La vita non era semplice 1,8 milioni di anni fa

10 Marzo 2016

Resa artistica dell'habitat umano in Africa Orientale, 1,8 milioni di anni fa. Credit: M.Lopez-Herrera via The Olduvai Paleoanthropology and Paleoecology Project ed Enrique Baquedano.
Resa artistica dell'habitat umano in Africa Orientale, 1,8 milioni di anni fa. Credit: M.Lopez-Herrera via The Olduvai Paleoanthropology and Paleoecology Project ed Enrique Baquedano

La disponibilità di piante e acqua dolce modella la dieta e i comportamenti sociali degli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi. Similmente, l'evoluzione umana avvenne in risposta alla disponibilità di risorse vegetali e idriche: la loro influenza rimane però dibattuta, rimanendo scarse le testimonianze della loro distribuzione spaziale nei luoghi dove i primi ominidi vivevano.
Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, per la prima volta ha ricostruito l'habitat umano di 1,8 milioni di anni fa in Africa Orientale, a partire dagli elementi raccolti. La ricostruzione del paesaggio aiuterà i paleoantropologi a sviluppare idee e modelli sull'apparenza di quei primi umani (che dovevano sembrare a metà tra quelli moderni e le grandi scimmie), su come vivevano e su come si procacciavano il cibo (e specialmente le proteine), sul loro comportamento.
I nostri antenati presso un sito nella Gola di Olduvai, in Tanzania, disponevano di strumenti litici e avevano accesso a cibo, acqua e a rifugi all'ombra. La vita non doveva essere semplice, allora, poiché erano in continua competizione con i carnivori (leoni, leopardi, iene), per ottenere il cibo di cui si nutrivano. Il sito (FLK Zinj) fu scoperto nel 1959 da Mary Leakey: furono ritrovate migliaia di ossa animali e strumenti litici. Negli anni si sono raccolti anche campioni del terreno per le analisi. Le due specie di ominidi ritrovati sono il Paranthropus boisei, robusto e dal cervello piccolo, e l'Homo habilis, con ossa più leggere, ma un cervello più grande. Entrambi avevano un'altezza compresa tra circa 1,40 e 1,60 cm, e vivevano tra 30 e 40 anni. Gli ominidi forse utilizzarono il sito per decine (o centinaia) di migliaia di anni, approfittando della sorgente d'acqua dolce, ma probabilmente non vissero qui.
Il paesaggio era caratterizzato da una sorgente d'acqua dolce, aree paludose e boschive, oltre che da praterie. Le ombrose foreste presentavano palme e acacie: gli ominidi venivano qui a mangiare la carne (testimoniata dall'alta concentrazione di ossa) che probabilmente si procuravano altrove. Il tutto è risultato coperto da uno strato di ceneri vulcaniche - risultato di un'eruzione simile a quella di Pompei  - che in questi millenni hanno preservato la materia organica.
Il fatto che questi ominidi mangiassero carne è un elemento molto importante nelle ricerche che li riguardano, perché si ritiene che la dimensione del cervello e l'evoluzione umana siano legate a un incremento delle proteine.
Gail M. Ashley, a professoressa al Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie alla Rutgers University. Credit: Courtesy of Gail M. Ashley
Gail M. Ashley, professoressa al Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie alla Rutgers University. Credit: Courtesy of Gail M. Ashley

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La dieta dei bambini a Canterbury, tra undicesimo e sedicesimo secolo

25 Febbraio 2016

Denti da latte di epoca medievale. Credit: University of Kent
Denti da latte di epoca medievale. Credit: University of Kent

Si è ricostruita la dieta dei bambini che vivevano a fianco della Cattedrale di Canterbury, dove Geoffrey Chaucer scrisse I racconti di Canterbury.
I bambini (ribattezzati dalla stampa bambini di Chaucer) vissero in realtà nel periodo compreso tra l'undicesimo e il sedicesimo secolo. I loro denti sono stati esaminati grazie all'imaging 3D microscopico, uno strumento non distruttivo per queste analisi.
Si son ricercate le prove dello svezzamento, e le variazioni nei cibi a seconda del'età e dello status sociale. Lo svezzamento era già cominciato nei bambini più piccoli. Cibi più solidi sono rilevati a partire dal quarto e dal sesto anno di età.
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Migranti e dieta dai cimiteri di Roma Imperiale a Casal Bertone e Castellaccio Europarco

10 Febbraio 2016
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Secondo un nuovo studio pubblicato su PLOS One, l'analisi degli isotopi di 105 scheletri seppelliti in due cimiteri della Roma imperiale (Casal Bertone e Castellaccio Europarco, con datazione al periodo tra il primo e il terzo secolo d. C.), evidenzia un numero rilevante di migranti, provenienti dal Nord Africa e dalle Alpi.
Gli individui erano principalmente adulti e uomini, per gli autori il seppellimento in una necropoli può suggerire che si trattava di poveri o di schiavi. La loro dieta si modificò notevolmente con l'arrivo a Roma, con l'adattamento alla diversa cucina, che comprendeva soprattutto frumento, legumi, carne e pesce. Ulteriori analisi forniranno altre indicazioni.

Teschio dello scheletro T15, un maschio tra i 35 e i 50 anni, seppellito in un cimitero nei pressi di Casal Bertone, Roma. Le analisi suggeriscono possa essere nato vicino le Alpi. Credit: Kristina Killgrove
Teschio dello scheletro T15, un maschio tra i 35 e i 50 anni, seppellito in un cimitero nei pressi di Casal Bertone, Roma. Le analisi suggeriscono possa essere nato vicino le Alpi. Credit: Kristina Killgrove

[Dall'Abstract:] Le migrazioni all'interno dell'Impero Romano avvennero con portata multipla, e furono sia volontarie che non volontarie. In conseguenza della lunga tradizione di studi classici, le analisi bioarcheologiche devono essere pienamente contestualizzate all'interno dei confini della storia, della cultura materiale, e dell'epigrafia. Al fine di valutare la migrazione verso Roma all'interno di una cornice di contesto aggiornata, l'analisi dell'isotopo dello stronzio è stata effettuata su 105 individui provenienti da due cimiteri associati alla Roma imperiale—Casal Bertone e Castellaccio Europarco—e le analisi degli isotopi di ossigeno e carbonio sono state effettuate su un sottoinsieme di 55 individui. L'analisi statistica e i confronti con quanto ci si aspettava a livello locale hanno rivelato diverse eccezioni, probabilmente immigrati a Roma da fuori. La demografia degli immigrati mostra uomini e bambini, e un confronto degli isotopi del carbonio da campioni da denti e ossa suggerisce che gli immigranti possono aver significativamente modificato la loro dieta. Questi dati rappresentano la prima prova fisica di individui immigrati nella Roma Imperiale. Questo caso di studio dimostra l'importanza dell'utilizzo della bioarcheologia per generare una più profonda comprensione dell'antico e complesso centro urbano.
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Svezia: pesce fermentato a Blekinge per sostenere una comunità mesolitica

8 Febbraio 2016

Adam Boethius, dottorando in Osteologia all'Università di Lund insieme ad altri archeologi a Blekinge, Svezia (Adam è la quarta persona da sinistra). Credit: Lund University
Adam Boethius, dottorando in Osteologia all'Università di Lund insieme ad altri archeologi a Blekinge, Svezia (Adam è la quarta persona da sinistra). Credit: Lund University

Il ritrovamento di pesce fermentato in un insediamento preistorico di 9.200 anni fa presso Blekinge, in Svezia, indica una società molto più complessa di quanto ritenuto finora per l'epoca.
Il ritrovamento consta di oltre 200 mila ossa di pesce d'acqua dolce, all'interno e attorno un fosso, e testimonia come già allora grandi quantità di pesce fermentato fossero conservate. Simili quantità di cibo erano sufficienti a sostenere una grande comunità. Il pesce fermentato è una delle maniere tradizionali di conservarlo qui. In particolare, lo si sarebbe reso acido utilizzando corteccia di pino e grasso di foca, per poi conservarlo in pelli di foca o cinghiale e quindi seppellirlo nel terreno fangoso.
Il Mesolitico segna il periodo attorno al quale l'agricoltura cominciò in Europa. Fino ad oggi si è ritenuto che i gruppi dell'epoca in Scandinavia catturassero pesce dal mare, da laghi e fiumi, spostandosi. Allora in altre aree (come il Levante), vi erano già insediamenti stabili, legati all'agricoltura e all'allevamento. Questa scoperta suggerisce una condizione di semi-sedentarietà, e potrebbe dunque indicare che lo sviluppo di queste aree settentrionali possa corrispondere a quello coevo nel Medio Oriente.
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L'Australopithecus sediba era limitato nel mangiare cibi duri

8 Febbraio 2016

Teschio fossile dell'esemplare di Australopithecus sediba noto come MH1 e modello del cranio che ritrae le tensioni durante un morso simulato . I colori "caldi" indicano regioni a più alta tensione, mentre i colori "freddi" indicano regioni a più bassa tensione. Credit: WUSTL GRAPHIC: Image of MH1 by Brett Eloff provided courtesy of Lee Berger and the University of the Witwatersrand.
Teschio fossile dell'esemplare di Australopithecus sediba noto come MH1 e modello del cranio che ritrae le tensioni durante un morso simulato . I colori "caldi" indicano regioni a più alta tensione, mentre i colori "freddi" indicano regioni a più bassa tensione. Credit: WUSTL GRAPHIC: Image of MH1 by Brett Eloff provided courtesy of Lee Berger and the University of the Witwatersrand.

L'Australopithecus sediba fu scoperto nel 2008 presso il sito di Malapa  in Sud Africa, nell'area nota come Culla dell'Umanità (e classificata come patrimonio dell'umanità dall'UNESCO).
Un nuovo studio su questo ominide mette ora in evidenza come questi non possedesse le capacità (relativamente a mascella e mandibola, oltre che ai denti) per una dieta regolare che comprendesse cibi "duri". In breve, era fortemente limitato nel mordere con forza: se avesse utilizzato tutta la potenza a disposizione si sarebbe slogato.
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[Dall'Abstract:] Si è ipotizzato che l'Australopithecus sediba sia stato un parente prossimo del genere Homo. Qui si dimostra che MH1, l'esemplare tipo dell'A. sediba, non era ottimizzato per produrre un'elevata forza del morso coi molari e sembra essere stato limitato nella sua abilità di consumare cibi che non erano meccanicamente impegnativi da mangiare. I dati sulla microusura dentale sono stati precedentemente intepretati come indicativi del fatto che l'A. sediba consumasse cibi duri, e così queste conclusioni illustrano che i dati meccanici sono essenziali se si mira a ricostruire un quadro relativamente completo degli adattamenti alimentari negli ominidi estinti. Un'implicazione di questo studio è che la chiave per comprendere l'origine del genere Homo risiede nel comprendere come i cambiamenti ambientali arrestarono le delicate nicchie degli australopitechi. Le pressioni di selezione risultanti portarono a cambiamenti nella dieta e nell'adattamento alimentare che gettarono le basi per l'emergere del nostro genere.
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Gabinetti, fogne e leggi sull'igiene non diedero benefici alla salute dei Romani

8 Gennaio 2016

I gabinetti romani non fornivano chiari benefici per la salute e la Romanizzazione in realtà contribuì alla diffusione dei parassiti

A sinistra: latrine romane da Leptis Magna in Libia, Credit: Craig Taylor. A destra: uova di verme a frusta di epoca romana dalla Turchia, Credit: Piers Mitchell
A sinistra: latrine romane da Leptis Magna in Libia, Credit: Craig Taylor. A destra: uova di verme a frusta di epoca romana dalla Turchia, Credit: Piers Mitchell

Le prove archeologiche dimostrano che parassiti intestinali come il verme a frusta divennero sempre più comuni durante il periodo romano, nonostante gli apparenti miglioramenti che l'Impero portò nelle tecnologie dei servizi igienici.

I Romani sono ben noti per aver introdotto in Europa tecnologie relative ai servizi igienici, 2.000 anni fa circa, incluse latrine con più posti e strutture per lavarsi, sistemi fognari, acqua potabile dalle condutture degli acquedotti, e bagni pubblici riscaldati per lavarsi. I Romani svilupparono pure leggi per tenere le proprie città libere da escrementi e immondizia.
Ad ogni modo, nuove ricerche archeologiche hanno rivelato che – malgrado tutte le loro apparenti innovazioni igieniche – parassiti intestinali come il verme a frusta, i nematodi e la dissenteria da Entamoeba histolytica non solo non diminuirono (come ci si poteva aspettare) in epoca romana, ma in confronto alla precedente Età del Ferro aumentarono gradualmente.
L'ultima ricerca è stata condotta dal dott. Piers Mitchell del Dipartimento di  Archeologia e Antropologia di Cambridge ed è pubblicata oggi (NdT: 8 Gennaio) sul periodico Parasitology. Lo studio è il primo a utilizzare prove archeologiche per parassiti in epoca romana al fine di valutare “le conseguenze per la salute della conquista di un impero”.
Mitchell ha raccolto prove di parassiti nelle antiche latrine, sepolture umane e ‘coproliti’ – o feci fossilizzate – così come nei pettini e nei tessuti da numerosi scavi del periodo romano lungo tutto l'Impero Romano.
Non solo certi parassiti intestinali sembrano aumentare in prevalenza con la venuta dei Romani, ma Mitchell ha anche scoperto che, nonostante la loro celebre cultura del bagno regolare, ‘ectoparassiti’ come pidocchi e pulci erano diffusi allo stesso modo tra i Romani come nei Vichinghi e nelle popolazioni medievali, dove il fare il bagno non era in larga parte praticato.
Alcuni scavi hanno rivelato prove riguardanti speciali pettini per strappare i pidocchi dai capelli, e lo spidocchiamento potrebbe essere stato una routine giornaliera per molte persone che vivevano in tutto l'Impero Romano.
Piers Mitchell ha affermato: “la moderna ricerca ha dimostrato che i gabinetti, il bere acqua pulita e la rimozione delle feci dalle strade diminuiscono il rischio di malattie infettive e parassiti. Dovremmo quindi aspettarci una diminuzione in epoca romana della prevalenza di parassiti orali fecali come il verme a frusta e i nematodi – eppure ritroviamo un incremento graduale. La domanda è: perché?”
Una possibilità offerta da Mitchell è quella che in realtà le acque calde comuni dei bagni possano aver contribuito a diffondere i vermi parassiti. L'acqua era cambiata in modo infrequente in alcuni bagni, e la feccia si sarebbe accresciuta sulla superficie a causa dello sporco umano e dei cosmetici. “Chiaramente, non tutti i bagni romani erano puliti quanto avrebbero potuto essere,” ha affermato Mitchell.
Un'altra possibile spiegazione ricavata nello studio è nell'uso romano degli escrementi umani come fertilizzante delle colture. Mentre la moderna ricerca ha dimostrato come questo aumenti le rese delle colture, a meno che le feci non siano compostate per molti mesi prima di essere aggiunte ai campi, si può determinare la diffusione delle uova dei parassiti che possono sopravvivere nelle piante adulte.
“È possibile che le leggi sull'igiene, richiedenti la rimozione delle feci dalle strade, in relatà conducessero a nuove infezioni della popolazione poiché gli escrementi erano spesso utilizzati per fertilizzare le colture piantate nelle fattorie circostanti gli insediamenti,” ha affermato Mitchell.
Lo studio ha scoperto che le uova di verme a frusta sono sorprendentemente diffuse nel Periodo Romano, in confronto all'Europa dell'Età del Bronzo e del Ferro. Una possibilità suggerita da Mitchell per l'aumento di botriocefali è l'amore dei Romani per la salsa chiamata garum.
Prodotto da parti di pesce, erbe, sale e aromi, il garum era usato sia come ingrediente culinario che come medicina. Questa salsa non era cotta, ma la si lasciava fermentare al sole. Il Garum era commerciato lungo tutto l'Impero, e potrebbe aver agito come “vettore” per il botriocefalo, spiega Mitchell.
“La produzione di salsa di pesce e il suo commercio lungo l'Impero in giare sigillate avrebbe permesso la diffusione del parassita del botriocefalo dalle aree endemiche del Nord Europa a tutte le popolazioni lungo l'Impero. Questo sembra essere un buon esempio delle conseguenze negative per la salute del conquistare un Impero,” ha affermato.
Lo studio mostra una gamma di parassiti che infetta le persone che abitavano l'Impero Romano, ma si provò a trattare queste infezioni da un punto di vista medico? Se Mitchell afferma che bisogna fare attenzione quando si relazionano gli antichi testi alle moderne diagnosi di malattie, alcuni ricercatori hanno suggerito che i vermi intestinali descritti dal medico professionista romano Galeno (130 d. C. - 210 d. C.) possano includere nematodi, ossiuri e una specie di cestodi.
Galeno credeva che questi parassiti si fossero formati dalla generazione spontanea nella materia putrefatta sotto effetto del calore. Raccomandava trattamento attraverso una dieta modificata, salassi, e medicine che si credeva avessero un effetto di raffreddamento e asciugatura, in uno sforzo di ristabilire l'equilibrio dei  ‘quattro umori’: bile nera, bile gialla, sangue e flemma.
Ha aggiunto Mitchell: “Quest'ultima ricerca sulla prevalenza di antichi parassiti suggerisce che i gabinetti romani, le fogne e le leggi sull'igiene non avevano evidenti benefici per la salute pubblica. La natura diffusa sia di parassiti intestinali che di ectoparassiti come pidocchi suggerisce pure che i bagni pubblici romani sorprendentemente non davano allo stesso modo chiari benefici per la salute.”
“Sembra probabile che se i servizi igienici romani possono non aver reso le popolazioni più salubri, queste avrebbero avuto almeno un odore migliore.”

Riferimenti
Mitchell, PD. Human parasites in the Roman World: health consequences of conquering an empire. Parasitology; 8 Gennaio 2016.
Traduzione da University of Cambridge. L’Università di Cambridge non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.

 
 


Un relitto con duemila o tremila giare di garum al largo di Alassio

10 Dicembre 2015
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Duemila o tremila giare in creta, contenenti garum, sono state ritrovate al largo di Alassio.
Si tratterebbe del carico del quinto relitto ritrovato nell'area, e testimonierebbe in maniera chiara la via commerciale tra Italia, Spagna e Portogallo (dove la salsa di pesce fermentato veniva prodotta ed esportata). Due tipologie di giare ritrovate sarebbero invece produzione dell'area del fiume Tevere, forse usate per trasportare vino.
Il relitto è stato ritrovato con una ricerca attenta che è durata due anni, a seguito di una segnalazione di un pescatore. La nave avrebbe una lunghezza di circa 25 metri e sarebbe risalente al primo o secondo secolo d. C.

Link: ANSA; Repubblica - GenovaDiscovery NewsThe Local; ASKA News (Video 1, 2).
Mosaico con brocca "fiore di garum", l'iscrizione indica la provenienza dal laboratorio dell'importatore di garum, Aulus Umbricius Scaurus (il mosaico proviene dalla villa di questi a Pompei). Foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Claus Ableiter.
 


Cina: le prime pesche erano quasi come le nostre

30 Novembre 2015
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Getta nuova luce sull'evoluzione del frutto, il fortunato ritrovamento di 8 endocarpi fossili di pesca (Prunus persica) di oltre due milioni e mezzo di anni fa (tardo Pliocene), effettuato in Cina presso Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan.
Nonostante il tempo intercorso, il frutto pare quasi identico a quelli moderni, e per dimensioni sarebbe stato molto simile ai più piccoli esemplari attuali. Quelle pesche dello Yunnan potrebbero addirittura essere state mangiate da primati e ominidi locali. La selezione naturale sarebbe stata in moto però già prima di quella effettuata dagli agricoltori umani della preistoria: il moderno frutto sarebbe perciò il risultato delle due componenti.
Con endocarpo si indica la porzione interna dei frutti carnosi, quella che ricopre il seme.
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Scozia: nocciole dalla Baia di Staffin

22 Ottobre 2015
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Resti di nocciole sono stati ritrovati presso il sito mesolitico della Baia di Staffin, in Scozia, e daterebbero a ottomila anni fa circa.
Link: BBC News
Staffin e la baia, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Paul Hermans.


Mangeresti il tuo gatto?

6 - 19 Ottobre 2015
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Solo pochi anni fa (2010) fece scalpore la vicenda di Beppe Bigazzi, che durante la trasmissione "La prova del cuoco", rievocò il consumo di carne di gatto negli anni '30 e '40 in Valdarno.
Nelle gran parte delle società occidentali, difatti, la pratica costituisce un tabù: solo in pochissime aree ci si sognerebbe di mangiare il proprio animale domestico.
Tuttavia, non è così ovunque nel mondo. In Asia, 4 milioni di gatti vengono consumati ogni anno, per preferenza o superstizione, oltre che per insicurezza alimentare. Anche in Africa l'animale viene mangiato.
Un nuovo studio ha esaminato il consumo di carne di gatto in Madagascar (dove anche a causa dell'instabilità politica la pratica è aumentata), e le ripercussioni della cosa sulla salute pubblica. Ben il 34% degli intervistati ha consumato la carne di gatto nell'ultima decade, ma questo sarebbe stato determinato da opportunismo: si tratta di gatti regalati, o che si sono acquisiti in modo casuale (ad esempio, a seguito di un incidente). Non si tratterebbe perciò di una risposta alle difficoltà economiche. Per questo motivo, la cosa può costituire un rischio per la salute pubblica e per la diffusione di determinate malattie (tra cui la toxoplasmosi).
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