Apollo, Dioniso e gli altri: il divino che si rivela

Walter F. Otto, Teofania. Lo spirito della religione greca antica

Potrà sembrare anacronistico un libro che inciti alla riflessione sull’essenza del divino, oggi che il nostro quotidiano celebra libagioni sull’altare dell’istante e della produttività, oggi che i nostri rituali sono scanditi dal ritmo frenetico delle lancette. E invece, proprio in questo Occidente desacralizzato che venera soltanto macchine e star, risulta quanto mai necessario (ri)leggere Teofania. Lo spirito della religione greca antica, un saggio del grande storico delle religioni Walter F. Otto apparso per la prima volta nel 1956 e recentemente ripubblicato da Adelphi.

Pur trattandosi di un testo specialistico, esso pone questioni che si rivelano di comune interesse, dal momento che esortano noi lettori a fermarci a considerare le irrisolte inquietudini che si agitano al fondo della nostra coscienza, da un lato, e il rapporto che instauriamo o spezziamo con il mondo circostante, dall’altro. Sfogliare le pagine di questo saggio significa cioè accettare un dialogo critico non solo con la Grecia di Omero, ma anche con il Novecento, accogliendo la lezione che proprio questa distanza può offrirci.

Il mosaico delle maschere sceniche, Musei Capitolini, Sala delle Colombe. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 3.0

La domanda da cui prende le mosse il discorso di Otto riguarda l’incongruenza per cui oggi ammiriamo i grandi capolavori dei greci (le opere di poesia, filosofia, architettura, scultura, scienza), ma sentiamo che gli dèi che loro veneravano non hanno più nulla da dirci. «Dov’è l’errore? In loro o in noi?», si chiede lo studioso. In effetti recepire l’eredità del mondo classico lasciando da parte l’elemento religioso – come se questo non fosse essenziale nell’atto creativo – vuol dire rischiare di equivocare il significato di quel lascito. Non si può comprendere Omero senza attribuire la giusta rilevanza, per esempio, al gesto immortale di Atena che prende Achille per la chioma bionda trattenendo la furia omicida che questi avrebbe diretto contro Agamennone; gli occhi della dea che lampeggiano terribili sono manifestazione del divino, senza l’intervento del quale il Pelide, preda della sua ira funesta, avrebbe compiuto un atto inconsulto.

Il pregiudizio in virtù del quale l’universo delle divinità antiche gode di scarsa considerazione nel nostro tempo deriva, a ben vedere, dal trionfo del razionalismo utilitaristico, ma soprattutto dalla supremazia esercitata per secoli nell’occidente da una religione che «avanza la pretesa di una verità esclusiva», tanto che i culti greci e romani ci sembrano un’illusione primitiva, frutto di una mentalità immatura.

Con eccezionale capacità evocativa, l’autore illustra come nel mondo definito pagano fosse anzi pervasiva l’idea stessa di divino e come non ci fosse separazione tra i momenti dedicati al culto e il resto dell’esistenza: basti pensare al rito del teatro, vera e propria festa religiosa, o al dono della poesia, che le Muse elargivano agli aedi («Cantami, o Diva»; «Narrami, o Musa»). Ci sono anche altri atteggiamenti, spiega Otto, che testimoniano in maniera immediata il modo in cui l’umano mantiene vivo il suo rapporto con la sfera della divinità: la posizione eretta, la tensione del corpo verso l’alto, verso il cielo; il movimento, l’incedere solenne, il ritmo, la danza. Il divino, dal canto suo, «discende e si fa umano» per mezzo del mito come parola, come rivelazione, e chiede all’uomo di elevarsi, di riconoscere il sacro nel mondo circostante, di scorgere la scintilla di invisibile che riluce nell’universo del visibile.

La verità del mito non consiste in effetti nella contemplazione della propria interiorità, ma nell’attenzione rivolta al reale: in questo, Otto polemizza con veemenza con la cosiddetta psicologia del profondo, che nel Novecento invitava i suoi adepti a distogliere lo sguardo dal mondo delle cose per rivolgerlo a quello dell’anima. Tale tendenza, secondo lo studioso, avrebbe contribuito all’impoverimento dell’uomo contemporaneo, il quale avrebbe perso «completamente il mondo per occuparsi esclusivamente di se stesso»; «questo tipo di psicologia infatti asseconda nella maniera più nefasta il fatale narcisismo dell’uomo moderno», è l’insindacabile conclusione di Otto che, almeno a giudicare dalle recenti derive, pare mettere a fuoco acutamente lo spirito dei tempi.

A chi non accetta questo sterile ripiegamento intimistico, gli dèi greci mostrano l’illimitata ricchezza dell’essere: se Apollo rivela l’essere del mondo «nella sua chiarezza e nel suo ordine», Dioniso mostra la «primordialità selvaggia»; se Artemide svela quella purezza «che tiene freddamente a distanza e affascina irresistibilmente», Afrodite rende manifesto il volto dell’amore, «che invita a concedersi, a fondersi e divenire uno». Forse il compito di ricordarcelo spetta proprio alla poesia: «colui che scrive», sostiene Otto con indimenticabile efficacia, «è toccato dallo spirito del mito e attinge dalla sua profondità la parola viva».

Teofania Walter Otto
La copertina del saggio di Walter F. Otto, Teofania. Lo spirito della religione greca antica, nell'edizione Piccola Biblioteca Adelphi (2021) a cura di Giampiero Moretti

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Livia donne Impero Romano Roma

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari

“Il più alto potere romano non si declina al femminile”. Con questa frase evocativa si apre il volume di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari, dedicato all’analisi di alcune figure femminili che dal I sec. a.C. al III d.C. hanno contribuito alla formazione e alla gestione del potere imperiale. Nonostante nel mondo romano la donna fosse sempre in qualche modo oscurata rispetto all’uomo che le era accanto, che fosse il padre, il fratello o il marito. Nonostante la misoginia che emerge dalle fonti del tempo, come Tacito, Svetonio, Cassio Dione oppure Erodiano. Nonostante i pregiudizi che, come nota l’autrice nell’introduzione, devono essere messi da parte, soprattutto se vogliamo conoscere meglio le donne che hanno fatto l’Impero e che hanno determinato il suo splendore.

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari Marisa Ranieri Panetta
La copertina del saggio di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l'impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari, pubblicato da Salerno Editrice (2020)

La prima figura di cui si tratta è Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto e da sempre la maggiore rappresentante del fascino della terra del Nilo. Ripercorrendo le vicende che la videro protagonista si offre l’immagine di una Cleopatra piena di dignità, intelligente ed ambiziosa, che l’autrice del volume rappresenta come l’emblema di “una femminilità capovolta”. Questo tratto della sua personalità risulta in particolare dal rapporto con Giulio Cesare e Marco Antonio, rispetto ai quali la regina non ebbe un ruolo di secondo piano, ma si dimostrò una donna carismatica e intenta ad accrescere il potere dell’Egitto ad ogni costo. All’elemento prettamente storico si intrecciano gli aneddoti riportati dagli autori antichi, alcuni dei quali hanno sfumature che ci possono far sorridere: per esempio, si racconta che Cicerone, non avendo ricevuto dei rari papiri richiesti alla Biblioteca di Alessandria, scrisse all’amico Attico di odiare Cleopatra (Cicerone, Ad Atticum, XV, 15, 2). Un ultimo aspetto a cui è rivolta una certa attenzione è lo sfarzo in cui viveva la regina, soprattutto per quanto riguarda la cura del corpo attraverso profumi, ricche vesti e gioielli, con la volontà di essere identificata con divinità quali Iside e Afrodite.

Il secondo capitolo è dedicato invece a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto e madre di Tiberio e Druso, avuti dal matrimonio con Tiberio Claudio Nerone. L’autrice del volume inizia a trattare le vicende della donna dalla sua fuga da Roma nel 40 a.C. per evitare la proscrizione e dal suo successivo ritorno, quando in poco tempo divorziò dal marito per sposare Ottaviano e vivere con lui sul Palatino. A partire da questo evento si ripercorre la nuova vita di Livia accanto all’imperatore, mostrando come costei fosse una matrona parca, frugale e dedita alle virtù domestiche. Allo stesso tempo, come risulta dalle fonti antiche, Livia appare per certi versi spregiudicata, soprattutto in relazione ai giochi di potere che portarono Tiberio a diventare il successore di Augusto: Marisa Ranieri Panetta nota, in questo senso, la scaltrezza della donna e la sua capacità di sopportare situazioni sconvenienti, chiedendosi se possa esserci davvero lei dietro ai delitti e alle morti premature che spianarono la strada al figlio. La narrazione, anche in questo capitolo, si intreccia con aneddoti, excursus di carattere artistico e citazioni letterarie: interessanti, a riguardo, sono le descrizioni della Villa di Livia e dell’Ara Pacis, oppure il richiamo al Carmen Saeculare di Orazio e ai Tristia di Ovidio, tutte testimonianze del programma politico-culturale dell’Impero di Augusto.

Statua di Livia come Opi/Cerere, dea della fertilità, con cornucopia, capo velato, corona d’alloro e spighe di grano, Louvre. Foto di CRIX, CC BY-SA 4.0

Si passa poi a trattare di Agrippina Minore, la cui vita ruotò attorno agli imperatori della dinastia giulio-claudia: fu la figlia di Agrippina Maggiore e Germanico, quest’ultimo figlio di Druso e nipote di Tiberio; fu la sorella di Caligola, divenuto imperatore alla morte di Tiberio e noto per le sue stravaganze; fu la nipote e poi anche la quarta moglie di Claudio, successore di Caligola; infine, fu la madre di Nerone, nato dall’unione con Gneo Domizio Enobarbo e destinato a essere l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Nei quarant’anni di storia che ricopre il capitolo - dalla morte di Germanico nel 19 d.C. a quella di Agrippina nel 59 - si traccia dunque il percorso di una donna seppe mantenere un ruolo di preminenza e che fu pronta a tutto pur di garantire al figlio un futuro da imperatore, cadendo però vittima della sua avidità di potere: da madre utile si trovò ad essere una madre scomoda, e proprio per questo Nerone decise di eliminarla. La narrazione è integrata da varie fonti storiche che permettono di far luce anche su altri personaggi del tempo come Messalina (terza moglie di Claudio) oppure Seneca, contribuendo a raffigurare al meglio non solo le vicende di Agrippina stessa, ma anche quelle del clima in cui si svilupparono le sue ambizioni.

Protagonista del quarto capitolo è Pompeia Plotina, la moglie dell’imperatore Traiano, descritta dagli storici come una donna modesta, dai costumi irreprensibili e schiva del lusso. Come le altre figure femminili che circondavano il marito (si pensi alla sorella Ulpia Marciana o alla figlia di questa, Salonia Matidia), Plotina si distingueva per la sua liberalità e per il suo impegno nel costruire o restaurare biblioteche, tempi e teatri, dimostrandosi lontana da quella sete di potere che era stata così forte in passato. Tenendo presente questo tratto della sua personalità, l’autrice del volume offre l’immagine di Plotina come di una donna nuova, che ebbe un ruolo determinante senza bisogno di ostentazione, e che proprio per questo costituì un modello per le successive consorti imperiali.

Nel capitolo successivo ci si rivolge poi a Giulia Domna, la seconda moglie di Settimio Severo, fortemente segnata dalle guerre civili che portarono il marito a imporsi come unico imperatore. Questa situazione infatti, come nota Marisa Ranieri Panetta, la fece maturare in fretta e la abituò ad una vita semplice e fatta di frequenti spostamenti, nonostante le sue nobili origini orientali. Nel ritratto di questa donna si mettono in luce anche i suoi interessi culturali e soprattutto il rapporto con il figlio Caracalla, che lei cercò sempre di proteggere nonostante il fratricidio di Geta e le calunnie da esso derivate. Infine, una certa rilevanza è data anche ai legami della dinastia dei Severi con l’Oriente, dal culto solare praticato da Giulia Domna alle diverse testimonianze iconografiche della regalità imperiale: possiamo leggere a riguardo le interessanti descrizioni dell’Arco di Leptis Magna o dell’Arco degli Argentari a Roma, nonché delle diverse monete e statue raffiguranti l’imperatore e la sua consorte. Da tutto questo risulta l’immagine di una donna dotta e lontana dal lusso, una donna che ebbe tra le mani un vasto potere e che fu in prima persona il bersaglio della misoginia tipica del mondo romano: forse le parole più adatte per definirla sono proprio quelle usate dall’autrice, che la ricorda semplicemente come una madre con tanti macigni sul cuore.

Tondo severiano, raffigurante Giulia Domna, Settimio Severo, Caracalla e il ritratto cancellato di Geta. Foto di Anagoria, CC BY 3.0

L’ultimo capitolo di questo libro sulle donne dell'Impero Romano è dedicato infine al cosiddetto “matriarcato” severiano delle tre Giulie siriache Mesa, Soemia e Mamea, che ebbero a modello Giulia Domna e cercarono di imitarla senza successo. Rappresentate dalle fonti antiche come “un’intromissione fastidiosa e nociva negli affari di Stato”, queste donne favorirono l’ascesa di Elagabalo e Alessandro Severo, gestendo loro stesse il potere imperiale. Ne risulta un ritratto fortemente negativo e in contrasto con la personalità di Giulia Domna: come ribadisce Marisa Ranieri Panetta nella conclusione del volume, costei lasciò infatti un segno indelebile nella storia romana e solo poche dopo di lei riuscirono a fare lo stesso.

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari sia un tentativo ben riuscito di esplorare la storia imperiale attraverso le figure femminili che ne sono state protagoniste, con i loro vizi e con le loro virtù. Partendo da Cleopatra per arrivare a Giulia Mesa, l’autrice traccia dei ritratti che permettono di far luce sulla personalità di queste donne e di accostarle l’una all’altra, senza pretese e senza pregiudizi. All’analisi imparziale e scientifica delle fonti si intrecciano poi aneddoti, citazioni letterarie e testimonianze iconografiche, che arricchiscono la narrazione suscitando curiosità nel lettore. Tutto questo contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per rivendicare il ruolo femminile nella costruzione dell’Impero e tracciarne l’evoluzione, mostrando che la storia non è fatta solo di grandi uomini, ma anche di grandi donne.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


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Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

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Il volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione. Foto di Bianca Sorrentino

In un tempo che celebra quotidianamente il fascino della narrazione e che intorno allo storytelling imbastisce patinati cerimoniali, stupisce la leggerezza con cui vengono spesso compiuti gravi errori di comunicazione, dovuti nella maggior parte dei casi a un uso sciatto del linguaggio. L’elogio della parola – magnificata nella teoria, ma nella pratica adoperata con approssimazione – sembra dunque essere un’occasione sprecata. Ben vengano allora saggi come il recente volume laterziano di Laura Pepe, che con grazia, passione e acutezza mette a fuoco il potere che ha il linguaggio di plasmare la realtà, quando i discorsi vengono pronunciati con consapevolezza. La voce delle Sirene. I Greci e l’arte della persuasione – questo il titolo del libro – incoraggia in effetti un viaggio di scoperta, fino alle radici della forza magica e ambigua delle parole.

Il libro si apre sotto l’egida di Peithó, la divinità che faceva parte del corteggio di Afrodite e che incarnava persuasione e seduzione prima che questi divenissero concetti astratti, e prosegue con le immortali incantatrici dei poemi omerici, le donne di Odisseo: Calipso e Circe, innanzitutto, figure della malia che abita il femminile quando con il canto affascina, fino a condurre all’oblio. Alla stessa specie appartengono anche le Sirene, creature alate come le parole che pronunciano, capaci di far breccia nel cuore di chi le ascolta; ammaliatrici e suadenti, esse nascondono abilmente la loro natura terribile, in una continua e misteriosa altalena tra apparenza e realtà, porgendo al re di Itaca una promessa di conoscenza che si traduce ben presto in minaccia di dimenticanza. Soltanto facendo ricorso ai saggi consigli della maga Circe, la cui astuzia non è di certo inferiore alla sua, Ulisse saprà sfuggire all’incantesimo fatale delle Sirene.

Dopo un inizio consacrato dal fascino del mito, la ricerca di Laura Pepe, il cui merito è, tra gli altri, quello di tracciare con pacificante linearità il contesto storico-culturale dei quadri che generosamente offre al lettore, si sostanzia attraverso un discorso sulla politica (e attraverso i discorsi della politica) nell’Atene del V secolo a.C. Qui, nell’agorá – la piazza, il luogo simbolo della democrazia –, la peithó perde parte della sua aura divina per divenire la qualità civile necessaria a chiunque voglia parlare in pubblico persuadendo il suo uditorio. Ecco che allora si fanno strada concetti come parrhesía (la libertà di parola) e isegoría (la facoltà di cui godono tutti i cittadini di parlare in assemblea nell’interesse comune), principi di uguaglianza avvolti a ben vedere da un alone di ambiguità, se è vero che nella pratica quotidiana riescono a esercitare effettivamente il diritto di parola solo coloro che sanno governare quello strumento e non se ne lasciano dominare. Da Pericle a Cleone, da Nicia ad Alcibiade, i protagonisti della scena ateniese compongono così una galleria imperdibile di nomi e aneddoti celebri o poco noti, per fornire modelli positivi di discorsi suadenti o, al contrario, esempi violenti di abili manipolatori della storia.

In effetti risulta labile il confine tra ciò che appare vero e ciò che lo è. La verità è davvero una e inconfutabile, come credeva il poeta Esiodo che l’aveva ricevuta in dono dalle Muse, le quali ne erano sacre custodi? Non avevano invece ragione i sofisti, maestri di persuasione, i quali con i loro arditi virtuosismi tentarono di dimostrare che le verità sono molte, tante quante le loro possibili forme? Forse, più che il vero assoluto, conta allora la percezione che ognuno di noi ha del reale, che resta tragicamente inconoscibile. Da queste premesse è facile dedurre che enorme fu il caos suscitato nella comunità ateniese da questi sedicenti professionisti del sapere che, con piglio demolitore, testimoniavano quanto un discorso abilmente strutturato, e per certi versi ingannevole, fosse in grado di persuadere in una direzione o in quella contraria. Le tesi rivoluzionarie dei sofisti rischiavano di rendere ingovernabile la città, di generare un pericoloso disorientamento nella gestione dello stato, e per questo provocarono sempre il fermo biasimo di chi invece cercava ordine, verità e certezze.

La parola è un bene comune: il percorso delineato da Laura Pepe comincia e termina nel segno di Omero, traghettando il sapore arcaico del mito nel labirinto dei nostri giorni, nella furia delle parole urlate, nell’esigenza stringente di trascinare le masse, nella deriva della comunicazione che si nutre colpevolmente di fake news. Con rara limpidezza immaginifica, l’autrice mette a punto un’opera divulgativa accessibile e arguta, senza mai cedere alla banalità, e con il suo discorso convincente ci esorta a metterci in ascolto della voce delle Sirene, non per lasciarcene passivamente ammaliare, ma per cogliere gli ingredienti di quell’incantesimo antichissimo e non permettere che esso si disperda.

Sirene Greci Laura Pepe
La copertina del volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione, pubblicato da Editori Laterza, Bari (2020) nella collana i Robinson / Letture

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Papyri Graecae Magicae

Papyri Graecae Magicae: una fonte importante per lo studio della magia greco-egizia

Una tra le più importanti raccolte di testi papiracei antichi è sicuramente quella dei Papyri Graecae Magicae, edita da Karl Preisendanz tra il 1928 e il 1931 e tradotta in inglese da Hans Dieter Betz nel 1986. Tali papiri sono definiti greci perché scritti in κοινή e magici perché sono un’importante testimonianza su rituali, credenze e culti dell’Egitto dall’II secolo a.C. al VI d.C. Tra le varie collezioni dei Papyri Graecae Magicae si ricorda quella Anastasi, dal cognome di Jean d’Anastasi, rappresentante diplomatico alla corte di Alessandria che avrebbe acquistato a Tebe alcuni papiri e li avrebbe poi rivenduti a biblioteche quali il British Museum di Londra, la Bibliothèque Nationale e il Louvre di Parigi, lo Staatliche Museen di Berlino e molte altre. Forse non sapremo mai chi ha messo insieme la collezione Anastasi, ma è interessante il fatto che in Egitto sono spesso attestate personalità che si dedicavano allo studio della magia come il Principe Khamwas, figlio di Ramses II, che sarebbe venuto a sapere dell’esistenza di un libro scritto dal dio Thot e lo avrebbe trovato nella tomba del principe Naneferkaptah.

I Papyri Graecae Magicae comprendono incantesimi, formule e inni nei quali, accanto alle divinità egiziane, si trovano quelle tipiche del pantheon greco come Zeus, Apollo, Afrodite, connotate come esseri ora benevoli e ora demonici. Si ricordano dunque papiri come il PGM, VII, 215-218 (si tratta del P. Lond. 121), in cui si fa riferimento a una stele di Afrodite per avere amicizia, favore e successo, ma al contempo ce ne sono altri come il PGM, XII, 144-152 (P. Lugd. Bat. J 384 (V), in cui ci si rivolge a Horus, figlio di Osiride ed Iside, per sognare quello che si desidera. In molti testi, inoltre possiamo trovare i cosiddetti ὀνόματα βαρβάρα, espressioni egiziane che in greco sono apparentemente prive di senso ma che potrebbero avere significati nascosti. Tutto questo fa emergere un certo sincretismo tra cultura greca ed egiziana, dovuto anche ai sempre maggiori insediamenti greci in Egitto a partire dal II secolo a.C.: si pensi anche ai Papiri di Ossirinco, che permettono di conoscere molti aspetti della vita quotidiana dell’Egitto di età ellenistica.

Papiro di Ossirinco 246, presso la Cambridge University Library, Cambridge. Foto da Bernard P. Grenfell, Arthur S. Hunt, The Oxyrhynchus Papyri Part II (1898), London: Egypt Exploration Fund, pp. 195–197, in pubblico dominio

Tra i Papyri Graecae Magicae, allo stesso tempo, possiamo trovare ricette magico-mediche che prevedono l’impiego di sostanze vegetali, animali e minerali per ottenere un determinato scopo: ricevere oracoli o sogni, allontanare demoni, curare affezioni umane, attirare la persona amata. Lynn R. LiDonnici ha proposto una classificazione di questi testi, distinguendo in particolare quelli che prevedono l’uso di piante medicinali, quelli che danno suggerimenti sulla raccolta e preparazione delle sostanze, quelli associati ai rituali nei templi o sugli altari e infine quelli che includono ingredienti esotici.

Papyri Graecae Magicae
Uno dei papiri magici con un incantesimo d'amore, dalla Biblioteca Nazionale di Strasburgo, BNUS inv. 1167. Foto di Pierre Tribhou, in pubblico dominio

Spesso gli elementi naturali utilizzati nei rituali descritti erano adoperati anche per realizzare amuleti, che servivano agli stessi scopi citati sopra. Per esempio, il PGM, IV, 2622-2707 comprende un incantesimo rivolto alla Luna da recitare in primo luogo per calunniare qualcuno, ma adatto anche per inviare sogni o visioni, per provocare debolezza e, se recitato al contrario, per allontanare i nemici; ai vv. 2626-2635, in particolare, si illustra come realizzare un amuleto di protezione, incidendo l’effigie di Ecate in un magnete a forma di cuore.

Allo stesso tempo le sostanze naturali potevano essere inserite all’interno delle statue degli dei o impiegate per la loro realizzazione, con procedimenti analoghi a quelli teurgici della τελεστική: nel PGM, VII, 756-794 Mene, dea lunare, è invocata recitando i segni e i simboli che le appartenevano, tra i quali anche un elenco di animali; secondo il PGM, XII, 14-95 per animare un’immagine in cera di Eros si dovevano offrire al dio varie prelibatezze e strangolare sette uccelli, mettendoli poi sull’altare con delle piante aromatiche. Oltre alle statue divine, nei Papyri Graecae Magicae vi sono esempi di immagini di persone o animali che erano animate per determinati scopi: nel PGM, IV, 2373-2440, nell’ambito di un rito per avere successo negli affari, si fa riferimento a un uomo di cera rappresentato come un supplice e con una borsa nella mano sinistra; nel PGM, IV, 2943-2966 troviamo un incantesimo di attrazione che prevede la realizzazione dell’effigie di un cane, nelle cui cavità oculari sono inseriti gli occhi di un pipistrello.

Sarebbero molti i Papyri Graecae Magicae degni di essere citati, perché mettono in luce non solo le pratiche magiche greco-egizie, ma anche i punti di contatto e le differenze tra queste due importanti civiltà del mondo antico. Indipendentemente dall’ambito magico, come si è visto, vi sono infatti elementi che consentono di scoprire gli aspetti dell’una e dell’altra cultura che si intrecciano a vicenda creando un perfetto sincretismo linguistico, religioso e, nuovamente, culturale. È quindi importante, oggi più che mai, riconoscere l’importanza di questi testi e valutarli come exemplum: per dirla con Clifford Geertz, riflettere sulla bellezza della diversità è qualcosa che ci arricchisce interiormente, oggi come nell’antichità.

Seth nel papiro AMS 75, 300-350 d. C. Foto Rijksmuseum van Oudheden, CC BY 3.0

Bibliografia

A.A. V.V. 1898- = A.A. V.V. (a cura di), The Oxyrhynchus Papyri, 84 voll., London 1898-.

Betz 1986 = H.D. Betz (a cura di), The Greek Magical Papyri in translation, Chicago 1986.

Björklund 2015 = H. Björklund, Invocations and Offerings as Structural Elements in the Love Spells in Papyri Graecae Magicae, in Journal for Late Antique Religion and Culture, vol. IX, 2015, pp. 29-47.

Calvo Martínez 2010 = J.L. Calvo Martínez, Himno sincrético a Mene-Hécate (PGM IV 2522-2567), in MHNH: revista internacional de investigación sobre magía y astrología antiguas, vol. X, 2010, pp. 219-238.

Eitrem 1942 = S. Eitrem, La théurgie chez les néoplatoniciens et dans les papyrus magiques, in Symbolae Osloenses, vol. XXII, 1942, pp. 49-79.

LiDonnici 2001 = L.R. LiDonnici, Single-Stemmed Wormwood, Pinecones and Myrrh: Expense and Availability of Recipe Ingredients in the Greek Magical Papyri, in Kernos. Revue internationale et pluridisciplinaire de religion grecque antique, Liège 2001, pp. 61-91.

Preisendanz 1928-1931 = K. Preisendanz (a cura di), Papyri Graecae Magicae, 2 voll., Stuttgart 1928-1931.

Zografou 2008 = A. Zografou, Prescriptions sacrificielles dans les papyri magiques, in V. Meil, P. Brulé (a cura di), Le sacrifice antique. Vestiges, procédures et stratégies, Rennes 2008, pp. 187-203.


Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani.

Il film ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας (Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata di sabato 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Cinira amato sacerdote Afrodite

ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας

Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

Nazione: Cipro

Regia: Stavros Papageorghiou

Consulenza scientifica: John Franklin

Durata: 90’

Anno: 2019

Produzione: Stavros Papageorghiou

Sinossi: La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani. I miti che circondano Cinira sono rappresentati anche attraverso l'animazione. Il documentario è un'elegia del personaggio mitico più importante della storia antica di Cipro, Cinira. Sebbene la memoria del suo nome sia conservata fino ad oggi, i Ciprioti sanno poco di lui.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Prima nazionale

Informazioni regista:

Stavros Papageorghiou

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Cinira amato sacerdote Afrodite


olpe chigi protocorinzia

La ceramica protocorinzia e il capolavoro Olpe Chigi

La Grecia del VII secolo a.C., grazie alla ripresa di intensi scambi commerciali, viene permeata da motivi decorativi iconografici, da manufatti e da tecniche di lavorazione che provengono dalle regioni d’Oriente.

La definizione che si utilizza per identificare questo periodo, età orientalizzante, è un po’ ambigua; ciò che invece non lascia spazio a dubbi è che, sia dalle regioni della Anatolia a nord sia dai porti fenici a sud, iniziano a confluire in territorio ellenico grandi calderoni in bronzo caratterizzati da ornamenti raffiguranti animali fantastici (tra i quali sfingi, sirene, gorgoni, centauri che si opporranno agli eroi della mitologia), nuovi strumenti musicali, tessuti pregiati, calzari, profumi, nuove fogge di corazze ed elmi, statuette dal corpo modellato secondo canoni naturalistici che non tengono più conto della riduzione a forme geometriche tipiche del secolo precedente.

Gli influssi orientalizzanti si colgono in tutti i campi artistici: dal passaggio a forme di architettura sacra più esigenti (attraverso la sostituzione del materiale ligneo con l’introduzione di blocchi in pietra squadrata e l’invenzione del tetto in tegole) all’artigianato artistico, negli oggetti in bronzo, in pasta vitrea, in avorio, nelle coppe in oro e argento, realizzati con grande cura nelle botteghe degli orafi. Non è un processo omogeneo: alcune realtà, come Atene e più in generale l’Attica, saranno restie ad assorbire queste nuove mode; altre, invece, come ioni ed eoli, a più stretto contatto con le realtà asiatiche, si lasceranno travolgere dalle novità.

In questo periodo i santuari panellenici di Delfi, Olimpia e Samo attirano l’attenzione dei grandi dinasti orientali che si recano in questi luoghi sacri portando con se ricchi doni. Lo storiografo Erodoto (Storie, I, 14) ricorda i doni votivi al santuario di Delfi da parte di Gige, re di Lidia, e di Mida, re di Frigia: lo testimoniano le evidenze archeologiche. Nello stesso momento si verifica un’intensa diaspora di orientali verso la Grecia, in fuga dalla pressione degli assiri: questo spiega la presenza di parole orientali nella lingua greca, tra cui il termine tyrannos, probabilmente di origine lidia.

A proposito di tiranni, sotto un punto di vista strettamente storico-sociale le figure di questi nuovi personaggi politici si oppongono all’avidità della classe aristocratica e basano il loro consenso, facendo leva sulle vessazioni che le classi sociali inferiori subiscono dai governi aristocratici, e sullo squilibrio tra necessità della popolazione e risorse disponibili. Le più importanti tirannidi del VII secolo a.C. si registrano a Mitilene (Lesbo), a Megara, a Sicione e, soprattutto a Corinto.

Il Canale di Corinto oggi. Foto di Frank van Mierlo

Corinto è una delle città più all’avanguardia dell’epoca; fino alla metà del VII secolo a.C. è governata dai Bacchiadi e, ben presto, la sua importanza in ambito commerciale assume una dimensione “internazionale”, grazie anche ad una posizione geografica privilegiata: le ceramiche, prodotte in quantità industriale dagli artigiani, vengono esportate in tutto il Mediterraneo, sia ad Oriente che ad Occidente, assecondando la vocazione marinara della città.

Nella città dell’Istmo, già a partire dal 720 a.C., le fabbriche dei vasai iniziano ad adoperare la ruota del tornio ceramico, una novità introdotta a Corinto secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, e ad abbandonare l’uso dei caratteri geometrici, tipici del periodo artistico precedente, facendo uso degli elementi di originalità apportati dall’arte orientale.

Grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici è stato possibile ottenere una seriazione cronologica molto dettagliata dell’evoluzione della ceramica protocorinzia.

Le produzioni artistiche del Protocorinzio Antico, che si sviluppa dal 720 al 690 a.C., prediligono forme di piccole dimensioni, gli aryballoi, boccette quasi sferiche alte non più di 7 cm, sulla cui superficie si impongono prepotentemente figure animali realizzate con una linea di contorno che presenta ancora tratti geometrizzanti. Gli artisti non si lasciano sopraffare dall’impulso narrativo, piuttosto introducono elementi riempitivi a carattere floreale, rosette e spirali di chiara ascendenza orientale.

Il Protocorinzio Medio (690-650 a.C.) inaugura una serie di trasformazioni che riguardano sia la forma sia le decorazioni del vaso. L’aryballos assume una forma più slanciata e, nonostante la costante delle dimensioni ridotte, propone fregi miniaturistici straordinari, dove le figure sono disposte in fregi sovrapposti utilizzando un nuovo repertorio e una nuova tecnica. Gli elementi figurati, che adesso sono ispirati ai personaggi della mitologia, abbandonano completamente i criteri geometrizzanti e lasciano spazio all’estro artistico dei vasai.

In questo breve arco temporale si sperimentano tecniche decorative che ben si adattano alle nuove forme e alle nuove decorazioni presenti sulla superficie dei vasi: alla tecnica a figure nere, molto utilizzata nei decenni successivi, si affiancano la tecnica dell’incisione dei fregi umani ed animalistici (per esaltare i particolari del soggetto raffigurato utilizzando uno strumento metallico a punta sottile) e la tecnica della sovraddipintura (ottima per creare effetti policromi).

Nel Protocorinzio Tardo, il cui sviluppo si data dal 650 al 630 a.C., i pittori iniziano a cimentarsi con forme vascolari di dimensioni maggiori. Non producono solo piccoli aryballoi ma anche brocche di quasi 30 cm, dove sono prediletti fregi animalistici sovrapposti in successione e riempitivi di carattere floreale.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Tutte queste sperimentazioni raggiungono la massima potenzialità espressiva nell’Olpe Chigi.

Rinvenuta in una tomba etrusca a Veio (Etruria), l’olpe, una brocca a bocca rotonda utilizzata nei simposi per versare il vino nelle coppe dei commensali, risale al 640 a.C. circa e riflette il passaggio dal Protocorinzio Medio al Protocorinzio Tardo. Ha un’altezza di 26 cm e si tratta probabilmente di un dono o di un acquisto di un principe etrusco. Oggi questa meraviglia si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

La straordinarietà dell’Olpe Chigi sta nella presenza di fregi figurati complessi che fanno uso della tecnica a figure nere integrata abbondantemente con la policromia. Le scene raffigurate occupano gli spazi principali della brocca, ovvero la spalla nella parte superiore, la pancia in posizione centrale, e la parte sottostante.

Partendo dal basso verso l’alto si possono notare delle scene che, lette in sequenza, raccontano una storia: il programma iconografico rappresenta la successione di attività che un giovane aristocratico doveva sviluppare nel corso della sua vita per diventare un cittadino corinzio a pieno titolo e figurare tra coloro che combattevano in prima linea a difesa della città.

olpe chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Era consuetudine che i rampolli della classe aristocratica delle poleis greche, nel programma di formazione che erano tenuti a seguire, venissero avviati al combattimento fin dalla tenera età: la caccia alla lepre e alla volpe, animali incruenti, rappresentava una buona palestra per esercitare i riflessi. Superata questa fase, i giovani potevano mostrare il loro coraggio affrontando prove più rischiose, come la caccia al leone.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Non tutti riuscivano a sopravvivere, ma scampare alla morte significava poter ambire ad un matrimonio eccellente: è per tale motivo che nel punto di massima espansione del vaso, collocato tra una serie di efebi con doppia cavalcatura, campeggia l’unico episodio tratto dal repertorio mitico, ovvero il giudizio di Paride, da cui avrà luogo l’unione con Elena, la donna più bella del mondo antico.

La scena dello scontro tra opliti potrebbe alludere alla guerra di Troia, sorta proprio a seguito dell’unione tra il giovane troiano e la moglie di Menelao; e l’intento è senz’altro moraleggiante, con una nota di avvertimento in conseguenza di nozze giudicate sbagliate, cioè di un premio ottenuto ingiustamente. Elena era stata, infatti, offerta come contropartita a Paride dalla dea Afrodite per ottenere la vittoria nella contesa tra lei e altre due divinità, Atena ed Era, per stabilire chi fosse la più bella dell’Olimpo.

Questo complesso programma iconografico destinato ai corinzi viene reso con grande perizia dal pittore, che mostra di saper padroneggiare tutte le nuove tecniche della scuola protocorinzia, per rendere in pochi centimetri una serie di particolari molto dettagliati.

 

Olpe Chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Immagine dal libro di Knud Friis Johansen, Les Vases Sicyoniens. Étude archéologique, 2a ed., Paris : Copenhague, Edouard Champion : V. Pio - Povl Branner, 1923, pl. XXXIX. Immagine in pubblico dominio

Bibliografia:

  • Storia dell’arte greca, A. Giuliano, Carocci, Roma 2017.
  • Arte Greca, G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013
  • Il mondo dell'arte greca, T. Holscher, Einaudi, Torino 2008
  • Archeologia e stria dell’arte greca: storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica, P. E. Arias, Vol. 5, University of Michigan 1963.
  • Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, E. Lippolis – G. Rocco, Mondadori, Milano 2011.
  • L’Olpe Chigi. Storia di un agalma. Atti del Convegno Internazionale, E. Mugione – A. Benincasa, Pandemos, Paestum 2012.
  • Storie, Erodoto, Rizzoli Editore, Bologna 2008.

Ate

Il μέμος ἄτης: l’errore involontario nella mentalità greca

Il μέμος ἄτης:

la concezione dell’errore involontario nella mentalità greca e le relative implicazioni letterarie

ὡς δ' ὅτ' ἂν ἄνδρ' ἄτη πυκινὴ λάβῃ,1

Come quando una grave colpa ha travolto un uomo.”

Ate
Giove assiso su trono con aquila respinge la figlia Ate. Calco di gemma neoclassica dalla Collezione Poniatowski. Il Principe Stanislas Poniatowski (1754-1833) commissionò la creazione di circa 2500 gemme, incoraggiando l'idea che fossero antiche. Molte delle gemme nella collezione si sono disperse e per non poche - come questa - non se ne conosce l'attuale collocazione. Foto: C. Wagner, Beazley Archive (CARC), Oxford University

Nel momento in cui ci si trova a voler analizzare un concetto, sono molte e complesse le tematiche vengono a proporsi, specie se si tratta di concetti relativi ad una cultura antica, come in questo caso quella greca. Esistono delle parole, soprattutto quelle che fanno riferimento a concetti astratti, che non è possibile tradurre e pretendere che restituiscano il loro significato così come sono state concepite. Nella società greca antica di epoca arcaica ci si era già posti il problema relativo alle implicazioni dovute a scelte e azioni sbagliate. L’individuo omerico distingue chiaramente l’atto volontario da quello involontario e ha la consapevolezza del fatto che se si agisce involontariamente non si ha colpa, sebbene oggettivamente la responsabilità delle proprie azioni ricada su di lui e sulle conseguenze delle sue scelte2, implicando di conseguenza delle ripercussioni a livello legale.

A tal proposito ritengo sia necessario prendere in considerazione i termini ατή e ηιμερος che indicano rispettivamente l’errore involontario e quello volontario, per i quali era poi inevitabile sfuggire alle implicazioni che da essi dipendevano. In altre parole, sebbene ci fossero due tipi di errori, uno dettato dalla volontarietà delle proprie scelte, l’altro presumibilmente imposto da una terza espressione, non vi era distinzione per quanto riguarda l’inevitabilità a cui si andava incontro. La distinzione verteva semplicemente sull’aition, ovvero sul motivo per cui tali azioni sono state compiute, a seconda che la cosa sia considerabile da un punto di vista soggettivo o oggettivo.3 Ma se Agamennone, dopo aver inflitto un torto ad Achille avesse agito secondo i criteri della propria volontà, di sicuro non avrebbe riconosciuto l’errore commesso così facilmente, conscio pertanto di dover pagare per le proprie azioni.

ἀλλὰ τί κεν ῥέξαιμι; θεὸς διὰ πάντα τελευτᾷ.4

ma che potevo fare? I numi tutto colpiscono.”

La giustizia greca arcaica non tiene conto dell’intenzione, quanto piuttosto ciò che conta è l’azione5. Non vi è evasione in senso giuridico, perché Agamennone stesso, alla fine del discorso dichiara:

ἀλλ' ἐπεὶ ἀασάμην καί μευ φρένας ἐξέλετο Ζεύς, ἂψ ἐθέλω ἀρέσαι, δόμεναί τ' ἀπερείσι' ἄποινα·6

Ma dal momento che ho errato, Zeus m’ha tolto la mente, voglio farne l’ammenda, dare doni infiniti.”

Da queste affermazioni, che ricalcherebbero una mentalità propria dell’uomo omerico, gli dei, in particolare Zeus7, ammaliano il senno degli umani, portandoli a compiere azioni che esulano il loro controllo mentale. Le azioni avventare sono pertanto sregolate, caricate di una buona dose di avventatezza, connotata dal verbo ἀάσθη8 (errare). Secondo un’analisi etimologica risulterebbe che a tale verbo possa essere ricondotto il concetto di τη (ate), inerente alla rovina, l’inganno, l’errore involontario, ed è su questo concetto che verte il presente contributo, che si prepone di fare un’analisi comparata tra il significato semantico del termine e le relative implicazioni letterario-mitologiche. Proprio dal passo in cui viene citata la tentazione che indusse Agamennone a fare un torto ad Achille si partirà per capire la natura dell’ate, per risalire alle cause della condotta umana da questa determinate.

Vi sono in Omero moltissimi passi in cui la condotta sconsiderata è attribuita all’ate, o indicata con il verbo affine, senza fare per forza riferimento all’intervento divino. L’avventatezza corrisponde dunque all’ate, o ne è un suo diretto effetto, che non implica alcuna percettibile colpa morale, ma solo un errore inspiegabile, e nel pensiero greco arcaico le cause inesplicabili dei comportamenti in generale sono attribuite a dei 9. Secondo l’interpretazione omerica degli elementi irrazionali nella condotta umana sono considerate ingerenze nella vita umana di operazioni non umane che, infondendo qualcosa all’uomo, influenzano il suo pensiero e il comportamento. Sempre, o molto spesso, secondo Dodds, ate è uno stato d’animo, uno smarrimento temporaneo dalla coscienza normale: si tratta di una pazzia temporanea e come tale attribuita a cause non fisiologiche o psicologiche ma a terzi10.

Nella variegata struttura di proiezione simbolica, che nel mondo greco è costituita dal mito, Ate diviene il nome di una divinità che rientra nella sfera di competenza Peitho, la persuasione, al cui valore lessicale sostanzialmente definito, si contrappongono valenze semantiche articolate e contraddittorie, che sconfinano in ambiti diversificati ma accomunati dal medesimo intento inerente alla “sottomissione”, dal momento che “persuadere” è “convincere qualcuno a credere, pensare, fare qualcosa con la piena adesione sentimentale ed intellettuale”11. Peitho a sua volta si pone sotto l’influenza di Afrodite, pertanto è possibile che l’errore in cui Ate induce possa essere in qualche modo collegato anche all’appagamento di determinate passioni scaturite dall’influenza di Afrodite12 e di Eros. A maggior ragione se consideriamo il fatto che si tratta di una divinità femminile, non a caso, dal momento che si aveva la concezione per cui le donne fossero potenzialmente pericolose in virtù delle loro armi di seduzione. Nella Grecia antica si associava la morte alle donne, rapporto che si chiarisce se ci si addentra in un’analisi della relazione in generale col genere femminile. Le donne sono altro, sono diverse e ignote nella loro natura, mutevoli e di conseguenza ambigue: come la morte, le donne sono incomprensibili essendo altro e come tali sono incontrollabili e pericolose, quindi nella trasposizione paradigmatica costituita dal mito è chiaro che le divinità o le creature potenzialmente pericolose attuano strategie di seduzione tramite mezzi subdoli.

Ate ha il potere di entrare nella mente di umani e divinità per indurli in errore: è la dea dell’inganno e la personificazione dello stato d’animo che induce in errore, delle azioni avventate e impulsive che conducono alla rovina. In ogni caso la natura subdola di Ate è ben radicata nella sua connotazione e ambito di riferimento, considerando per altro le personificazioni con cui sembra condividere una parentela: Apate (l’inganno), Ker (la morte violenta), Moros (il destino avverso). Si ritiene che Ate debba essere intesa come ad una forza che si insedia dall'esterno per volere di divinità13 che gerarchicamente stanno sopra di lei. L'uomo è impotente di fronte a tali forze e di conseguenza commette atti che poi si ritorceranno contro.

πρέσβα Διὸς θυγάτηρ Ἄτη, ἣ πάντας ἀᾶται, οὐλομένη· τῇ μέν θ' ἁπαλοὶ πόδες· οὐ γὰρ ἐπ' οὔδει πίλναται, ἀλλ' ἄρα ἥ γε κατ' ἀνδρῶν κράατα βαίνει βλάπτουσ' ἀνθρώπους· κατὰ δ' οὖν ἕτερόν γε πέδησε.14

Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha i piedi molli; perciò non sul suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani: uno dopo l’altro li impania.”

Data l’impossibilità di resisterle, chi agisce sotto il suo influsso non era considerato colpevole. L’errore da lei provocato escludeva la responsabilità morale: si tratta di un errore diverso rispetto a quello definito dal concetto di hamartìa, il quale designa un errore con cause umane e intenzionali15. L’involontarietà dell’azione esclude la colpevolezza16. In ogni caso chi ha agito, sebbene involontariamente, per influsso di Ate, subisce gli effetti del male che scaturisce dall’errore commesso. La differenza tra hamartìa e la forza di Ate non sempre è netta come si potrebbe supporre: il significato più comune è quello di “rovina, distruzione, disastro, disgrazia”; la critica ha esaminato il concetto da un punto di vista stretto arrivando alla conclusione che si tratti di una forza maligna che si nutre dei desideri degli uomini traendoli in inganno17.

Nell’Odissea l’ate si attribuisce, per esempio, alle eccessive libagioni di vino:

ἆσέ με δαίμονος αἶσα κακὴ καὶ ἀθέσφατος οἶνος·18

mi colpì la mala sorte di un dio e il troppo vino”.

Definita irresistibile e pericolosissima, l’ate raggiunge i suoi subdoli scopi soprattutto in circostanze tali da rendere le menti più vulnerabili, agisce in tante e diverse occasioni, ma sempre e comunque producendo i medesimi effetti nefasti, come nel caso in cui causò la guerra tra Centauri e Lapiti alle nozze di Piritoo tramite l’azione inebriante del vino, il cui carattere sovrannaturale è implicito nella sua natura19:

ὁ δ' ἐπεὶ φρένας ἄασεν οἴνῳ, μαινόμενος κάκ' ἔρεξε δόμον κάτα Πειριθόοιο. […] ἐξ οὗ Κενταύροισι καὶ ἀνδράσι νεῖκος ἐτύχθη, οἷ δ' αὐτῷ πρώτῳ κακὸν εὕρετο οἰνοβαρείων.20

Appena offese la mente col vino, impazzito, compì male azioni presso Piritoo. […] Sorse da lui la contesa tra Centauri e gli eroi: ma, ubriacandosi, causò la sventura per primo a sé stesso”.

ate Centauri e Lapiti
Piero di Cosimo, La battaglia dei Centauri e dei Lapiti, olio su tavola (1505-1515), alla National Gallery di Londra. Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

Chi era sua vittima agiva senza rendersi conto di essere soggiogato21, ma è bene separare lo stato mentale dall’impulso dell’azione che ne deriva, come si evince dalle parole di Odisseo:

οὐδέ κεν Ἀργείη Ἑλένη, Διὸς ἐκγεγαυῖα, ἀνδρὶ παρ' ἀλλοδαπῷ ἐμίγη φιλότητι καὶ εὐνῇ, […] τὴν δ' ἦ τοι ῥέξαι θεὸς ὤρορεν ἔργον ἀεικές· τὴν δ' ἄτην οὐ πρόσθεν ἑῷ ἐγκάτθετο θυμῷ λυγρήν.22

Neanche Elena Argiva, nata da Zeus, si sarebbe congiunta con uno straniero in amore nel letto […] ma certo la spinse un dio a compiere l’ignobile azione: non da prima ebbe chiaro nell’animo l’accecamento funesto.”

In Omero però non è mai palesata una certa esplicita connessione con la rovina23 come avviene nei tragici, in cui il suo intervento implicava infatti un risultato di follia e rovina24. Sebbene la sua influenza si ripercuota spesso in azioni poco gradevoli, non bisogna necessariamente considerarla una forza maligna25. Secondo una concezione insita nella mentalità greca arcaica, sono tre le operazioni a cui è attribuita l’ate: a Zeus, o altre divinità; alla moira, alla quale si attribuiscono solitamente le cause di eventi inspiegabili26; alle Erinni, operatori immediati che favoriscono il compiersi della moira- presumibilmente da questa antica concezione deriva il loro ministero quali demoni dispensatrici di vendetta27.

Successivamente in epoca post omerica, Ate indica ancora una condotta irrazionale contrapposta alla condotta che tende razionalmente ad un fine, risiede ancora nel thymos28 (l’anima emozionale) o nelle phrenes29 (la sede delle emozioni) e le operazioni che la producono restano per lo più quelle omeriche, anche se si ha uno sviluppo importante nella sua concezione: l’ate viene moralizzata, viene rappresentata come un castigo. Con Euripide la responsabilità degli uomini tende a venire in primo piano e la responsabilità degli dei a retrocedere, da qua Ate è sostituita con altri processi per quanto riguarda il deragliamento della mente30: Ate diventa in epoca classica quell’anello mancante tra la teoria che vede gli uomini e gli dei vittime responsabili della loro stessa rovina31.

Da questo concetto deriva un’estensione del significato, applicata non solo allo stato d’animo ma anche alle rovine oggettive che ne derivano32, come i Persiani a Salamina, per esempio, che subiscono atai marine33. Da questo momento ate acquisisce il senso generale di rovina, benché nella letteratura conservi sempre il significato implicito di rovina determinata da cause soprannaturali, sconfinando poi in sensi ulteriori come strumenti dell’ira divina, così il cavallo di troia34. Si tratta di usi radicati nella mentalità greca che esprimono la coscienza di un misterioso nesso dinamico, il μέμος ἄτης come lo chiama Eschilo35, che lega insieme delitto e castigo, tutti gli elementi di tale unità costituiscono l’ate in senso lato36.

Da questo si distingue la concezione per cui ate si riferisca all’inganno voluto che sospinge la propria vittima a nuovi errori, intellettuali o morali, affrettandone la rovina.

Strettamente affini dunque gli impulsi irrazionali che, contro la volontà dell’uomo sorgono in lui per soggiogarlo e tentarlo37. A tal proposito Sofocle parla di Eros come una forza che disturba la mente retta per una sua distruzione38: si tratta pertanto di forze esterne che non fanno realmente parte dell’io perché non implicate sotto il dominio cosciente dell’uomo, sono dotate infatti di energia propria e perciò possono imporre una condotta estranea ed esterna.

Bibliografia

Cantarella 2018= E. Cantarella, “Sopporta cuore…” La scelta di Ulisse, Bari 2018.

Dawe 1968= R. D. Dawe, “Some Reflections on Ate and Hamartia.” Harvard Studies in Classical Philology, vol. 72, 1968, pp. 89–123. 

Dietrich 1964= B. C. Dietrich “XANTHUS' PREDICTION: A Memory of Popular Cult in Homer.” Acta Classica, vol. 7, 1964, pp. 9–24.

Dodds 2018= E. Dodds, I greci e l’irrazionale, Milano 2018.

Doria, Giuma 2017= F. Doria, M. Giuman, «Θύραζε Κᾶρεσ, οὐκ ἔτ' ʼΑνθεςτήρια» Alexipharmaka e apotropaia nei rituali dei Choes ateniesi, in OTIUM n. 2. 12, 2017, pp. 1-24.

Helm 2004= J. J. Helm, “Aeschylus' Genealogy of Morals.” In Transactions of the American Philological Association (1974), vol. 134, no. 1, 2004, pp. 23–54. 

Leitzke 1930= E. Leitzke, Moira und Gottheit im alten griech. Epos, Diss. Gottingen 1930, 20 n. 22

Pirenne- Delforge 1991= V. Pirenne-Delforge, Le culte de la persuasion. Peithô en Grèce ancienne, in Revue de l'histoire des religions, tome 208, n°4, 1991. pp. 395-413.

Wyatt 1982= W. F. Wyatt, Homeric Ath, in The American Journal of Philology, vol. 103, no. 3, 1982, pp. 247–276. 

1 Hom. Il. 24. 480.

2 Dawe 1968, 80.

3 Dodds 2018, 50.

4 Hom. Il. 19. 90.

5 Dodds 2018, 45.

6 Hom Il. 19. 137, 138.

7 Hom. Il. 9. 377: ἐκ γάρ εὑ φρένας εἵλετο μητίετα Ζεύς.: “chè il saggio Zeus gli ha portato via il senno.”

8 Hom. Il. 16. 685.

9 Dodds 2018, 48.; cfr. Hom. Od. 10. 68. In cui il sonno ha sortito ad Odisseo un effetto ingannevole.

10 Dodds 2018, 47.

11 Pirenne-Delforge 1991, 396.

12 Hom. Il. 3. 162-165.

13 Wyatt 1982, 249.

14 Hom. Il. 19. 91-95.

15 Per approfondimenti in merito: Cantarella 2018, 73-75.

16 Dawe 1968, 76.

17 Dawe 1968, 95.

18 Hom. Od. 11. 61.

19 Per approfondimenti si veda: Doria, Giuman 2017.

20 Hom. Od. 21. 297, 298; 303.

21 Dawe 1968, 73.

22 Hom. Od. 23. 218, 219; 222-224.

23 Hom. Od. 10. 68; 12. 372; 21. 302.

24 Helm 2004, 30.

25 Dodds 2018, 47.

26 Dodds 2018, 48.

27 Per la relazione Erinni-moira: Leitzke, 1930; Dietrich 1964.

28 Aesch. Sept. 686; Soph. Ant. 1097.

29 Aesch. Supp. 850; Soph. Ant. 623.

30 Dawe 1968, 101.

31 Dawe 1968, 99.

32 Dodds 2018, 81.

33 Aesch. Pers. 1037: φίλων ἄταισι ποντίαισιν.

34 Eur. Tro. 530: δόλιον ἔσχον ἄταν.

35 Aesch. Cho. 1076.

36 Dodds 2018, 81.

37 Dodds 2018, 84.

38 Soph. Ant. 791.


Oculos in morte minaces: riflessioni iconologiche intorno alla persuasione nel caso studio dell’anfora a collo distinto di Exekias

Oculos in morte minaces
Riflessioni iconologiche intorno alla persuasione nel caso studio dell’anfora a collo distinto di Exekias

̓͂Ω ̓Αχιλεὕ […]
τί ἤ νύ σε<υ> ἤπαφε δαίμων
θυμὸν ἐνὶ στέρνοισιν ̓Αμαζόνος ἔινεκα λυγρῆς
ἤ νῶιν κακὰ πολλὰ λιλαίετο μητίσασθαὶ;
καί τοι ἐνὶ φρεσὶ σῇσι γυναιμανὲς ἦτορ ἔχοντι
μέμβλεται ὡς ἀλόχοιο πολύφρονος ἤν τ' ἐπὶ ἕδνοις
κουριδίην μνήστευσας ἐελδόμενος γαμέεσθαι.

“O Achille […] quale dio ti ha stregato l’anima nel petto per la maledetta Amazzone che contro di noi macchina azioni malvagie? Una folle passione ti ha preso a tal punto l’animo da farti comportare come se si trattasse di una saggia sposa di cui tu chiedesti la mano, portando dei doni per ottenerla in giuste nozze?”

Prendiamo le mosse da questo passo di Quinto Smirneo[1], inerente parte di un dialogo tra Tersite e Achille, per evidenziare quanto possa essere pericoloso per l’uomo il fascino scaturito dalla seduzione femminile[2]. Quanto sia sottile la linea di demarcazione tra passione amorosa e pericolosità di morte lo sa bene Achille, che proprio per colpa di quella passione scaturita dallo sguardo della seducente regina delle Amazzoni, ha rischiato di rimanere proprio vittima di quello sguardo.

È bene anzitutto cercare di capire per quali dinamiche di fascinazione lo sguardo seducente della regina possa essere portatore di morte. Per questo motivo, è preferibile analizzare la questione da un punto di vista più generale, prima di addentrarci nel dettaglio iconografico dell’anfora di Exekias. Oggetto primario dell’analisi saranno appunto gli occhi, quel potente mezzo comunicativo capace di suscitare emozioni al contempo positive ma anche negative: lo stesso Platone, evidenziando il primato del loro potere tra tutti gli organi sensoriali[3], conferisce agli occhi la supremazia, in quanto mezzo tramite il quale si rende tangibile la conoscenza.

Come afferma anche Crisippo[4]: “nessun uomo di buon senso direbbe che sono gli occhi che vedono. È invece l’intelletto che vede per il tramite degli occhi.” Da questa concezione è facile capire di conseguenza il filo rosso che connette ὄψις, la vista - intesa come capacità di (pre)vedere e adattamento alle svariate situazioni - e μῆτις[5], l’astuzia, connotazione per eccellenza di esseri femminili, dal momento che si tratta di una forma particolare di intelligenza e pensiero, di cui l’occhio costituisce la qualità fondamentale[6].

Senza addentrarci in dinamiche che esulerebbero altrimenti la trattazione, è bene concentrarsi sulle funzioni dell’occhio quale “demarcatore emotivo tra ciò che è individualità interiore e ciò che invece costituisce la realtà esteriore”[7], secondo chiavi ontologiche che riconoscerebbero all’occhio la peculiarità di essere strumento psicoanalitico per eccellenza, in quanto capace di interagire direttamente con la parte più nascosta dell’animo.

Alla luce della testimonianza di Cicerone, secondo cui “la forza maggiore è nel viso, e nel viso il primo posto spetta agli occhi”[8], è possibile rimandare alla nozione cardine, intorno alla quale ruota, tra le altre cose, il focus di questo contributo: la persuasione[9].

Si sa, i Greci avevano una divinità per esprimere ogni tipo di sentimento, e in questo caso è chiaro il riferimento a Peitho, dea legata ad Afrodite[10], dall’ambiguità dello sguardo: è infatti Sofocle a ricordare che dietro il suo amabile e rassicurante sguardo può celarsi l’inganno e la falsità[11].

L’ambiguità di Peitho è da ricercare nell’analisi dei due attribuiti cardini della dea: thelktor (seducente/affascinante) e thelkiterion (incantesimo/fascinazione), il primo “ in riferimento al suo potere di sedurre i cuori e farli infiammare di passione, l’altro come apposizione della dea in quanto ispiratrice di parole persuasive”[12]. La fiamma grazie alla quale i cuori bruciano di passione è frutto del medium visivo[13].

Exekias Achilles PentesileiaExekias Achille Pentesilea
Anfora di Exekias. Londra, British Museum 1836.2-24.127 (BM 210). Foto di aaron wolpert, CC BY 2.0

Nell’anfora a collo distinto attribuita a Exekias, conservata al British Museum di Londra, si esemplifica
al meglio la particolarità della potenza dello sguardo seducente di Pentesilea, rivolto ad Achille in
procinto di ucciderla; quest'ultimo in un attimo viene come incantato dalla bellezza dell’Amazzone, tanto da
rimanere così estasiato che avrebbe potuto restare vittima di quella seduzione, se avesse esitato.

Le chiavi ermeneutiche contenute in quest’iconografia non mancano: la regina indossa un corto chitone
smanicato, ornato di riquadri con motivi geometrici a crocetta, con la pelle di pantera stretta in vita da
una cinta color porpora; per il resto la donna risulta armata alla maniera oplitica, con elmo ad alto
cimiero, schinieri, oplon, secondo un’impostazione compositiva che richiama la trasposizione
iconografica del duello di tipo eroico.

Le Amazzoni si distinguono per il colore del loro incarnato, bianco rispetto all’incarnato scuro che connota l’uomo perché in fondo, di donne si tratta: l’uso del bianco nella ceramica attica a figure nere contraddistingue le donne, andando a tradurre in immagine la lettura fisiognomica del dato biologico. Aristotele[14] infatti sostiene che l’incarnato chiaro è tipico dei vili e delle donne, infatti l’incarnato pallido costituisce una condizione fisiologica specifica del sesso femminile, in contrapposizione ad un colorito intermedio è quello corretto dell’uomo che vive al di fuori dello spazio dell’oikos, destinato invece alle donne.

Ma le Amazzoni non sono donne qualunque, si tratta di donne che vivono lo spazio riservato agli uomini, praticano la guerra essendo figlie di Ares, e costituiscono il sovvertimento di un ordine costituito, sono “anti-uomini”: per questo saranno un gruppo di uomini, accompagnati da Eracle, incaricati di riportare le amazzoni alla loro condizione di “donne addomesticate” e la loro condizione ontologica viene in ogni caso mantenuta
nella ceramografia tramite questo espediente dell’incarnato[15].

Ma ci sono altre peculiarità interessanti in questa rappresentazione: anzitutto la cinta che l’Amazzone tiene in vita, che non è solo simbolo del potere di Ares[16], ma anche allegoria dell’utero femminile, legato all’ambito familiare e sessuale[17].

E la pelle di pantera? Come ricorda Aristotele[18], le pantere simboleggiano l’inganno, l’attrazione: si
tratta della trasposizione simbolica del prototipo della seduzione femminile. Infatti, si tratta di un
animale in grado di attrarre le sue prede grazie all’emanazione di un particolare profumo, simbolo
per antonomasia della seduzione femminile[19].

Ad un greco del VI secolo a.C., la lettura di quest’anfora sarebbe stata chiarissima: si tratterebbe di un monito per l’uomo per salvaguardarlo dal potere seducente delle donne che, in virtù della loro bellezza, potrebbero indurre a passioni sregolate, desideri irrefrenabili in cui la ragione viene messa da parte. Ecco dunque il filo rosso che connette bellezza, desiderio, passione, follia: percorso paradigmatico dal quale l’eroe deve fuggire, ma da cui risulta impossibile non rimanere travolti[20].

[1] Q.S. 1, 723-728.
[2] Giuman 2005, 81.
[3] Pl. Ti, 45 B.
[4] SVF II, p. 232, 862 Arnim.
[5] Napolitano Valditara 1994, 89 ss
[6] Detienne, Vernant 1992, 11.
[7] Giuman 2013, 4.
[8] Cic. Or. 3, 221.
[9] Sul concetto di persuasione nel mondo greco: Kennedy 1963.
[10] Gross 1985, 16 ss.
[11] S. fr. 866 cfr. Kahn-Lyotard, Loraux 1989, 1217.
[12] Rizzini 1998, 117.
[13] Furiani 2003, 424.
[14] Arist., Phgn. 812a. 12.
[15] Giuman 2005, 38, 39.
[16] Giuman 2005, 98-102.
[17] Cfr. Giuman 2005, 93-97.
[18] Arist., HA 9, 612a, 12-16.
[19] Giuman 2005, 81-87.
[20] Giuman 2005, 80.

 

 

Bibliografia
- Indice autori moderni

Detienne, Vernant 1992 = M. Detienne, J.-P. Vernant, le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia,
Milano 1992.

Furiani 2003 = P. L. Furiani, L’occhio e l’orecchio nel romanzo greco d’amore: note sull’esperienza
del bello nelle Etiopiche di Eliodoro, in Studi di filologia e tradizione greca in memoria di Aristide
Colonna, a cura di F. Benedetti, S. Grandolini, Perugia 2003, pp. 417-441.

Giuman 2005 = M. Giuman, Il fuso rovesciato. Fenomenologia dell’amazzone tra archeologia, mito
e storia nell’Atene del VI e del V secolo a.C., Napoli 2005.

Giuman 2013 = M. Giuman, Archeologia dello sguardo. Fascinazione e baskania nel mondo classico,
Roma 2013.

Gross 1985 = N. P. Gross, Amatory Persuasion in Antiquity. Studies in Theory and Practice, Toronto
1985.

Kahn-Lytard, Loraux 1989 = L. Kahn- Lytard, N. Loraux, in Dizionario delle mitologie e delle
religioni, 2, a cura di Y. Bonnefoy, Milano 1989, pp. 1212-1224.

Kennedy 1963 = G. A. Kennedy, The Art Of Persuasion in Greece, London 1963.

Napolitano Valditara 1994 = L. M. Napolitano Valditara, Lo sguardo nel buio. Metafore visive e
forme grecoantiche della razionalità, Roma-Bari 1994.

Rizzini 1998 = I. Rizzini, L’occhio parlante. Per una semiotica dello sguardo nel mondo antico,
Venezia 1998.

- Indice delle fonti antiche
Aristotele
- HA 9, 612a, 12-16.
- Phgn. 812a. 12.
Cicerone, Or. 3, 221.
Crisippo, SVF II, p. 232, 862 Arnim.
Platone, Ti, 45 B.
Quinto Smirneo 1, 720-721.
Sofocle, fr. 866.


fuga dal museo MANN Napoli

Le opere del MANN in fuga dal museo per scoprire Napoli

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è stata inaugurata martedì 2 dicembre 2019 la mostra fotografica “Fuga dal museo” che sarà visitabile fino al 24 febbraio 2020 nella Sala del Toro Farnese.

All’inaugurazione hanno partecipato il direttore del museo Paolo Giulierini e i due fotografi, Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla, autori dei quaranta fotomontaggi che raccontano quale potrebbe essere la vita di alcune opere del MANN se potessero animarsi, scappare dal museo e interagire con la realtà cittadina.

fuga dal museo MANN Napoli
Afrodite a Castel dell'Ovo

Dopo il successo della mostra “Fantasmi a Pompei”, con protagonisti le figure dei mosaici e degli affreschi provenienti da Pompei e custoditi al MANN, questa volta i due fotografi hanno scelto per i loro fotomontaggi le sculture della Collezione Farnese, alcuni capolavori di Antonio Canova presenti nella recente mostra “Canova e l’Antico” e le statue dei re di Napoli della facciata di Palazzo Reale.

Con un tocco di dissacrante ironia, troviamo tra gli altri l’Atlante scorazzare in motorino senza casco lungo via San Biagio dei Librai, l’Afrodite farsi un selfie sulle terrazze di Castel dell’Ovo, il Doriforo visitare la Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Artemide fare la spesa al mercato, la Danzatrice di Canova passeggiare sotto la pioggia in Vico San Domenico e l’Ercole Farnese incrociare la sua copia nella stazione Museo della metropolitana.

fuga dal museo MANN Napoli
Ercole Farnese in metropolitana

Come ha affermato il direttore Giulierini durante l’evento, questa è una mostra che ha il pregio di riuscire ad avvicinare il grande pubblico dei non addetti ai lavori all’archeologia grazie a un approccio leggero e divertente ma mai banale che porta i visitatori a scoprire e ricercare non solo le opere presenti nel museo ma anche gli scorci e i luoghi d’interesse di Napoli e Pozzuoli che fanno da sfondo a queste insolite scene di vita quotidiana e che, per questo motivo, meriterebbe di essere replicata in altri luoghi della città e anche in altre istituzioni culturali.

fuga dal museo MANN Napoli
L'Atlante in via San Biagio dei Librai

Tutte le foto dalla mostra “Fuga dal museo” sono di Teresa Pergamo


Ognuno uccide ciò che ama

Le dita di Plutone che affondano nella carne di Proserpina, nella celebre resa statuaria del Bernini, costituiscono senza dubbio l’immagine più efficace della vorace ferinità con cui il sovrano dell’Oltretomba rapisce l’indifesa fanciulla e la fa sua. Alla virile protervia del dio, la creatura mortale può opporre unicamente lo slancio con cui tenta di divincolarsi dalla stretta; nel marmo è ormai impresso per sempre con inarrivabile sensibilità il pianto straziante della vittima ingenua e disarmata. Non è solo la violenza che Proserpina subisce, ma anche l’ordine inappellabile di Zeus, il quale stabilisce che solo per sei mesi la ragazza potrà tornare da sua madre Cerere, sulla terra che fiorirà e darà frutto in suo onore; il resto dell’anno trascorrerà al fianco dello sposo: l’essersi nutrita del cibo dei morti la lega ormai in eterno a quel luogo lugubre. Argutamente Paola Mastrocola, in una sua recentissima rilettura (L’amore prima di noi), insinua in noi un dubbio sottile: forse la sposa di Plutone ha mangiato volontariamente quei chicchi di melograno, consapevole ormai che l’amore è anche ombra, come insegna il lato più pericoloso e oscuro del mito.

Acqua chiama acqua: le lacrime di Proserpina, che Bernini fa vibrare sul volto di pietra, diventano luminescenti gocce di rugiada nella vicenda di Dafne, la ninfa dei boschi che, pur di sfuggire all’inseguimento sgradito di Apollo, chiede a suo padre di essere trasformata in albero di alloro. Quel dio dalla bellezza accecante, incarnazione del sole e della perfezione, a lei appare molesto: il desiderio che lo prende e lo trasforma in un cacciatore pronto ad avventarsi sulla preda le è del tutto estraneo. Ecco perché la figlia di Peneo sceglie di farsi immobile, di divenire altra cosa rispetto alla violenza inaudita e bestiale di chi impunemente travisa il significato del ‘no’. Trasformatasi in pianta, Dafne conserva grazia e splendore solo perché ha trovato un modo tutto suo per scampare alla brutalità.

Di fronte a queste creature eteree e algide, costrette a soggiacere inermi alla volontà altrui, si staglia la regina del mito che per una maledizione scagliata da Afrodite brucia d’amore: Fedra è fuoco che consuma, è una fiamma che da sola alimenta se stessa e che mai saprà placarsi. La moglie di Teseo arde per il suo figliastro, Ippolito, un ragazzo che, dedito alla caccia e ad Artemide, si colloca su un piano altro rispetto a quella smania di carnalità che non lascia in pace la matrigna. Nella riscrittura teatrale di Sarah Kane del 1996 (L’amore di Fedra), l’erede al trono è un adolescente apatico che trascorre le sue giornate tra videogiochi e riti onanistici che non sanno dargli piacere. Fedra è sola, in competizione con la bellezza in fiore di sua figlia, e, per quanto si sforzi, non riesce a decifrare quel dolore senza nome che Ippolito si porta dentro, né tantomeno ad arginare quella pervasiva depressione che rende ogni giorno ineluttabilmente uguale al precedente. Questa catena si spezza solo nel momento in cui la regina osa pronunciare la sua indicibile passione davanti al figliastro, che la ascolta senza neanche scomporsi. Se il ragazzo del mito aveva sempre esecrato questa indegna confessione, l’Ippolito di fine Novecento non è capace di provare biasimo e acconsente a un rapporto tanto fugace quanto squallido; anche questa Fedra contemporanea, però, non sa accettare l’onta del non amore e, implacabile, nel gesto estremo di togliersi la vita, lancia sul figliastro la calunnia della violenza, che lui non tenta in alcun modo di smentire. Teseo crederà ciecamente alla versione della moglie: suo figlio non gli è mai piaciuto e, del resto, anche lui è un meschino stupratore. Il testo si chiude con un’immagine agghiacciante – il sorriso di Ippolito agonizzante di fronte al cadavere sgozzato del padre –, che nel suo intollerabile eccesso non manca di farci riflettere sul male che divora il nostro tempo, l’incomunicabilità, fiele che avvelena persino gli apparenti idilli di certe famiglie (e tra le righe sarà impossibile ignorare i rimandi alle vicende della Casa Reale inglese degli anni ’90).

Se Fedra si lascia condurre dalla sua brama incestuosa fino alla morte, vi è, tra le figure più arcane e affascinanti della mitologia classica, un’altra creatura che proprio sul finire della sua esistenza conosce l’amore, pervicacemente ignorato e tenuto lontano sino a quel momento come il più rovinoso tra i miasmi: si tratta di Pentesilea, la regina delle Amazzoni la cui bellezza commuove il terribile Achille che le ha appena inflitto un colpo letale. Nell’atto unico che von Kleist compone a inizio Ottocento, la tradizione è scandalosamente capovolta: qui è la guerriera a innamorarsi, ricambiata, dell’eroe ma, incapace di sottomettersi a lui pur desiderandolo, presa da un indomabile furor dionisiaco, sbrana il suo uomo, senza peraltro serbare memoria di un gesto così vergognosamente cruento. «Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro»: la glaciale e indomita Amazzone si trasforma in una cagna divorante e lega tragicamente il suo nome (letteralmente “colei che reca dolore”) al funesto binomio eros-thanatos, amore e morte. Bollato come ob-scaenum, il testo kleistiano fu escluso dalle rappresentazioni per settant’anni, in una Germania che si cullava ancora nel classicismo consolatorio di Goethe, Winckelmann e Schiller che ambiva a ricondurre ad armonia il caos delle passioni contrastanti dell’istinto. Eppure attualissimi risultano oggi quei baci che in tedesco rimano coi morsi, quell’amore che siamo ormai abituati a definire ossimoricamente come malato, violento, criminale, quel delitto che noi – noi, che osiamo proclamarci portatori di progresso, noi, adesso più che mai attenti alle declinazioni di genere – assurdamente classifichiamo come passionale e di cui non v’è traccia alcuna nel mito greco.

Gli antichi, che pure non hanno avuto paura di confrontarsi con il tema scivoloso delle molestie – al maschile e al femminile, perché la violenza è in quanto tale parimenti deprecabile –, non hanno mai concepito la degenerazione dell’omicidio che avrebbe per movente una violenta passione. «Ognuno uccide ciò che ama», è la provocazione lanciata poco più di un secolo fa da Oscar Wilde; e intanto Jeanne Moreau continua a cantare il labirinto dei sensi di questo nostro tempo, che ci vuole immemori, colpevolmente incapaci di «dominare il labbro impetuoso» e di accogliere così l’altissima lezione di civiltà che il mito ha ancora da offrirci.

Ognuno uccide ciò che ama Ratto di Proserpina
Dettaglio del Ratto di Proserpina, opera di Gian Lorenzo Bernini, alla Galleria Borghese di Roma. Foto di Joaquim Alves Gaspar, CC BY-SA 4.0

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight