Apollo Delfi

Una passeggiata a Delfi per scoprire il tempio di Apollo

Luogo spirituale per eccellenza, cuore pulsante della Grecia centrale, collocato nella regione della Focide, il sito di Delfi sorge sulle pendici del monte Parnaso, a 600 m di altezza, affacciandosi sul Golfo di Corinto. Questo luogo ospita il tempio sacro al dio Apollo, frequentatissimo dagli antichi Elleni che lo consideravano idealmente "l’ombelico del mondo", il centro del globo.
Il tempio si presentava come un'imponente costruzione, al cui ingresso campeggiava la famosa massima «ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ», quel "conosci te stesso" fatto proprio dalla filosofia socratica. Accoglieva l'oracolo più influente dell'epoca che, sin dal VII secolo prima della nascita di Cristo, riceveva le visite di tante persone comuni, giunte in pellegrinaggio nella speranza che il fato volgesse a loro favore. In migliaia ogni anno affrontavano l'arduo viaggio recando doni di ogni sorta, poiché senza offerte non v'era profezia. E persino i re si affidavano ai responsi divini. Guerra o pace, vittoria o sconfitta: tutto dipendeva solo dal vaticinio dell'oracolo.
Statua di Antinoo, il favorito dell'imperatore Adriano. Dal Museo Archeologico di Delfi
Il santuario di Delfi fa parte della ristretta cerchia dei luoghi cosiddetti panellenici. Era frequentato da tutti i Greci in occasione delle festività che si celebravano in onore del Lossia (epiteto di Apollo, con il quale si indicava l'ambiguità del responso oracolare) e degli agoni ginnici che qui, dal 586 a.C., si svolgevano ogni quattro anni. I giochi erano chiamati Pitici, perché Piton era il serpente o dragone che sorvegliava la località, e venivano celebrati tra i mesi di agosto e settembre. Ai vincitori era donata una corona di alloro, oltre alla gloria imperitura. La leggenda racconta che gli agoni iniziarono dopo che Apollo uccise il mostro figlio di Γη, la Terra, divinità ancestralmente venerata sin dall'età geometrica.
Statua dell'Auriga di Delfi, dal Museo Archeologico locale
Da un punto di vista archeologico, il sito di Delfi presenta due aree sacre principali, poste ai lati di una sorgente d'acqua che sgorga da una fenditura della roccia sulla parete del Parnaso, la fonte Kastàlia: oltre al santuario di Apollo, ad est si presentava quello dedicato ad Atena Pronaia, anch'esso ricco di edifici.
Per giungere al tempio di Apollo bisognava accedere da una porta a sud, dopo aver attraversato un percorso a tornanti che conduceva sul piazzale antistante l'edificio.
Delfi Apollo
Il tempio di Apollo a Delfi
Era la Via Sacra, lungo la quale ancora oggi ci si imbatte in straordinari edifici, offerte votive lasciate dai fedeli per ringraziare il dio Apollo del responso ottenuto. Questi particolarissimi edifici recano un nome ben preciso, si chiamano "thesauròi" ed hanno la forma di tempietto prostilo con due colonne tra le ante. Non superano i 25 m² ma sappiamo che al loro interno custodivano dei doni preziosissimi, fatti dalle singole città.
Tra i più rilevanti va annoverato senza dubbio il tesoro dei Sifni, edificato attorno al 530 a. C. Il tesoro dei Sifni si presenta come un piccolo edificio di ordine ionico realizzato in marmo, e la caratteristica principale sta nella presenza di due cariatidi poste in sostituzione delle colonne tra le ante. Le due figure femminili sono panneggiate secondo la tipologia della kore e vengono rappresentate con un canestro sorretto dalla testa, sulla cui sommità svetta il capitello che sorregge la trabeazione dell'edificio.
Grazie a Erodoto sappiamo che Sifnos visse un periodo di grande splendore poiché, quando si iniziò a coniare moneta, vennero sfruttate le miniere d'argento che si trovavano nell'isola. Questo thesauros venne realizzato sicuramente  entro il 524: proprio in quell'anno Sifnos venne completamente distrutta da Policrate di Samo.
Il tesoro degli Ateniesi lungo la Via Sacra che conduceva al tempio di Apollo a Delfi
Proseguendo lungo la Via Sacra è possibile incontrare il tesoro degli Ateniesi. Secondo Pausania, l'elegante edificio realizzato in marmo di Paro sarebbe stato eretto con la decima del bottino ottenuto a seguito della celebre battaglia di Maratona, combattuta nel 490 a. C.; tuttavia alcuni studiosi ritengono che possa essere più antico. L'edificio presenta una decorazione scultorea di 30 metope che circondavano la trabeazione. Ogni lato raccontava una storia tratta dal mito, i cui protagonisti erano Eracle e Teseo.
La Sfinge dei Nassi, dal Museo Archeologico di Delfi
Alcuni thesauroi hanno suscitato l'interesse di molti studiosi, a causa di un apparato decorativo scultoreo estremamente ricco ed elegante. È il caso della Sfinge dei Nassi, uno dei doni votivi che meglio hanno resistito all'usura del tempo. La città di Naxos, celebre isola delle Cicladi, aveva realizzato un'altissima colonna ionica in marmo, i cui frammenti si conservano nel Museo Archeologico di Delfi. Sopra la colonna, datata tra il 570 e il 560 a. C., vi era una Sfinge dallo sguardo enigmatico che accoglieva i fedeli in processione.
Giunti al tempio di Apollo, non si può che rimanere estasiati di fronte all'aura di sacralità che circonda l'edificio. La sua storia è tanto antica quanto travagliata. Sempre lo storiografo Erodoto ci racconta che esisteva un primo tempio eretto in pietra, che è stato distrutto nel 548 da un terribile incendio. A seguito di questo episodio, l'edificio è stato poi ricostruito grazie ai finanziamenti della famiglia degli Alcmeonidi, esiliati dalla città di Atene, dopo l'omicidio di Ipparco nel 514. Si presenta con una cella distila in antis, e un colonnato di 6×15. Un terribile terremoto finì per distruggere anche questo nel 373 a. C.
Tutte le foto di Delfi, dal Museo Archeologico, dalla Via Sacra e dal Tempio di Apollo sono di M. Cristina Provenzano
Bibliografia

G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Arte greca. Dal decimo al primo secolo a. C., Mondadori, Milano 2013
D. Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Editori Laterza, Roma 2006.
L. Canfora, Storia della Letteratura Greca, Editori Laterza, Roma 1986.

Saqqara Didibastet Niut-shiae Laboratorio di mummificazione

Grandi scoperte a Saqqara: la sepoltura di Didibastet e quella dei sacerdoti di Niut-shaes

Oops, they did it again! L’Università di Tubinga lo ha fatto di nuovo!
Sempre durante lo scavo della missione tedesco-egiziana a Saqqara, è stata scoperta una nuova camera sepolcrale proprio nel Laboratorio di mummificazione scoperto nel 2018 dalla stessa missione, insieme ad altre cinque camere sepolcrali. Il Laboratorio di mummificazione risale alla XXVI Dinastia (664-525 a. C. circa).

Saqqara Didibastet Niut-shiae Laboratorio di mummificazioneDopo più di un anno di lavori e di documentazione, la missione ha scoperto quindi la sesta camera sepolcrale, nascosta da una parete di più di 2600 anni fa. Il Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, Dr Mostafa Waziri, annunciò ieri la nuova scoperta aggiungendo che la sepoltura conteneva quattro scarcofagi in legno purtroppo in un pessimo stato di conservazione.

Dr. Ramadan Badri Hussein ha dichiarato nell’intervista che uno dei sarcofagi appartiene ad una donna chiamata Didibastet. Fu sepolta con sei (!) vasi canopi, contraddicendo la tradizione di imbalsamare solo i polmoni, lo stomaco, gli intestini e il fegato del defunto e di riporli in quattro vasi sotto la protezione dei quattro figli di Horus: Amseti, Duamutef, Hapi e Qebesenuf.

La missione ha già esaminato il contenuto dei due vasi canopi in eccesso usando per adesso solo la tomografia computerizzata (la famosa TAC, per intenderci) e da un’analisi preliminare si evince che contengano proprio dei tessuti umani.

Per sapere se questi due vasi canopi “extra” appartengano o meno alla donna bisognerà aspettare ulteriori analisi. Secondo gli studiosi della missione la donna potrebbe aver avuto un trattamento ‘speciale’ che prevedeva appunto la mummificazione di sei diversi organi del sup corpo. Perché? Questo forse non lo scopriremo mai...

Come se questo ‘enigma’ non fosse sufficiente, studiando gli altri sarcofagi della camera sepolcrale, la missione ha poi identificato sacerdoti e sacerdotesse di una particolare dea serpente, conosciuta come Niut-shaes.

Per adesso, grazie a questi ritrovamenti possiamo affermare che i sacerdoti di questa divinità venivano sepolti insieme e essa divenne una divinità piuttosto influente durante la 26ª dinastia e che forse avesse un suo santuario a Menfi.

Inoltre si potrebbe ipotizzare che questi sacerdoti fossero di origine straniera, così come i loro nomi farebbero pensare. Ayput o Tjanimit erano nomi comuni tra la comunità libica che si stanziò in Egitto a partire dalla 22ª dinastia in poi.

L’antico Egitto era una società multiculturale dove arrivava gente da diverse parti del mondo, inclusi greci, libici e fenici.

Saqqara Didibastet Niut-shiae Laboratorio di mummificazione
Foto Credits: Eberhard Karls Universität Tübingen

Dr. Ramadan Badri ha inoltre aggiunto che son stati fatto dei test di origine non invasiva, come la spettrometria di fluorescenza ai raggi X (per analizzare gli elementi chimici) sulla maschera rivestita di argento di una delle mummie di una sacerdotessa della dea Niut-shaes. Il test ha confermato la purezza della maschera d’argento al 99.07 %.

Questa maschera d’argento è la prima ad esser stata rinvenuta in Egitto dal 1939 e la terza tra le maschere mai ritrovate.

L’équipe internazionale composta da archeologi e da chimici dell’Università di Tubinga, di quella di Monaco e del Centro di Ricerche Nazionale Egiziano sta procedendo allo studio dei residui di olii e resine ritrovate nelle tazze, ciotole e vasi trovati nel Laboratorio di Mummificazione.

I primi risultati dei test confermano la presenza di sostanze ben note per il rito di mummificazione, tra le quali il bitume (catrame), olio e resina di cedro, resina di pistacchio, cera d’api, grasso animale e forse olio d’oliva e di ginepro.

Adesso non ci resta che aspettare la fine degli scavi per aver un’idea chiara dell’intera scoperta.

Ove non indicato diversamente, foto dal Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziane: 1, 2.

Altri articoli online: Eberhard Karls Universität Tübingen, DjedMedu, Egypt Today, Associated Press,


Tracia Ateniesi Pisistrato colonizzazione Grecia

La colonizzazione in Tracia dal VII secolo a Pisistrato

I Greci, in modo particolare gli Ateniesi, rivelarono un vivo interesse per la Tracia per oltre due secoli. A partire dalla metà del VII secolo a. C. i Greci fondarono le prime colonie lungo le principali coste della Tracia, quali la costa dell’Egeo, della Propontide e del Ponto, dove erano presenti vecchi villaggi traci. Intorno al 550 a. C. gli Ateniesi riuscirono a colonizzare l’intera area del Chersoneso; più tardi si affacciarono sulle ricche regioni minerarie situate nei pressi della foce dello Strimone.

A partire dalla fine del VI secolo gli Ateniesi cercarono di consolidare i rapporti con le popolazioni locali attraverso legami matrimoniali; ma questa vicinanza tra Greci e Traci si sgretolò durante la spedizione del re persiano Dario contro la Scizia nel 513-512 a. C. Con un imponente esercito Dario avanzò dal Chersoneso verso la foce dell’Istro, soggiogando tutte le tribù tracie incontrate lungo il cammino. Appresa la notizia dell’avanzata persiana, gli Sciti, popolazione nomade di origine iranica, costrinsero i Persiani alla ritirata.

Il re Dario tornò con le sue truppe in Asia Minore, ma lasciò una consistente guarnigione in Tracia guidata dal generale Megabazo. Inoltre, i Persiani nel 512 fondarono Dorisco, roccaforte situata presso il corso inferiore dell’Hebros. Fu proprio da Dorisco che Serse, il successore di Dario, guidò la spedizione contro l’Ellade nel 480, durante la quale la maggior parte delle tribù traci si alleò alle truppe persiane.

Il monte Pangeo. Foto di Diamantis Stagidis (Διαμαντής Σταγγίδης), pubblico dominio

Dopo la disfatta dell’esercito achemenide a Salamina nel 480 e a Platea nel 479, i Persiani si ritirarono velocemente in Asia Minore, e molte roccaforti che avevano fondato in Tracia furono conquistate dagli Ateniesi, che riuscirono ad impossessarsi di tutta la regione delimitata dal fiume Strimone e dal monte Pangeo. I coloni ateniesi sfruttarono i territori che andavano dalla foce dello Strimone al Bosforo, non solo per le preziose risorse naturali ma anche per reperire informazioni sulla conformazione geografica delle principali zone della regione balcanica e sulle popolazioni che abitavano quelle terre. I Greci, infatti, furono i primi ad avere una conoscenza diretta della Tracia che non si basasse più sulla tradizione del mito e della leggenda ma sulla reale osservazione della civiltà trace.

La località di Ennea Hodoi, situata sulla riva orientale del fiume Strimone, poco distante dal mare, fu oggetto di numerosi e reiterati tentativi di colonizzazione da parte di Greci provenienti da diversi luoghi di origine, per la sua eccezionale posizione strategica. Un antico scolio a Eschine riconduce il toponimo “Ἐννέα ὁδοί” (“Nove strade”), ad un affascinante e suggestivo episodio legato ad un anatema di Fillide, principessa trace, figlia del re Fileo. La fanciulla, essendosi recata per nove volte in quel luogo, dove invano attese il ritorno dell’amato Demofonte, avrebbe auspicato agli Ateniesi di subire lo stesso numero di sciagure:

Gli Ateniesi per nove volte fallirono presso il luogo chiamato “Nove strade”, che è un luogo della Tracia, quello che ora è chiamato Chersoneso. Fallirono a causa delle maledizioni di Fillide, la quale, innamorata di Demofonte ed aspettandosi che sarebbe tornato a dar compimento alle promesse fattele, e recatasi per nove volte in quel luogo, poiché quello non giunse, gettò sugli Ateniesi la maledizione di subire in quel posto altrettanti fallimenti. (schol. Aesch. II, 31)

Tracia Ateniesi colonizzazione colonie Pisistrato
Vista dall'Acropoli di Anfipoli col fiume Strimone sullo sfondo. Foto di MarsyasCC BY-SA 3.0

La valle dello Strimone era nota per le abbondanti risorse minerarie di oro e argento e per le ingenti quantità di legname, catrame e pece. Tali caratteristiche resero molto ambita la ricca e florida terra trace, soprattutto dagli Ateniesi quando il tiranno Pisistrato, in esilio presso le zone del Pangeo e del golfo Termaico, ne colse le potenzialità.

Negli anni successivi all’arcontato di Solone, Atene fu straziata da numerosi conflitti tra le più influenti famiglie aristocratiche della città che, attraverso eserciti privati, cercavano di accaparrarsi il potere. In un clima di crisi e anarchia, emerse la figura di Pisistrato, giovane e ambizioso aristocratico di Brauron, località situata sulla costa orientale dell’Attica. Egli riuscì ad acquisire notorietà e rispetto nella guerra che gli Ateniesi combatterono contro Megara per il possesso di Salamina e Nisea.

Attraverso un consueto cursus honorum, scandito da programmi demagogici e riconoscimenti militari, intorno al 560 riuscì a farsi tiranno. Con il supporto di una guardia del corpo, occupò l’Acropoli e conquistò il potere. Ma il sostegno del popolo si tramutò in paura e le fazioni politiche opposte lo costrinsero all’esilio. Successivamente rientrò ad Atene grazie ad un accordo matrimoniale con la famiglia degli Alcmeonidi, compromesso destinato a fallire poco dopo.

Costretto nuovamente alla fuga, Pisistrato raggiunse la zona del Pangeo e dello Strimone, dove reclutò un esercito personale e ottenne ingenti profitti. Nel 546 infatti, il tiranno, grazie agli introiti finanziari provenienti dalla Tracia e ai legami instaurati con gli aristocratici dell’Eretria, di Argo e Tebe, prese ancora una volta possesso della città, fino al 528, anno della sua scomparsa.

Pisistrato torna ad Atene, al suo fianco una donna travestita da Atena (come narrato da Erodoto). Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

L’avventura in Tracia consentì a Pisistrato di guadagnare enormi profitti che gli permisero di tornare in pianta stabile ad Atene. Nelle Storie Erodoto fa un chiaro riferimento ai numerosi vantaggi economici, provenienti in parte dalle attività nella regione dello Strimone, attraverso i quali il tiranno tornò al potere ad Atene dopo la sua seconda espulsione dalla città:

Gli Ateniesi si lasciarono persuadere e così Pisistrato per la terza volta fu padrone di Atene; questa volta rese più saldo il proprio potere grazie alle molte guardie e agli ingenti contributi in denaro, che gli provenivano tanto dall’Attica come dal fiume Strimone. (Hdt. I, 64, 1)

Il progetto coloniale ispirato dal tirano ateniese non si tradusse mai in violente campagne contro le popolazioni locali ma ebbe, fin da subito, un carattere collaborativo e diplomatico. Egli non disponeva di un esercito solido che gli garantisse il controllo del territorio e per questo motivo instaurò accordi clientelari con gli abitanti che occupavano la zona del Pangeo, ricca di preziose miniere.

Infatti, Pisistrato e i suoi ricevettero un consistente appoggio soprattutto dagli ethne traci e dagli Eretriesi. Proprio il sostegno di questi ultimi permise agli Ateniesi di adottare il modello cooperativo anche nelle zone dell’Egeo settentrionale. Dunque, l’iniziativa del lungimirante despota non si concretizzò inizialmente in una reale ed effettiva occupazione dell’area trace e non determinò la formazione di una vera e propria colonia, a differenza dei successivi tentativi di V secolo.

Bibliografia

David Asheri, Herodotus on Thracian Society and History, in Hérodote et les peuples non grecs: neuf exposés suivis de discussions, W. Burkert, G. Nenci and O. Reverdin (eds.), Ginevra 1990, 132-133.

Manuela Mari, Un luogo calcato da molti piedi: la valle dello Strimone prima di Anfipoli, “Historikà” 4 (2014), 53-114.

Matthew A. Sears, Athens, Thrace, and the shaping of Athenian Leadership, Cambridge 2013.


Achei Sibari

Il viaggio degli Achei e la fondazione della colonia di Sibari

Il viaggio degli Achei e la fondazione della colonia di Sibari

Mostra VIDE – VIaggio Dell’Emozione

Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide

Cassano all’Ionio (Cosenza)

Lunedì 25 novembre 2019

Achei Sibari
Sibari, Stombi (1971). Pettorale in lamina d'argento e oro (600-575 a. C.)

Lunedì 25 novembre 2019 a Cassano all’Ionio (Cosenza), presso il Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide, diretto dalla dottoressa Adele Bonofiglio, si terrà una giornata dedicata al Pettorale in oro e argento, scelto come simbolo del “viaggio lungo le rotte commerciali e scambi culturali nel Mediterraneo” avente come tema portante Il viaggio degli Achei e la fondazione della colonia di Sibari.

Adele Bonofiglio - Direttore Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia

Ritrovato nell’area di Stombi, il prezioso oggetto faceva parte di un antico pettorale utilizzato probabilmente come ornamento per una veste rituale. Tale reperto riassume nella propria materia d’oro e argento e nella lavorazione decorativa, formata da coppie di palmette a sette petali contrapposte a fiori di loto, i fasti di Sybaris, la città fondata dagli Achei nel 720 a.C., che tra il VII e il VI sec. a.C. conquistò, grazie alla sua floridezza, la supremazia sulle città di confine. Tale ruolo fu perduto dopo due secoli di splendore, quando decadde a seguito della dolorosa sconfitta infertale dall’esercito dei Crotoniati guidati dall’atleta Milone.

Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide

L’iniziativa è indetta nell’ambito della Mostra VIDE – VIaggio Dell’Emozione, che coinvolge tutti gli istituti del Polo museale della Calabria, guidato dalla dottoressa Antonella Cucciniello.

Antonella Cucciniello
Antonella Cucciniello - Direttore Polo museale della Calabria

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Una rete di gallerie sotterranee nelle miniere del monte Laurio

10 Febbraio 2016
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Laurio (o Lavrio, in precedenza Thorikos) è una città nella parte sud occidentale dell'Attica, che in antichità era celebre per le sue miniere d'argento, note appunto come miniere del (monte) Laurio.
Un team di archeologi ha ora scoperto una rete di gallerie, pozzi e camere - relativa a queste attività minerarie di 5.000 anni fa - ai piedi dell'Acropoli Micenea di Thorikos, che domina il porto naturale del Laurio. Si tratta di oltre 5 km di condotti sotterranei, scavati tra marmo e scisti calcarei dell'Attica, che sono stati oggetto di esplorazione e rilevamenti. È attualmente la più grande rete sotterranea in questa parte del mondo egeo.

Archeologo al lavoro nella miniera di 5.000 anni fa a Thorikos. Credit: Ghent University
Archeologo al lavoro nella miniera di 5.000 anni fa a Thorikos. Credit: Ghent University

Le condizioni in queste miniere dovevano essere terribili: oscurità e un caldo soffocante permeano l'ambiente, con i segni lasciati dai lavoratori ancora visibili, a testimoniarci le attività sotterranee. È possibile distinguere diverse fasi di attività: le prime fasi risalgono al tardo Neolitico - esordi del Periodo elladico (3200 a. C.); la fase classica è la più evidente, con frammenti ceramici, lampade ad olio e un'iscrizione in greco; i lavori ripresero poi alla fine del periodo classico (quarto secolo a. C.). In particolare, se le testimonianze più antiche fossero confermate, il quadro per queste attività minerarie nell'Attica e nell'Egeo sarebbe profondamente modificato.
Link: AlphaGalileo 1, 2, EurekAlert! via Universiteit Gent
Tetradracma d'argento di Atene, 450 a. C. circa, Gabinetto delle medaglie della Bibliothèque nationale de France. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, da WikipediaCC BY 2.5.


Polonia: tesori dalla tangenziale

20 Gennaio 2016

Tesori dalla tangenziale

Monete. Foto: S. Miłek
Monete. Foto: S. Miłek
Gli Archeologi hanno sintetizzato 6 mesi di studi archeologici precedenti la costruzione di una circonvallazione attorno a Ostrów Wielkopolski. Le scoperte più importanti comprendono un tesoro, che consta di dozzine di monete romane, decorazioni, e pezzi d'argento.
Gli scavi, condotti da Leszek Ziąbka, sono stati completati a Novembre. Lo studio si è concentrato attorno al villaggio Wtórek nel distretto di Ostrów. Gli archeologi hanno scoperto numerose tracce di attività umana in antichità - principalmente oggetti associati alla produzione preistorica e immagazzinamento. C'erano pure resti di strutture residenziali. Gli Archeologi identificano ritrovamenti delle comunità lusaziane (in questo caso dal periodo 1000-800 a. C.) e della Cultura Przeworsk fino al periodo delle migrazioni delle popolazioni e primi secoli del Medio Evo. Lo studio è stato finanziato dal Direttorato Generale per le Strade e Autostrade Nazionali.
Monete. Foto: S. Miłek
Monete. Foto: S. Miłek

"I dati acquisiti permetteranno una migliore comprensione dei cambiamenti dell'insediamento avvenuti nell'area" - sostengono gli archeologi.
Decorazioni. Foto: S. Miłek
Decorazioni. Foto: S. Miłek

Una curiosità che gli scopritori ritengono "sensazionale" risiede nel fatto che i tesori scoperti sono in stretta prossimità l'uno all'altro. Il primo tesoro è un deposito di monete e ornamenti fatti di argento, vetro, e possibilmente ambra. In aggiunta a circa quaranta denari romani dal primo e secondo secolo e diversi grani di collane, il tesoro consta di frammenti di fermagli in argento, uno dei quali fu forse prodotto nel quinto secolo.
Fermaglio. Foto: S. Miłek
Fermaglio. Foto: S. Miłek

"Questo tesoro era immagazzinato in un contenitore fatto di materiali organici, che si era completamente degradato" - hanno spiegato i ricercatori. Secondo Sławomir Miłek, uno degli archeologi coinvolti nello scavo, le tracce specifiche sulle monete indicano che sono state nel fuoco per del tempo. Secondo la sua opinione, questo incendio nell'insediamento impedì il recupero dei preziosi da parte del possessore. L'evento drammatico potrebbe aver avuto luogo nella metà del quinto secolo. Molti tesori scoperti nell'area provengono dallo stesso periodo. L'ipotesi del nascondiglio tardo è indirettamente confermata dalla condizione delle monete, pesantemente usurate dopo centinaia di anni di circolazione - sostengono gli archeologi.
Decorazioni. Foto: S. Miłek
Decorazioni. Foto: S. Miłek

Proprio vicino al deposito descritto, i ricercatori hanno ritrovato frammenti di argento fuso, resti di argento grezzo fuso. Mucchietti di argento sono stati scoperti insieme a frammenti di ceramiche del Medio Evo, secoli XI-XIIesimo. Secondo l'archeologo Dariusz Wyczółkowski, gli abitanti di allora dell'area potrebbero aver recuperato parte dei denari dal tesoro per poi fonderli. Il mistero sarà spiegato dopo le verifiche di metallurgia fisica, che gli archeologi intendono portare avanti.
Monete. Foto: S. Miłek
Monete. Foto: S. Miłek

Un altro tesoro, scoperto a circa 30 metri dal precedente, consta di 67 denari romani. Tra questi ci sono emissioni di imperatori dal primo al secondo secolo, da Vespasiano a Commodo. Questo tesoro fu pure depositato in un contenitore organico, del quale nessuna traccia è sopravvissuta. Secondo Leszek Ziąbka, una parte successiva del tesoro è stata dispersa come conseguenza dell'aratura, ma un intenso lavoro di superficie, portato avanti dagli archeologi, ne ha permesso il recupero. Come nel caso del primo tesoro, questo è stato probabilmente depositato nel terreno nello stesso periodo, nella metà del quinto secolo. Questa datazione corrisponde al tempo di attività dell'insediamento - la cui età fu determinata sulla base dei pezzi di contenitori ceramici scoperti.
A poche centinaia di metri di distanza, presso un altro insediamento del primo Medio Evo, un diverso team di archeologi ha scoperto un tesoro di argento grezzo, contenente circa 1 kg di metallo puro.
Tutti i tesori scoperti dagli archeologi vicino al villaggio Wtórek datano al Periodo delle invasioni barbariche del quinto secolo (NdT: Migration Period in Inglese), che è ancora molto enigmatico per storici e archeologi. Questo è dovuto al limitato ammontare di informazioni esistenti ai ricercatori, e ogni scoperta associata a questo periodo può gettare nuova luce sulla sua percezione. Ci sono forti indicazioni che a causa di grandi movimenti di popolazioni nel quarto-settimo secolo in Europa, l'attuale territorio polacco fu temporaneamente abbandonato. Il vuoto sarebbe stato riempito dagli Slavi che provenivano da est.

Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.


Toscana: Cosa e il tesoretto di Quinto Fulvio

20 Settembre - 7 Ottobre 2015
800px-Cosa10
Cosa era un'antica colonia fondata dai Romani in Toscana, nel 273 a. C., sul promontorio di Ansedonia: chiara la posizione strategica sul Mar Tirreno.
Saccheggiata nel 70 a. C., fu poi ricostruita da Augusto, ma agli inizi del quinto secolo d. C. era in rovine, descritte nel poema De Reditu Suo (Latino o Inglese) di Claudio Rutilio Namaziano (che parla del suo ritorno a casa dalla Gallia). Ci sarebbero però prove dell'occupazione di Cosa in seguito, ma terminerebbero al più al settimo secolo.
Negli anni sessanta si ritrovò lì anche un tesoretto di 2004 denari in argento, databili al primo trentennio del primo secolo a. C. e presumibilmente appartenenti a Quinto Fulvio, nella cui casa erano.

OGGI A COSA IL TESORETTO DI QUINTO FULVIO
Posted by Museo Archeologico Nazionale e Antica Città di Cosa on Domenica 20 settembre 2015

Gli scavi sono ripresi nel 2013, con un team internazionale che sta documentando e creando modelli 3D dei manufatti presso il Museo (qui il tour virtuale).
Link: ArcheoToscana; Cosa Excavations 1, 2Museo Archeologico Nazionale e Antica Città di CosaThe History Blog.
Panorama della Costa di Vulci, vista da Cosa, foto da WikipediaCC BY-SA 2.5, caricata da e di Mac9.
 


Slovacchia: reperti ritrovati a Rusovce, sobborgo di Bratislava

25 Settembre 2015
Bratislavakrajloc
Ritrovati diversi oggetti preziosi, presso il sobborgo di Rusovce a Bratislava, in Slovacchia. Tra i reperti, una splendida cintura interamente in argento, datata tra il secondo e il quarto secolo, e due anelli (uno in bronzo, per una donna, l'altro per un bambino).
Link: The Slovak Spectator 1, 2
La regione di Bratislava in Slovacchia, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Domie~commonswiki.
 


Polonia: archeologi nella Grotta dell'Impiccato

14 Settembre 2015

Archeologi nella Grotta dell'Impiccato

Omero di un rinoceronte lanoso. Foto di M. Rudnicki
Omero di un rinoceronte lanoso. Foto di M. Rudnicki
Sepolture con resti scheletrici e cremati dalla metà del primo millennio, e i resti di rappresentanti della megafauna che vivevano durante l'ultima Era Glaciale in quello che è l'attuale territorio polacco, sono state scoperte dagli archeologi durante lo studio della Grotta dell'Impiccato vicino Kostkowice nel massiccio di Jastrzębnik sull'altopiano di Cracovia-Częstochowa.
"I morti le cui ossa sono state trovate nella grotta provenivano probabilmente dalle coste settentrionali del Mar Nero, come evidenziato dalla caratteristica composizione dei depositi collocati in prossimità" - ha spiegato il prof. Aleksander Bursche, coordinatore del progetto NCN Maestro "Migration Period in the Oder and Vistula basin" (Periodo di migrazione nel bacino dell'Oder e della Vistula), sotto il quale gli scavi sono stati condotti. "Potevano includere i rappresentanti di tribù germaniche orientali - Goti" - ha aggiunto lo scienziato.

Pendente in ambra, pendente in oro e un solido con occhiello. Foto di M. Rudnicki
Pendente in ambra, pendente in oro e un solido con occhiello. Foto di M. Rudnicki

All'interno della grotta, gli Archeologi hanno trovato i resti di almeno sei scheletri di questo periodo. Nelle loro vicinanze hanno scoperto pendenti in argento, oro e ambra, denarii e solidi romani, fibbie marroni e in argento e grani di vetro e ambra, così come numerosi frammenti di contenitori e torniti sulla ruota.
Pendenti in argento del quarto secolo, provenienti dal Mar Nero. Foto di M. Rudnicki
Pendenti in argento del quarto secolo, provenienti dal Mar Nero. Foto di M. Rudnicki

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Galles: tesoro dell'età vichinga da Caernarfon

26 - 28 Agosto 2015
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Un tesoro di monete e lingotti dell'età vichinga è stato dissotterrato a Caernarfon, in Galles. Le monete, quattordici penny in argento del regno di Sihtric Anlafsson (989-1036), sarebbero state interrate tra il 1020 e il 1030. Coniate a Dublino, otto datano al 995 circa, sei al 1018 d. C.
Link: Wales OnlineThe Daily PostThe History Blog; The Mirror.
Il Gwynedd in Galles, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Nilfanion (Contains Ordnance Survey data © Crown copyright and database right).