La Splendente di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia: "La Splendente" di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia – La Splendente di Cesare Sinatti

C’è una regola per parlare di ciò che è già stato detto senza offendere gli dèi: non avere paura della profondità. Se ci ritroviamo a parlare del mito, a riscriverlo, è perché siamo stati chiamati a far emergere dalle sue ombre quello che ci raggiunge nel modo più luminoso, che da esso affiora in noi come una sapienza somatica. Una verità presente occultamente, latente finché non è avverata da qualcuno.

Quale filo sostiene la narrazione del mito in questo romanzo, in che modo è ricucito nella Splendente di Cesare Sinatti (Feltrinelli, 2018) il ciclo troiano? La linea strutturalmente più evidente sembra essere una sorta di idea karmica della sofferenza: come se le forze superiori che governano intorno e sopra di noi non permettano di perpetrare il dolore impunemente, senza pagarne il prezzo a propria volta. La storia di Troia e i suoi prodromi, per come è narrata nella Splendente, sembra dirci che il sacrificio non si esaurisce in sé stesso, non è mai solo un sacrificio: porta con sé, nel peso insostenibile dell’atto, la linea spezzata della vita, che segna come una vena d’opale il mondo e non permette più di abitarlo come prima. Qualcosa di enorme ha invaso la vita conosciuta, qualcosa di sproporzionato rispetto alle aspirazioni dei comandanti che hanno mosso guerra. Ma non era solo il loro orgoglio a suscitare la guerra e la sua lunga coda: tutto era scritto nel destino da tempo immemorabile.

Così Agamennone che vuole portare la guerra di Troia a compimento più di chiunque altro, sarà chi più ne pagherà lo scotto, sebbene di quella guerra sarà poi il vincitore. Subito si manifesta quella forza equilibratrice, cosmica, nella sua vicenda: lo squilibrio che lo porterà a realizzare la sofferenza collettiva della guerra di Troia, ricadrà con tutto il peso su di lui. Uccidere la cerva sacra a Diana, mentre si aggira nel bosco sacro col fratello Menelao, è stata solo la prima avvisaglia di una lunga sventura - l’inizio di una bruciatura, uno strappo, che lo porterà a perdere sua figlia Ifigenia di sua mano e poi a venire assassinato da sua moglie Clitemnestra al ritorno da dieci anni di guerra.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

L’idea di destino come assegnazione si accompagna nel libro al colpo di coda di un prezzo invisibile da pagare anche per la fortuna che non si è richiesta: come se il dono esigesse inevitabilmente un pegno, come obbedendo a un’ineluttabile legge fisica. E il prezzo di cui si parla è tutto tragicamente umano: si identifica in ultima istanza col pathos, il sentire che è un soffrire unitario di tutti i sensi, delle viscere. La vita stessa a un certo punto sembra coincidere col pathos – e, se non la vita tout-court, di certo l’esperienza umana. L’uomo diventa il suo sentire, il suo soffrire. Il dolore è un punto di non ritorno, segna la linea di demarcazione dell’esperienza sulla terra, è a suo modo un rinascere che instaura una nuova relazione tra noi e le cose. Ciò che nel mondo ha vita propria all’infuori di noi, quasi al punto da sembrare non riguardarci - i fatti terribili della storia che sembrano farsi da soli – in realtà ci coinvolge tanto da produrre una reazione emotiva, da sollecitare in noi, cioè, l’esperienza patetica. A un punto tale che non risulta poi più scindibile da noi.

La Splendente è un libro che si fatica a commentare – una fatica che è traccia di un merito, perché testimonia una compattezza eccezionale del racconto in cui non si può inserire una parola di più. E al contempo è una scrittura che attinge alle fonti del mistero inesauribile, trascinando inevitabilmente dietro di sé l’ispirazione che sempre accompagna la bellezza. Ma non è solo il canale che si presta a un flusso, è anche capace di un peso specifico, di mettere punti fermi come croci sui monti del mito. Le tracce della nostra modernità si mescolano arm0nicamente con le storie ancestrali degli eroi classici. Se si trattasse in laboratorio questo libro con una soluzione apposita che lasciasse emergere dal tutto solo le prime, quale sarebbero i tratti peculiari che la nostra storia, per mezzo della voce di Sinatti, ha tracciato sul volto del mito? Cosa comporta il filtro del nostro tempo su di esso? Come lo trasfigura?

La paura del dolore dell’eroe Achille è l’eredità più forte in questo senso, la più originale. Tanto forte da far risultare la nostalgia di un altro eroe centrale, Odisseo, quasi come una sua ramificazione, una gemma della stessa pianta. L’umanità di questi eroi è l’eredità moderna del libro, la sua portata più figlia del nostro presente, che non può più concepire la guerra come diversa dalla sofferenza infernale dopo il Novecento.

L’altro elemento che risulta innestato su una comprensione di tipo moderno è l’immagine della storia nel testo. La guerra di Troia segna per antonomasia l’ingresso nella storia, l’inizio della storia stessa: la percezione di un confine che è stato inequivocabilmente varcato ritorna ossessivamente nel testo, sotto forma del vago terrore dei diversi personaggi per la sventura imminente. Quasi a significare che il processo della storia abbia per sua natura molto a che fare con la paura e l’attrazione per il dolore. La storia, sembra dirci la stella di Achille, è la ferita.

La Splendente di Cesare Fiorini
La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La storia nel libro ha un duplice volto: la storia personale come perdita coatta dell’infanzia e del suo Eden, e quella collettiva e mostruosa che inizia con la fine di Ilio. In questo libro si fa chiaro, nella parabola degli eroi, un sospetto latente di tutti: cioè che il dolore di crescere, di perdere i beni della felicità degli albori, coincida con l’inizio degli orrori storici. Tutti i protagonisti del ciclo troiano coinvolti in questo punto cruciale del tempo, individuale e collettivo, sentono lo stacco dal prima al dopo, uno scatto delle coordinate, un mutamento dei paralleli del globo. Qualcosa di simile devono aver provato le generazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale, con addosso la percezione di un’enormità di cui vedevano muoversi l’ombra incombente sulle proprie teste, senza vederne la fine nel tempo. Ma Sinatti sembra suggerirci che l’orrore storico non è iniziato con la modernità, che non c’era un prima intonso né per i soldati del primo Novecento né per chi ha combattuto sotto le mura di Ilio. Dalla follia di Tantalo, dal sangue corrotto e da quello versato, dal destino scritto nella notte dei tempi, da sempre, è preparata per noi la sofferenza: la potenza del nostro occhio non copre una distanza abbastanza colossale da disperdere le tracce del dolore sul cammino che abbiamo alle spalle.

Questa considerazione ci porta ancora due passi più lontano. Da una parte notiamo che, se l’origine di tutto si può imputare alla follia di Tantalo, allora significa che la violenza privata si irradia concentricamente, come da un sasso che abbia bucato l’acqua – per riprendere un’immagine dell’autore – fino a produrre onde ciclopiche. Dall’altra parte, però, ci rendiamo conto anche che è capzioso ricercare l’origine della sofferenza storica in un fatto, in un atto preciso, perché da sempre ci è appartenuta, già giaceva nella mente degli dèi, come se da sempre stesse “accadendo in qualche istante del futuro”[1].

Il tempo era cominciato così, con un mela gettata tra loro con disprezzo, come il seme di un futuro doloroso. I cerchi degli eventi s’increspavano intorno a questo gesto semplice, sollevando onde imprevedibili, decidendo i destini degli uomini al di là e al di qua del mare.[2]

Un senso di ineluttabile, “una tristezza volta a ciò non può essere evitato”[3] coglie Peleo al banchetto delle sue nozze con Teti, dopo che il futuro è stato maledetto dal pomo della discordia che contiene nel suo nocciolo, come una maledizione, il futuro di Troia. Ma è come se il braccio che ha lasciato cadere quella mela nel mezzo di quei destini, n0n fosse altro che la mano stessa del fato, una necessità solo travestita da accidente.

Questo libro non può essere evitato, perché contiene una questione improcrastinabile. La questione del male, che è una cosa sola con la storia. La storia che ci perseguita come un debito, una profezia di sventura, una bufera – per usare un termine di Montale – che minaccia di distruggerci la casa mentre dormiamo. La grazia di questa scrittura fa sì che il libro si legga tutto di un fiato, ma è il riconoscimento della ferita del tempo continuamente toccata in queste pagine che ci porta a ritornare di nuovo sui punti caldi di quel dolore comune.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La vediamo ripetersi come una maledizione della stirpe umana, questa attrazione per la violenza, per la ferita, che emerge naturalmente nei bambini. Il bisogno di ferire che è un impulso di conoscenza, come in Achille che è tanto richiamato dalla ferita quanto più è incapace, per la sua natura semidivina, di provarne il dolore su di sé. Il gesto di chi non conosce il dolore non può esser che un gesto giovane, come pure è quello di Teseo all’atto di rapire Elena bambina come fosse “l’ennesimo gioco” di ragazzi[4].

Nella stella di Achille abita una possibile luce su questo enigma del dolore. “Il destino era quella malattia”, gli dice Teti all’indomani della guerra: quella che Achille presentiva come un logorio lento dentro il suo corpo, non era altro che il destino della morte che, dagli oracoli, si avvicinava sempre più al suo presente. Tutto questo sembra suggerire che il destino è il dolore, e che non c’è un Eden da cui questo resti fuori. Il destino è stato creato insieme alla storia, e la loro separazione non è che un’illusione.

Sua madre gli aveva detto che solo se non sarebbe mai partito non sarebbe morto. Ma Achille sapeva che le profezie […] non giungono per caso alla bocca degli oracoli.[5]

Perché siamo nati se dobbiamo soffrire? La domanda è mal formulata, e Achille se ne accorge, ce lo dimostra. Il punto di rottura è il dialogo con Patroclo all’indomani della partenza:

Il destino della nostra generazione è ingrato, ma si deve combattere lo stesso. Fuggire di fronte ai tumulti di quest’epoca significa rinunciare a vivere.[6]

Un’esortazione che non può essere un inno di entusiastica esaltazione alla guerra, ma consapevolezza che storia e destino non sono alternativi, sono uno. La vita che si intestardirà su questa domanda rovinerà, dispererà. Ancora una volta, la divisione tra vita e dolore è solo un’illusione. La sofferenza non è una scelta, come non lo è il destino – il destino che passa anche dalle porta più strette, sbaragliando il calcolo delle probabilità. Così accade quando Odisseo sta per uccidere Palamede con l’ingann0, e questo annienta il suo gioco di astuzie con la più netta delle verità:

Vuoi sedurmi aumentando le mie possibilità di vincere. Come se credessi che io non sappia che il caso è ovunque. Avere più alte possibilità di vittoria non esclude mai che si possa perdere.[7]

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La bellezza della vita non è separabile dal suo dolore, non è ipotizzabile senza, perché sono una cosa sola, come due organi vitali dello stesso animale. Così è un inganno della mente poter pensare di lasciare prima del tempo le mura di Ilio, anche dopo nove anni di battaglie senza compimento, poter decidere quello che è già deciso. Odisseo, sebbene sia quello “che desiderava più di ogni altro tornare alla sua isola”[8], ha ben chiaro quanto sia inutile ribellarsi al fato:

Pensavano che sarebbe bastato salpare senza accorgersi che le catene delle profezie li avrebbero trattenuti nei veli in cui il fato aveva occultato la città di Ilio, che solo scavalcando un momento nel tempo, non un punto nello spazio, avrebbero potuto fare ritorno.[9]

Un’affermazione che può valere anche rovesciata: Ilio aveva occultato il fato con i suoi veli, dando la propria forma al destino degli uomini che attraverso di lei si sarebbe compiuto.

La sofferenza non si può evitare, nel tempo o nello spazio, perché permea tutte le nostre coordinate e categorie. Una presa di coscienza che nel romanzo non assume mai il tono del lamento, del compianto della propria sorte, ma piuttosto quello dell’agnizione lirica, che fa echeggiare nella memoria i versi del coro dell’Antigone di Sofocle quando, nel secondo stasimo, canta la sventura dei mortali:

"E nel tempo prossimo e nel futuro,/ come nel passato, avrà forza/ questa legge: nessun eccesso/ viene senza sventura alla vita dei mortali".[10]

Non c’è grandezza che non comporti sventura – come per Achille messo davanti alla scelta tra una lunga vita al prezzo dell’oblio e una gloria inesauribile al prezzo della morte. Come per Agamennone, la cui vittoria in guerra si accompagna alla perdita di ogni gioia della vita personale. Ma forse non sarà tendenzioso leggere in questo canto della rovina anche una verità in doppiofondo: e cioè che la sofferenza è la traccia di un’elezione, l’unico fasto capace di generare, per vie squisitamente umane, grandezza divina nell’uomo.

La Splendente Cesare Sinatti
La copertina del romanzo La Splendente di Cesare Sinatti, pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli (2018)

[1] Cesare Sinatti, La Splendente, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 31.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 38.

[5] Ivi, p. 101.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ivi, p. 202.

[8] Ivi, p. 176.

[9] Ibidem.

[10] Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Milano, Mondadori, 2016.

 

 

Tutte le foto sono di Sofia Fiorini, copertina eccettuata.


Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Ancora un grande annuncio per i classicisti appassionati di LEGO. Il noto artista, Liam D. Jensen, alias The Lego Classicist, archivista storico australiano, ci informa dell’uscita del numero 100 della sua preziosa e ricca collezione di classicisti. Questa volta, l’ambito riconoscimento andrà ad una star mondiale: il britannico Stephen Fry.

Lo abbiamo visto recitare a teatro, in serie televisive di successo, in film che hanno fatto la storia del cinema, è stato regista, autore televisivo, sceneggiatore, giornalista, attivista e scrittore.

Stephen Fry ha concentrato una parte importante della sua attività letteraria proprio sul tema del mito: abbiamo avuto l'onore di intervistarlo per ClassiCult in questa occasione.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Lei ha scritto diversi libri sul mito. Come mai questa materia e cosa la ispira?

La mitologia, ma in particolare il mito greco, mi ha preso sin da subito. Quando ero giovane - come la maggior parte dei bambini - mi piacevano le fiabe, ma percepii immediatamente che i miti erano in qualche modo differenti, potevano provenire da luoghi differenti, potevano esser "presi per veri" in un certo modo che era più forte della fantasia. Penso che siano state le personalità del mito greco ad avermi ammaliato così. Senza essere conscio in alcun modo di ciò che il mito è - da dove viene, chi concepì le storie - mi fu chiaro che avessero una verità e anche una profondità che era imperitura e in qualche modo più importante che, ad esempio, Biancaneve o Raperonzolo da una parte, o l'Hobbit e Narnia dall'altra. Non ho obiezioni sui mondi fantastici creati dagli autori, ma non mi sono mai arrivati allo stesso modo con cui le storie del mito possono e ancora riescono a giungermi.

Cosa significa fare divulgazione per Stephen Fry?

Oddio! Non ne sono sicuro. Suppongo che nei momenti di massimo ottimismo e fiducia nelle mie capacità potrei sperare che combinando sufficiente abilità di animare e divertire con sufficiente una autorità e conoscenza - una tale combinazione permette al pubblico di godere di ciò che scrivo e al contempo pure di sentirsi in qualche modo arricchito, nella fiducia di attingere (forse per la prima volta, o almeno dopo molto tempo) dalle stesse acque narrative dalle quali avevano attinto tante generazioni dei nostri antenati. Traggo un simile piacere quando le persone mi dicono che si sono sentite finalmente in grado di unire i puntini tra — ad esempio —  Apollo ed Ermete o i Titani e gli Olimpi, o che sentono ora familiari personaggi i cui nomi avevano sempre sentito lontani od ostili, come Clitennestra o Antigone. Quello che un tempo aveva un suono "accademico" era adesso almeno conosciuto. Ma soprattutto, spero di aver spazzato via l'odore di polvere di gesso e di antiquata aula scolastica...

I suoi studi in letteratura inglese come hanno influito sulle sue scelte e attività lavorative?

È impossibile da spiegare: sospetto che le tracce di un amore per la lettura lungo una vita avrebbero lasciato il segno in tutta una serie di modi che non sarei necessariamente in grado di conoscere o definire. Credo che un senso di ironia (col quale intendo qualcosa di più di un'ironia beffarda, del sarcasmo o del senso di un'ironia cosmica) sia cruciale per un pieno sviluppo sociale dell'individuo. Una mente ironica è quella che comprende come adottare un altro punto di vista, come sostituire (quasi una sorta di algebra sociale) differenti forme di pensiero, come porre i pattern da una forma di percorso all'altro (mi rendo conto che non suona particolarmente chiaro, ma spero si intenda cosa voglio dire). Il contrario di una mente ironica è una mente letteralista, una presenza pericolosa e fin troppo comune nel nostro mondo, coll'emergere di sempre più grandi proporzioni della società come nuove generazioni, tristemente non sembra fornito dell'abilità di pensare ironicamente (una tale abilità presuppone il dono di pensare logicamente e in maniera immaginifica, perché non si può essere ironici senza un rigido senso della logica abbinato all'abilità di penetrare la conoscenza e l'esperienza degli altri). Il mio amico Matt D'Ancona ha posto la questione molto bene quando ha scritto di un altro amico, il compianto Christopher Hitchens: “La sfida di un'intelligenza libera è sempre stata quella tra una mente ironica e una letterale [...] contrariamente alle ideologie rigide e al fondamentalismo, l'ironia – dire qualcosa intendendone un'altra – ci aiuta a riconoscere la complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità.” E niente, suggerirei, permette questa facilità quanto l'esposizione alla letteratura e al dramma.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Nel suo libro Eroi, lei racconta la mitologia classica tra vizi e virtù degli dei. Si è fatto un'idea di come si viveva in un immaginario Olimpo?

Be', mi spiace rovinare tutto, ma un Olimpo popolato da dèi litigiosi e insofferenti è finzione. Quando si sale sul Monte Olimpo in Grecia non si trova nient'altro che uno spazio vuoto, roccioso, molto freddo, umido, nuvoloso. Nessun dio. L'idea che ci siano mai stati dèi lì è... be', se non frutto dell'immaginazione, mito. Possiamo pensare cosa intendiamo per mezzo della differenza. Una finzione è prodotta da una mente individuale, occasionalmente da un gruppo di menti che collaborano. Un mito è prodotto da un'intera società. I miti possono essere chiamati, come disse Joseph Campbell, “sogni pubblici” o, se preferite le parole di Carl Jung, sono espressione di un “inconscio collettivo”. L'inconscio collettivo dei Greci, a mio parere, è così attraente perché comprende che se il mondo è grandioso, maestoso, bello (come chiaramente è) allora gli dèi devono essere tutte queste cose... MA, i Greci sapevano che se il mondo è brutale, crudele, capriccioso, ingiusto, brutto e selvaggio allora gli dèi devono anche essere tutte queste cose. Di conseguenza, per la prima volta nella narrazione umana, il pantheon greco viene presentato come un insieme di personalità che sono diverse cose al contempo: meschine ma belle, crudeli ma giuste, nobili ma capricciose, ecc. In altre parole, differentemente da altri cicli mitici, quello greco è riempito di ambiguità, contraddizioni e molteplicità di carattere che ritroviamo nelle nostre vite reali. La complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità precedentemente menzionate. Costituiscono il primo ciclo mitico della nostra storia umana ad aver modellato e rimodellato poeti e drammaturghi nell'essere una perfetta miscela di religioso, letterario, drammatico, visionario, comico e simbolico. Costituiscono, credo si possa conseguentemente dire, un'opera d'arte.

La copertina del saggio Eroi. Mostri e mortali, imprese e avventure di Stephen Fry, pubblicato in Italia da Salani Editore

Stephen Fry 100esimo Lego Classicist, conosceva già il progetto?

Ne avevo sentito parlare, ma mai mi sarei immaginato di diventare il Centenario Lego.

Stephen Fry
Liam D. Jensen e Alessandra Randazzo parlano del LEGO Classicist centenario

Per tutte le foto si ringrazia Liam D. Jensen, The Lego Classicist.


Bronzi di Riace Daniele Castrizio

Bronzi di Riace, intervista al Professore Daniele Castrizio

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, nell'agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l'Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, da anni si occupa dello studio delle due statue.

Secondo la sua ipotesi, i due bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sulla argilla.

Lo abbiamo intervistato per ClassiCult.

 

Professore, iniziamo con una domanda di carattere generale: chi sono i Bronzi A e B, e da dove provengono?

Nell'agosto del 1972 i Bronzi vengono ritrovati da un sub e, subito, vengono restaurati a Firenze. Il Bronzo A viene restaurato sicuramente meglio, il Bronzo B viene invece scartavetrato e per questo ha perso una parte della patina che lo ricopriva. Vengono per la prima volta esposti a Firenze, riscuotendo un enorme successo in termini di affluenza; lo stesso accade quando vengono esposti a Roma. Una volta trasportati a Reggio Calabria, la loro presenza provoca un'affluenza che, fino a quel momento, non si era mai vista!

Comincia così la ridda infinita delle ipotesi che, per molti anni, sono state contraddistinte da una caratteristica che le ha accomunate e che non mi è mai piaciuta, e che possiamo definire ottocentesca: i Bronzi sono stati valutati attraverso l'occhio dell'archeologo. Chi ha scritto - e ancora scrive - su di loro, spesso non li ha neanche mai visti di presenza, quindi non sa quali siano le loro caratteristiche anatomiche. Spesso ancora oggi si crede che tra le due statue intercorra uno scarto temporale di 20 anni, ma dai rilevamenti fatti da me e da altri studiosi, si è scoperto che le due statue siano pressoché contemporanee.

Cosa riferiscono le ipotesi contemporanee?

Il Professore Massimo Vidale, docente presso l'Università di Padova, dal 2000 in poi, è stato promotore di un progetto molto interessante che riguarda l'analisi della terra di fusione presente nei Bronzi. Ci sono state tre analisi, due a livello nazionale e una di carattere internazionale. Durante le prime due, confrontando la terra di fusione con le carte geologiche del Mediterraneo, si sono immediatamente escluse le zone dell'Italia Meridionale; non si è riusciti ad escludere Atene perché all'inizio non c'era la mappa geologica della città.

Si era addirittura arrivati a dire che la terra di fusione era stata presa a circa 200 m di distanza l'una dall'altra e, quindi, l'argilla proveniva dallo stesso posto: un'altra prova per dimostrare che le due statue erano state prodotte nello stesso luogo. Nell'ultima analisi, effettuata avendo in mano la mappa di Atene, si è esclusa definitivamente l'area attica. Si è concluso che i Bronzi sono stati fatti ad Argo; nel 146 a.C., quando la Grecia cadde in mano alla potenza romana, i Bronzi vengono presi e portati a Roma, perché Argo viene distrutta assieme a Corinto.

Un'epigramma della Antologia Palatina parla di "eroi di Argos portati via". Molto probabilmente si riferiva a queste due statue, i cui personaggi che rappresentano non compaiono nella ceramica attica. Ricompaiono poi a Roma sicuramente nel I secolo d.C. e non si sa se, nel frattempo, abbiano avuto una qualche funzione. Ad un certo punto della loro travagliata storia, questi Bronzi scompaiono da Roma e li ritroviamo poi a Riace.

A Roma vengono restaurati probabilmente nel I secolo d.C., un restauro molto complesso dove il braccio sinistro di A e l'avambraccio sinistro di B sono risalenti all'epoca romana. Forse sono stati fatti dei calchi sulle braccia rotte, poi fuse e rimesse al loro posto. Questo ha comportato che non si potessero lasciare del loro colore originario, perché avevano colori molto diversi tra loro e, quindi, li hanno dipinti di nero. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida trovata dal Professore Giovanni Buccolieri dell'Università del Salento.

Il Professore Koichi Hada dell'Università di Tokio ha capito che questa era la prova che i bronzi erano stati dipinti tutti di colore nero. Ci sono altri esempi a Roma di restauri di statue risalenti al V secolo a.C. presenti al Museo Capitolino. Insieme ai Bronzi fu trovato tra il braccio destro e la coscia destra un coccio grosso, forse utile ad evitare che il braccio facesse pressione e si potesse rompere. Questo coccio dovrebbe essere un'anfora che serviva da distanziatore. L'Imperatore Costantino prende tutta la collezione imperiale e se la porta a Costantinopoli, come riporta la Antologia Palatina, e probabilmente la fine dei bronzi sarebbe stata quella, se la nave dove viaggiavano non fosse affondata.

 

Da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non possa fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui hanno inserito occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici diversi. Il bronzo utilizzato non è il medesimo: per realizzare una statua è stato usato bronzo proveniente dalla Spagna; per realizzare l'altro invece è stato usato un bronzo proveniente da Cipro.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, B corregge i difetti di A. Nonostante la sua straordinaria bellezza A presenta dei difetti, tanto è vero che per rendere stabile l'elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Riguardo a B possiamo dire che presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l'elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo. Altra vera differenza, scoperta di recente, è che chi ha fatto B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, e in modo tale da modellare facilmente le costole.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Ma la differenza più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi ha fuso B non era allo stesso livello. Il bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre il bronzo B presenta qualche bolla d'aria e punti in cui il bronzo non si è fissato per bene. Probabilmente l'autore è l'allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che Sostrato abbia aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale. I Bronzi comunque stanno nello stesso ritmo perché sono stati concepiti dalla stessa mano.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, Lei ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho seguito e che mi fanno propendere per l'ipotesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Seguendo l'ipotesi dei fratricidi, troviamo un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che parla di una Tebaide, l'originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella di Sofocle.

In Sofocle, sappiamo che Giocasta muore dopo aver dato alla luce 4 figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che Giocasta si sia uccisa la prima notte di nozze, perché riconosce i piedi gonfi del figlio e, per la vergogna, decide di togliersi la vita. Edipo in seguito avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Euriganeia, che gli concede i 4 figli, cioè Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l'aiuto di Tiresia li esorta a fare un sorteggio e a suddividersi l'eredità del padre. I due accettano. Ma c'è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l'esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re (ne papiro c'è la parola wanax). L'ultima parola che si legge è "si arrabbiò". È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro. altro riferimento è Stazio che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide (XI libro), e li vede proprio a Roma. Stazio prende un'immagine molto suggestiva che vede i due protagonisti combattere contro dei demoni. L'unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. e da lui descritti nella Lettera ai greci; vengono presentati come il gruppo dei fratricidi. Pare che li abbia visti anche Marziale. Ma c'è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti tutti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno di questi gruppi, i tre personaggi principali (Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo) sono sempre presenti. In tutti i confronti, Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato arrabbiato: è l'unica statua del mondo greco ad essere rappresentata che digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l'occhio sinistro strizzato. B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l'una di fronte all'altra, entrambi consapevoli della morte che sta per arrivare. Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da una infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di un colore simile al quarzo, rosa il sacco lacrimale, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Analizzando la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo visto che tutte possedevano i capelli di un colore biondo pallido, molto tenue. Anche il colore della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Roberto Mussapi i nomi e le voci

Il risonante richiamo del mito

Poesia e teatro custodiscono da sempre, in uno scrigno adamantino, il cuore fragile del mito, serbandone la ieratica verità in una dimensione capace di sollevarsi al di sopra del tempo. A questo principio immutabile e, in una certa misura, sacro paiono ispirarsi i monologhi in versi di Roberto Mussapi, composti nel corso della sua lunga e fertile produzione letteraria e da poco raccolti in una silloge - I nomi e le voci - edita da Mondadori, nella storica collana Lo Specchio. Sin dal titolo, così evocativo, si intuisce che la cifra che contraddistingue l’opera è la pluralità; dalla folla di volti, di maschere e di parole, emergono di volta in volta personalità uniche e dirompenti, che spiccano, oltre che per la loro irripetibile individualità, anche per i significati profondi di cui la loro storia è vibrante espressione.

Scongiurato il pericolo dell’anacronismo – perché il mito per la natura ribelle scavalca le leggi caduche del tempo –, come un demiurgo Mussapi opera sui personaggi dell’epica e della tragedia greca una sorta di palingenesi, permettendo ai protagonisti della classicità di pronunciare visioni rinnovate, all’insegna di una modernità ritrovata e incredibilmente sensuale. Così la sua Cassandra, profetessa troiana dalla voce inascoltata e franta, trascinata come bottino di guerra in un mondo che non ha bisogno di profeti, percepisce il fetore di sangue e morte nel palazzo degli Atridi, è tormentata dalle visioni di un mare che sanguina, e parla a se stessa dal dolore pungente della sua assoluta cecità; Eco, la risonante, la ninfa che si invaghisce di Narciso senza esserne ricambiata e che viene condannata a replicare in eterno un suono privo di significato, serba la memoria di un passato corporale, mentre in lei già dolora il supplizio di un presente mutilo: «A quel tempo non ero pura voce ma avevo un corpo, / e un tempo avevo anche la voce che senti, / che sta svanendo, ascolta, sta trapassando / a quella che sarà e che senti, al tuo presente». Il suo futuro è attesa e nascondimento, vergogna per un amore rifiutato, e voce, voce che «perdura, e ciò che vive è suono».

Particolare dell'opera Teseo e il Minotauro del Maestro dei Cassoni Campana (1510-15). Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Le immagini che da un testo all’altro si rincorrono evidenziano la rilevanza assunta, tra le sfere sensoriali, dal tatto: colpisce, in questo senso, l’esempio di Arianna, che nel ricordo alterna la sensazione della ruvidezza del filo tra le dita alla percezione altrettanto netta della sua assenza; nel sonno dell’abbandono sulla riva di Nasso, i due polpastrelli ora si sfiorano nudi, sono stati derubati della traccia tangibile di un legame salvifico, che aveva concesso alla fanciulla di essere vicina all’eroe nel suo oscuro viaggio verso il Minotauro e, soprattutto, nel ritorno alla luce. L’errore di Teseo, nella rilettura di Mussapi, consiste nel confondere amore e magia, attribuendo allo stratagemma del filo, e non al sentimento puro di Arianna, la riuscita dell’impresa: «e non è contro natura Teseo, / che non seppe riconoscere l’amore, / che usò il mio filo e lo spezzò come un fiore, / non è contro natura non capire, / non essere all’altezza dell’amore?». Anche le due voci di Penelope, che risuonano in una persona sola, proferiscono la palpabilità di una trama intrecciata di giorno e disfatta di notte in un lavorio incessante, e parlano di dita che il filo riga ora su ora: «Certo, raccontano, la moglie di Ulisse / non poteva non condividerne scaltrezza e acume, / ma questa è solo la verità apparente della storia. / Che fu tramata, questa sì, tramata / da quel disegno che muove le dita di una donna / nel buio della notte, per amore. / Che vuole dire non sottomettersi al tempo, / salvare con le mani il primo incanto».

Rudolf Seitz, Penelope alla tela in un tessuto (1893) dal Castello di Ratibor a Roth. Immagine CC0

Mussapi risale alla radice più profonda del significato del mythos, recuperandone la nodale valenza narrativa: le presenze che popolano la verticalità dei suoi monologhi si esprimono in versi, ma non si limitano a pronunciare i tormenti dell’io, anzi raccontano i destini dell’uno e del molteplice, gli impervi cammini che il poeta percorre per scovare l’alterità e partecipare della sua creaturale ferita. Dal buio oltremondano, Enea e Didone testimoniano la loro verità: e se il primo chiede salvezza e perdono («io lasciai lei e la vita, / per dare altrove vita ai miei morti»), la seconda nel fitto della tenebra si dice ferma nel ricordo di Enea («nella sua voce ancora mi tengo»). Altrettanto terribile risuona la condanna di Antigone, di fronte alla violazione del sacro confine tra i due regni, quello dei vivi, con le sue norme scritte, e quello degli inferi, con le sue leggi eterne e immutabili.

Dettaglio di affresco dalla Tomba del tuffatore a Paestum. Fotografia autoprodotta di Michael Johanning (2001) in pubblico dominio

Il viaggio nell’antico si conclude con le Parole del tuffatore di Paestum, che dal fondo dell’abisso consegna a suo figlio l’esperita certezza dell’eternità dell’amore, e con le Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, che nella lava incandescente riconosce la scintilla che avvampa dentro di sé da sempre e che lo riconduce a se stesso: «Arduo è durare, più raro esistere, / protrarre nella durata quella fiamma, / e solo in quella vampa io fui alla sua altezza». I voli di Mussapi proseguono nel vasto cielo di Shakespeare e nelle speziate notti arabe, per planare poi nella Grotta Azzurra in cui rendere onore al suo tempo e alle parole che, assecondando il richiamo del mito, possono talvolta salvare la vita.

Roberto Mussapi legge da I nomi e le voci.

Roberto Mussapi i nomi e le voci
La copertina del libro I nomi e le voci di Roberto Mussapi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nella collana Lo Specchio

Fuoriclassico diventa format online: si parte con Luciano Canfora

Fuoriclassico: la rassegna sulla contemporaneità ambigua dell'antico diventa format online
Dal 6 maggio, tutti i mercoledì, sulla pagina Facebook del MANN, gli  incontri da non perdere
Si parte con Luciano Canfora, che parla di Aristofane e Tucidide
Si continua con Massimo Cacciari, Cristina Cattaneo, Mariangela Gualtieri e tanti altri
L’agorà digitale si rivolge anche alle scuole ed alle Università
Con la prospettiva, in autunno, di una programmazione inedita per integrare l’offerta didattica
 
 
2 maggio. Un’agorà virtuale per conoscere grandi Maestri della cultura contemporanea: ogni mercoledì, dal prossimo 6 maggio, la rassegna “Fuoriclassico. La contemporaneità ambigua dell’antico” sarà presentata sulla pagina Facebook del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Un appuntamento online per ritrovare gli eventi più significativi delle edizioni 2018 e 2019 della manifestazione: “Fuoriclassico incarna alla perfezione l'identità del nostro Museo,  raccontando il mondo degli antichi in un dialogo coinvolgente e curioso con il contemporaneo” dichiara Paolo Giulierini, Direttore del MANN, “abbiamo deciso di aprire alla fruizione online di questi contenuti, immaginandoli  anche come  supporto ed ulteriore stimolo per i tanti studenti impegnati nella preparazione a distanza”.
La rete tra le associazioni culturali A voce alta ed Astrea. Sentimenti di giustizia e l’organizzazione dell’Ufficio Museologia e Documentazione storica del MANN, hanno creato, nel corso di un triennio,  un interessante dialogo tra mondi, tempi e linguaggi spesso destinati a non entrare in contatto (letteratura, filosofia, diritto, teatro, musica, storia antica, archeologia, cinema, arti visive).
Un’occasione da  cogliere al volo non soltanto per chi non ha potuto assistere agli incontri o per chi vuole ritrovare le riflessioni di grandi pensatori contemporanei, nel magico (e adesso virtuale) scenario del Toro Farnese del MANN: la versione web di “Fuoriclassico” potrà configurarsi come format di approfondimento anche per allievi della scuola secondaria di secondo grado e dell’Università.
Luciano Canfora al MANN (marzo 2018). Foto credits: Carlo Arace

 

Taglio (digitale) del nastro, mercoledì prossimo, con la video-lezione di Luciano Canfora: dalla storiografia di Tucidide alla commedia di Aristofane, un percorso imperdibile per comprendere, grazie ad una voce autorevole e colta, la perenne attualità dei classici.

A seguire, la programmazione continuerà ad essere ricchissima: spazio a letteratura, teatro e filosofia, con Massimo Cacciari, che racconterà l’Eneide anche grazie all’intensa interpretazione di Anna Bonaiuto (l’evento sarà online 13 maggio).
La meditazione su nostos/reditus sarà affidata a Hisham Matar e Rossana Valenti, con un reading di Enzo Salomone (20 maggio), mentre il dramma dei migranti sarà rappresentato nel confronto multidisciplinare tra il medico legale ed anatomopatologa Cristina Cattaneo (Direttrice del Centro LABANOF dell’Università degli Studi di Milano ed autrice del libro “Naufraghi senza volto”), la giornalista e scrittrice Cristina Soffici, il fotografo Antonio Biasiucci (27 maggio).
Giustizia ed immoralismo saranno le parole chiave dell’incontro web (3 giugno) con Gennaro Carillo ed Ulderico Pomarici; sotto il segno di Ovidio, sarà condotta la lezione di Alessandro Barchiesi, con letture di Elena Bucci (10 giugno).
Dalla stagione 2019-2020, che aveva come filo conduttore il corpo, saranno riproposti gli incontri con la poetessa Mariangela Gualtieri, i professori Victor Stoichita e Corrado Bologna, per concludere con una meditazione sulle Antigoni nella lettura di Elena Bucci e Diana Matar.
In autunno, con la riapertura delle scuole, la proposta online di Fuoriclassico si arricchirà di lezioni ed interventi inediti, ad integrazione di una didattica che, speriamo, si possa finalmente svolgere di nuovo ‘in presenza’.

 

Fuoriclassico Luciano Canfora MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Luciano Canfora al MANN (marzo 2018). Foto credits: Carlo Arace

Testo, video e immagini dall'Ufficio Stampa del Museo Archeologico Nazionale di Napoli


Esercizi di umanità, tra le lacrime delle cose

In questi giorni sospesi, virgilianamente segnati dalle lacrime delle cose, accostarsi alle pagine degli antichi innesca un singolare cortocircuito. Si tratta in realtà di una condizione sempre valida per ciò che è classico, che per definizione torna in ogni tempo a risignificarsi nella sua indomita verità. Sfogliare il saggio einaudiano di Maurizio Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, pubblicato lo scorso anno dalla prestigiosa casa editrice torinese, in un momento così smarrito acquista una particolare rilevanza.

Il contesto in cui scrive l’autore, animato dall'acceso dibattito sull'immigrazione, lo porta a mettere in connessione alcuni aspetti della cultura greco-romana con i risvolti dell’allora stringente attualità: la questione dei naufragi e dei soccorsi, la tutela dei diritti umani, le nuove forme di schiavitù. Oggi, conservando quest’abitudine a far dialogare antico e contemporaneo pur nella legittima considerazione delle abissali distanze, si può tentare di leggere lo studio di Bettini alla luce delle rinnovate istanze sollevate dalla cronaca.

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La Galleria Sciarra a Roma. Foto di Bianca Sorrentino

In un frangente emergenziale che ha scardinato radicalmente i pilastri che reggevano il nostro mondo e la visione che di esso avevamo, mettendoci faccia a faccia con la nostra diafana fragilità e con il rischio tangibile di lasciar emergere un’atavica ferocia, il richiamo alle memorabili parole di Didone può essere addirittura salvifico: nel primo libro dell’Eneide, la regina di Cartagine accetta di accogliere lo straniero Enea e i suoi compagni, profughi sulla costa africana, perché lei stessa ha conosciuto la sventura. «Non ignara mali miseris succurrere disco» (“non ignara del male imparo a soccorrere i miseri”), dichiara la donna; in questo verso immortale, Bettini rileva, da un lato, la reciprocità tra l’esperienza individuale del dolore e la compassione per la sofferenza altrui e, dall’altro, l’aspetto durativo di quell’«imparo» (disco), a sottolineare l’umanità di chi è disposto a trarre insegnamenti da ogni esperienza della propria vita, senza illudersi che i traumi del passato costituiscano un’acquisizione ‘formativa’ in sé compiuta. Il lascito virgiliano può, se non offrire risposte, fornire almeno un modello con cui misurarsi ora che il dramma della malattia, solitamente intimo e privato, è condiviso dalla società tutta, in un universo globalizzato e perennemente connesso.

Per appartenere a questa societas, direbbe Cicerone nel De officiis, è sufficiente essere uomini, possedere cioè la ragione e l’uso linguaggio; ma è bene sottolineare, ricorda Bettini, che «per un Romano espressioni come communis e communitas non implicano solo avere qualcosa “in comune”, ma anche reciproco impegno. La communitas presuppone infatti l’avere munia – “obblighi”, “impegni” – l’uno verso l’altro». Ecco un altro spunto di riflessione in un momento in cui siamo tutti, indistintamente, chiamati a mettere da parte la nostra individualità, a sacrificare abitudini e aspirazioni personali, in nome di un senso di responsabilità collettivo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice, 1825, Paris, Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Foto di VladoubidoOo, CC BY-SA 3.0

Il capitolo che, letto ora, appare più intenso, ragguardevole e a suo modo straniante è quello dedicato ai cadaveri insepolti. L’autore traccia con maestria un suggestivo percorso che unisce la tragica vicenda di Antigone – sorella devota che, violando il decreto, concede sepoltura al fratello ribelle – al commovente episodio omerico in cui il re Priamo supplica Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore, affinché abbia esequie degne. Abbiamo tutti in mente le immagini della lunga fila di camion militari, i quali nei giorni scorsi hanno portato altrove i feretri che i templi crematori, vicini al collasso, faticano ormai a gestire. Credenti o atei, abbiamo tutti avvertito come impietosa – priva cioè di pietas, di devozione – la solitudine di queste morti, a cui è negata persino la dolcezza di un estremo saluto.

Bertel Thorvaldsen, Priamo chiede ad Achille la restituzione del corpo di Ettore; marmo, 1815. Foto dal libro Nordisk skulptur, København 1964, Foreningerne Norden. Pubblico dominio

Fare i conti con questo dolore indicibile è prematuro; scriverne in modo avventato e precipitoso potrebbe indurre in errori di valutazione miopi e grossolani; rivolgersi ai classici, per iniziare a instaurare un silenzioso dialogo con le risposte che gli antichi hanno rintracciato nel loro mondo, potrebbe essere una via per trovare un primo sostegno, esercitare costruttivamente dubbio e senso critico e ragionare sul futuro, senza farsi trovare impreparati - di nuovo.

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La copertina di Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, di Maurizio Bettini, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Vele

Festival filosofia Magna Grecia Elea Velia

Il Festival della Filosofia in Magna Grecia

"Agli uomini, infatti, il Cronide dettò questa legge: è proprio dei pesci, delle fiere, dei volanti uccelli divorarsi l'un l'altro, perché non esiste giustizia fra loro; ma agli uomini diede la giustizia, che è cosa di gran lunga migliore. Se uno, conoscendo la verità, la proclama, a lui Zeus dall'ampia pupilla darà la felicità; chi invece coscientemente giurerà il falso e renderà falsa testimonianza, ingannando la giustizia commetterà irreparabile crimine e lascia 
dopo di sé la progenie sempre più oscura , mentre fiorirà la discendenza dell'uomo che ha giurato il vero".
(Esiodo, “Opere e giorni”, vv. 248-269,276-285).
Si sta svolgendo in questi giorni, precisamente dal 23 al 26 Ottobre, in Cilento, una nuova edizione dell'ormai attesissimo Festival della Filosofia in Magna Grecia, il cui tema centrale, per espresso volere degli organizzatori, è costituito dalla "Dike", termine con cui nell'antica Grecia veniva caratterizzata la Giustizia, tematica quanto mai attuale.
La manifestazione coinvolge studenti liceali provenienti da ogni parte d'Italia, i quali, nei quattro giorni della manifestazione, saranno protagonisti di incontri con filosofi, laboratori didattici e passeggiate filosofiche in un territorio, quello cilentano, che tanto ha donato nel suo glorioso passato al moderno pensiero occidentale.
I luoghi in cui sono previste queste attività, infatti, sono tra i più rappresentativi del mondo antico, almeno per quanto concerne l'ambito della Regione Campania, vale a dire il Parco Archeologico di Paestum e quello di Elea-Velia, e la deliziosa cittadina di Vallo della Lucania.
Festival filosofia Magna Grecia Elea VeliaSi è partiti Mercoledì 23 con la lezione-spettacolo a cura di Annalisa Di Nuzzo e Salvatore Ferrara, con gli attori Noemi Perfetto, Riccardo Marotta e Ilaria Cecere; prevista anche una giornata filosofica esperenziale attraverso la lettura di alcune pagine dell'Antigone di Sofocle ed il rapporto tra le leggi di Socrate e Platone.
La manifestazione prevede nei giorni 24 e 25 Ottobre anche passeggiate filosofico-teatrali negli scavi archeologici di Paestum ed Elea-Velia e dialoghi filosofici moderati da Massimo Adinolfi, ordinario di Filosofia Teoretica alla Fondazione Alario di Ascea, insieme a numerosi altri eventi tra i quali laboratori pratici coordinati da Alessio Ferrara, agorà tra docenti, Animafilosofia e concorsi  a cura di Andrea Lucisano.
"Durante il percorso filosofico-teatrale - sottolinea Annalisa Di Nuzzo - saranno definiti i fondamenti della filosofia politica. Attraverso il confronto e la libera discussione si proverà a promuovere le competenze di cittadinanza e costituzione che contribuiscono di fatto a creare un senso di appartenenza al luogo in cui si vive, al proprio paese, all'Europa ed al mondo intero, attraverso la disponibilità a partecipare al processo decisionale proprio della democrazia, cosi' imprescindibile già per gli antichi".
Per Giuseppina Russo, presidente del Festival della Filosofia in Magna Grecia, "la manifestazione ha consolidato una dimensione nazionale ed internazionale coinvolgendo oltre quarantamila liceali nelle precedenti edizioni e diffondendo la conoscenza del patrimonio culturale e archeologico dei territori della Grecia e della Magna Grecia, per i quali il festival, esaltando il genius loci, in collaborazione con gli enti locali, le istituzioni e i soggetti impegnati nella valorizzazione del territorio, è un ponte ideale tra i luoghi rappresentativi del pensiero occidentale"
Insomma, parafrasando il grande Parmenide, l'illustre filosofo vissuto tra il VI e il V sec. a.C. e nativo proprio di Elea-Velia, se è vero che "l'Essere è e il Non Essere non è", restiamo convinti che questo Festival SIA davvero una bellissima iniziativa.
Locandina del Festival della Filosofia in Magna Grecia