Sepúlveda immortale, tra Argentina e Cile incontri e letteratura

La narrativa di viaggio parte da un luogo per arrivare al luogo stesso, al suo lato geografico e antropologico, a casa riporta l’esperienza ma sul taccuino l’occhio assoluto non può piegarsi sulla percezione che ha avuto della natura e dei suoi abitanti: deve andare oltre l’emozione per restituire al lettore la verità. Osservare l’autenticità del luogo, così ci aveva insegnato a vedere Luis Sepúlveda che oggi, 16 aprile 2020, si è spento ad Oviedo in Spagna, dopo aver contratto il nuovo coronavirus.

Lo scrittore cileno, classe 1949, ebbe una lunga attività politica. Militante nell’Esercito di Liberazione Nazionale fondato da Che Guevara, appoggiò il partito socialista e sostenne Salvador Allende che divenne presidente del Cile fino al 1973, quando fu deposto dal colpo di Stato. Pinochet prese in mano il paese e Sepúlveda venne arrestato, incarcerato e torturato. Condannato all’esilio, viaggiò nel continente americano finché nel 1977 giunse in Ecuador dove prese parte ad una spedizione: visse per alcuni mesi nella foresta amazzonica, scoprendo la popolazione locale, gli indios Shuar, e imparando da loro un profondo rispetto per la natura. Due anni dopo si trasferì in Europa e poté rientrare in Cile solo dopo la caduta del Muro di Berlino.

La ricerca espressiva nel dettaglio, della curiosità, sceglie il racconto, la prosa, per testimoniare il divenire, diminuendo le distanze fino all’incontro estremo, la conoscenza dell’Altro. Racconta ogni cosa Sepúlveda. Ma soprattutto loro, cardini di questa letteratura. Distesa tra Argentina e Cile, troviamo la regione della Patagonia con l’arcipelago della Terra del Fuoco e lo sguardo etico e indagatore di chi vuol dare voce ad ogni storia.

Nel 1973 - mentre il Cile è alle prese con la dittatura - Bruce Chatwin, il nomade contemporaneo esempio della letteratura di viaggio, viene assunto al Sunday Times come critico d’arte: ciò gli permette di scoprire e meravigliarsi di molti luoghi. A lui si ispireranno Sepúlveda e Giuseppe Cederna, che nel 2004 scriverà il suo primo Grande Viaggio. Nel 1977, quando il Cile è fermo nel tempo, Chatwin per la prima volta pubblica - tra informazione e suggestioni personali - partendo da In Patagonia per esprimere nello scritto la volontà di errare, di non fermarsi. Come se volesse continuare a rispondere all’editore e amico Tom Maschler: “perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?” Una domanda a cui forse riuscì a dare risposta solo dieci anni più tardi, con la pubblicazione dell’ultimo Le vie dei canti.

Luis Sepúlveda
Luis Sepúlveda (2013). Foto di Joson, CC BY-SA 3.0 

Raccontare luoghi, persone, storie. Le loro storie. Sepúlveda capì di doverlo fare ancora nel 2000, con i protagonisti di Le rose di Atacama. Il viaggiatore che li vede affrontare la vita è lo stesso che narra di loro e delle loro “storie marginali” (come le definisce). Autore e incantatore, in questo libro ritrae anche Francisco Coloane, autore cileno partito dalla Terra del Fuoco (a cui dedicherà un testo nel 1956), mescolando storie tra sogno e realtà. Scriveva di Coloane senza ritrarre la penna, come di colui che “rappresenta la più nobile delle marginalità e delle emarginazioni, quella di un’onestà mantenuta ad oltranza e di una generosità che s’incontra poche volte nell’ambiente della letteratura”.

Nel 2002 l’editore del Touring Club Italiano fece pubblicare una collana intitolata alle Vie del Mondo e ai viaggi d’autore, di volta in volta tematici. Il numero 29 era dedicato proprio alla Terra del Fuoco e vi si riprendevano pagine della grande letteratura. Di Luis Sepúlveda vennero estrapolati paragrafi ripresi da Patagonia Express; appare significativo il passo che da Appunti su una Moleskine è stato così tratto:

“Bene, eccoci qua, dico sottovoce, e un gabbiano si volta a guardarmi un istante. ‘Un altro matto’, penserà il gabbiano, perché in realtà sono solo, davanti al mare, a Chonchi, un porto dell’Isola Grande di Chiloé, nell’estremo sud del mondo.  (…) Mentre aspetto, penso a quei due vecchi gringo che hanno mosso i fragili fili del destino facendo sì che, un mezzogiorno d’inverno, Bruce Chatwin e io ci incontrassimo nel caffè Zurich, a Barcellona. Un inglese e un cileno. E come se non bastasse, due tipi con scarso affetto per la parola ‘patria’. L’inglese, nomade perché non poteva essere altro, e il cileno esiliato per identiche ragioni”.

Leone marino delle Galápagos (Zalophus wollebaeki) a Punta Pitt, isola di San Cristóbal, Isole Galápagos, Ecuador. Foto di Diego Delso, CC BY-SA 4.0

In quel numero scrivevano - quasi trasportati insieme - Chatwin, Coloane e persino Darwin, proprio in quell’anno (scrivendo delle Galápagos) Francisco sarebbe tornato a citare quest'ultimo e ad entusiasmarsi per gli studi che il naturalista aveva approfondito sulla fauna del luogo.

Luoghi e ragioni, natura e viaggio: al Sepúlveda esiliato e ferito è stato sostituito con il tempo uno scrittore, un uomo che racconta per essere. Alla vita di quel 1977, invece, sullo sfondo della lontananza forzata e dell’esodo, resta l’immagine a cui l’occhio assoluto del viaggiatore attinge per poter narrare le sue storie. Un presente che nella realtà è consumato, ma che nella lingua diventa immortale.


avventure di un giovane naturalista David Attenborough

Filmare la natura: le avventure del giovane David Attenborough

Il serpente, l’orso, lo scimpanzé, il drago, il combattimento tra galli. E poi tratti a piedi, su una jeep, in barca. Viaggi reali che vanno oltre l’immaginazione a cui le produzioni televisive, nel dopoguerra, avevano abituato il pubblico. Nel 1954 David Attenborough aveva ventisei anni, era produttore cinematografico con due anni di esperienza e una laurea in zoologia. Come lui stesso scriverà, era ansioso di proporre al pubblico un programma sugli animali: non voleva accontentarsi di ospitarli in trasmissione, come faceva il direttore dello Zoo di Londra George Cansdale, ma neanche voleva imitare i coniugi Denis che durante i loro viaggi in Africa avevano girato ore di filmati.

L’ambizione e la volontà di Attenborough lo spinsero a proporre un progetto che nel suo Avventure di un giovane naturalista definisce semplice: “La BBC e lo Zoo di Londra avrebbero dovuto contribuire a finanziare una spedizione per la cattura di animali” a cui, filmando tutto, avrebbero partecipato lui e l’allora curatore del rettilario dello Zoo Jack Lester. “Ogni sequenza” si legge nell’introduzione del libro, “si sarebbe conclusa con un primo piano dell’animale catturato, poi una dissolvenza avrebbe introdotto una sequenza girata in studio, in cui Jack avrebbe illustrato, alla maniera di Cansdale, la fisiologia e il comportamento dello stesso animale”.

Il testo, arricchito con un inserto di fotografie in bianco e nero, è in parte autobiografico e in parte descrittivo della flora e della fauna e raccoglie i primi tre resoconti delle esperienze vissute in Guyana, Indonesia e Paraguay che Attenborough scrisse dopo ogni spedizione.

La sua idea non era quella di vendere al pubblico l’immagine di un animale in gabbia reprimendo la distanza attraverso lo schermo, bensì quella di raccontare alla maniera di Bruce Chatwin e di Mark Twain quelle terre lontane e quei protagonisti “carismatici”, che in qualche modo fosse prerogativa del programma bilanciare l’intrattenimento con la divulgazione e l’educazione scientifica.

L’obiettivo leggendo, appare raggiunto energicamente in un linguaggio fluido e chiaro. Ciò che aveva ideato seguiva di pari passo quel metodo di cattura dell’animale che oggi potrebbe sembrare al lettore obsoleto e crudele. Con lealtà e consapevolezza, non lo nasconde: “Oggi gli Zoo non si servono più di ‘cacciatori’ incaricati di catturare e consegnare animali vivi, e questo è giustissimo. La natura è già abbastanza in pericolo senza che la si derubi dei suoi abitanti più belli”.

Le sue parole non sono pretestuose e dalle sue frasi traspare la curiosità e l’amore che prova per la natura. Ciò fa sì che il lettore si senta giustificato e privilegiato dalla possibilità di immergersi nella storia, nel racconto geografico ed evolutivo delle specie e del loro habitat.

Con la spedizione, altresì, Attenborough si scrolla di dosso i tipici atteggiamenti di colui che viaggia unicamente per piacere, quando lo vediamo vestire i panni dell’esploratore, del reporter, dello scrittore che nel viaggio scopre, impara, si meraviglia, vive.

avventure di un giovane naturalista David Attenborough
La copertina del libro Avventure di un giovane naturalista di David Attenborough, pubblicato da Neri Pozza Editore (2020) nella collana Il Cammello Battriano

David Attenborough, Avventure di un giovane naturalista, Neri Pozza Editore 2020, pp. 400, Euro 19.