Archeologia dei siti di centinaia di anni fa, creati da primati

22 Luglio 2016
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Un intero settore della ricerca archeologica potrebbe aprirsi, secondo il dott. Huw Barton della Scuola di Archeologia e Storia Antica dell'Università di Leicester.

Scimmie cappuccino e scimpanzé, infatti, avrebbero creato siti con i propri strumenti utilizzati al fine di schiacciare noci. Questi sarebbero stati scoperti nel Parco Nazionale della Serra da Capivara in Brasile, o in altri siti in Costa d'Avorio, e possono datare fino a quasi 4.300 anni fa.

Sulla base di questi recenti ritrovamenti, sarebbe dunque possibile estendere la nostra nozione di archeologia, includendo i resti materiali dei nostri parenti più prossimi viventi. Le prime prove relative all'utilizzo di strumenti da parte di ominidi datano a 3,3 milioni di anni fa, e i primi siti archeologici in Tanzania datano a più di 2 milioni di anni fa: questi ultimi sono pile di pietre e ossa animali rotte. L'utilizzo percussivo di pietre è stato verificato presso i siti archeologici di scimpanzé e scimmie cappuccino, mentre la creazione di bordi taglienti non è mai stata osservata fuori dalla cattività.

Sia le scimmie cappuccino che gli scimpanzé dimostrano però la capacità di programmare e prevedere, trasportando strumenti e materie prime nei luoghi dove serviranno in futuro: anche a 200 metri di distanza. Il dott. Barton conclude che ancora una volta la scienza ha cercato di separarci eccessivamente dalle famiglie biologiche delle quali facciamo parte.

Link: ThinkAlphaGalileo via University of Leicester

Cebo striato (o cebo barbuto, Sapaju libidinosus), foto di Tfalotico, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


Occupazione continuata delle case a fossa negli altopiani brasiliani

6 Luglio 2016

Credit: University of Exeter
Credit: University of Exeter

Una nuova ricerca, pubblicata su PLOS One, dimostra come gli antichi abitanti degli altopiani brasiliani meridionali abbiano occupato continuativamente abitazioni per più di due secoli, apportando alle stesse migliorie.

Finora - sulla base di datazioni al radiocarbonio che la nuova ricerca ha ritenuto insufficienti - si pensava che le case a fossa dei villaggi proto-Jê (o proto-Gê) negli altopiani brasiliani meridionali fossero state abbandonate per essere poi occupate nuovamente.

Credit: University of Exeter
Credit: University of Exeter

In realtà le case non sarebbero state mai abbandonate ma costantemente estese, ad esempio con la costruzione di nuovi pavimenti. Nel tempo, gli occupanti utilizzarono nuove forme ceramiche e tecniche differenti per rinnovare la propria casa. Lo studio ha in particolare effettuato analisi sulla casa a fossa 1, dal sito Baggio I (1395–1650 d. C., anni calibrati), Campo Belo do Sul, nello stato brasiliano di Santa Catarina.

Credit: University of Exeter
Credit: University of Exeter

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Insediamenti precolombiani e immagazzinamento dell'acqua in Amazzonia

28 Aprile 2016

Immagazzinamento dell'acqua oggi, a Bom Futuro. Credit: Per Stenborg
Immagazzinamento dell'acqua oggi, a Bom Futuro. Credit: Per Stenborg

Gli insediamenti precolombiani in Amazzonia non si limitavano a localizzarsi presso fiumi e laghi: ad esempio, nella regione di Santarém in Brasile, la maggior parte dei siti si colloca su di un altopiano.
Grande depressione nel paesaggio agricolo, presso Ramal do Funil. Credit: Per Stenborg
Grande depressione nel paesaggio agricolo, presso Ramal do Funil. Credit: Per Stenborg

Queste conclusioni, frutto di una ricerca decennale da parte di una squadra dell'Università di Goteborg, risultano in contrasto con la tradizionale visione sull'Amazzonia precolombiana, per la quale i villaggi sarebbero esistiti solo lungo i fiumi.
Esempio di ceramica tipica (ceramica Fase Santarém), che si diffuse dal 1300 d. C. Credit: Per Stenborg
Esempio di ceramica tipica (ceramica Fase Santarém), che si diffuse dal 1300 d. C. Credit: Per Stenborg

Si sono ritrovati oltre 110 insediamenti, la maggior parte dei quali sull'Altopiano di Belterra, a sud dell'odierna città di Santarém. Si sono trovate depressioni naturali e artificiali, utilizzate per l'immagazzinamento dell'acqua. Le seconde erano circondate da terrapieni, prodotti con argilla compatta e rifiuti domestici, tra i quali anche cocci di ceramiche e carbonella dai focolari.
È noto che le aree lungo i fiumi sono popolate da migliaia di anni, ma nel periodo tra il 1300 e il 1500 si sarebbero verificati dei grandi cambiamenti nelle comunità preistoriche in questa parte dell'Amazzonia, con significativa crescita della popolazione e nuove forme agricole e di gestione dell'acqua.
Link: AlphaGalileo, EurekAlert! via University of Gothenburg.


Le radici boliviane delle moderne varietà di arachidi

22 Febbraio 2016

Le due specie di arachidi selvatiche alla base delle varietà moderne coltivate: Arachis ipaensis sulla sinistra e Arachis duranensis sulla destra. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
Le due specie di arachidi selvatiche alla base delle varietà moderne coltivate: Arachis ipaensis sulla sinistra e Arachis duranensis sulla destra. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

L'arachide (Arachis hypogaea) è una pianta della famiglia delle Fabacee (o Leguminose), proveniente dal Sud America e frutto di una ibridizzazione di due diverse specie selvatiche: Arachis duranensis e Arachis ipaensis. L'ibrido fu coltivato dagli antichi abitanti di quelle regioni, e attraverso la selezione è divenuto la pianta che conosciamo oggi.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature Genetics, si è occupato tra le altre cose di confrontare i genomi delle specie in questione. Le sequenze di genoma (insieme ad altre informazioni) sono disponibili online su http://peanutbase.org/ Lo studio è avvenuto con la collaborazione della International Peanut Genome Initiative.
Arachis ipaensis. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
Arachis ipaensis. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

In realtà (e consequenzialmente alla loro storia), le moderne arachidi portano due genomi separati, i subgenomi designati come A e B. Il genoma di una delle due piante selvatiche, Arachis duranensis, è risultato simile al genoma A in una misura che ci si poteva aspettare. Ciò che invece ha davvero stupito i ricercatori è stato il verificare che il genoma dell'altra specie selvatica, Arachis ipaensis, era virtualmente identico al subgenoma B.
Già nel 1971 - al momento della scoperta della specie selvatica di Arachis ipaensis, alle pendici delle Ande, in Bolivia - i botanisti si resero conto di trovarsi di fronte a una pianta peculiare: molto piccola e isolata, i suoi parenti più vicini crescevano a centinaia di miglia a nord. Il nuovo studio dimostra ora che siamo di fronte a un vero e proprio residuo di quel passato preistorico.
Le sequenze permetteranno pure di comprendere quali geni conferiscono tratti desiderabili, come la resistenza alla siccità o alle malattie.
David Bertioli, genetista dell'Universidade de Brasília, autore principale dello studio su Nature Genetics. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia
David Bertioli, genetista dell'Universidade de Brasília, autore principale dello studio su Nature Genetics. Credit: Merritt Melancon/University of Georgia

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Dalla storia del parassita Schistosoma mansoni, nuove conoscenze sulle popolazioni

16 Febbraio 2016
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Il nuovo sequenziamento del genoma del parassita Schistosoma mansoni rivela nuove conoscenze sulla storia delle popolazioni.
Questo platelminta (o verme piatto) è responsabile della schistosomiasi (anche nota come bilharziosi o distomatosi sanguigna), una parassitosi che ancora oggi affligge le popolazioni di diversi paesi in via di sviluppo, prevalentemente in Sud America, nei Caraibi, in Africa (Madagascar in particolare) e Medio Oriente. Lo Schistosoma mansoni infetta oggi oltre 250 milioni di persone e causa la morte di 11  mila persone ogni anno.
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Il nuovo sequenziamento rivela che il parassita avrebbe colpito per la prima volta i pescatori nei laghi dell'Africa Orientale. Si sarebbe quindi diffuso nell'Africa Occidentale (Senegal e Camerun), e poi nel Nuovo Mondo (Guadalupe) a causa del commercio di schiavi nei secoli tra il sedicesimo e il diciannovesimo.
Lo studio è partito dall'analisi delle differenze tra lo Schistosoma mansoni e lo  Schistosoma rodhaini, un parassita che colpisce invece i roditori. Si è calcolato che i due avrebbero un antenato comune nell'Africa Orientale, databile tra i 107.500 e i 147.600 anni fa. La specie risulterebbe pure più giovane di quanto ritenuto. La sua comparsa coincide coi primi ritrovamenti archeologici relativi alla pesca nelle acque dolci dell'Africa Orientale.
Il confronto dei genomi mostra poi una divergenza tra quelli dell'Africa Occidentale e quelli presenti nei Caraibi. La divergenza sarebbe da collocarsi tra il 1117 e il 1742 d. C., sovrapponendosi col commercio di schiavi nell'Atlantico, tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo. Oltre 22 mila Africani furono allora trasportati a Guadeloupe, nel Nuovo Mondo, sulle navi francesi.
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Perù: contatti tra culture preincaiche nella Huaca Santa Rosa

28 Gennaio 2016
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I resti di sei donne, probabilmente sacrificate mille anni fa circa, sono stati ritrovati presso la Huaca Santa Rosa, nel distretto di Pucalá della regione di Lambayeque. Testimonierebbero pure la presenza contemporanea di influenze Moche, Wari e Cajamarca, e quindi contatti tra culture Moche e Lambayeque. Il tempio cerimoniale scoperto risale a 1200 anni fa.
Si ritiene che le donne siano state sacrificate perché ritrovate nello spazio di un tempio. Sono rivolte ad est, e si pensa perciò provengano da Cajamarca.
La Huaca Santa Rosa è nella parte settentrionale del Perù, a 30 km da Chiclayo e 750 dalla capitale Lima.

Link: Ministerio de Cultura - Perú (PDF)The Jerusalem Post via Reuters; La Republica; Andinaemol; Archaeology News Network via Peru this week.
La regione peruviana di Lambayeque, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Huhsunqu (suo lavoro derivativo: Peru_-_(Template).svg: Huhsunqu derivative work: Huhsunqu (talk) Peru_-_(Template).svg ).


Perù: primi ritrovamenti nella huaca El Paraíso

22 - 23 Gennaio 2016
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Primi ritrovamenti nella huaca El Paraíso, nel distretto San Martín de Porres, ai confini con il distretto di Ventanilla. Il sito risale al tardo periodo preceramico, ad almeno quattromila anni fa e fino a cinquemila: è il più antico nell'area della capitale peruviana di Lima.
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I resti di una donna di 30-35 anni, vissuta 3500 anni, fa sono stati ritrovati presso l'edificio 1, insieme a gemme, arnesi, resti ceramici e di cibo. Che resti ceramici emergano da un sito preceramico sta chiaramente ad indicare che siamo di fronte a uno dei primi tentativi di produzione di questi oggetti. Probabilmente la donna si dedicava alla tessitura, e morì a causa di un trauma alla testa.

Link: Peru Reports; Fox News Latino via EFE; EFENew Historian; La Republica 1, 2; El Comercio; Andina 1, 2; Arqueología del Perú.
Huaca El Paraíso, foto di Marcogg, da Wikipedia, CC BY SA 4.0.
Collocazione di siti archeologici in Perù, di Ontrvet, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


Perù: quattro tombe della Cultura Ichma da Huaca Pucllana

26 Novembre 2015
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I resti di tre donne e un uomo della Cultura Ichma (1000-1400 d. C.) sono stati scoperti presso quattro tombe nel sito di Huaca Pucllana nel Distretto Miraflores della Provincia di Lima.
Si trattava probabilmente di figure di alto rango o di importanza politica o religiosa. Gli scheletri erano in vetta a una piramide: il centro cerimoniale data attorno al 400 d. C.
Le piramidi di Huaca Pucllana furono difatti costruite dalla Cultura Lima (100 o 200 - 600 o 700 d. C.) per essere usate poi dalle culture seguenti, Wari e Ichma. I primi invasori giunsero tra il 550 e il 900 d. C. Gli appartenenti alla seconda cultura, apparsa attorno all'anno mille, furono infine soggiogati dagli Inca nel 1400.

Link: Peru Reports; La RepublicaTV Perú Informa; The History BlogFox News Latino via EFE; Archaeology News Network via AFP
La provincia di Lima, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di AgainErick.
 


Cile: Monte Verde sposta ancora indietro nel tempo il popolamento delle Americhe?

18 Novembre 2015
journal.pone.0141923.g007
 
Nuovi ritrovamenti presso Monte Verde, nella parte meridionale del Cile, sposterebbero indietro il popolamento delle Americhe a un periodo compreso ad almeno tra ~18.500 e 14.500 anni calibrati prima del tempo presente.
journal.pone.0141923.g008
Fino a 40 anni fa circa, si riteneva che il più antico popolamento delle Americhe risalisse a 13 mila anni fa, con la Cultura Clovis. Il lavoro di Tom Dillehay a Monte Verde ha contribuito a modificare questa visione, spostando - grazie al secondo livello di scavi, MVII - la datazione del popolamento di 1.500 anni. Dal primo livello di scavi, MVI, non erano invece giunte prove conclusive.
journal.pone.0141923.g001
In seguito a una nuova visita presso i due siti, avvenuta nel 2013, li si è guardati in un'ottica diversa e si sono rinvenuti nuovi reperti: 39 oggetti in pietra, 12 piccole buche per il fuoco con ossa animali, e resti vegetali commestibili come noci ed erbe. Molti degli strumenti litici non erano bifacciali, ma lavorati da un lato solo, e i materiali erano al 34% non locali. Le ossa erano di grandi animali preistorici che l'area Monte Verde non sarebbe stata in grado di sostenere e che provenivano perciò da altrove. Monte Verde sarebbe stata dunque un'area di passaggio dalla costa alle colline pedemontane delle Ande. La presenza umana sarebbe relativa al periodo estivo: l'ambiente era ostile e le temperature iniziarono a riscaldarsi solo attorno a 15 mila anni fa, quando fu possibile sostenere l'insediamento duraturo a MVII.
L'insieme di questi ritrovamenti spingerebbe indietro la data del primo popolamento delle Americhe.
journal.pone.0141923.g003
[Dall'Abstract:] Questioni che riguardano la cronologia, il luogo, e il carattere della colonizzazione umana iniziale delle Americhe sono oggetto di discussioni di lunga data. Il dibattito interdisciplinare continua circa il tempo dell'entrata, la rapidità e la direzione della dispersione, la varietà delle risposte umane ai diversi habitat, i criteri per valutare la validità dei siti più antichi, e le differenze e le similitudini tra colonizzazione nel Nord e nel Sud America. Nonostante i recenti avanzamenti nella nostra comprensione di questi problemi, l'archeologia affronta ancora sfide nel definire i problemi di ricerca interdisciplinare, nel valutare l'affidabilità dei dati, e nell'applicare nuovi modelli interpretativi. Mentre i dibattiti e le sfide continuano, nuovi studi hanno luogo e le ricerche precedenti vengono riesaminate. Qui si discute il recente scavo esplorativo e i dati interdisciplinari dall'area di Monte Verde in Cile per contribuire ulteriormente alla nostra comprensione del primo popolamento delle Americhe. Nuove prove di manufatti litici, resti animali e aree bruciate suggeriscono orizzonti discreti di attività umane effimere in un contesto di una pianura sandur (NdT: pianura formatasi dai sedimenti derivati dai ghiacciai), con datazione al radiocarbonio e luminescenza almeno al periodo compreso tra ~18.500 e 14.500 anni calibrati prima del tempo presente. Sulla base di molteplici linee di prove, si presentano le probabili origini antropogeniche e le più ampie implicazioni di queste prove. Nel clima freddo non glaciale delle Ande centromeridionali, che è impegnativo per l'occupazione umana e la conservazione dei siti di cacciatori raccoglitori, questi orizzonti forniscono un'idea di un primo contesto del comportamento umano del Tardo Pleistocene nella Patagonia settentrionale.
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L'antica discendenza di una Mummia Inca in Perù

12 Novembre 2015
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La mummia di un bambino Inca, sacrificato cinquecento anni fa e scoperta sull'Aconcagua nel 1985, è stata esaminata da un punto di vista genetico.
Appartiene a una popolazione quasi scomparsa in seguito alla conquista spagnola, relativa alla Cultura Wari, ed è risultato che i suoi parenti più vicini sono attualmente in Perù e Bolivia. Il bambino sarebbe dunque appartenuto a un sottogruppo molto raro che iniziò ad apparire 14.300 anni fa, e molto più frequente nel passato.
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