La terza geografia

La terza geografia, poesie di Carmine Valentino Mosesso

La terza geografia è un incantesimo.

Quanta retorica poetica, critica, citazionistica si potrebbe applicare (falsamente?) alle numerose sillogi poetiche che contaminano il panorama editoriale? Nel settore se ne vede tantissima. Scrittori, blogger, book influencer impegnati a intessere ghirigori di compiacimento nei loro scritti al fine di soddisfare l'ego di un poeta emergente o di un editore. Quante parole inutili - troppe sovrastrutture - come se i versi necessitassero di ulteriori stampelle lessicali, roccaforti semantiche.

la terza geografia
Foto di Engin Akyurt

Per questo motivo ho preso le poesie di Carmine Valentino Mosesso e le ho lette come vanno lette tutte le poesie del mondo. Spogliando ogni parola da altre contaminazioni, da altre speculazioni. Io volevo la terra, l'aria calda del mondo sotterraneo, la brezza di inverni interiori; il fango tra i piedi di un pellegrino immerso nella sua ricerca, nel suo sogno di radici e città invase dalla luce del sole. Io ho bisogno di disconnettermi dall'abusata recita del rapporto uomo-natura, del depauperamento dei valori tradizionali sotto l'imperialismo della tecnocrazia. Io voglio di più, e me lo ha offerto La terza geografia. Una dimenticata semplicità, senza i fronzoli dei salotti letterari (o bettole intellettualoidi).

la terza geografia
La copertina del libro La terza geografia, poesie di Carmine Valentino Mosesso, pubblicato da Neo. Edizioni

Con una lingua materica vengono costruiti i versi di Mosesso, parole di argilla, felce, corteccia e terra nuda. Poesie intrise di una fisicità e concretezza, intenti ossimorici mettere l'incanto nel disincanto. Ma è questo l'intento dell'autore, fondere le geografie, il visibile dei fiumi, delle montagne, dei mari all'eterno misurabile e mutabile contesto umano, come le nazioni e le densità demografiche. Poi arriva la terza geografia, una dimensione personale e mitopoietica, un abbraccio concreto a un territorio che è visione infinita di genius loci, desideri identitari. Può l'autodeterminazione personale essere coltivata col seme più antico del mondo? Sì. La potenza emotiva di Mosesso è vita generatrice di vita.

Queste poesie sono strade spaccate, vicoli in cui perdersi, spelonche, il carsismo di altopiani derelitti, le pietre che orientano l'uomo verso baricentri inediti, equilibri di reticoli urbani spogliati dal progresso. Mosesso è profeta del ritorno, senza etichettare il suo lavoro con opere di poeti conterranei o contemporanei. La terza geografia è una scrittura infinita che si perde in tutte le cose spezzate del mondo, luoghi in cui nascere e infine ritornare. Un grazie alla Neo Edizioni per aver dato una splendida opportunità a questo autore.


Tralummescuro, per tutte le Pavane del mondo

in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell' uomo e delle stagioni

Cantava Guccini ne Un vecchio e un bambino. Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto è la prosecuzione ideale di quella canzone. Non più pianure dell'Emilia pre-industriale, ma la montagna appenninica lungo l'asse della porrettana, un luogo isolato e incantato dal tempo e dal sapore dolce-amaro dei ricordi. Il titolo è una dichiarazione di poetica; spiega infatti l'autore:

Noi da queste parti abbiamo un nome per quest’ora, un’ora che è di tutti, un’ora che è pace e presagio. La chiamiamo tralummescuro: tra la luce e la notte. Lungo la montagna vedi la linea d’ombra che sale lenta lenta, e poi vien buio.

Se la luce che declina sia quella che rende magici i borghi dell'Appennino oppure sia la luce del declino di un'Italia, raffigurata talvolta strizzando gli occhi agli Scritti Corsari e alla mutazione antropologica sta al lettore deciderlo. Entrambe le vie sono percorribili leggendo questa opera e lasciandosi guidare dalla fragranza dei brigidini, che "sono un po' una delle tue madeleine".

Più che un romanzo o una ballata, come romanticamente sostiene il sottotitolo, questo libro è un insieme di memorie, immagini che si succedono come in quelle scatole piene di fotografie in bianco e nero alle quali l'evanescenza del nitrato d'argento dona la leggerezza della poesia. Non c'è storia: la materia è ordinata secondo un flusso di ricordi tematici. Prendono vita il bosco, la campagna, i costumi di una volta confrontati con quello, che invece, c'era nel periodo dell'infanzia e della giovinezza che rende anche ciò da cui in quel tempo saremmo scappati alla prima occasione mitico e paradisiaco nella sua lontananza.

Foto ©Remo Di Gennaro

Ma i ricordi di Guccini non sono solo i suoi: sono un piccolo cammeo dedicato a tutte le Pavane d'Italia, quelle che ora vivono solo nell'immaginario e quelle che hanno saputo rinnovarsi e fare del proprio spirito di montagna un segno distintivo e quasi nobile.

Che se il Signore Iddio ha messo per ciascuno di noi una quota di castagne da consumarsi nella vita intera, la tua l'hai già di bèlle che consumata e da quel po', per cui adesso quando ti offrono qualsivoglia cosa fatta di castagne (fanno anche le tagliatelle, di farina dolce) tu pieghi cortesemente il capino biondo, sorridi mesto e dici, serafico: "No, grazie, sulle castagne ho già dato."

Foto ©Remo Di Gennaro

Commuove il ricordo dell'economia della castagna, tipico di tanti borghi arroccati. Mentre leggevo questo brano mi riecheggiavano nelle orecchie i racconti di mio nonno e di mio padre, di altre catene e altre giogaie, ma con in comune la stessa miseria e un dopoguerra che sembrava infinito. Guccini si lascia andare talvolta a un confronto tra il mondo che fu e il mondo di oggi, che diventa critica blanda, talvolta quasi di maniera nei suoi toni:

La vecchia cultura contadina di una volta non c'è più, appare rarefatta in sottilissimi e lontanissimi strati, ma è scomparsa, affogata, nessuno parla più il dialetto molti non l'hanno mai parlato, e non c'è una cultura altra a sostituire quella vecchia. Ha fatto il suo ingresso trionfante quella della televisione, delle trasmissioni più trucide che formano le opinioni e le coscienze,m col senso di paura per aggressioni, furti, violenze che le stesse televisioni instillano.

Ma non è certo l'analisi sociologica il motivo che spinge a leggere Tralummescuro: la bellezza risiede nel lasciarsi andare, come se fossimo in una serata a veglia, ad ascoltare il fluire dei ricordi in una lingua che cerca, anche nella prosodia, di imitare il parlato dei luoghi che si vuole evocare. Ed è proprio questo impasto linguistico a sostenere l'architettura di tutto il libro (anche se le note, poste per agevolare la comprensione spezzano un po' quest'incanto).

Vi consiglio di portare questo libro con voi in vacanza e di accoglierlo come un amico che vi cullerà con i suoi aneddoti. Offritegli tempo, dolcezza e gustate questo viaggio, magari con un buon bicchiere di vino fatto in casa.

Tralummescuro Francesco Guccini
La copertina di Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto di Francesco Guccini, pubblicato da Giunti Editore nella collana Scrittori Giunti
Tralummescuro Francesco Guccini
Foto ©Remo Di Gennaro

Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto di Francesco Guccini è tra i 5 finalisti selezionati dalla Giuria dei Letterati per la 58^ edizione del Premio Campiello Letteratura

Per le foto si ringrazia Giunti Editore. Tutte le foto di Francesco Guccini sono ©Remo Di Gennaro.