Premio IILA Cinema Cine

Premio IILA - Cinema: premiazione dei vincitori della prima edizione

Domenica 24 ottobre, presso la Casa del Cinema, proiezione e premiazione dei 

vincitori della prima edizione del 

Premio IILA - Cinema

Premio IILA Cinema

Domenica 24 ottobre presso la Casa del Cinema di Roma, nell’ambito del programma “Risonanze”, una specifica rassegna della prestigiosa Festa del Cinema di Roma, l’IILA - Organizzazione internazionale italo-latino americana presenta i film vincitori del Premio IILA - Cinema, un progetto realizzato con il contributo del Ministero degli Esteri e Cooperazione Internazionale italiano, in collaborazione con Fondazione Cinema per Roma e Festa del Cinema di Roma, rivolto a divulgare la nuova cinematografia latinoamericana presso il pubblico e presso gli operatori dell’industria cinematografica italiana ed europea.

Con questo Premio, alla sua prima edizione, l’IILA vuole dunque offrire un riconoscimento alla creatività dei giovani registi latinoamericani e incentivare la produzione di nuove opere, con la ulteriore finalità di contribuire alla riattivazione dell’industria cinematografica, uno dei settori più duramente colpiti dalla pandemia.

Una giuria d’eccezione, presieduta da Felice Laudadio (già Direttore della Mostra del Cinema di Venezia e Presidente della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia  Italia) e composta da Esteban Ferrari (Presidente FEISAL - Federación de Escuelas de Imagen y Sonido de América Latina - Argentina), Eleonora Loner (regista - Brasile), Daniela Michel (Direttrice Festival de Morelia – Messico), Giorgio Gosetti (Direttore Casa del Cinema, Italia) e Giovanna Taviani (regista, Fondatrice del Salina Doc Fest - Italia), ha scelto i film vincitori della 1° edizione del Premio IILA - Cinema, che saranno proiettati nella Sala Deluxe, in lingua originale con sottotitoli in italiano, secondo il seguente programma:

Ore 16.30 - Categoria Innovazione:

Terranova, vincitore, Alejandro Alonso Estrella (Cuba)

Ore 18.00 - Categoria Documentari:

Danza combate, vincitore, Camila Daniela Rey (Argentina)

Pàttàki, menzione d’onore, Everlane Moraes Santos (Brasile/Cuba)

Ore 20.00 – Cerimonia di premiazione delle opere selezionate

Ore 20.30 - Categoria Fiction:

Años luz, vincitore, Joaquín Mauad (Uruguay)

Acordes, menzione d’onore, José Antonio de la Torre Vega (Messico)

Acordes Premio IILA Cinema

Nel corso della serata la Segretario Generale dell’IILA Antonella Cavallari procederà alla premiazione dei vincitori delle categorie Innovazione, Documentari e Fiction che, a causa delle attuali restrizioni sanitarie, assisteranno on-line alla cerimonia, alla presenza degli ambasciatori di vari paesi della Regione. I registi premiati viaggeranno in primavera a Roma, come previsto dal Premio, per partecipare ad una serie di incontri organizzati dall'IILA con professionisti e studenti di cinema, definiti in base al profilo e agli interessi di ciascuno dei vincitori.

Modalità di accesso

Ai sensi del decreto n.105 del 23 luglio l’accesso è consentito ai soggetti muniti di certificazione verde COVID-19 (Green Pass) e di documento di identità. L’ingresso alle sale gratuito e subordinato alla prenotazione da effettuare presso la portineria a partire da un’ora prima dell’inizio. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Premio IILA CinemaTesto e immagini dall'Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba

Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Animali Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)
Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Il Museo delle Religioni “Raffaele Pettazoni” non ha smentito le aspettative, anzi le ha decisamente superate. Dal 7 al 10 luglio è stato il promotore e l’organizzatore, insieme all’Associazione Calliope, di un convegno incentrato sul regno animale. Il convegno “Animali, miti, saperi e simbologie”, che ha avuto luogo negli spazi suggestivi del comune di Nemi, di altissimo livello accademico e culturale, ha commemorato la recente scomparsa dell’antropologo Enrico Comba, professore presso l’Università di Torino. Molti tra i suoi studenti e colleghi hanno partecipato, ricordandolo con affetto e stima.

Gli animali, i protagonisti indiscussi di questa stimolante occasione, come degli spiriti guida hanno condotto l’uditore in un viaggio spaziale e temporale, attraverso popoli, culture e paesaggi incredibili, partito dall’età del ferro e approdato ai nostri giorni. Sotto la multidisciplinarità che ha spaziato dall’archeologia alla letteratura classica, dall’antropologia alla storia medievale e moderna, si è creato un clima di interscambio unico.

Gli oratori hanno parlato approfonditamente di teriomorfismo e metamorfismo, del lupo e di tanti altri animali. Non è mancate nemmeno un’incursione al mondo indiano a proposito delle tigri mannare presenti nella tradizione del subcontinente asiatico.

L’importanza delle fonti è stata evidenziata lungo tutte le giornate, ma è stata la prima attrice nell’intervento di Nicola Reggiani esposto nel pomeriggio del 7 luglio: i papiri, le immagini, le raccolte e i testi sacri non sono solo meri supporti, ma entità parlanti in grado di raccontare storie incredibili e di donare informazioni fondamentali per comprendere la vita quotidiana di una determinata cultura. Le fonti, però, sono anche orali, basilari nello studio dell’antropologo. Oltre ad aver respirato un certo esotismo suggerito da esposizioni inscenate in luoghi lontani nello spazio e nel tempo come l’Egitto in epoca ellenistica, l’America latina, l’Asia, la Siberia, Cartagine, il Vicino Oriente antico, l’Africa nera, alcuni momenti sono stati dedicati al patrimonio folklorico della nostra bella penisola. Hanno ripreso vita le tradizioni popolari, le narrazioni e le festività che echeggiano nelle montagne italiane. Sono stati ricordati i carnevali della Val d’Ossola che hanno cani e lupi come maschere di spicco, oppure le favole che tuttora vengono raccontate ai bambini liguri sui lupi. Sul filo conduttore della memoria, ha preso parola una ricercatrice, Eleonora D’Agostino, la quale ha incentrato il suo lavoro sulle forme del neo paganesimo in Italia. Il rapporto tra gli animali e la religione è molto stretto e oltre a comparire in alcuni testi sacri come è stato dimostrato da diversi interventi, è materia di speculazione di tipo esoterico. Il leone ad esempio è un elemento chiave nell’astrologia, così come nell’alchimia moderna.

Gli interventi non sono stati solo di carattere umanistico, alcuni hanno appoggiato i loro contributi a discipline di natura scientifica, come l’etologia, imprescindibile nello studio degli animali, o le scienze cognitive affiancate all’antropologia, con il fine di dare una spiegazione più dettagliata di certi fenomeni legati al regno animale.

Come era già accaduto per il convegno precedente, Romulus. Dio, re, fondatore di Roma, del ciclo estivo promosso dal Museo della Religioni, è stato possibile per chi lo desiderasse consumare il pranzo e la cena con i relatori, creando un clima convivale, incentivato dalle escursioni pomeridiane, occasioni uniche per scoprire o riscoprire l'incredibile patrimonio culturale e paesaggistico offerto dal territorio dei Castelli Romani. È stato esplorato il suggestivo bosco di Nemi ed i più impavidi si sono inoltrati fino a Fontan Tempesta. Un’altra gita ha avuto come location il sito archeologico del santuario di Diana Nemorense. È stata organizzata anche una passeggiata presso il centro storico di Genzano. Tutte le gite sono state accompagnate dalla guida del preparatissimo direttore del Museo della Religioni, Igor Baglioni. Non posso che consigliare vivamente la partecipazione ai prossimi appuntamenti in programma. Non ho dubbi che costituiranno delle esperienze indimenticabili. Il prossimo sarà a Genzano dal 30 al 31 luglio col titolo Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”. Anche ad agosto non mancheranno degli incontri, dal 13 al 15, infatti si terranno i Nemoralia presso il comune di Nemi, manifestazione ruotante sulla Dea Diana.

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Storia di un adolescente e di un autografo di Luis Sepúlveda

Esiste da qualche parte una fotografia in cui in primo piano compare un massiccio uomo sulla cinquantina con un folto pizzetto attraverso il quale si intravede un'espressione piuttosto contrariata; accanto a lui c'è un adolescente brufoloso, panciuto almeno quanto lui, che gli porge un libro e una penna rivolgendogli un sorriso ammirato e guance rosse d'imbarazzo. Sullo sfondo sfocato, una gran folla sta per travolgere l'uno e l'altro. Quell'uomo è Luis Sepúlveda e il quindicenne in adorazione sono io; l'anno è il 2003, e lo scrittore cileno era ospite del liceo che frequentavo nell'ambito degli allora neonati Presidi del Libro.

Lo avevamo inseguito a lungo, Sepúlveda: eravamo quasi riusciti ad averlo ospite già l'anno prima per la presentazione di Nati in Riva al Mondo (Besa Editrice), il progetto letterario-musicale del chitarrista Mauro Di Domenico nel quale lui aveva figurato come guest star nelle inedite vesti di cantante rap. Era un progetto ambizioso grazie al quale si tentava di costruire un ponte di musica e parole tra l'America Latina di oggi e quella dei desaparecidos, di Pinochet e di Neruda, e Luis Sepúlveda non poteva che esserne una delle figure chiave, malgrado nei due brani in cui cantava faticasse a tenere il tempo e la sua voce rauca mal si adattasse alla pronuncia italiana. D'altronde l'impegno politico, per una persona che quegli anni li ha vissuti e sofferti, non può essere scisso dalla propria vita; e se la vita chiede di essere tradotta in arte, allora ogni parola sarà per forza una richiesta di libertà e al tempo stesso il ricordo di una prigionia.

Quella volta non fu possibile assicurarsi la sua presenza, ma il suo management promise che entro la fine dell'anno successivo ci avrebbe proposto un'altra data; io, che all'epoca frequentavo attivamente i Presidi del Libro, rimasi estremamente deluso: l'occasione era andata persa, figurati se ce ne sarebbe mai stata un'altra di vedere Luis Sepúlveda nel mio paese alla periferia di Bari, in riva al mondo come il Cile.

Fino a poco prima Sepúlveda lo avevo conosciuto esclusivamente come l'autore di Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, libro che alla fine degli anni '90 era già un classico: i miei coetanei ricorderanno che, nei bei tempi in cui Harry Potter non aveva ancora globalizzato la letteratura per l'infanzia, il gatto Zorba e la piccola Fortunata erano stati i compagni ideali dei pomeriggi di molti bambini; per me, che bambino non ero più e adulto non ero ancora, quel libro continuava a significare ancora molto.

In quei mesi avevo scoperto che la sua produzione era ben più vasta, mi ero interessato alla sua vita e alla storia del suo paese, complici anche le lezioni di geografia internazionale del secondo anno di liceo; inoltre avevo trovato nella mia biblioteca un altro suo libro, Diario di un killer sentimentale, in una pessima edizione da edicola uscita qualche anno prima, e l'avevo divorato. Allora il mio senso critico era ancora in età pubere, eppure in qualche modo capii di essermi trovato di fronte a uno di quei libri che con la sola forza delle parole riescono a ipnotizzare chi li legge, pur non raccontando una storia di grande complessità. In altre parole stavo crescendo, e con questo Luis Sepúlveda c'entrava ben poco; nondimeno divenne un silenzioso testimone della mia adolescenza.

A dispetto del mio pessimismo l'incontro con l'autore ci fu davvero, nei primi giorni di quella che fino all'avvento del riscaldamento globale sarebbe stata ricordata come l'estate più calda di sempre: Luis Sepúlveda avrebbe presentato la riedizione del suo primo romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d'amore proprio nell'auditorium del mio liceo.

Ricordo perfettamente il momento in cui lo vidi per la prima volta, attraverso una finestra, mentre fumava una sigaretta seminascosto nel cortile della scuola: avrei saputo più tardi che aveva chiesto di essere lasciato da solo per qualche istante, prima dell'inizio della conferenza. Più alto e meno robusto di come lo avevo immaginato, se ne stava perfettamente immobile a parte la mano che guidava la sigaretta dalla bocca al fianco e ritorno, con lo sguardo impenetrabile fisso sui radi ciuffi d'erba di periferia. Quando fece il suo ingresso nell'auditorium, salutò il pubblico rivolgendogli un sorriso e un ampio gesto del braccio, in un atteggiamento diametralmente opposto a quello con cui lo avevo sorpreso poco prima.

I diciassette anni trascorsi hanno cancellato dalla mia memoria la maggior parte di ciò che fu detto durante l'incontro, però ricordo nitidamente due suoi interventi: nel primo si lamentò scherzosamente di quanto l'italiano fosse difficile rispetto allo spagnolo, sebbene lui parlasse benissimo la nostra lingua. «In italiano devo per forza usare l'ausiliare» disse «Ad esempio, “mi faccio la doccia”. In spagnolo, invece, dico semplicemente “me ducho”: non credete sia più facile così?».

La seconda cosa che ricordo è un aneddoto da lui raccontato: «Una volta ho partecipato a un incontro con gli insegnanti di mio figlio: ero fortemente imbarazzato perché, quando la maestra gli aveva chiesto che mestiere facessi, lui aveva risposto “mio padre inventa storie tutto il giorno”. Entro nell'aula, mi siedo al banco insieme a mio figlio in mezzo a tutti gli altri genitori e poco dopo le maestre iniziano a parlare, parlare, parlare e poco dopo mi annoio e non le sento più. A un certo punto la mia attenzione viene attirata da una mosca che volava in tondo nei pressi del soffitto; subito la mia testa inizia a girare in tondo seguendo il volo della mosca; mio figlio mi vede, scopre anche lui la mosca e anche la sua testa inizia a girare in tondo. Poi lo vede il suo amichetto e anche lui inizia a far girare la testa... e così via, finché le maestre non parlano a una folla di gente con la testa che gira in tondo».

Luis Sepúlveda nel 2013 a Luino. Foto modificata Associazione Amici di Piero Chiara, CC BY 2.0

Quando finì l'incontro l'autore si allontanò per fumarsi una seconda sigaretta; mentre il pubblico si disperdeva io, svelto, lasciai il mio posto e sfrecciai nel cortile dove lo avevo visto poco prima, sicuro di trovarlo là. E infatti così fu: nel vedermi corrergli incontro lui mi lanciò l'occhiataccia contrariata che fu poi immortalata nella fotografia; ma fu solo un attimo, perché di fronte al mio imbarazzo mi rivolse un sorriso comprensivo e accettò il libro che gli stavo porgendo perché me lo autografasse.

Ne avevo portati tre, la Gabbianella, il vecchio e il killer sentimentale: per tutta la durata dell'incontro ero stato incerto su quale fargli firmare, perché il primo aveva un grande valore affettivo e il secondo era l'oggetto di quella presentazione; tuttavia alla fine gli porsi d'istinto il terzo, che era stato il mio preferito tra i tre e, per quanto non lo abbia mai ammesso fino al momento di scrivere il presente articolo, con quel gesto avrei simbolicamente detto addio alla mia infanzia. Sepúlveda non ebbe il tempo di fumarsi in pace la sua sigaretta, perché la folla che fa da sfondo nella foto gli fu addosso un istante dopo; io feci appena in tempo ad allontanarmi per non trovarmi invischiato nel groviglio di persone. La mia penna gli rimase tra le mani, e io non avrei mai più rivisto né l'una né l'altro.

Luis Sepúlveda ad Arona (2009). Foto di AmonSûl, CC BY-SA 3.0

Oggi Luis Sepúlveda è diventato una presenza di carta e inchiostro; le circostanze rendono questa notizia ancora più amara, e ci vorrà molto tempo perché egli venga ricordato come un grande scrittore del passato e non come il grande scrittore morto di COVID-19.

Altre persone più titolate di me trascriveranno la sua biografia e tesseranno le sue lodi; frasi commoventi e immense banalità saranno dispensate in egual misura. Io mi limito a narrare la storia del nostro incontro, una manciata di ricordi frammentari; però sono sicuro che la sua anima saprà vibrare nelle virgole e negli interlinea, perché questo è ciò che accade quando, dopo una vita passata a raccontare storie essa stessa diventa una storia da raccontare.

Luis Sepúlveda
Foto di Mariano Rizzo

America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.