’economia della stessa città; in particolare i quartieri che si sviluppavano intorno all’area dell’Anfiteatro hanno restituito tracce di vigneti e di spazi verdi con diverse destinazioni d’uso.

Nella foto la raccolta nel Foro Boario davanti al grande anfiteatro.
Ph. Ciro Fusco

La fertilità del suolo permetteva una coltura estensiva ed intensiva per cui si privilegiava, soprattutto in vista della conservazione, ortaggi che potevano essere immersi in aceto o salamoia, per poi essere consumati durante l’anno in conserve. Tra i frutti invece noccioli, fichi, meli, peri, uve da tavola, che potevano essere consumati sia freschi che secchi o pesche che erano conservate nel miele. Importante il ritrovamento qualche tempo fa anche di un’area destinata a vivaio di essenze arboree che ha permesso l’identificazione delle specie più comuni coltivate nei ricchi giardini pompeiani.

Un’eco del lusso del verde pompeiano lo possiamo trovare oggi nelle pitture parietali che adornano i triclini delle case e che presentano una grande varietà di alberi, specie vegetali, uccelli di ogni specie e fontane monumentali, spesso utilizzati come prospettive illusionistiche per ampliare verso un immaginario spazio esterno un ambiente interno.

Frutteto. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Un mirabile esempio di ricchezza del verde è dato dai bellissimi affreschi che ci ha restituito la Casa del Frutteto, dove è possibile ammirare limoni e corbezzoli, piante da frutto e ornamenti da giardino e un albero di fico a cui è attorcigliato un serpente, simbolo di prosperità e ricchezza. Una vegetazione degna di un paradiso terreste avvolge il riposo degli antichi abitanti di questa dimora che conserva uno dei più begli esempi di pittura da giardino rinvenuta in città. A differenza di quanto attestato in altre abitazioni dove la pittura da giardino era riservata solo alle stanze di rappresentanza, qui alcuni ambienti sono arricchiti oltre che da un verde lussureggiante anche da motivi prettamente egittizanti con riferimenti alla dea Iside, indizio di una devozione particolare del proprietario della casa al mondo orientale. Ma a caratterizzare gli ambienti anche statue faraoniche, rilievi con il bue Api e figure egizie, idrie e situle che si mescolano a vasi-fontana e quadretti con Dioniso.

Frutteto. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Altri giardini, forse letterari in quanto gli scavi non hanno confermato le notizie, sono quelli che nel 1841 visita Alexandre Dumas nella Casa del Fauno: “Alle spalle è un giardino che doveva aver tutto disseminato di fiori; in mezzo a quei fiori sgorgava una fontana che ricadeva in un bacino di marmo. Intorno intorno si sviluppava un portico sostenuto da ventiquattro colonne di ordine ionico, oltre le quali si scorgevano ancora altre colonne e un secondo giardino, piantato a platani e lauri, alla cui ombra sorgevano due tempietti consacrati agli dei lari”.

Casa del Fauno.

Una visita a Pompei permetterà quindi di affacciarsi nel verde di una città antica e di una abitazione privata ma anche di riposare la mente su quel prezioso patrimonio ricostruito di odori, colori e piante che la città e il sapiente lavoro di specialisti ci ha permesso di studiare.

https://www.facebook.com/pompeiisoprintendenza/videos/636311670499484/


Pompei: un affresco di Priapo dagli scavi della Regio V

L’affresco di un Priapo, come quello della nota casa dei Vettii, emerge dagli scavi della Regio V

È l’ingresso di una dimora di pregio lungo via del Vesuvio, riccamente decorata

Un dimora di pregio su via del Vesuvio con stanze elegantemente decorate e all’ingresso un  Priapo affrescato, in atto di pesare il membro su una bilancia, sono  emersi nel corso dei lavori di riprofilatura dei versanti della Regio V che affacciano sulla via di Vesuvio, nell’ambito del cantiere dei nuovi scavi.

Le operazioni in corso rientrano nel più ampio intervento di messa in sicurezza dei  fronti di scavo, che delimitano i 22 ettari di  area non scavata di Pompei, previsto dal Grande Progetto Pompei e che interesserà circa 3 km di fronti.

La figura di Priapo, a Pompei ben conosciuto per la raffigurazione che campeggia all’ingresso della casa dei Vettii, oggi appare per la seconda volta in questa domus poco distante. Dio della mitologia greca e romana, era secondo buona parte delle fonti, figlio di Afrodite e di Dionisio. (Leggende minori lo vogliono invece figlio di Afrodite e di Ermes o Ares, o Adone o Zeus). Era, gelosa del rapporto adulterino di Zeus con Afrodite, si vendicò con Priapo e gli diede un aspetto grottesco, con enormi organi genitali.

Il fallo, così spesso raffigurato in affreschi e mosaici dell’epoca, era ritenuto origine della vita, e per gli antichi romani un simbolo apotropaico, utilizzato contro il malocchio o per auspicare fertilità, benessere, buon commercio e ricchezza.

Non è un caso, difatti, che poco oltre un altro fallo in tufo grigio dipinto è emerso, lungo la strada, su una parete del vicolo dei balconi.

La domus lungo via del Vesuvio che sta venendo alla luce, sta rivelando oltre all’affresco del Priapo posto all’ingresso (fauces),  anche  diversi ambienti dalla decorazione pregiata, tra i quali  una parete con un volto di donna entro un clipeo e una stanza da letto (cubicolo) decorata con una raffinatissima cornice superiore e con  due quadretti (pinakes) nella parte mediana, l’uno con paesaggio marino, l’altro con una natura morta, affiancati da animaletti miniaturistici.

Sempre lungo la via del Vesuvio, procedendo verso sud è stata, invece, messa in luce la parte superiore di una fontana/ninfeo, con la facciata rivolta verso l’interno dell’insula, dove probabilmente si apriva un giardino. La superficie finora esposta (parte superiore delle colonne, parte superiore della nicchia e frontone) è rivestita di tessere vitree e conchiglie, che formano complessi motivi decorativi. Al di sopra di una delle colonne è raffigurato un volatile.

La tutela a Pompei, condotta correttamente e sistematicamente porta a straordinari rinvenimenti.- dichiara il Direttore Generale, Massimo Osanna – “ Ricerca, conoscenza (e dunque scavo), tutela e conservazione sono aspetti tutti strettamente connessi e non si possono portare avanti se non in maniera sistemica. Via di Vesuvio (da cui provengono i nuovi affreschi ), via delle nozze d'argento e via dei balconi, dove in questo momento si concentrano i lavori di messa in sicurezza, sono stati in passato oggetto di crolli ripetuti e perdita di materia archeologica (come il volto di Priapo). Interventi non sistematici fatti a posteriori, quando ormai il danno era avvenuto, hanno tamponato momentaneamente le criticità senza risolverle. Il progetto attuale è invece un imponente intervento caratterizzato da sistematicità e rigore metodologico che risolverà le criticità nel complesso, riprofilando i fronti di scavo per tutta la loro estensione. Le forze messe in campo annoverano per la prima volta a Pompei una nutrita equipè interdisciplinare di professionisti, che vede all'azione quotidianamente archeologi, architetti, ingegneri, geologi e vulcanologi, restauratori. Il team di archeologi inoltre è composto da specialisti nello scavo stratigrafico, paleobotanici, archeozoologi, antropologi fisici, insomma tutte le professionalità che permettono di portare avanti un cantiere di archeologia globale. Per gli affreschi inoltre sono stati coinvolti i professionisti dell'ISCR”

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei


Pompei: ecco le novità dalla Regio V

Affreschi in I stile della Casa di Giove, tracce di incendio e reperti carbonizzati, e un quadretto idillico sacrale

Ecco le novità dalla Regio V

Domus che continuano a delinearsi nella loro struttura completa, con affreschi preziosi, oggetti e tracce di vita quotidiana. È quanto sta avvenendo sul cantiere della Regio V degli scavi di Pompei, dove proseguono quotidianamente le scoperte di strutture e reperti.

Una di queste ricche dimore è la casa di Giove, che sta emergendo con tutti i suoi ambienti decorati.

La  casa fu già in parte scavata tra Settecento e Ottocento e piuttosto compromessa in più punti da  cunicoli e trincee, tuttora visibili, con i quali era in uso praticare gli scavi in epoca borbonica. Il nome della casa deriva da un quadretto raffigurante Giove rinvenuto già nell’800 su un larario posto nel giardino.

L’intervento odierno sta via via  profilando la pianta di una dimora con atrio centrale, circondato da stanze decorate, ingresso lungo il vicolo dei balconi, anche esso di recente scoperta e sul fondo uno spazio aperto colonnato su cui si affacciano altri tre ambienti.

Gli ambienti di rappresentanza attorno all’atrio hanno svelato una ricca decorazione in primo stile, con riquadri di stucco imitanti lastre (crustae) marmoree dipinte di vivaci colori (rosso, nero, giallo, verde) e conservata in alcuni punti della parte superiore, una ricca cornice di stucco con modanature dentellate. L’atrio stesso era completato probabilmente, da un fregio dorico in stucco, con rifiniture in blu e rosso, attestato dai numerosi frammenti rinvenuti in alcuni punti.

È molto probabile che la casa abbia volutamente mantenuto, negli spazi di rappresentanza, questa più antica decorazione in I stile che, in altre dimore pompeiane, era stata frequentemente sostituita da decorazioni più moderne.

Tracce di un incendio sono state invece ritrovate, in un ambiente della domus confinante con la adiacente casa delle Nozze d’Argento, già in buona parte indagato in passato. L’incendio aveva annerito la  parete affrescata coinvolgendo elementi di arredo, tra cui probabilmente un letto, come sembrerebbe dai frammenti di legno e di stoffa carbonizzati.

Un bel quadretto idillico-sacrale, che raffigura una scena di sacrificio nei pressi di un santuario agreste è emerso, invece,  in un ambiente poco distante dalla casa di Giove, in quella che attualmente è identificata come Casa a Nord del giardino. Si tratta di una tra le prime scene figurate di una certa complessità, assieme al quadro dell’Adone ferito con Venere e amorini,  già emerso in un alcova poco distante.

(Foto di Cesare Abbate)

Testo e immagini da UFFICIO STAMPA
Parco Archeologico di Pompei - presso Antiquarium Boscoreale

web: www.pompeiisites.org
FaceBook: https://www.facebook.com/pompeiisoprintendenza/
Twitter: https://twitter.com/pompeii_sites
https://www.instagram.com/pompeii_parco_archeologico/
YouTube: https://www.youtube.com/c/PompeiiSites79dc


Un affresco del primo secolo da Lime Street a Londra

2 - 11 Febbraio 2016
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Un affresco del primo secolo d. C. è stato ritrovato al numero 21 di Lime Street, a Londra. L'opera, con un'altezza di un metro e mezzo e una larghezza di due metri e mezzo, si presenta in sedici fragili sezioni. Apparteneva alla residenza di un cittadino romano benestante e costituiva probabilmente la decorazione di una stanza nella quale venivano accolti ospiti.
Nel 100 d. C., con la costruzione del Foro e della seconda Basilica, che sarebbe stata il più grande edificio a nord delle Alpi, l'area fu spianata. L'affresco fu abbattuto e quindi seppellito. Proprio questo ne ha però permesso la conservazione fino ai nostri tempi, e quindi il recupero.
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Il contributo polacco per preservare le pitture di Villa Arianna a Stabiae

24 Agosto 2015

I Polacchi contribuiscono a preservare le pitture nella villa seppellita dalle ceneri del Vesuvio

Restauratori polacchi al lavoro a Stabiae. Foto di J. Burdajewicz
Restauratori polacchi al lavoro a Stabiae. Foto di J. Burdajewicz
I murali multicolore che decorano la villa più vecchia dell'antico paese di Stabiae sono stati oggetto del lavoro di conservazione effettuato dal team di professionisti della Facoltà di Conservazione e Restauro delle  Opere d'Arte dell'Accademia delle Belle Arti di Varsavia.
Stabiae, vicina a Pompeii ed Herculaneum, è una delle città che furono completamente distrutte durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d. C.

Restauratori polacchi al lavoro a Stabiae. Foto di J. Burdajewicz
Restauratori polacchi al lavoro a Stabiae. Foto di J. Burdajewicz

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Francia: straordinari affreschi di epoca romana ad Arles

9 - 12 Luglio 2015
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Un affresco con una figura femminile che suona l'arpa è stato scoperto nel sito municipale della Verrerie de Trinquetaille ad Arles (Bouches-du-Rhône), sulla riva destra del Rodano.
L'affresco con sfondo rosso vermiglio è stato datato al primo secolo a. C. L'anno scorso, la prima campagna di scavi ha già rivelato raffigurazioni databili al periodo tra il 70 e il 20 a. C., nel secondo stile pompeiano. Si tratta di uno stile poco noto che è presente solo nella parte meridionale della Francia e in meno di una decina di siti in Italia.
La prima preoccupazione ora è quella di proteggere i colori, straordinariamente conservati, che non hanno visto luce negli ultimi duemila anni.
Link: INRAPLe Monde; Le FigaroRFI; 20 minutes
Il dipartimento francese di Bouches-du-Rhône, da WikipediaCC BY-SA 2.5, caricata da e di Marmelad (Based on Image:Départements de France-simple.svg).