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Padrone, marito e padre: gerarchie nella Politica di Aristotele

Padrone, marito e padre: gerarchie nella Politica di Aristotele

 

Platone Aristotele Politica
Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene; al centro Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani. Foto di Rafael in pubblico dominio

La filosofia elabora significati, funzionali alla conservazione del dominio in una data società, a sé contemporanea o futura. È il caso della Politica di Aristotele. Nel Libro I, viene stabilito che la gerarchia, cioè la presenza di un comandante e di un obbediente, è un principio naturale:

“Quando si costituisce un composto unitario constante di più parti, continue o discrete, in ogni caso si riscontra un qualcosa che comanda e qualcosa che obbedisce” (Aristotele, Politica, I, 1254a, p. 87).

L’intera realtà è comprensibile in termini autoritari. Questo è evidente tanto negli esseri animati quanto in quelli inanimati. L’animale, ad esempio, consta di anima e corpo. La prima ordina, il secondo esegue. Quando ciò non accade, c’è una violazione del codice legittimo. Per questo, la ricerca aristotelica prende le mosse dal cosiddetto uomo meglio disposto, prototipo del dover essere politico, contrapposto all’animale malfunzionante. È opportuno chiarificare i rapporti di forza:

“perché nei perversi o in quelli che agiscono perversamente si direbbe spesso il corpo comandi all’anima, in quanto essi si trovano in posizione di difetto e contro natura” (Aristotele, Politica, I, 1254a -1254b, p. 87).

Chi scuote la sintassi del dominio è tacciato di perversione, difetto, innaturalità. Ci si rivolge, dunque, ad un modello rassicurante, per sfuggire all’errore. Ci avviciniamo velocemente alla dimensione immediatamente umana dell’indagine politica. Se la gerarchia è un principio naturale e, come abbiamo visto, animale, varrà sicuramente anche per la nostra specie. Infatti, lo stagirita afferma che:

“fin dalla nascita alcuni sono destinati a obbedire, altri a comandare” (Aristotele, Politica, I, 1254a, p. 85).

Data la pervasività di questo modello politico, non c’è da sorprendersi che venga analizzata, attraverso lo stesso comparto concettuale, l’amministrazione familiare. I rapporti di potere presi in esame sono tre: padrone-schiavo, marito-moglie, padre-figlio. Al primo sono dedicate molte pagine. Chi è il padrone? Cosa lo rende riconoscibile?

“Il padrone […] è definito non dal possesso di una particolare scienza, ma dalla sua condizione. […] La capacità di un padrone si rivela non nell’acquisto dei servi, ma nell’uso di essi” (Aristotele, Politica, I, 1255b, p. 99).

Essenzialmente, il padrone si serve di qualcuno. Ciò non richiede competenze scientifiche rilevanti. Il grado di razionalità impiegato in questa relazione politica è minimo. D’altra parte, gli schiavi sono non-umani, utensili animati, cose dominabili. Non appartengono a sé stessi: sono proprietà del padrone. Possono ambire ad essere solo:

“uno strumento che serve all’azione” (Aristotele, Politica, I, 1254a, p. 85).

Tra il governante e il governato, in questo caso, intercorre lo stesso rapporto che c’è tra l’anima e il corpo e tra l’uomo e la bestia. Il compito di chi obbedisce, nell’ambito della padronanza, è, infatti, permettere l’uso del proprio corpo. Questo rapporto di potere esiste in natura? Esistono individui che sono destinati a comandare o ad essere comandati?

Per Aristotele, sì. Quindi, stante la naturalità della gerarchia, come si spiegano le ingiustizie, le violenze e gli abusi? Con quale criterio si stabilisce chi deve comandare e chi deve essere comandato? La virtù è la discriminante: se la virtù di qualcuno è nell’esser schiavo, egli deve essere schiavo; così per il padrone. In definitiva:

“tocca al migliore comandare ed essere padrone secondo la virtù che gli è propria” (Aristotele, Politica, I, 1255a, p. 93).

Se ne deduce che l’errore consiste nel fatto che il peggiore comanda non secondo la virtù che gli è propria. Dunque, a generare ingiustizie, violenze e abusi non è la gerarchia in sé ma una sua specifica manifestazione. Con questo escamotage, Aristotele disinnesca ogni obiezione alla funzionalità della padronanza, direzionando il biasimo verso la mancanza di virtù. Il principio naturale è valido. La sua applicazione è scorretta. Di conseguenza, si interviene sulla seconda e mai sul primo.

Veniamo ora al rapporto uomo-donna, nella sua variante marito-moglie. Il potere si esercita, in questo caso, come se si stesse governando una città, formata da individui teoricamente uguali. Di fatto, ci si alterna nelle cariche: alcune volte, si comanda, altre volte, si obbedisce. Però:

“quando alcuni comandano e altri obbediscono, si cerca di introdurre una differenza e nella figura esteriore e nel linguaggio e nei titoli d’onore” (Aristotele, Politica, I, 1259b, p. 123).

La diversità tra governanti e governati si conserva anche in un contesto apparentemente egualitario. Chi comanda si appropria di un capitale simbolico: figura esteriore, linguaggio, titoli d’onore. Il marito si comporta allo stesso modo nei confronti della moglie.

“Il sesso maschile è per natura atto al comando più del sesso femminile” (ibid.), quindi l’uomo è legittimato ad attribuirsi i segni del potere, che marcano la sua superiorità. Il maschio ha l’apparenza del potente, parla la lingua del comando e riceve il riconoscimento sociale dovuto al migliore. Infine, esaminiamo il rapporto padre-figlio. Il padre è come un re per il figlio: utilizza, per governare, l’amore e l’amicizia. Il genitore è diverso dal fanciullo, ma fa parte della sua stessa stirpe, proprio come il re rispetto ai suoi sudditi.

Come mai lo schiavo, la donna e il bambino vengono dominati diversamente? Non potrebbe esserci un’unica forma di dominio valida per tutti i sottoposti? Ciò che differenzia i dominati, dunque anche i tipi di dominio, è la facoltà deliberativa, cioè la capacità decisionale, che si applica alle cose possibili.

“Lo schiavo non ha affatto la facoltà deliberativa, la femmina ce l’ha ma incapace e il fanciullo ce l’ha, ma imperfetta” (Aristotele, Politica, I, 1269a, p. 127).

In base al deficit di potere del governato, il governante agisce differentemente. Lo schiavo, la moglie e il figlio hanno, d’altronde, qualcosa in comune. Devono tacere. Aristotele, citando il verso di Sofocle: “ornamento è per la donna il silenzio” (Sofocle, Aiace 293), afferma che questo motto deve valere per tutti, tranne che per l’uomo. Egli parla per sé e a sé. Sente solo la propria voce. È sordo a tutto il resto.

 

Riferimenti bibliografici

Aristotele, Politica, a cura di Carlo Augusto Viano, RCS Libri S.P.A., Milano, 2015

Sofocle, Aiace in I tragici greci. Eschilo, Sofocle, Euripide, Newton Compton editori s.r.l., Roma, 2013


Eduardo e Totò: storia di un’amicizia

Napoli, primo Novecento.

No, non è l’inizio di un romanzo, né l’incipit di un fatto di cronaca, ma semplicemente il racconto di un’amicizia.
In una delle strade della vecchia Napoli, profondamente trasformata dal «Risanamento», avviene l’incontro di due ragazzini che quasi ricordano quel «dal vero» girato dai fratelli Lumière a Napoli, dallo sprezzante titolo Mangia maccheroni: Eduardo e Totò.

Due geni, due Artisti destinati a rivoluzionare il mondo del teatro e del cinema, ma soprattutto due ragazzi che condividono la difficile “diversità” d’esser figli illegittimi, nella Napoli d’inizio Novecento:

il primo, insieme a Titina e Peppino, figlio del grande Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo (nipote della moglie); il secondo, riconosciuto a trentacinque anni, figlio di una giovane ragazza palermitana e del Marchese Giuseppe De Curtis.

Eduardo Totò amicizia Napoli milionaria
Totò ed Eduardo in una scena del film Napoli milionaria (1950), per la regia dello stesso Eduardo. Fotogramma catturato da IlSistemone, in pubblico dominio

È proprio questa triste condizione comune, accompagnata dalla fame, a sancire un’ amicizia profonda, ulteriormente suggellata nel ’49, anno di lavorazione dell’adattamento cinematografico di Napoli milionaria.

Totò, pur essendo nello stesso anno sul set di Totò le Mokò e Totò cerca casa, entusiasticamente decide di partecipare gratuitamente al film, nei panni dell’indimenticabile Pasqualino Miele, in segno d’omaggio al legame che lo lega ad Eduardo.

De Filippo, ultimato il film, invia alla moglie del Principe, Diana, una collana d’oro,  riccamente ornata di brillanti, accompagnata da una lettera che è tra le più commoventi della storia dello spettacolo:

Caro Antonio,

A parte qualunque interesse, questa collaborazione che io ti ho chiesto, ci riporterà, sia pur pochi giorni, ai tempi felici e squallidi della nostra giovinezza.
Ogni qualvolta penso a te, Amico, te l’ho detto a voce, e voglio ripeterlo per iscritto, ho l’impressione di non essere più solo nella vita. Questa benefica certezza mi viene senza dubbio dalle infinite dimostrazioni pratiche di affetto che tu, in qualsiasi momento, mi dai.

Il senso di fratellanza è qui espressione diretta di due animi nobili, effettivamente “diversi” perché motore di due grandi Artisti, talvolta ingiustamente etichettati come uomini «intrattabili», «burberi», «inavvicinabili».

Totò mentre distribuisce pacchi-dono. Foto in pubblico dominio

Verrebbe da chiedersi se proprio in nome dell’intrattabilità Totò si recava, di notte, nel Rione Sanità, lasciando buste piene di banconote alle famiglie indigenti; oppure se era la cosiddetta inavvicinabilità dell’ultraottantenne Eduardo a indurlo a combattere, da senatore a vita e fino alla fine dei suoi giorni, la miserevole condizione del carcere minorile Filangieri, fino all’emanazione della cosiddetta «Legge Eduardo» che tentava di lenire il problema.

De Andrè aveva ragione: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

Eduardo Totò amicizia
Eduardo e Totò. Foto in pubblico dominio

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Augustus John Williams Ottaviano Augusto

L'uomo del destino: Augustus di John Williams

Chi era veramente Augusto? Il devoto figlio che vendicò il padre assassinato? L’ultimo difensore di quella Repubblica che Antonio voleva abbattere? Il pacificatore del mondo? L’inventore del principato (la versione tutta ‘romana’ dell’assolutismo)? Il restauratore degli ‘antichi costumi’? Un dio in terra? Queste sono alcune delle maschere che Ottaviano Augusto indossò nella sua lunghissima e cinquantennale carriera politica (morì infatti a 76 anni a Nola nel 14 d.C.). In ogni epoca la sua figura fu vista come un modello, positivo o negativo: ora sovrano perfetto, venerato dagli autocrati, ora cinico tiranno, disdegnato dai filosofi. Di nessun uomo si è mai scritto tanto pur conoscendo così poco della sua vita privata.

Mausoleo di Augusto sul Campo Marzio: qui dovevano essere poste le tavole bronzee con incise le Res gestae, foto di Russel YarwoodCC BY-SA 2.0

Dalle fonti antiche ne vien fuori un ritratto inevitabilmente parziale: da un lato la storia ‘sacra’, ossia il racconto di come Augusto divenne il ‘primo cittadino’ della Repubblica, racconto che lui stesso modellò e scrisse nei (perduti) Commentarii de vita sua e fece incidere sulla ‘faraonica’ stele bronzea delle Res Gestae; dall’altro la versione dei suoi nemici e detrattori, i pettegolezzi, le manie e le superstizioni, l’ossessione per le congiure, il suo perfido sarcasmo, la fragile salute, i compromessi e le efferatezze di cui si macchiò sin da giovanissimo per conquistare e preservare il proprio potere.

La copertina della prima edizione di Augustus, Viking Press, 1972, Fair use

Se la critica storiografica difficilmente potrà darci un ritratto univoco di una personalità così complessa e a tratti inaccessibile, forse può farlo il romanzo. Ad intuire, infatti, il potenziale romanzesco di una vita come quella di Augusto fu lo scrittore americano John Edward Williams che, con il suo quarto ed ultimo romanzo, Augustus, fu insignito, nel 1973, del National Book Award for Fiction ex aequo con Chimera di John Barth. Williams, morto nel 1994, resta ancora oggi un personaggio poco noto: docente universitario di Letteratura Inglese nell’Università del Missouri, il suo talento letterario è stato apprezzato e rivalutato soltanto di recente. Non bastarono il National Book Award e le ottime recensioni della critica a fare di lui uno scrittore di successo in vita. Il suo terzo romanzo, Stoner (1965), è stato solo negli ultimi anni un acclamatissimo caso letterario che ha spinto in Italia la Fazi a ripubblicare tutte le sue opere. Riabilitato dalla New York Review of Books nel 2006 ed elogiato da scrittori come Ian McEwan, Nick Hornby e Bret Easton Ellis, oggi Williams è riconosciuto come uno dei massimi talenti americani del ‘900. Ed Augustus conferma a pieno questo giudizio.

Il romanzo, polifonico, si struttura in tre parti: nel Libro I, Williams assembla documenti originali e fittizi (lettere, diari, dispacci, memorie) di amici, nemici, conoscenti del giovane Ottaviano, ricostruendo indirettamente e cursoriamente, da romanziere e non da storico, il ‘castello di carte’ che ha portato il figlio adottivo di Cesare al vertice dell’Impero; il Libro II, è incentrato sul rapporto fra il princeps e sua figlia Giulia, costretta anche lei a diventare un personaggio nella grande ‘recita’ del padre: prima è obbligata a sposare in serie tutti i successori designati del padre e infine viene mandata in esilio; nel Libro III, leggiamo finalmente le parole di Augusto, autore di tre lunghe lettere, scritte poco prima di morire, testamento spirituale di un uomo che aveva compreso, prima di tutti gli altri, che il proprio destino fosse quello di «cambiare il mondo». Sono queste senza dubbio le pagine più ispirate del romanzo, insieme a quelle del diario di Giulia e alla descrizione della battaglia di Azio, il punto di svolta definitivo della vita e della carriera del princeps.

Chi ben conosce e ha studiato gli eventi che hanno portato Augusto al potere, potrà storcere il naso dinnanzi a certi passaggi di questo romanzo: non mancano omissioni, semplificazioni ed errori che tuttavia non stravolgono la verità storica (d’altronde Williams mette le cose in chiaro sin dalla nota prefatoria: «Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia»).

Pertanto, Augustus va letto per ciò che è, ossia un romanzo sull’amicizia (tema molto caro all’autore), sul potere e la solitudine, sul dovere e sulla rinuncia agli affetti. Williams rischia (come chiunque approcci una materia così incandescente), ma riesce nell’impresa: scava in quel «luogo segreto» del cuore dove l’imperatore si è nascosto per tutta la vita «per obbedire al proprio destino» e lo fa con una scrittura elegante ed efficace, molto spesso mimetica dello stile con cui realmente si esprimevano i protagonisti di questa vicenda.

La grandezza del romanzo di Williams sta nella capacità dell’autore di sondare le emozioni dietro le difficili decisioni e gli eventi dolorosi che costellarono la vita di Augusto e dei suoi familiares senza fare di lui né un vecchio saggio né un freddo ‘Stalin togato’, ma tracciando da più punti di vista il ritratto di un essere speciale, andando più a fondo di quanto sia concesso alle armi della critica storiografica.

«Non è mai stata la mia politica, quella di svelare ad altri il mio cuore» fa scrivere Williams all’imperatore morente, racchiudendo in un giro di frase una delle caratteristiche peculiari della personalità di un uomo talmente indecifrabile, stando allo storico Svetonio, da mettere per iscritto i propri discorsi prima di affrontare una qualunque discussione, persino con sua moglie Livia.

Il “Grand Camée de France”, dettaglio con Augusto e Livia, cameo in onice, 23 d. C. circa, Cabinet des Médailles, Parigi, foto di Carole RaddatoCC BY-SA 2.0

Non è forse un caso se Williams considerasse proprio Augustus e non Stoner (vita di un professore universitario) il suo ‘vero’ romanzo autobiografico: come Augusto, anche Williams vide per primo qualcosa che gli altri non potevano vedere. Infatti, secondo la sua ultima moglie, Nancy Gardner, in un’intervista concessa a Repubblica nel 2014, Williams «non ha mai sofferto la fama sfuggitagli in vita». Forse (ci piace pensare) intimamente convinto che prima o poi il valore della sua scrittura sarebbe stato riconosciuto.

«Il resoconto delle mie gesta, dunque, dovrà essere limitato a circa diciottomila caratteri. Mi sembra del tutto appropriato che io debba scrivere di me stesso rispettando queste condizioni, per quanto arbitrarie possano essere; perché come le mie parole devono conformarsi a questa pubblica necessità, così è accaduto alla mia vita. E come fecero le mie gesta, così le mie parole devono nascondere la verità, nella stessa misura in cui la espongono; essa resterà sepolta da qualche parte, sotto a queste parole incise nel bronzo, nella dura pietra che avvolgeranno. E anche questo è appropriato; perché buona parte della mia vita si è svolta nel segreto». Queste sono le illuminanti parole ‘testamentarie’ che fa scrivere al vecchio Augusto John Williams, lo scrittore che, dice Nancy, «ogni tanto amava immaginarsi nei panni di un imperatore».