fumo negli occhi

Fumo negli occhi, quando Caronte sorride

Fumo negli occhi di Caitlin Doughty, pubblicato da Carbonio Editore, è senza dubbio una rivelazione. Uno squisito memoir in tinte romanzate di una giovane donna che si barcamena in una nuova carriera lavorativa. In parole povere, lavora per l'impresa di pompe funebri Westwind Cremation & Burial in Oakland, California.

Cosa ha spinto una giovane ragazza ad avventurarsi in un ambiente lavorativo così atipico e lugubre? Probabilmente la sete di conoscenza, per placare un'atavica curiosità e saziare preistorici interrogativi. Laureata in storia medievale, poi in scienze mortuarie, il percorso accademico di Caitlin Doughty, per quanto singolare, è connaturato da cangianti nozioni culturali che echeggiano in armonia tra tutte le pagine del libro.

fumo negli occhi
La copertina di Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio di Caitlin Doughty, tradotto da Olimpia Ellero e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

Quindi un memoir autobiografico, ma Fumo negli occhi abbandona qualsiasi pretesa intimistica o fin troppo riflessiva e si erge a scanzonato (non banale) viaggio negli inferi. Caitlin Doughty è un perfetto cicerone che ci guida nei meandri del suo mondo e della sua esperienza lavorativa con ironica intelligenza e densa profondità intellettuale. Una stupenda anabasi nel culto della morte.

Caitlin Dougty fonde le vicende personali e le arricchisce di innesti culturali estrapolati da anni di letture ed esperienze, ogni pagina è uno spaccato nel mondo dell'antropologia, nel folklore, nella mitologia e nella storia. Belle e pungenti le riflessioni filosofiche, metafisiche a volte puramente soggettive che traslano il pensiero dell'autrice in una dimensione inedita e ammantata da una comicità genuina e frizzante. L'intento dell'autrice non è quello di sensibilizzare i suoi lettori con la propria esperienza lavorativa presso le pompe funebri e tanto meno esibire un carosello di nozioni e accorgimenti accademici, bensì è quello di restituire alla morte una dimensione “normalizzata” e di svincolarla dai tabù e dai traumi del dolore.

Crediti © Caitlin Doughty

Facendo questo l'autrice pesca da varie culture e sotto-culture, esplora attraverso lo spazio e il tempo, toccando gli eventi della storia  medievale fino a quelli più recenti, senza mai eccedere nell'erudizione tediosa. Il nostro immaginario viene analizzato chirurgicamente, come sul tavolo dell'autopsia. Vengono cicatrizzate aneddotiche erronee e colmate lacune essenziali. Passando dalla tassidermia alla mummificazione egiziana, alle riflessioni buddhiste al vitalismo del super-uomo fino al negativismo di Cioran e al suicidio della ragione, il percorso mnemonico e culturale di Caitlin Doughty è magnetico e scritto con una leggerezza senza pari. Di questa autrice esigo un romanzo, un saggio, una serie TV. Qualsiasi cosa! Fumo negli occhi è una lettura esplosiva che soddisfa l'apparato cerebrale e l'animo. Assolutamente unico.

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Foto di Skitterphoto

Racconti da Cina e Giappone con la sapienza delle arti marziali

Pascal Fauliot ha un dono: è quello di immergersi in molteplici contesti culturali ed emotivi così differenti da risultare sempre un narratore diverso; eredita la delicatezza della prosa nipponica, i sofismi di eruditi cinesi o la passionalità degli abitanti della Polinesia, ma rimane pur sempre se stesso. Un vero narratore dai mille volti. Per questo motivo sono molto lieto di aver approcciato il testo della Edizioni della Terra di Mezzo, una delle chicche più recenti, Storie e racconti delle arti marziali della Cina e del Giappone dove lo scrittore francese raccoglie e codifica il materiale più disparato di questi grandi Paesi dell'Estremo Oriente. Fauliot oltre ad essere un esegeta della letteratura asiatica è stato anche un allievo attento di un maestro delle arti marziali, quindi questa antologia di racconti e sofismi è molto in linea anche con le sue vicende biografiche.

Per quanto dal titolo il lettore possa aspettarsi vicende avventurose e bellicose, invero troverà tra queste pagine la più alta dimostrazione di come l'esercizio fisico e la padronanza dei propri mezzi mentali e comportamentali siano le prime qualità che un guerriero possiede. Questi racconti non celebrano l'atto guerriero, l'uso delle armi e quello della forza, bensì l'attenta riflessione interiore che un praticante delle arti marziali coltiva per tutta la vita senza mai abbandonare la Via/Bushido (codice d'onore e comportamentale del samurai).

Molte delle storie riportate hanno un non so che di fantastico e mirabolante, ma al contrario Fauliot ci riporta soltanto eventi e testimonianze di un passato “reale”. Il rapporto fantasia-realtà è comunque sintomatico, perché l'obiettivo del narratore non è solamente quello di riportare gli antichi precetti morali ed educativi dei saggi buddhisti e dei maestri zen, ma quello di dimostrare ai suoi lettori che in tutte queste storie (surreali quanto quotidiane) c'è un “segreto” che in pochi possono cogliere, soltanto coloro che osano spingere la propria realtà su un altro piano dell'essere e affacciarsi a un mondo interiore inedito. Fantasia e realtà sono dei meri pretesti, l'importante è perseguire la verità interiore e sondare la profondità del nostro animo.

Foto di StockSnap da Pixabay

Infatti quando andremo a leggere questi racconti eterei, a volte sfuggenti, ci renderemo conto di quanto sia difficile, da parte dell'autore, spiegare ciò che in realtà è inesprimibile. Questa realtà magica, figlia allo stesso tempo di una dimensione sconosciuta, è propedeutica a fondere lo straordinario con l'ordinario. Ed è quello che i protagonisti dei racconti fanno, pagina dopo pagina. Non c'è bisogno dello studio attento dell'anima e di sacre scritture, l'eletto può soltanto continuare a praticare la via e gli insegnamenti dei suoi maestri; l'infinito si raggiunge con l'esercizio.

Consiglio caldamente il volumetto della Edizioni della Terra di Mezzo perché è uno strumento utilissimo non solo per conoscere culture differenti e geograficamente lontane, ma perché è un'immersione totale dentro noi stessi, alla ricerca di quel guerriero che combatte senza che noi ce ne accorgiamo.

Storie e racconti delle arti marziali della Cina e del Giappone Pascal Fauliot
La copertina con illustrazione di Nella Stir del libro Storie e Racconti delle arti marziali della Cina e del Giappone di Pascal Fauliot, pubblicato dalle Edizioni della Terra di Mezzo

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La civetta cieca, capolavoro persiano tra gotico ed esistenzialismo francese

Torno con molto piacere a parlare di Carbonio Editore e della sua ultima impresa libresca, che va ad arricchire ulteriormente il già fin troppo interessante catalogo: sto parlando del romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat, uno dei più fini e colti scrittori della letteratura iraniana e persiana. Il testo presentato dalla Carbonio Editore ha il pregio di essere la prima traduzione nella nostra lingua dal persiano - ovvero la più fedele possibile agli intenti primigeni dell'autore - e porta la firma di una delle più grandi iraniste e islamiste in Italia, ovvero Anna Vanzan, che è anche l'autrice di una curatissima introduzione.

Il lettore attento magari ha già conosciuto Hedayat nelle pagine iniziali di Bussola di Mathias Énard, visto che la prima sezione del romanzo dello scrittore francese è un'ode all'autore de La civetta cieca, prematuramente morto suicida a Parigi nel 1951.

L'ultima foto di Sadeq Hedayat ai suoi parenti a Teheran (1951). Foto di Mosaffa~commonswiki, in pubblico dominio

Il romanzo fu completato e pubblicato a Bombay, ma la scrittura dello stesso cominciò al più nel 1930, negli anni dell'auto-esilio di Sadeq Hedayat a Parigi. Risente infatti di tutte le contaminazioni culturali del mondo francofono; tantissimi critici lo hanno associato a ragione all'esistenzialismo di Sartre, ignorando però la forza evocativa e folclorica che soltanto un lettore compatriota di Hedayat avrebbe colto. Purtroppo il testo arrivò in Iran una decina d'anni dopo e scosse visceralmente la società cristallizzata dell'Iran degli anni '40 e dell'India; il romanzo di Hedayat infatti è intriso della cultura dell'India pre-islamica e del sufismo persiano, tant'è che possiamo etichettare La civetta cieca come uno dei monumenti principe della letteratura persiana moderna.

Mi prendo la libertà (e anche l'azzardo) di chiamare questo libro “piccolo gioiello del gotico orientale” poiché condivide tantissime sfumature con la letteratura weird-gotica dell'ottocento vittoriano. L'opera di Hedayat è però completamente diversa - ad esempio - dal Vathek di William Beckford: se da un lato abbiamo un inglese vittima della mitomania orientaleggiante de Le Mille e una Notte, dall'altro c'è un paziente creatore di angosce sonnambule, che usa l'Oriente non come orpello esotico a fine ornamentale, ma per descrivere uno stato dell'anima sconosciuto agli europei del tempo, uno struggente tentativo (riuscito) di portare il misticismo indiano tra i boulevard.

Ovviamente la mia “etichetta” è volta a descrivere di primo acchito un'opera così indomabile e scevra da asettiche nomenclature, perché La civetta cieca è un inno a un lirismo onirico e oscuro che non ha niente da invidiare a Les Chants de Maldoror di Lautréamont e alle angosce di un Io tormentato di kafkiana memoria. Siamo di fronte a un testo che può essere letto e recepito per mezzo di diversi stadi di comprensione, e delle riletture sono obbligatorie per non perdere le intense sfumature dell'India preislamica e del folclore della Persia.

Il protagonista del racconto è un pittore di astucci per penne, tipici prodotti dell'artigianato indo-persiano, costantemente assuefatto dal consumo di oppio e dall'ingurgitare vino in gran quantità. Il personaggio è un riflesso pallido di un altro fantasma, l'autore, un uomo disilluso dalla vita e dagli affetti come il pittore, continuamente tormentato da amori defunti. Il racconto è una fumosa visione di una realtà onirica e confusa, sfacciata e dissacrante e ornata da sofismi mistici e lirismi sufi. La Persia entra nella melanconia sfuggente di una scrittura moderna ma ricca di classicismi e richiami al mondo della tradizione.

La trama potrebbe sembrare semplice e stereotipata, l'innamoramento istantaneo per una femme fatale, la seduzione lasciva di quest'ultima e poi la sua morte, il carosello di spettri e visioni surreali, il rumore dell'eco del mondo e di universi spenti dal canto della fine dell'esistenza; un tetro inno alla desolazione e al nichilismo del proprio micro-cosmo interiore. Hedayat crea una genesi della fine e lo fa fondendo la magia e il realismo imperante del dolore.

Nel dettaglio, ora andremo a conoscere Anna Vanzan e la sua splendida traduzione. Avevo già letto il testo qualche anno fa, ma con una traduzione dall'inglese: nella versione della Carbonio Editore sono rimasto ancor più affascinato dall'irresistibile prosa fumosa dell'autore iraniano. Ringrazio ancora la professoressa Vanzan per la sua disponibilità.

1) Finalmente uno dei capolavori di Sadeq Hedayat, La civetta cieca, viene tradotto per la prima volta dal persiano. Quanto è importante rapportarsi con le intenzioni primigenie dell'autore, senza i filtri di altre lingue come il francese e l'inglese? Ma soprattutto quante sfumature in più questo teste riesce a trasmettere con la sua vera anima orientale?

Le traduzioni da lingue ponte, o traduzioni da traduzioni, sono ovviamente esposte al rischio di diluire ulteriormente le connotazioni culturali e ambientali del testo di partenza. Ad esempio, un buon traduttore inglese cercherà di rendere ai suoi lettori un proverbio persiano con uno equivalente presente nella cultura anglosassone; se noi ritraduciamo quel proverbio trasportandolo nella lingua italiana rischiamo di allontanarci dall’originale fino a raggiungere l’incomprensibilità. Nella traduzione indiretta si perdono necessariamente molte cose finendo per confezionare un testo addomesticato, eccessivamente preoccupato della sua ricezione e poco rispettoso della cultura in cui è stato prodotto. Un’opera complessa e sofisticata come La civetta cieca presenta notevoli difficoltà anche in traduzione diretta, ma certamente mantiene maggiormente il colore locale.

2) Come lei ci lascia intendere nella sua precisa introduzione, La civetta cieca non è un romanzo semplice, o di immediata lettura. Quanto ha influito il patrimonio culturale persiano, indiano e islamico e soprattutto il folclore popolare all'interno dello scritto di Sadeq Hedayat?

Nella sua breve vita Sadeq Hedayat ha coltivato molte passioni : una era indirizzata a far rivivere il passato glorioso dell’Iran (molti suoi racconti sono basati su eventi storici accaduti prima dell’avvento dell’Islam). Poi l’interesse per l’India si materializzò in un lungo soggiorno in cui si avvicinò al buddismo e all’induismo; mentre per il folclore persiano manifestò un costante trasporto, seguendo una meticolosa ricerca per tutta la durata della sua vita. Questi aspetti emergono ne La civetta cieca, a cominciare da titolo, dedicato a un animale che ha
molteplici e profondi significati nelle credenze e nella letteratura persiana e con il quale l’Autore si identifica. All’interno del testo ci si imbatte continuamente in riferimenti alla cultura indiana, ma soprattutto alla storia e ai costumi persiani descritti dall’Autore con un misto di amore e grande crudeltà.

3) Lo scritto fu recepito con entusiasmo in Europa, quali sono secondo lei le ragioni del successo di questo gioiello della letteratura persiana moderna?

La versione francese de La Civetta cieca a cura di Roger Lescot venne pubblicata nel 1953, due anni dopo il suicidio di Hedayat e quindi carica del tragico evento. Venne positivamente recensita da André Breton, e pertanto accolta con favore dagli amanti del surrealismo, che videro nel romanzo hedayatiano la versione “esotica” del surrealismo. Qualcuno riconobbe in Hedayat la filosofia pessimista di un altro artista iraniano assai amato (e perlopiù incompreso) in occidente, Omar Khayyam, altri individuarono somiglianze con alcune pagine di Sartre. Insomma, il romanzo si rivelava quale perfetto connubio tra immaginazione orientale e occidentale. Anche in Germania il libro riscosse grande successo, con ben due traduzioni a breve distanza; mentre il mondo anglosassone rimase più scettico, quantomeno a livello generale. Successivamente fu il mondo accademico legato alla cultura persiana che ne decretò il successo.

La civetta cieca Sadeq Hedayat
La copertina del romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat, edito da Carbonio Editore, con traduzione e introduzione di Anna Vanzan

4) Leggendo il romanzo ho provato diverse emozioni contrastanti. Delicatezza, inquietudine, sensualità, gelosia e via dicendo. In poche pagine Sadeq Hedayat codifica il sottobosco letterario della culturale weird anglo-francese per tradurlo in un romanzo che ricorda le atmosfere gotiche e fantasmagoriche europee, ma rimane comunque un romanzo profondamente legato alla cultura del suo autore. Possiamo secondo lei parlare di gotico orientale?

La definizione “gotico orientale” è molto suggestiva, ma tralascia aspetti molto importanti della narrazione di Hedayat, ovvero la disperazione del protagonista, che è autobiografica (il romanzo è in prima persona, diversamente dal suo solito stile), il suo pessimismo cosmico, la sua consapevolezza di essere un fuori casta dal consesso dell’umanità, che disprezza, ma alla quale, al contempo, anela. Lo stato ipnotico in cui il lettore è trascinato è sicuramente gotico, ma è calato in un ambiente tipicamente persiano.

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Immagine ad opera di Gerhard Gellinger da Pixabay

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Canapa negli intonaci delle Grotte di Ellora

11 - 12 Marzo 2016
-Façade_of_the_Lankeshvara_Shrine_from_the_terrace,_Kailasanatha_Cave_Temple_(Cave_XVI),_Ellora.,_by_Jo._Johnston,_c.1874-
Ellora è dall'antichità meta di pellegrinaggi da parte di indù, buddisti e giaina: l'importanza del sito, con le sue grotte monumentali scavate nella roccia, è pure testimoniata dalla sua inclusione nella Lista dei Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.
Ellora_Cave_12
Un nuovo studio, pubblicato su Current Science, ha rilevato come le fibre di canapa utile (Cannabis sativa) fossero utilizzate (con una percentuale rilevata del 10%) per l'intonaco (prodotto con un mix che includeva pure argilla e calce viva) della Grotta XII. La capacità della canapa di regolare l'umidità avrebbe garantito una straordinaria durevolezza che permette ancora oggi di ammirare le decorazioni su muri e soffitti.
La coltivazione di canapa utile risale in India al 5.000-4000 a. C. Le fibre vengono utilizzate per fare corde, mentre dai semi si ricava olio e i boccioli erano usati a fini medicali. Nota per la sua robustezza, era pure utilizzata nelle costruzioni, e persino per gioco. Ellora è situata nello Stato indiano di Maharashtra.
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India: insediamento buddista dalla collina di Seethanagaram

4 Marzo 2016
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Un insediamento buddista con tracce relative a due stupa, chaitya e vihara è stato scoperto sulla collina di Seethanagaram, nei pressi di Vijayawada, nello stato indiano dell'Andhra Pradesh.
I vihara in mattoni sarebbero datati dal primo secolo a. C. al secondo d. C. Scoperti pure due idoli di Vishnu in khondalite, e uno di Govardhana Giridhara, databile dal sesto al decimo secolo.
Link: The Hindu
Lo stato di Andhra Pradesh, da WikipediaCC BY-SA 3.0 PlaneMad/Wikimedia, caricata da RaviC (This Image was created by User:PlaneMad. Updated by RaviCOwn work International Borders: University of Texas map libraryIndia Political map 2001 Disputed Borders: University of Texas map libraryChina-India BordersEastern Sector 1988 & Western Sector 1988Kashmir Region 2004Kashmir Maps. State and District boundaries: Census of India2001 Census State MapsSurvey of India Maps. Other sources: US Army Map Service, Survey of India Map Explorer, Columbia University ).


Pakistan: moneta in rame di epoca Moghul e grande scalinata da Ban Faqiran

29 Febbraio 2016
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Una moneta in rame di epoca Moghul e la più grande scalinata del Gandhara: queste le scoperte effettuate durante scavi dello stupa buddista presso Ban Faqiran, nel Territorio della capitale Islamabad, in Pakistan. Ritrovate anche quattro punte di freccia in ferro e frammenti di terracotta.
Link: Dawn
Pakistan, da WikipediaCC BY-SA 3.0 (NordNordWest - own work, using United States National Imagery and Mapping Agency data World Data Base II data).


Bangladesh: 16 stupa da Nateshwar

31 Gennaio 2016
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Scoperti sedici stupa di mille anni fa circa presso Nateshwar, nel distretto Munshiganj in Bangladesh. Sono interconnessi in quattro sale, circondate da muri di mattoni. La bellezza estetica delle strutture sta facendo pensare alla possibilità di un parco archeologico nell'area.
Link: Daily Star
Il Distretto Munshiganj in Bangladesh, di Nafsadh, da WikipediaCC BY-SA 4.0.


India: resti buddisti da un tempio di Tripuranthakam

18 Gennaio 2016
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Il tempio del tredicesimo secolo di Tripuranthakam, nel distretto Prakasham dell'Andhra Pradesh, fu costruito dove sorgeva un padiglione buddista.
Si sarebbero infatti ritrovati due pilastri calcarei con iscrizioni buddiste del primo secolo d. C., e con medaglioni dal mezzo loto. Un'iscrizione del decimo secolo indica forse che furono utilizzati per innalzare il tempio dedicato alla dea Bala Tirupura Sundari.
Link: Deccan Chronicle
Lo stato di Andhra Pradesh, da WikipediaCC BY-SA 3.0 PlaneMad/Wikimedia, caricata da RaviC (This Image was created by User:PlaneMad. Updated by RaviCOwn work International Borders: University of Texas map libraryIndia Political map 2001 Disputed Borders: University of Texas map libraryChina-India BordersEastern Sector 1988 & Western Sector 1988Kashmir Region 2004Kashmir Maps. State and District boundaries: Census of India2001 Census State MapsSurvey of India Maps. Other sources: US Army Map Service, Survey of India Map Explorer, Columbia University ).


India: sette grotte usate da buddisti presso il Parco Nazionale Sanjay Gandhi

17 Gennaio 2016
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Sette grotte, con datazione stimata tra il primo secolo a. C. e il quinto-sesto secolo d. C., sono state scoperte nel Parco Nazionale Sanjay Gandhi, nello stato indiano di Maharashtra. Erano usate da monaci buddisti come residenza.
Link: Times of India
Lo stato indiano di Maharashtra, da WikipediaCC BY-SA 3.0 Planemad/Wikimedia, caricata da e di Planemad.


Korea: restauro della Pagoda in pietra dal Tempio di Mireuksa

29 Dicembre 2015
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Si è rivelata un'operazione molto delicata, quella del restauro della più grande pagoda in pietra dell'Asia Orientale, presso il tempio di Mireuksa a Iksan, nella Provincia del Jeolla Settentrionale nella regione di Honam. Risale al 639 d. C, all'era Baekje (o Paekche). Non essendoci resoconti sulla sua costruzione, la si è smontata per poi ricostruirla: si sono apprese molte cose e si sono pure ritrovati manufatti durante l'operazione.
Temple_Miruksa
Si spera di non ripetere gli errori compiuti sulla pagoda orientale, che è invece considerata un pessimo caso di restauro, e che sembra una replica.
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