Tommaso Traetta Bitonto

L’incredibile Buovo d’Antona di Carlo Goldoni e Tommaso Traetta

L’incredibile Buovo d’Antona di Carlo Goldoni e Tommaso Traetta

Qualche anno fa, mentre si attraversava Venezia e ci si perdeva tra i suoi calli, capitava spesso di sentire il nome di Tommaso Traetta, un compositore del Settecento, che ha avuto l’insolita quanto rara fortuna di vedersi riconoscere il suo talento in vita. Adesso non tutti lo conoscono, perché non ha assunto la fama popolare di Mozart o Beethoven. Per chi è nato e cresciuto a Bitonto, la sua città natale, è un oltraggio non conoscere il celeberrimo Traetta, ma la crudele verità è che solo gli specialisti conoscono il suo nome, molti dei quali neppure italiani. Eppure, si sta tentando da qualche anno di ristabilire la sua antica fama popolare, attraverso molti festival operistici e non, primo tra tutti il Traetta Opera Festival (TOF), un festival che intenda promuovere il compositore e tentare di far luce su aspetti della sua musica non ancora del tutto chiari. Perfino, della sua bibliografia.

Corte Fenice, casa natale di Tommaso Traetta, nel centro storico di Bitonto. Foto di 92bari, CC BY-SA 3.0

Nato a Bitonto, Traetta ha girato molto l’Italia sin da quando era piccolo, ma se Napoli è il luogo della sua formazione, Venezia è la città dove ha vissuto i momenti più salienti della sua esistenza: dal matrimonio al battesimo del figlio. Qui che è divenuto il direttore dell’Ospedaletto (Ospedale di Santa Maria dei Derelitti), il conservatorio di Venezia dove erano ricoverate delle orfanelle e dove queste ultime venivano istruite nel bel canto. Compose per loro il Miserere, destinato ad un coro esclusivamente femminile. Traetta è profondamente legato alla città di Venezia e vi morì all’età di cinquantadue anni, compianto dai suoi contemporanei.

È incredibile che, nonostante la terribile crisi economica che stava attraversando l’Italia in quegli anni, il compositore conobbe un successo incredibile, ma, considerando quanto grande fosse l’importanza che si dava alla cultura in quel periodo, quando a Venezia la lirica attirava sempre più pubblico pagante, si possono comprendere le ragioni del suo successo.

Tommaso Traetta Buovo D'Antona
La statua di Tommaso Traetta a Bitonto. Foto di Emanuele Porzia

Eppure, nonostante la varietà delle sue opere e il notevole successo della sua musica, non solo nell’ambito italiano ma anche, e soprattutto, europeo, Traetta è stato conosciuto decisamente tardi nel suo paese natale che, addirittura, inizialmente dedicò il suo teatro al monarca Umberto I e non al suo famoso compositore, cosa avvenuta recentemente. D’altro canto, la notizia appare meno sorprendente alla luce del fatto che la sua fama sia stata più grande all’estero e nel nord Italia. Bitonto, in effetti, ha scoperto e rivalutato piuttosto in ritardo il suo noto compositore. E difatti, attualmente, la città conserva davvero poco dei suoi spartiti originari, eccezion fatta di una copia del celebre Stabat Mater, appartenuta a Gian Donato Rogadeo, donata alla città e attualmente conservata nella Biblioteca comunale.

Tommaso Traetta è una figura avvolta nel mistero e del compositore non si conosce con assoluta certezza neppure il volto, spesso rappresentato in maniera diversa da ritratto a ritratto. Così come poco si sa dell’uomo e delle sue passioni, se non attraverso le sue opere, suo straordinario e variegato lascito, oggetto affascinate di studio e di approfondimento. Prima che vi fosse questo periodo di emergenza sanitaria, a Bitonto presso il teatro Traetta sono state portate in scena le tre opere del ciclo comico di Traetta, scritte da Carlo Goldoni e portate in scena per la prima volta a Venezia: Il cavaliere errante, Le serve rivali e il Buovo d’Antona. In questa sede, si tenterà di analizzare da un punto di vista letterario proprio quest’ultima opera, straordinaria nella sua profondità e  modernità.

Il Teatro Traetta a Bitonto: qui sono state portate in scena le tre opere del ciclo comico di Traetta, scritte da Carlo Goldoni e portate in scena per la prima volta a Venezia: Il cavaliere errante, Le serve rivali e il Buovo d’Antona. Foto di Emanuele Porzia

Protagonista della commedia (in musica) è proprio il cavaliere Buovo d’Antona, oggi forse meno noto di altri celeberrimi paladini, come Orlando e Rinaldo. La storia originale di Buovo d’Antona (eroe cavalleresco di origine inglese, in quel contesto noto con il nome di Bevis of Hampton) è molto diversa da quella musicata da Traetta, eppure si possono notare dei temi ricorrenti, come quello della conquista del regno. Infatti, Bevis era figlio del re di Antona (Hampton) e della figlia del re di Scozia. Quest’ultima, nella versione originale, avrebbe spinto l’imperatore di Alemannia, innamorato di lei, ad attaccare il consorte, ucciderlo e a prenderne il trono. Buovo sarebbe stato tratto in salvo dal precettore, per poi anni dopo vendicarsi e riprendere il trono. Inoltre, c'è un'altra versione, secondo cui la madre avrebbe venduto il piccolo Buovo a dei mercanti, a sua volta conquistato dal re di Armenia. Questi aveva una bellissima figlia, di cui Buovo si sarebbe innamorato crescendo. Questo filone è interessante perché Buovo è di classe inferiore, ma riesce comunque a sposarsi, una volta recuperato il regno.

Veniva cantato nelle chansons anglo-normanne ed è sopravvissuto nella memoria popolare, grazie alla raccolta dei Reali di Francia di Andrea Barberino, un autore italiano del Quattrocento. Il quarto libro è, infatti, interamente dedicato al cavaliere e Goldoni riprende e rielabora una storia abbastanza conosciuta. Ma, contrariamente all’epoca, non la riempie di quei personaggi ‘volgarotti’ che fanno ridere il pubblico o dei soliti ruoli fissi dell’opera buffa: si tratta di persone comuni, prese dalla quotidianità, alle prese con un sentimento che era ben presente nella sua epoca, e cioè quel desiderio di riscatto che serpeggiava e impreziosiva quelle vite che, fino a poco tempo prima, parevano già scritte. Ma, innanzitutto, la trama.

Il povero Buovo è stato cacciato da Antona, insieme al suo fedele scudiero Striglia, perché il malvagio Maccabruno l’ha defraudato del regno e della bellissima Drusiana, amata da entrambi. Questo tiranno era interpretato da un eunuco nel lontano Settecento o, meglio, da un uomo evirato, pratica particolarmente diffusa e approvata dal pubblico. Attualmente, quindi, una categoria assente, che viene rimpiazzata da donne in abiti maschili. Tornando alla storia, Maccabruno, per quanto sia malvagio, è realmente innamorato di Drusiana e, allora, cerca di farsi strappare una promessa di matrimonio. Drusiana, vista l’insistenza, gli promette che lo sposerà solo se Buovo non sarà di ritorno per tre anni.

Naturalmente, l’opera si apre con il ritorno del cavaliere e dello scudiero, travestiti da poveri pellegrini, che subitamente vengono intercettati da Menichina e Cecchina, due umili fanciulle innamorate dell’uno e dell’altro. Cecchina e Striglia subito si innamorano, perché della medesima classe sociale, ma è diverso per Menichina che è di rango inferiore. Eppure, si fa promettere da Buovo di sposarla e questi giura che, se Drusiana non gli è stata fedele, prenderà in sposa la fanciulla. È un personaggio intraprendente quello di Menichina, coraggioso, straordinariamente moderno, e nel corso dei tre atti è sempre meno propenso e troppo scaltro per farsi manovrare da Buovo, deciso com’è nell’intento di sposarlo. E nel tentativo di riuscirci affina le sue arti seduttive, rivelandosi molto simile alla ben più celebre protagonista della Locandiera goldoniana.

Le due ragazze devono, però, nascondere l’arrivo dei giovani da Capoccio, un mugnaio assai fedele a Maccabruno, di certo per codardia e non per sincera devozione. Eppure, l’impresa appare ardua, quanto verificare la fedeltà di Drusiana, personaggio di Drusiana è molto ambiguo e squisitamente complicato. La donna in questione è stanca di aspettare il ritorno di Buovo e vorrebbe sposare l’usurpatore del suo trono. E, inizialmente, pare una scelta di comodo, ma più la trama progredisce, più si comprende che è seriamente innamorata di Maccabruno.

Vive una tormentata guerra interiore tra quello che dovrebbe fare, cioè aspettare Buovo, e quello che vorrebbe fare, alias sposare il suo rivale, a sua volta tremendamente innamorato di lei. Si preoccupa della sua salute più che del regno, tanto da chiamare medici a destra e a manca per farla guarire, ignorando del tutto il campo di battaglia che le siede all’interno. Buovo e Striglia si presentano a corte travestiti da medici e scoprono l’amara verità.

Il cavaliere tenterà di farle cambiare idea, ma otterrà solamente un incrementarsi dei sensi di colpa di Drusiana e della rabbia di Menichina. Eppure, giunge una notizia che porta un senso di pace, almeno nella promessa di Buovo: questi è morto. Adesso Drusiana non necessita più di mentire e può sposare il suo amato. Buovo ne approfitta per riprendersi il trono, ma una volta riuscito non si vendica di Maccabruno o di Drusiana. Dà al entrambi un marchesato da governare, oltre che la sua benedizione. Intanto, sposerà Menichina.

È incredibile quanti elementi di novità siano presenti in questa commedia: innanzitutto, Buovo non sposa Drusiana, come ci si aspetterebbe, ma la povera figlia di un mulinaro, Menichina, un personaggio fuori dagli schemi e che non manca di essere irriverente con Buovo, specialmente nel terzo atto.  Per non parlare di Maccabruno che non impersona il solito cattivo, ma un personaggio impulsivo, affatto senza cuore, di cui Drusiana finisce con l’innamorarsi, sebbene sia così difficile ammetterlo, visto che non sta bene innamorarsi del cattivo e scordarsi del buono… del Buovo, in questo caso. E motore di questa storia sono proprio le donne, a cui Goldoni dà parola, potere e azione, nonché la possibilità di avere l’amore che desiderano, anche se si tratta del cattivo, anche se si è innamorati del ricco, anche se siamo nel Settecento.

Tommaso Traetta
Bitonto: la statua di Tommaso Traetta, che ha musicato il Buovo d'Antona. Foto di Kasimix, CC BY-SA 4.0

Riferimenti Bibliografici

Goldoni, Traetta, Buovo d’Antona. Dramma giocoso per musica, testi di Carlo Goldoni, musiche di Tommaso Traetta, su www.librettidopera.it

Staffieri, Un teatro tutto cantato. Introduzione all’opera italiana, Carocci Editore, Roma 2012.

Dorsi, Storia dell’opera italiana. Il Seicento, il Settecento (Vol.1), Casa Musicale Eco, Roma 2016.

Coletti, Da Monteverdi a Puccini. Introduzione all’opera italiana, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2017.

 


olivicoltura Bitonto foto Onofrio Pinto

Olivicoltura, produzione e commercio dell’olio a Bitonto nel XV secolo

Olivicoltura, produzione e commercio dell'olio a Bitonto nel XV secolo

olivicoltura Bitonto
Bari-Santo Spirito, Torre di Ricchizzi. Foto Onofrio Pinto

Possiamo tranquillamente affermare che la storia della città di Bitonto da sempre sia stata legata all’olivicoltura: già in epoca classica si riscontrano delle monete battute dalla zecca cittadina con la rappresentazione di una civetta e di un ramoscello di olivo, entrambi simboli collegabili a Minerva, dea venerata dalle antiche popolazioni bitontine. L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Su una lapide, sotto allo stemma, è inciso anche l’esametro: AD PACEM PROMPTUM DESIGNAT OLIVA BOTONTUM (l’olivo designa Bitonto pronta alla pace), riferimento al carattere pacifico degli abitanti di tale centro. L’olivo caro e sacro a Minerva, l’olivo simbolo della pace, certamente; ma questi elementi sono anche rappresentativi dell’importanza e della diffusione di tale coltura nel territorio bitontino sin dall’Antichità e di come l’olio abbia svolto un ruolo fondamentale nell’economia e nello sviluppo di Bitonto. Non bisogna dimenticare che, almeno dall’epoca angioina, ovvero da quando disponiamo dei dati di natura fiscale grazie alle cedole di tassazione, Bitonto era uno dei centri di maggiori dimensioni, demografiche ma anche economiche, della Terra di Bari, ma anche del Regno di Napoli, assieme a Barletta, Trani e Bari.

Nel corso del periodo basso-medievale Bitonto fu una delle capitali dell’olivicoltura e della produzione dell’olio in Puglia e forse anche nel Mezzogiorno. L’olio bitontino era particolarmente rinomato e godeva dell’apprezzamento sia nel mercato interno che in quello estero, trovando diffusione grazie ai commerci praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo orientale. Piuttosto interessante dal punto di vista storico ed economico è la situazione nel corso del XV secolo, ai prodromi dell’età moderna, per la quale mancano degli studi specifici. Alcuni riferimenti alla produzione e al commercio dell’olio in questo frangente storico sono contenuti nel lavoro di Francesco Carabellese nel primo volume de La Puglia nel XV secolo ove pubblicò ampli stralci dei protocolli del notaio Pascarello de Tauris. Proprio le fonti notarili sono ricche di informazioni molto significative, in particolare gli atti di Angelo Benedetto di Bitritto, altro notaio attivo a Bitonto nella seconda metà del Quattrocento. Si tratta di documentazione quasi del tutto inedita che apporta un contributo innovativo allo studio dell’olivicoltura e dell’olio a Bitonto.

L’analisi dei documenti, oltre a numerose informazioni di natura qualitativa, ha consentito anche la rilevazione di dati di natura quantitativa come, ad esempio, il prezzo di un albero di olivo o di una vigna di oliveto, il canone di locazione pagato, la durata dei contratti agrari, la retribuzione dei lavoratori impegnati nella raccolta delle olive e nel ciclo di produzione dell’olio, il prezzo e le quantità dell’olio trattate sul mercato. Molto efficace laddove è stato possibile, è risultata la comparazione con altri importanti centri oleari della Terra di Bari, come Giovinazzo, Molfetta o Monopoli, oppure del Salento, come Ostuni e Gallipoli.

All’inizio del Quattrocento, superate definitivamente le avversità della metà del secolo precedente, l’olivicoltura anche in relazione con la forte richiesta di olio da parte dell’industria tessile settentrionale, riprese vigore e accrebbe il suo grado di specializzazione in particolare nel quadrilatero compreso tra Bisceglie, Terlizzi, Bitonto e Bari tornando a rappresentare la principale fonte di reddito; le estensioni di oliveti caratterizzavano oramai il paesaggio agrario pugliese, come emerge da resoconti di mercanti e pellegrini di passaggio. La maggior parte degli oliveti attestati nel territorio di Bitonto era a nord e nord-est (in direzione dello sbocco a mare di Santo Spirito e di Giovinazzo), nonché ad est (lungo il confine con Bari e Modugno) della città, sebbene non manca qualche testimonianza anche sul versante murgiano. Per la seconda parte del XV secolo vi sono oltre un centinaio di menzioni di oliveti negli atti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto che abbracciano un arco temporale che va dal 1458 al 1486, sebbene la copertura non sia sempre continuativa per tutti gli anni del periodo. Gli oliveti erano gestiti dai conduttori in forma di mezzadria, con divisione del prodotto tra proprietario e mezzadro in parti variabili, oppure in locazione con il pagamento di un canone annuo medio di circa 20 tarì. Entrambi i contratti, mezzadria e locazione, in genere avevano durata di medio termine, con maggiore preferenza per i 5 anni. Si riscontrano anche esempi di pratica enfiteutica, soprattutto con la concessione da parte di Enti religiosi o di singoli chierici. Gli oliveti godevano anche di un discreto interesse sul mercato immobiliare: una pianta di olivo aveva un costo di 5 tarì nel 1462, mentre dieci anni più tardi tale valore era sceso a 3 tarì, grosso modo in linea con quelli fatti registrare in altre località olivicole. L’olivicoltura aveva carattere estensivo, essendo le piante piuttosto distanziate una dall’altra, e tali spazi venivano utilizzati dai contadini per colture di tipo seminativo o leguminose.

La raccolta delle olive avveniva a cavallo tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, con avvio tradizionalmente nel mese di novembre. A Giovinazzo, altro importante centro olivicolo non molto distante da Bitonto, nel 1415 gli Statuti dell’Università autorizzavano i cittadini a raccogliere le olive dal primo novembre di ciascun anno. Dai documenti notarili si apprende come nella raccolta fossero sovente impiegate donne e bambini, manodopera stagionale, la cui retribuzione era molto contenuta: due ragazzini per tutta la stagione olivicola (3-4 mesi) percepivano una paga di appena 12 grana: 6 grana a testa, quando un tomolo di frumento, circa 15 chilogrammi, aveva un prezzo oscillante tra i 15 e 20 grana. Nel corso del XIII secolo, nelle campagne tra Bitonto e Giovinazzo, caratterizzate da sempre più intensa olivicoltura, ebbero maggiore importanza e visibilità le masserie olivicole che erano dotate di ambienti e strutture per la molitura delle olive e la produzione dell’olio (trappeti). I frantoi in Terra di Bari erano ubicati in aperta campagna, negli stessi luoghi di raccolta delle olive. Molto spesso erano collocati nelle cripte delle cave presenti nelle lame (frantoi ipogei), ambienti dove le temperature erano più adatte a garantire una migliore riuscita delle pratiche di oleificazione. La scelta dei contadini di ricavare i trappeti in ambienti ipogei era dettata sia da motivi di carattere economico che di tipo climatico. Dai documenti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto nel periodo in esame sono ricordati una ventina di frantoi, alcuni erano ubicati all’interno delle mura cittadine e talvolta finivano anche per dare il nome ai quartieri. Essi appartenevano ad Enti religiosi (la mensa vescovile, l’abbazia di San Leone, il convento di San Francesco), ecclesiastici o privati, tra i quali emergono diversi notai e alcune famiglie impegnate nel commercio dell’olio come i Bove, i Rogadeo e gli Scaraggi, tutte proprietarie di frantoi ancora oggi esistenti sebbene allo stato di ruderi.

Una volta prodotto l’olio dalla frangitura delle olive in frantoio esso veniva conservato in botti o barili di legno. A Bitonto nella seconda metà del Quattrocento sono documentati due magistri buctarii. Dalle botti l’olio veniva travasato in vasi di ceramica grandi (vegetes) o piccoli (vegeticule) per evitare il contatto con la feccia. L’utilizzo del materiale ceramico, almeno per Gallipoli, più essere ascritto al XV secolo, mentre in precedenza i vasi oleari erano in rame. Nel medesimo periodo cominciò a decollare l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure, crude o cotte, spesso condite con olio di oliva. Largo uso se ne ebbe nel Mezzogiorno, dove i ceti meno abbienti ebbero l’epiteto di “mangiafoglia” per il gran consumo di verdura. Sul consumo dell’olive abbiamo qualche cenno nella normativa fiscale del 1475, nella quasi si menzionano le olive per ponere in acqua et per salare, due modalità ancora oggi utilizzate per la preparazione e la conservazione.

La copertina del saggio di Vito Ricci, Olivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioni, con prefazione di Gabriella Piccinni, pubblicato da SECOP Edizioni (2020)

Nel corso del XV secolo Bitonto era uno tra i maggiori centri commerciali pugliesi da qui l’olio prendeva la direzione verso il mare Adriatico: nel porto di Santo Spirito (la marina della stessa Bitonto), oppure a Giovinazzo o a Trani, dove avevano sede le filiali dei mercanti veneti tra i principali acquirenti dell’olio pugliese, prodotto utilizzato nell’industria tessile settentrionale, per la produzione del sapone o per essere esportato nell’Europa settentrionale. Sono documentati anche mercanti fiorentini (Strozzi, Medici) in rapporti d’affari con la famiglia bitontina degli Scaraggi. Persino la duchessa di Milano, Isabella d’Aragona, nel 1514 acquistava, per il tramite del suo procuratore Francesco Planelli, un grosso quantitativo di olio, per il valore di 300 ducati, da alcuni produttori di Bitonto. Tra il 1457 e il 1487 il prezzo di uno staio di olio si mantenne mediamente intorno ai 3 tarì, mostrando una lieve riduzione verso la fine del periodo in esame, quando costava circa 2 tarì e un quarto. Nei documenti si riscontrano almeno tre tipologie distinte di prodotto: il bono oleo claro puro et zalino (giallino, giallastro), quello di qualità più pregiata, l’oleo claro et zalino e l’oleo musto (olio non filtrato di colore torbido opalescente).

Dal Libro Rosso di Bitonto si desumono molte notizie relative alla normativa fiscale alla quale era assoggettato l’olio, il cui commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento. La principale forma di tassazione era costituita dalla decima olei. Le norme fiscali sottolineano l’importanza dell’olivicoltura con numerose forme di tutela degli alberi: prevedendo pene severe per chi danneggiava le piante, nel Seicento è documentata la berlina, e sanzioni pecuniarie elevate.

Una buona disponibilità di olio di oliva consentiva il tuo utilizzo per la produzione di sapone, discretamente documentata a Bitonto, sebbene solo su scala locale, certamente non ai livelli di grandi produttrici, ed esportatrici, come Venezia e Ancona. Il sapone che si ricavava a Bitonto era quello di colore nero, di qualità e prezzo inferiore rispetto a quelli flavo e albo che invece si importavano dalla Serenissima.

Vito Ricci, Olivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioni, prefazione di Gabriella Piccinni, SECOP Edizioni, Corato 2020 (ISBN 978-88-94862-74-4), pp. 197, Euro 12,00


Pandemonium: Neo-Decameron, Il lato dark fantasy della pandemia

Pandemonium: Neo-Decameron

Il lato dark fantasy della pandemia

Quando in letteratura si è trattato di parlare di epidemie, fughe e nuove prospettive per l’Umanità, il numero dieci si è rivelato vincente: dal Decameron di Boccaccio in poi, i suoi multipli – o sottomultipli, quale la “corruzione” favolistica del reale, contenuta nel Pentamerone di Basile – ne hanno scandito il percorso e ci hanno proiettati in una realtà allucinata, un tunnel dal quale uscire con i gomiti, fino a raggiungere la luce o il suo antipode.

Questa legge non scritta si rinnova con Pandemonium: Neo-Decameron (Lethal Books), concepito nei giorni successivi al lockdown degli scorsi mesi: è stato proprio l’abbattersi di questa scopa manzoniana sulle nostre esistenze a far germinare l'ambiziosa idea di un nuovo Decameron nelle mente dei dieci autori, i cui testi sono raccolti in questa antologia.

Cristiano Saccoccia (cui si deve anche la curatela), Francesco Corigliano, Riccardo Mardegan, Maurizio Ferrero, Mala Spina, Antonio Lanzetta, Caleb Battiago (Alessandro Manzetti), F.T. Hoffmann (Fabio Tarussio), Domenico Mortellaro, Laura Silvestri, Paolo Di Orazio, Luca Mazza e Jack Sensolini evocano un'Italia medievale in decadenza o dalla modernità corrotta: se nelle prime righe questo Stato surreale può risultare familiare al lettore, esso sarò presto deformato dal filtro della mente di chi immagina un Grande Male endemico e misterioso, in grado di spiegare le proprie trame lungo i rivoli più reconditi della fantasia, accesa come la fiamma di un tizzone infernale.

Vero punto di forza dell'antologia è la coralità, nonché la varietà di linguaggi che contraddistingue ciascun racconto e conferisce una visione multiforme del Morbo che attanaglia l’esistenza dei vari personaggi.

Pandemonium Neo-Decameron
La copertina dell'antologia Pandemonium Neo-Decameron, a cura di Cristiano Saccoccia, pubblicato da Lethal Books con postfazione di Luca Mazza e Jack Sensolini

Si inizia con la storia del medico di Santa Canopia, che Francesco Corigliano immagina alla ricerca dell’epicentro di un'epidemia dove corpo umano e pietra si trovano convolti in “un’infezione dei palazzi, qualcosa che si insinuava non nei corpi organici ma nei mattoni, passando da edificio a edificio, corrompendo, deformando, schiudendo nuovi aspetti del concetto di Essere”, per poi passare con un deciso cambio di registro, alla cronaca dello scontro “stregato” tra il Capitano del Popolo Alvise Mustacchin, in difesa dei bestemmiatori di Camponogara, schiacciati tra il potere di Venezia e i voleri del vescovo Cornero, nel padovano del 1520. Ci si chiede poi, se una rievocazione dei Misteri pasquali, se il simulacro vivente della morte e resurrezione del Dio-Vivente, possa prestarsi a un supplizio, a una discesa negli inferi del peccato. Per Maurizio Ferrero la risposta è assolutamente positiva, se è questa la forma che assume il supplizio estremo per Lambrotto, lussurioso indemoniato che acquisterà la forma di una crocifissione in un racconto venato di rimandi danteschi, per poi concludersi con un finale che richiama il celebre romanzo Il Profumo di Patrick Süskind.

Un padre e una madre che discutono del proprio figliolo mentre lo seguono per via: cosa ci può essere di più rassicurante? Nulla, tranne l’idea di Mala Spina di far seguire il buon Goffredo Degli Spini dai fantasmi di coloro che lo misero al mondo, destreggiandosi al contempo tra gli Untori in un 1350 da incubo. Si ritorna poi ai panorami italiani da rifuggire, da lasciarsi alle spalle a ogni costo, nel racconto di Antonio Lanzetta, nel quale i due giovani protagonisti, gli orfanelli Rico e suo fratello Tobia, sono impegnati nella strenua fuga da Salerno, ormai ammorbata in ogni suo singolo aspetto, decadente e colma di pericoli, verso il porto sicuro di una Sardegna isolata dal Mondo allo sfacelo.

Si passa poi a trovare, tra oscurità e cenere, una moltitudine di gente bella e stecchita, ammassata davanti alla navicella di Caronte, che però nel racconto di Caleb Battiago (Alessandro Manzetti) ha il volto furfantesco e un po' imbranato dello psicopompo Pandemonio, e dei suoi colleghi diavoli Fuliggine e Finimondo, alle prese con la difficoltà di gestire un afflusso di gente così cospicuo a causa della pestilenza.

Le forze del male non si risparmiano neppure nel racconto di F.T. Hoffmann (Fabio Tarussio), che si svolge in un Seicento friulano, battuto da un Benandante, figura mitica e magica allo stesso tempo, che forse riuscirà a porre un argine agli abusi compiuti intorno all’ultimo bastione della speranza, il monastero San Spedito Martire. Questo gusto per il soprannaturale che non lascia spazio a spiegazioni, lo troviamo anche nel racconto di Domenico Mortellaro, nel quale il nostro protagonista si accompagna da “Bari a Canosa, con la zingarella un po’ troppo appiccicata” beccandosi la “Nera”, che ora mai “da Canosa a Torre del Tuono, da qualche parte tra Giovinazzo, Terlizzi e Bitonto, e tosse, febbre, bubboni, non si potevano nascondere”: e lui, come risorge da morente? Ma è poi vero? I miracoli esistono? Lux in Tenebris!

Eccoci ora all’unica eroina, nel racconto di Laura Silvestri, la strega Fantàsima, che a Prato decide di fabbricarsi un servo risvegliando uno sventurato dal sonno eterno al quale la pestilenza del 1348 lo aveva condannato; ma un risvolto improvviso fa si che la lacrimevole storia del servo della strega, Rinaldo de’ Puglisi, giunga a un pubblico processo contro Monna Filippa. Il boccaccesco e l’orrido qui si coniugano mercé la pietas che suscita il caso del redivivo.

L’ultimo racconto, quello di Paolo Di Orazio, si svolge nella Città Eterna, che però rischia di crollare a causa della pestilenza che l’ha colpita: Fausto Bergmann, benestante ebreo del ghetto di Roma, cerca in ogni modo di sfuggire a quel disastro, generato non si sa da che carico di merce, forse, e giunto in città non si sa bene come: dovrà tuttavia rendersi conto che esistono cose dalle quali (forse) non si può sfuggire.

Sembra quasi che nella conclusione di tutti i racconti con questa ambientazione, riecheggino le ultime parole del Venerabile Beda “…ma quando cadrà Roma, anche il Mondo cadrà" (forse).

John Martin, Pandæmonium, Musée du Louvre. Foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Ecco la dimensione, i Mondi, che gli amanti del genere e non solo potranno in questi racconti, le stesse sensazioni che trasmette il Pandemonium, l’omonimo quadro del pittore inglese John Martin: sullo sfondo la maestà di un mondo ordinato e monumentale, che può apparire costruito con pietre intagliate di granitiche certezze, ma che si liquefa alle fondamenta per colpa di un fiume di lava infernale scaturito da un cielo saettante, che una divinità maligna e rigeneratrice, un Marte senza tempo o una Minerva dal suo volto più terribile, evoca sul nostro capo.

Cristiano Saccoccia, curatore dell'antologia Pandemonium: Neo-Decameron 

Museo di Santa Scolastica Bari

Il Museo di Santa Scolastica racconta 3800 anni di storia di Bari

Il Museo di Santa Scolastica, che sorge nei luoghi che costituivano il monastero omonimo a Bari, restituisce finalmente un luogo fondamentale alla vita cittadina, con l'apertura di tre nuove sale inaugurate il 12 ottobre. Le sale sono dedicate in particolare all'archeologia di Bari: i materiali esposti provengono infatti da diversi punti della città.

Museo di Santa Scolastica BariQuanti baresi conoscono - almeno a grandi linee - la storia della loro città?
Il Museo Archeologico di Santa Scolastica potrà sicuramente contribuire a schiarire le idee a tanti, ma soprattutto sarà in grado di farlo in modo variegato e coinvolgente.

Museo di Santa Scolastica BariAll'interno del Bastione - che insieme all'area archeologica di San Pietro era già in precedenza visitabile - si viene accolti dalle teche di anfore e crateri, e dal sarcofago marmoreo dell'abadessa benedettina Guisanda Sebaste (dodicesimo secolo). Sulla destra, si ha l'impressione netta di stare per intraprendere un viaggio nel passato di questi luoghi.

Museo di Santa Scolastica BariProseguendo sul percorso, è possibile ammirare gli elmi bronzei provenienti da Bitonto e Ruvo di Puglia, tutti datati al quinto secolo a. C.

Museo di Santa Scolastica Bari
Elmo bronzeo da Ruvo di Puglia, V secolo a. C. Collezione archeologica della Provincia di Bari, inv. 7697

In un vano porticato lungo cinquanta metri circa, e costruito dalla stessa Sebaste, è quindi ospitata la sezione Archeologia di Bari. Sulla destra, è qui possibile scorgere sulla la lastra sepolcrale della badessa Adriana Gerumda, proveniente dalla cappella maggiore della chiesa del monastero.

Museo di Santa Scolastica BariIn questa sezione si mostra quindi Bari, partendo da epoca tardoantica e bizantina (tra quarto e dodicesimo secolo) e andando indietro nel tempo, fino al primo insediamento cittadino: un villaggio di capanne dell'Età del Bronzo (tra diciottesimo e undicesimo secolo a. C.) alla fine della sequenza stratigrafica.

Tra i due estremi, ritroviamo le testimonianze relative all'abitato nella prima Età del Ferro (900-700 a. C.) e alla necropoli peucezia (con reperti del IV e V secolo a. C.); relativamente poche le testimonianze di età romana, anche perché molto è stato oggetto di reimpiego da parte dei Bizantini. Non numerose sono pure quelle relative al momento di transizione dei secoli dal quarto al sesto d. C.
Bari acquisterà quindi grande importanza coi Bizantini, diventando capitale del thema di Langobardia e poi del Catapanato d'Italia.

Museo di Santa Scolastica Bari
Cratere apulo a figure rosse dalla necropoli peucezia, 380-370 a. C.

Impossibile non perdersi per ore ad ammirare le opere presenti in questa sezione del Museo di Santa Scolastica, che come si è detto riguardano un ampio spettro temporale. I vasi, il cinturone in bronzo dalla necropoli peucezia del IV secolo a. C., l'anello di Minerva di prima età imperiale romana, le monete bizantine, e le epigrafi di età romana con le loro storie. Tanti oggetti che ci raccontano della vita quotidiana a Bari nei secoli passati, insomma, e sicuramente si sta facendo torto a qualcuno di loro, non citandolo.

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Una sezione del Museo di Santa Scolastica ci narra poi della Vita nel monastero: e lo fa in particolare col pozzo-immondezzaio, i reperti esposti e la proiezione di un video. Il pozzo-immondezzaio (XIV-XV secolo) ci parla del periodo di massimo sviluppo del convento, con un forte aumento del numero delle monache.

Museo di Santa Scolastica BariQuesto pozzo fu in seguito utilizzato per riporvi rifiuti, che si sono quindi conservati come testimonianza preziosa fino a noi. Si rimane qui colpiti da un catino poliansato rivestito di vetrina e dipinto in bruno e verde, con motivo di pesci e uccelli.

Museo di Santa Scolastica BariSanta Scolastica non è però solo storia della città di Bari, ma pure quella dello stesso Museo Archeologico, del quale ripercorre i passi nella sezione Museo com'era. Istituito il 16 agosto 1875 come Museo Archeologico della Provincia di Bari, la sua organizzazione fu affidata al barese Michele Mirenghi, cultore di numismatica, ad Antonio Jatta (figlio del fondatore del Museo a Ruvo di Puglia) e a Giovanni Jatta, botanico e paletnologo. Costituì un vibrante centro fino alla chiusura avvenuta il 31 gennaio 1994. Un angolo del nuovo museo propone uno scorcio con l'approccio ottocentesco alla presentazione dei reperti, con una teca dell'epoca e il registro dei visitatori, e poi con pubblicazioni, documenti, reperti, e altri materiali d'epoca. Ci si arriva per mezzo di un corridoio arricchito di foto e spiegazioni e tramite questo punto si arriva a un secondo cortile.

Museo di Santa Scolastica Bari
Un muro impedisce di proseguire negli spazi dove procedono i lavori, ma si può sbirciare

Tantissime foto e schede informative spiegano poi quello che è stato, oltre a quello che potrà essere il Museo di Santa Scolastica: nuovi locali verranno aperti in futuro e tantissimi reperti non sono ancora esposti. Alcuni tra questi ultimi è però possibile vederli proiettati nella sala multimediale.

Museo di Santa Scolastica BariPure visitabile è l'attigua area archeologica di San Pietro, che costituisce un vero e proprio palinsesto architettonico. Alla chiesa di San Pietro Maggiore (esistente almeno dal dodicesimo secolo), si affiancò un convento francescano (nel quindicesimo secolo), che a partire dal 1887 divenne il primo Ospedale della città di Bari. Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, il complesso fu gravemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi. Versò quindi in uno stato di abbandono fino alla (già allora discussa) decisione di demolirlo. Rimane in piedi il chiostro del convento.

Museo di Santa Scolastica BariNel 1912 Michele Gervasio individuò in quest'area il villaggio dell'Età del Bronzo che costituisce il primo insediamento cittadino, risalente al secondo millennio a. C. Dopo la demolizione, la ricerca archeologica riprenderà solo a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Museo di Santa Scolastica BariA visita conclusa si rimane impressionati dalla diversità delle possibilità di fruizione, in grado di immergere pienamente i visitatori nel passato. Non si può non auspicare che la città di Bari sappia apprezzare il meraviglioso lavoro che è stato fatto al Museo di Santa Scolastica, e che possa attingere a tutta la ricchezza della storia e l'arte ivi custodita.

Foto di Giuseppe Fraccalvieri.


Bitonto: domenica 15 Maggio, sesto appuntamento Matinée musicali

Circolo beethoven

L'Associazione culturale Il Circolo Beethoven, in collaborazione con la Galleria nazionale Devanna di Bitonto e l'Associazione culturale Splendor Vocis, presenta il sesto e ultimo appuntamento delle Matinée musicali, domenica 15 maggio, ore 11.00.

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Bitonto: domenica 17 Aprile, quarto appuntamento Matinée musicali

Circolo beethoven

L'Associazione culturale Il Circolo Beethoven, in collaborazione con la Galleria nazionale Devanna di Bitonto, presenta il quarto appuntamento delle Matinée musicali, domenica 17 aprile, ore 11.00.

PROGRAMMA

J.S. Bach, Preludio e Fuga in Fa maggiore, dal Clavicembalo bentemperato, vol. II

F. LisztBallata n. 2 in si minore

S. RachmaninoffPreludi op. 23 nn. 2, 3, 4, 5, 6, 7

PIANOFORTE: SIMONE LOSAPPIO

Guida all'ascolto a cura della prof.ssa Stefania Gianfrancesco

Il concerto si terrà domenica 17 aprile presso la Galleria nazionale Devanna, Palazzo Sylos, Bitonto.

Inizio alle ore 11.00; visita guidata al museo gratuita ore 10.30;

ingresso libero fino a esaurimento posti.

Info: [email protected]libero.it; pagina facebook: Il Circolo Beethoven; +39 347 1806639

Testo e immagine forniti da Associazione culturale Il Circolo Beethoven.


Bitonto: domenica 3 Aprile, terzo appuntamento Matinée musicali

Circolo beethoven

L'Associazione culturale Il Circolo Beethoven, in collaborazione con la Galleria nazionale Devanna di Bitonto, presenta il terzo appuntamento delle Matinée musicali, domenica 3 aprile, ore 11.00.

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Bitonto: domenica 14 Febbraio, Matinée musicale alla Galleria nazionale Devanna

Circolo beethoven

L'Associazione culturale Il Circolo Beethoven, in collaborazione con la Galleria nazionale Devanna di Bitonto, presenta il secondo appuntamento delle Matinée musicali, domenica 14 febbraio, ore 11.00.

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Bitonto: domenica 17 Gennaio, Matinée musicale alla Galleria nazionale Devanna

Circolo beethoven

Domenica 17 gennaio, ore 11.00, l'Associazione culturale Il Circolo Beethoven, in collaborazione con la Galleria nazionale Devanna di Bitonto, presenta il primo appuntamento delle sei Matinée musicali.

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Cibo e monastero: i consumi alimentari monastici a Bitonto nel XVIII secolo

1 Settembre 2015

Cibo e monastero: i consumi alimentari monastici a Bitonto nel XVIII secolo.

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L’iniziativa prevede una visita guidata dedicata a due dipinti della Galleria Nazionale della Puglia; il primo, opera di Agostino Scilla (Messina,1629 - Roma, 1700), raffigura i Santi Antonio Abate e Paolo Eremita nutriti da un corvo, l’altro, la Natura morta con pollo e utensili da cucina, lavoro del frate agostiniano Nicola Levoli, al secolo Remigio Enrico Policarpo (Rimini, 1728-1801). L’iniziativa proseguirà con una conferenza nella quale si focalizzerà l'attenzione sulle abitudini alimentari monastiche a Bitonto nel XVIII secolo, con particolare riguardo a quelle vigenti nei conventi di San Pietro Nuovo e del Monastero delle Vergini.
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