Manzoni leoni da tastiera

Dagli sfaccendati di Manzoni ai leoni da tastiera dei social media

Dagli sfaccendati di Manzoni ai leoni da tastiera dei social media

Molti capisaldi della letteratura italiana, nonostante un folta e diffusa frequentazione esegetica secolare e una verve esteriormente appannata, offrono ancora numerosi spunti di riflessione, attuali e preservati dall’obsolescenza: il capolavoro di Alessandro Manzoni, “I Promessi Sposi”, noto soprattutto tra i banchi di scuola di giovani generazioni di studenti, per molti aspetti “si mantiene” tutt’oggi giovane, vigoroso e moderno, grazie alla presenza di un ampio ventaglio di tematiche perfettamente calzanti con i dettami ricorrenti della società odierna.

Ed è proprio in quest’ottica di confronto e “svecchiamento” che un romanzo apparentemente distante - sia negli anni che nella forma, apparentemente tedioso e poco accattivante per un’utenza più smart - può ancora suscitare con fragore l’interesse delle menti più “fresche”, quelle dei post-millennial, dei centennial o degli zoomer, avvezzi alle tecnologie di un mondo sempre più hi-tech, in cui la fruizione dei contenuti è rapida e meccanicizzata, scevra di forme di approccio ragionato e critico.

L’opera di Manzoni, uscita per la prima volta fra il 1825 e il 1827, in chiave avveniristica sembra allinearsi su un piano culturale e richiamare fenomeni e stereotipi contemporanei tra i più disparati: tra i tanti parallelismi, leggendo con attenzione il capitolo XVI, qualunque lettore potrebbe facilmente ravvisare negli “sfaccendati” del paese di Gorgonzola delle nitide somiglianze con gli attualissimi “leoni da tastiera”.

Il tumulto di San Martino, la “rivolta del pane” nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L'episodio sopracitato mette in scena la fuga di Renzo Tramaglino, giovane protagonista della vicenda narrata da Manzoni, che, carico di fede e speranza, si allontana repentinamente dai pericoli della tumultuosa Milano per raggiungere il cugino Bortolo nel bergamasco.

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L'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

La tentacolare metropoli milanese si era rivelata particolarmente insicura per l'ingenuo giovane di provincia e le numerose insidie ne avevano perfino minato l'integrità morale. La sosta emblematica alla locanda della Luna piena, gremita di delinquenti, di loschi figuri, di personaggi dalla condotta esecrabile, aveva rappresentato il punto più basso del protagonista, il momento della degradazione, dell'offuscamento e delle tenebre.

Renzo Tramaglino oramai ubriaco nell'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Ma il traviamento si traduce in una rinascita, in un rinnovamento che ispira Renzo a recuperare ben presto la strada maestra e lo conduce a peregrinare tra le campagne milanesi fino a Gorgonzola. Qui un'altra sosta, in un'altra osteria, non più dominata dai "compagnoni" ma da un gruppo di inoperosi, abulici e inetti: gli "sfaccendati".

Manzoni leoni da tastiera
Dagli sfaccendati di Manzoni ai leoni da tastiera dei social media. L'osteria di Gorgonzola, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

La descrizione che ne fa Manzoni è coverta fin da subito da un velo di pungente ironia e palese disprezzo, che induce il lettore ad avanzare senza riserve un giudizio negativo. Questi ignavi dominano parte di una delle scene topiche della narrazione, quella “girata” all’interno dell’osteria di Gorgonzola, e mostrano immediatamente alcune delle peculiarità che connotano il loro carattere: sono invadenti, inerti, impiccioni e irresoluti. La curiosità che li tormenta è futilmente eccessiva e, talvolta, insensatamente aggressiva. Logorati da un opprimente senso di inferiorità nei confronti della metropoli e schiacciati dal peso di una mentalità gravida di provincialismo, vivono da assoluti spettatori le vicende dei disordini milanesi, relegati in una tranquilla zona di confine, dove la sommossa si riverbera soltanto in notizie e non in azioni concrete. Essi rivendicano timidamente i propri diritti e, in tono sommesso, parlano di rivoluzione, evitando di attirare pericolosamente troppe attenzioni. Soltanto l’avvento di un mercante proveniente da Milano, immagine ideologica e icastica della borghesia agiata e delle aspirazioni forcaiole, placa le vane agitazioni degli aspiranti facinorosi con una retorica ordinata e un accurato istrionismo, spegnendo ogni fuoco sovversivo. Poche parole bastano per far tentennare gli “sfaccendati” e farli riflettere sul fatto che restare a casa sia più conveniente. Insomma, questi uomini poco audaci rivelano un atteggiamento velleitario che è tipico dei “rivoluzionari da farmacia”, così come li ha rappresentati Giovanni Verga nei “Malavoglia”, o dei già menzionati “leoni da tastiera”, che pullulano tristemente sui social media e in pantofole affermano di aspirare al cambiamento, sfociando troppo spesso nella shitstorm, attraverso commenti di violenza gratuita e odio dilagante.

Gli sfaccendati di Manzoni e i “rivoluzionari da farmacia” di Verga, anticipazione degli attuali leoni da tastiera? Aci Trezza nel film di Luchino Visconti, La terra trema, tratto dal romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga. Foto dal film in pubblico dominio

Nell’ambientazione del romanzo verghiano oltre ai comuni e paradigmatici luoghi di ritrovo, come osterie e piazze, dove la comunità consolida i rapporti sociali e nuove idee trovano terreno fertile, esiste un altro topos significativo che catalizza sedizioni e fervori populistici: la farmacia. La farmacia dello speziale don Franco ad Aci Trezza rappresenta lo spazio in cui gli uomini più istruiti del paese si riuniscono per discutere animatamente di politica e di rivoluzione. Qui le voci di don Giammaria, don Michele, don Silvestro e dello stesso don Franco sembrano sovrapporsi e affastellarsi con brio, fino a quando le occhiate fulminee e severe delle mogli non rendono evanescenti tutti i lungiloqui ambiziosi e le ampollose dissertazioni. Anche in questo caso gli ideali si rivelano labili e tutti i proponimenti si dissolvono in un nulla di fatto.

Nel momento in cui subentra l’autorevolezza del mercante e delle mogli gli pseudo-rivoltosi si tirano indietro, si rivelano pusillanimi e incapaci di reagire, proprio come accade ai famigerati “leoni da tastiera” una volta messi alle strette, smascherati e ridicolizzati dalla loro stessa natura.

Dunque, gli aspetti che accomunano gli hater o i cyberbulli con i tronfi e “baldanzosi” intellettuali di Aci Trezza e i rivoluzionari sfaccendati di Gorgonzola sono la mancanza di coraggio, l’incapacità di esporsi in prima persona e di affrontare con lucidità gli eventi, la disinformazione e la malsana abitudine di avanzare giudizi affrettati, spesso sprezzanti e provocatori, dall’alto di un piedistallo o dietro uno schermo. Gli “odiatori” feriscono, colpiscono violentemente, distruggono inconsapevolmente, radono al suolo la positività, e tutto ciò li appaga, li riempie di soddisfazione. La dialettica è quella derisoria, irriverente, tendente a schernire l’interlocutore o l’uditorio, senza alcun riguardo e rispetto. Questi individui traggono la loro forza dal “gruppo”, dalla massa alla quale appartengono, che li fa sentire invulnerabili, protetti, inarrivabili. Dietro questa facciata di sicurezza e iattanza si nascondono spesso personalità problematiche, fragili, in continuo conflitto con se stesse; ma la sofferenza non dovrebbe giustificare mai l’odio, e l’odio va arginato e combattuto.

Dunque, al termine di questa brevissima disamina, gli “sfaccendati” descritti da Manzoni e gli eruditi rivoluzionari di Verga sembrano quasi appartenere all’epoca contemporanea, presentando effettivamente dei tratti comuni con una delle categorie social più diffuse, i “leoni da tastiera”.

La storia, in questo caso la storia letteraria, permette ancora una volta di individuare delle interconnessioni tra passato e presente, tra epoche che sembrano remote e la contemporaneità che velocemente tende al futuro. Ecco come un testo di quasi due secoli può ancora rappresentare un valido supporto, uno strumento utile per comprendere molte sfaccettature della realtà attuale e, in chiave didattico-pedagogica, una guida sicura per ogni giovane che si accinge a diventare parte integrante della società. L’odio si può fronteggiare grazie alla storia, grazie ai suoi insegnamenti, che ci permettono di discernere ciò che è corretto da ciò che può essere oltraggioso, ciò che è costruttivo da ciò che può risultare tossico, e ciò che è sicuro da ciò che è politicamente amorale.

Riferimenti:

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, con commento di Romano Luperini e Daniela Brogi, Milano, 2013.

Giovanni Verga, I Malavoglia, Einaudi, 2014.

CarloCalcaterra, Egidio Gorra, Francesco Novati, Giulio Bertoni, Vittorio Cian, Giornale storico della letteratura italiana, volume 182, p. 218-224, Pearson, 2005.

Saverio Tommasi, Cyberbullismo in Siate ribelli, praticate gentilezza, Sperling & Kupfer, 2017.


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L'osteria dei Promessi Sposi ai tempi del coronavirus

Sulla stampa e sui social network, in tanti hanno già provato a stabilire un parallelismo tra la non facile situazione odierna e alcuni passi dell’opera manzoniana. Data la limitata possibilità di muoversi fisicamente, speriamo che il presente girovagare, seppur in maniera esegetica, rappresenti una possibilità di evasione, per quanto breve. Mai come in questo periodo, infatti, c’è bisogno di spostarsi per recuperare se stessi: una peregrinatio tra le pagine della monumentale opera di uno dei codificatori della lingua italiana, la stessa peregrinazione alla quale furono costretti i giovani protagonisti della storia, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, per recuperare la quotidianità perduta, potrà forse aiutare anche noi stessi oggi a riconquistare la nostra. Il ripetersi dell’aggettivo “stesso” in queste righe introduttive potrebbe già suggerire la serie di assonanze che ho rintracciato nella breve analisi che sto per esporre: una ripetitività che suggella un legame atavico tra il presente e un presente “vecchio” di duecento anni.

Prenderemo quindi in esame una serie di capitoli, quelli successivi al nucleo-cerniera relativo al personaggio della Monaca di Monza, ovvero i capitoli XI, XII, XIII, e XIV, dove Manzoni cinematograficamente sposta l’inquadratura su Renzo. Narra così le incredibili vicissitudini di un umile filatore di seta di provincia, che giunge in una metropoli in preda ai tumulti: Milano. Una ricetta vincente che non può non ricondurre il lettore ai fatti attuali, destando un’intrigante curiosità.

I rivoltosi nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’11 novembre 1628, data in cui l’autore colloca la scena presa in esame, il capoluogo lombardo è afflitto dal tumulto di San Martino, una sommossa popolare denominata anche “rivolta del pane”. Questi disordini sociali erano frutto di un evento di maggiore portata storica: la carestia. Chiunque conosca i Promessi Sposi sa che queste pagine sono topiche, emblematiche, e per la prima volta l’autore, attraverso le sue consuete e dettagliate digressioni storiche, rivolge un’inedita attenzione esplicita alla carestia e, allestendo un’intelaiatura saggistica, rischiara al lettore le reali cause dell’evento, fino a quel punto soltanto accennate tinteggiando qua e là scene-simulacro. Lo scarso raccolto del 1628 e lo spreco delle risorse agricole causato dalla guerra del Monferrato generarono una situazione tremenda e il rincaro dei prezzi fu solo la goccia che fece traboccare rabbia e disperazione. E prende forma un personaggio multiforme, allo stesso tempo prevedibile e complesso: la massa. Lo studio del comportamento della folla inferocita che assalta i fornai, induce chiunque a riflettere con sorpresa e impegno: la paura genera irrazionalità, la stessa che ha travolto e trascinato noi tutti a compiere gesti insensati nelle scorse settimane. E anche ai nostri giorni la gente si è riversata nei supermercati per fare incetta di beni di prima necessità; l’egoismo e l’inclinazione alla sopravvivenza sono tratti che accomunano l’uomo di ogni luogo e di ogni epoca, e questo Manzoni lo aveva capito bene, con una maturata rassegnazione.

Renzo, spettatore ignaro, subisce il corso della storia e viene risucchiato dal flusso caotico delle peripezie, suscitando nel lettore istanti di tenerezza: Milano non è il paese della cuccagna, dell’opulenza e dello spreco, ma è la città delle contestazioni e dei malumori, scaturiti da un’errata e superficiale gestione politica. La visione liberista dello scrittore milanese bolla negativamente la disposizione del calmiere da parte del demagogo Ferrer, confermando le carenze di una classe dirigente inadeguata. Ma il gran cancelliere spagnolo, tra i personaggi d'autorità descritti da Manzoni, rivela una personalità più complessa e articolata, caratterizzata dal bilinguismo e dalla dissimulazione, le armi adoperate per sedare gli animi aizzati di rivoltosi e affamati. Infatti, con autorevolezza, astuzia e una sapiente dose di teatralità, atteggiandosi a istrione, si eleva sul pulpito e comincia a recitare, e con la sua performance salva il pusillanime vicario di Provvisione da un ingiusto linciaggio, riuscendo addirittura ad apparire come un eroe salvatore. Il consenso plenario, che si configura come il giubilo della menzogna, conferma che la massa popolare, irriflessiva e veemente, è dominata dalla capziosità del potere.

Renzo e il sedicente Ambrogio Fusella (di professione spadaio, in realtà un "bargello travestito") arrivano all'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’inizio della quarantena, la “quiete” dopo la tempesta, il passaggio dall’aperto al chiuso, dalle strade all’osteria, dalla voce civile e pubblica al sospiro introspettivo. Il giovane e baldanzoso protagonista, dopo aver arringato i facinorosi con la sua prima orazione pubblica a sostegno della mobilitazione di massa, un "debol parere" che avrà invece vigorose ripercussioni sulle scene seguenti, logorato dall'andamento incalzante della giornata, va alla ricerca di un luogo dove rifocillarsi. L'ingresso nella locanda della Luna piena, frequentata dai "compagnoni", dai delinquenti, dai loschi avventori, simboleggia lo spartiacque narrativo del capitolo e, di fatto, una sorta di rituale di iniziazione per Lorenzo Tramaglino.

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L'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Il topos dell’osteria potrebbe richiamare le mura domestiche, il focolaio familiare che abbiamo riscoperto nell’ultimo periodo. È il luogo dei bisogni elementari, il luogo protetto dove si riverberano le voci del mondo esterno, dove si consuma la degradazione da animale sociale ad essere sensibile e istintivo. Ma il senso non è spregiativo, anzi, riflette una condizione umana che sancisce il recupero di vecchie consuetudini, a lungo trascurate. Renzo, proiettato nello spazio di una dimensione di autocoscienza e riflessione, ripercorre la memoria e rimugina sul passato, lasciandosi andare al traviamento.

Renzo continua a parlare nell'osteria della Luna Piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Il giovane è circondato da «compagnoni», da figure losche, da ignoti sgherri, che evocano i prepotenti e i birboni che lo hanno tormentato nel recente passato; la recrudescenza dell’umanità è visibile in ogni oscuro meandro dell’angusta locanda, e chi passa da quell’«usciaccio» è consapevole che si ritroverà davanti i propri demoni, pronto a un rituale di iniziazione. L’osteria è un locus multōrum, deputato alla collettività, al ludico e faceto assembramento; ma è anche lo spatium del personale annichilimento, delle aporie, della privata consapevolezza. La carestia, come il morbo, penetra ovunque, nella carne e nelle menti, sovvertendo gli equilibri e riallineandoli, rovesciando le gerarchie fittizie di pensiero e gli schemi di comportamento.

Renzo Tramaglino oramai ubriaco nell'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’attualità dell’opera manzoniana permette di fare speculazioni in tempo di isolamento, di ragionare sulla realtà e la storia; leggere queste pagine apre nuove porte e delinea nuovi orizzonti dell’ego. Il viaggio del giovane protagonista si configura come un iter di formazione, e rivela l’intento pedagogico e moralistico di Manzoni, a distanza di secoli ancora capace di trasmetterci insegnamenti.

Bibliografia

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, con commento di Romano Luperini e Daniela Brogi, Milano, 2013.

Enzo Noè Girardi, Il tumulto di San Martino, in Manzoni “reazionario”, pp. 19 ss., Bologna 1972;

Cesare Angelini, L'osteria della Luna piena, in Capitoli sul Manzoni vecchi e nuovi, pp. 236-239, Milano 1966.

Sandro Modeo, Dalla peste al Coronavirus: la «seconda volta» della Lombardi, Corriere della Sera, 21 marzo 2020.


A spasso nell’officina di Manzoni con Giulia Raboni

come lavorava Manzoni Giulia RaboniIn questi giorni abbiamo letto tantissime citazioni di Alessandro Manzoni tratte da I Promessi Sposi (i miei lettori immagineranno a qual proposito). Ma ieri, 7 marzo 2020, era anche l’anniversario della nascita del poeta e scrittore milanese, che avrebbe compiuto ben 235 anni.
Tutti noi, del resto, abbiamo studiato almeno qualche verso del 5 maggio, di Marzo 1821 o qualche pagina dell’Adelchi o del Conte di Carmagnola. E tutti, e dico tutti, sin dalla scuola media, ci siamo immedesimati nelle vicende di Renzo e Lucia e di quel matrimonio che “non s’ha da fare, né domani, né mai.” Ci hanno anche spiegato dei diversi “crucci” del Manzoni, del suo “problema della lingua” e della rappresentazione del vero nel suo romanzo. Crucci che lo accompagnarono in tutto il percorso di revisione della sua opera, che durò dal 1821 sino al 1840, anno della cosiddetta “Quarantana”.

Ma come lavorava Manzoni?
Se lo chiede Giulia Raboni nel suo volume (Carocci Editore, 143 pag, 12,00 Euro).
Attraverso l’analisi filologica dei manoscritti di Manzoni, la Raboni ci permette di entrare a contatto con l’autore e di scoprire alcuni lati del suo carattere e del suo modus operandi, fondamentali per comprendere le opere di Manzoni a fondo.

“Manzoni, specie quello della stagione più creativa, lavora metabolizzando immediatamente quello che parallelamente trova nei documenti, nei libri consultati, accumulando all’interno di quanto scrive nuove serie di dati e di riflessioni che portano a un certo punto a una saturazione e a un superamento del del già fatto.” Proprio per questo motivo, la lettura e l’analisi di tutti gli scartafacci, degli abbozzi del Manzoni sono, per un filologo, operazioni, per dirla con le parole della Raboni, quasi “commuoventi”. È proprio questo il fascino della filologia d’autore, del resto: essere in grado di entrare “nell’officina dell’autore”, di scoprire quale procedimento, quanto lavoro risiede dietro la composizione di qualsiasi opera. E tratto caratteristico delle opere di Manzoni, per nostra fortuna, è proprio “una dialettica che non richiede dunque la cancellazione del passato ma invece la testimonianza e meditazione come gradino necessario per il suo miglioramento, come ben mostrano, sul lato per così dire più razionale e pragmatico dell’agire umano.” Questo spiega anche le diverse postille e correzioni di Manzoni anche su testi già editi, ma secondo l’autore sempre imperfetti.

Alessandro Manzoni
Ritratto di Alessandro Manzoni ad opera di Giuseppe Molteni, olio su tela (1835), alla Pinacoteca di Brera; immagine in pubblico dominio

Giulia Raboni, dopo un secondo capitolo in cui tratta della complessa catalogazione dei numerosissimi originali manzoniani ed il fondamentale intervento di Pietro Brambilla per le prime edizioni degli scartafacci di Manzoni, inserisce un capitolo a mio parere fondamentale nel volume: la biblioteca.
In questi ultimi anni, fortunatamente, la questione delle biblioteche d’autore e del loro rapporto con la tradizione è centrale nello studio e nella trattazione di uno scrittore o di un poeta e delle sue opere. Secondo la Raboni, infatti, negli ultimi decenni questo filone di ricerca ha avuto un notevole incremento “grazie al crescere di una nuova sensibilità, sviluppatasi anzitutto nei confronti di scrittori di età medievale (si pensi soprattutto alle indagini di Giuseppe Billanovich sulla biblioteca di Petrarca) e del Novecento.”
Lo studio delle biblioteche e che gli autori hanno apprezzato, studiato, postillato e con cui si sono confrontati, è importantissimo “per la ricostruzione del loro orizzonte culturale, con immediata ricaduta sull’individuazione delle fonti, altrimenti non sempre facilmente identificabili.”

Per i filologi è interessante, inoltre, il modo in cui gli autori “trattavano” gli esemplari su cui lavoravano, le postille, le annotazioni, le sottolineature in questi volumi è un altro aspetto che aiuta a capire le sfumature del carattere e della personalità di un poeta o di uno scrittore.
Qual era, quindi, il rapporto di Manzoni con i suoi esemplari, sia con quelli della residenza in Via Moroni che con quelli della villa di Brusuglio, cioè la sua residenza di campagna?
L’autore, da quanto si evince da una confessione contenuta in una lettera a Rossini nel 1831, prediligeva i volumi rari ed eleganti, ma non mancava di postillarli (come accadde anche con la sua copia del Vocabolario della Crusca del 1806).

Vale la pena sottolineare anche che nella residenza di campagna, dove l’autore trascorse diversi periodi, tra gli scaffali del Manzoni troviamo la “letteratura “botanica” e alcune importanti collezioni di classici: da quella degli Scrittori classici di economia politica, alle due raccolte di classici latini bipotinta e lemairiana, a quella milanese dei Classici italiani e ai padri della Chiesa”. La presenza di questi volumi nella Villa di Brusuglio sembra indicare la volontà di Manzoni di dedicarsi, quando lontano dalla vita e dai “crucci” cittadini, ad una letteratura in grado di allontanarlo dalla “operosa officina, specie linguistica” dei volumi presenti, invece, in Via Moroni, dove, invece, si trovano volumi “sulla poesia provenzale, i libri di poesia e la Storia e ragione d’ogni poesia del Quadrio, il Dizionario universale di Chambers (nell’edizione di Pasquali, 1748-49, in nove volumi) e una fitta serie di grammatiche e dizionari.
Pare, inoltre, che il Manzoni non si recasse in biblioteche per le sue ricerche. A parte qualche visita a qualche fondo privato, non si hanno prove sulla frequentazione dell’Ambrosiana e degli Archivi.

Gli ultimi due capitoli del volume della Raboni, invece, mirano all’analisi delle caratteristiche dei manoscritti di Manzoni, dei suoi scartafacci, che “sovrappongono fasi diverse di elaborazione non sempre facilmente districabili.”
L’autrice ci aiuta a capire e a far chiarezza tra le carte del poeta e scrittore milanese e tra le diverse redazioni testuali delle sue opere.
L’ultimo capitolo in particolare, è utilissimo per cercare di capire le intricatissime vicende che portano all’edizione definitiva de I Promessi Sposi.

La Raboni parte dalla descrizione della cosiddetta “Prima Minuta” del Fermo e Lucia 1821-1823, per poi passare alle differenze che si riscontrano con la “Seconda Minuta” del 1824, dal provvisorio titolo Sposi Promessi, per poi arrivare alla cosiddetta edizione Ventisettana e infine alla Quarantana e ne analizza i profondi cambiamenti dal punto di vista linguistico e della rappresentazione del rapporto tra realtà e finzione.
“E della lingua della Quarantana possediamo oggi una radiografia piuttosto esaustiva, tanto nella descrizione grammaticale, quanto nell’analisi stilistica, quanto infine nella valutazione del suo impatto sull’evoluzione della lingua italiana.”
Indispensabile è, a questo punto, l’inserimento nel capitolo, di un riferimento all’edizione interlineare de I Promessi Sposi di Riccardo Folli del 1877, che aiuta a far capire anche al lettore meno esperto quanto il testo di cui si è parlato finora sia “in movimento”, sempre in continua evoluzione.

Il testo di Giulia Raboni è uno strumento indispensabile perché aiuta a capire le complesse vicende filologiche delle opere di uno studiatissimo autore quale Alessandro Manzoni, sia di quelle più famose, lette, studiate e apprezzate, sia di quelle meno note, assolutamente da riscoprire e rivalutare ogni giorno.

Come lavorava Manzoni Giulia Raboni
La copertina del saggio Come lavorava Manzoni di Giulia Raboni, pubblicato da Carocci Editore nella serie Filologia d'autore della collana Bussole (545). La prima edizione è del 2017

 


Non di Scurati

Non aver letto il libro di Scurati mi esonera dai piaceri opposti dell’incensamento e della stroncatura. Parlerò dunque del genere letterario a cui il Premio Strega 2019 appartiene, dei suoi antecedenti e della sua parentela in altre arti.

L’editore Bompiani e i media definiscono “romanzo” questo M. Il figlio del secolo. Verrebbe da aggiungere: “romanzo storico”, in quanto narra fatti di cent’anni fa. La definizione di romanzo storico fu data da Manzoni: “componimento misto di storia e d’invenzione”. Ne I promessi sposi i protagonisti sono persone di bassa condizione, non realmente vissuti (cioè non attestati da documenti d’epoca), ma plausibili in quel tempo e in quei luoghi. I pezzi grossi della Storia, invece, si dividono le parti minori; e quanto grossi, poi? Nessun papa, nessun re o imperatore o scienziato o filosofo.

In tempi più vicini a noi, invece, si è andata affermando, sia in letteratura che nel cinema che in televisione, una fiction romanzesca i cui protagonisti sono proprio i Grandi della Storia, visti nel loro privato, nelle pieghe della loro anima. Si pensi alle grandi serie dedicate ai regnanti inglesi (The crown), ai film che ricostruiscono momenti decisivi della vita di personalità di primo piano come Churchill (L’ora più buia) o Giorgio VI (Il discorso del re).

Verrebbe da chiedersi quanto ci sia di vero e quanto di immaginario, di “ricostruito”, in queste opere; ovvero quale ne sia la percentuale di verità storica, inoppugnabile, basata su fonti sicure. Naturalmente una qualche percentuale di finzione deve essere presente: si pensi ad esempio alle numerose vicende che non hanno avuto testimoni, ai rovelli interiori del protagonista, a tutto ciò che non è attestato e che va per forza integrato tramite sforzo di fantasia (per fare un esempio celebre: le tentazioni di Gesù solo nel deserto, chi le ha raccontate agli evangelisti?). E qui le alternative sono due:

  • La ricostruzione storica è esatta nella misura del 100% o quasi; ma allora non si capisce perché l’opera debba essere definita “romanzo”. A rigore, la monumentale biografia di Mussolini di Renzo De Felice avrebbe dovuto concorrere al Premio Strega. Tali precise narrazioni di fatti storici si chiamano “saggi”.
  • La ricostruzione storica è largamente integrata da fatti, dialoghi e personaggi di fantasia; ma allora perché gli autori e gli editori di questo tipo di opere le definiscono puntuali ricostruzioni, studi fondamentali, riletture innovative?

Il dubbio rimane. Gli storiografi classici, Tacito ad esempio o Plutarco, davano vita ai nudi fatti storici indagando con potente fantasia l’animo di condottieri e imperatori. Anche le loro opere potrebbero quindi classificarsi tra gli antecedenti di questa non fiction (romanzo e saggio insieme, o forse né l’uno né l’altro). Sospetto tuttavia che le fonti d’ispirazione dei moderni prodotti editoriali siano più prosaiche, magari le ricostruzioni di fatti di cronaca tipiche di certi programmi d’inchiesta di matrice statunitense: giudicando il pubblico incapace di comprendere un dibattito storiografico su base scientifica, gli si dà una sceneggiata con attori che “rifanno”. E se la Storia così com’è andata non è abbastanza spettacolare, allora la si riscrive del tutto, come Tarantino in Inglorious bastards, facendo morire Hitler nell’incendio di un cinematografo a Parigi.

Resta da chiedersi se questa non-Storia finirà prima o poi, una generazione dopo l’altra, spentosi del tutto il senso critico, a sostituirsi alla Storia autentica.

figlio secolo Scurati

 


Milano: presentata la terza edizione della maratona manzoniana

Cultura

Presentata a Palazzo Marino la terza edizione della maratona manzoniana

Duecento i lettori che si alterneranno in case popolari, centrali dell’acqua e piazza San Fedele il 7 e 8 ottobre

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Milano, 27 settembre 2016 - Nata a Milano nel 2014 e giunta alla terza edizione, Maratona Manzoni propone il 7 e 8 ottobre a tutta la città – e quest’anno estendendosi anche nei territori più ‘manzoniani’ della città metropolitana – la lettura collettiva, integrale e ad alta voce dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, coinvolgendo i cittadini in tanti spazi pubblici: dalle case popolari alle centrali dell’acqua, grazie alla collaborazione con MM Spa, fino allo spazio storico e originario di piazza San Fedele, all’ombra della statua dello scrittore, dove nacque la prima edizione.

Nei Promessi sposi, primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana, colto e popolare si intrecciano, la società di quel tempo viene descritta attentamente nelle sue vicende e relazioni, i vizi e le virtù dell’umanità sono colte conferendo loro l’universalità di un affresco senza tempo; i Promessi Sposi sono anche un passaggio fondamentale per la nascita della nostra lingua, per questo si possono considerare una grande storia di tutti.

Il territorio lombardo e la città capoluogo sono la scenografia ‘allargata’ di questa nuova edizione che quest’anno si dipanerà in cinque diversi luoghi della città: venerdì 7 e sabato 8 ottobre, dalla mattina fino alla notte, Maratona Manzoni radunerà duecento lettori (singoli cittadini, testimonial, gruppi di lettura, classi scolastiche) nelle case popolari e nelle centrali dell'acqua, oltre che in piazza San Fedele nel cuore cittadino. Nella nuova e allargata prospettiva metropolitana, cui guarderà anche nelle prossime edizioni, MM2016 farà inoltre un’incursione domenica 23 ottobre nei luoghi estivi manzoniani di Brusuglio, in chiusura dell’Ottobre manzoniano, la manifestazione organizzata dal Comune di Cormano, e giunta ormai alla dodicesima edizione, che celebra ogni anno con diverse iniziative culturali il ricordo di Manzoni.
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Milano: nuovi orari di apertura al pubblico di Casa Manzoni

Casa Manzoni

Nuovi orari di apertura al pubblico

Sempre più aperta alla città

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Milano, 3 novembre 2015 - Dopo l'inaugurazione del 6 ottobre, che ha visto così tanta partecipazione da parte della città, e considerati l'affetto e l'attenzione di milanesi e turisti verso la casa museo che ha visto vivere e lavorare il grande scrittore, a partire da oggi Casa Manzoni amplia i suoi orari di apertura al pubblico.

Grazie alla collaborazione con Intesa Sanpaolo e il Touring Club Italiano, infatti, Casa Manzoni sarà aperta dal martedì al venerdì dalle ore 10 alle 18, il sabato dalle ore 14 alle 18.

Testo e immagine dal Comune di Milano.


Milano: oggi inaugurazione di Casa Manzoni

Cultura

Martedì 6 ottobre inaugurazione di Casa Manzoni

La storica dimora sarà aperta gratuitamente al pubblico dalle 18 alle 22:30 con ultimo ingresso alle 21:45

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Apre al pubblico Casa Manzoni. In occasione dell'inaugurazione a seguito della fine del restauro dell'immobile, martedì 6 ottobre la storica dimora dello scrittore e poeta sarà aperta gratuitamente al pubblico dalle 18 alle 22:30 con ultimo ingresso alle 21:45.

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