Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


I Marmi Torlonia. Una collezione di Capolavori in mostra a Villa Caffarelli

"I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori" è una mostra che va raccontata a partire dal suo epilogo. L'esposizione, frutto di un’intesa tra il Mibact e la Fondazione Torlonia, si comprende del tutto raggiungendo la sua ultima sala, la numero 14, dove è esposto il catalogo monumentale curato da Pietro Ercole Visconti e poi dal nipote Carlo Ludovico, stampato in otto edizioni dal 1876 al 1885.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

Qui è esposta l’edizione monumentale del 1884-’85 che offre le fotografie di tutte le 620 sculture di cui si componeva il Museo Torlonia e che fu il primo esempio di un catalogo di sculture antiche integralmente riprodotte in 161 tavole in fototipia.

Il Museo fu voluto intorno al 1876 dal principe Alessandro Torlonia non solo per dare una collocazione unitaria alle raccolte del padre Giovanni e dei suoi predecessori, fino ad allora contenute nelle loro sontuose residenze, ma anche per esporre al pubblico i frutti dell’accumulo privato secondo un percorso organizzato in gallerie e sale per gruppi tematici e anche classificato con la redazione di un catalogo. Un Museo che fu principalmente il progetto culturale di una generosa e lungimirante politica culturale di segno privato, intesa a compensare la dispersione di un patrimonio d’arte antica accumulato in Roma per secoli. (Salvatore Settis).

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

Il catalogo esposto in sala racconta le tre componenti originarie del Museo Torlonia e delle sue 77 sale dell’edificio di Via della Lungara, chiuso al pubblico agli inizi del Novecento, nell’acquisto in blocco di “Antiche ed insigni collezioni”, nei materiali emersi dagli sterri della Roma che attraverso i nuovi quartieri in costruzione si faceva capitale d’Italia, nelle “escavazioni” dei latifondi di famiglia. E da qui partiamo per visitare la mostra, perché i curatori Salvatore Settis e Carlo Gasparri hanno voluto ispirarsi a queste origini per progettare l’esposizione della selezione di 92 opere greco-romane tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Ritratto di Caracalla (regnò 198–217 d.C.), su busto antico non pertinente da Villa Albani, inizi del III secolo d.C Foto: Alessandra Randazzo

La mostra infatti è ideata come un racconto che inizia dall’evocazione del Museo Torlonia verso il 1885 per poi procedere indietro nel tempo fino alle collezioni quattro-cinquecentesche: Il Museo Torlonia si racconta qui come una collezione di collezioni, o come un gioco di scatole cinesi, in cui una raccolta racchiudeva in sé pezzi provenienti da collezioni ancor più antiche.

Il progetto scientifico di studio e valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri. Electa, editore del catalogo, cura anche l’organizzazione e la promozione dell’esposizione, mentre il progetto d’allestimento è di David Chipperfield Architects Milano con il progetto della luce di Mario Nanni per Lumi Viabizzuno. L’esposizione si dipana negli ambienti dello spazio espositivo dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli, tornati alla vita dopo oltre cinquanta anni di oblio grazie all’impegno di Roma Capitale per restituire alla cittadinanza un nuovo spazio espositivo progettato e interamente curato della Sovrintendenza capitolina. La Fondazione Torlonia ha restaurato i marmi selezionati con il contributo di Bvlgari che è anche main sponsor della mostra.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori.Gruppo di due guerrieri, uno con firma di Philoumenos (?) da Villa Albani, I secolo d.C. marmo pentelico con integrazioni in marmo lunense; base moderna in bardiglio Foto: Alessandra Randazzo

David Chipperfield nel suo allestimento mette in scena i Marmi Torlonia in cinque sezioni che seguono una sequenza narrativa con cronologia invertita e usano colori diversi per la differente definizione delle aree così che ogni scultura, proprio come nelle fototipie del catalogo monumentale, abbia uno sfondo omogeneo per essere meglio apprezzata.

Un sistema di basamenti di altezze e dimensioni variabili, caratterizzati dall’uso del mattone grigio scuro e trattati come estrusioni dalla pavimentazione delle sale, sono a tutti gli effetti delle strutture architettoniche su cui poggiano direttamente le opere scultoree senza la mediazione di sostegni o piedistalli.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statua di caprone dalla collezione Giustiniani, corpo della fine del I secolo d.C. con testa attribuita a Gian Lorenzo Bernini. Statua di guerriero dalla collezione Giustiniani, età imperiale per il frammento antico del corpo; verso la metà del II secolo d.C. la testa antica non pertinente marmi bianchi di qualità diverse per le parti antiche e le integrazioni Foto: Alessandra Randazzo

Il tempo a ritroso voluto dai curatori della mostra ci guida, allora, nella Sezione I che evoca il Museo Torlonia in alcune delle sue componenti più significative ed espone l’unico bronzo della raccolta, un Germanico portato alla luce nel 1874 e prontamente restaurato e integrato come descritto da Pietro Ercole Visconti nel Catalogo: “La testa, trovata in parte, ma ridotta in minuti frammenti, venne con la guida di quegli avanzi restituita dal ristauro; come altresì una parte del braccio e della gamba dritta”. La statua proviene da Cures, in Sabina, e raffigura in nudità eroica il figlio adottivo dell’imperatore Tiberio, famoso per le sue vittorie sulle tribù germaniche.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. In primo piano statua di Germanico da Cures in Sabina, I secolo d.C. Bronzo. ph Astrologo

Tre celeberrimi ritratti qui esposti sono quelli della Fanciulla di Vulci, datata tra la fine della Repubblica e i primi anni del principato di Augusto, la cui delicata acconciatura era un tempo impreziosita da inserti d’oro e pietre preziose, il cosiddetto Eutidemo I di Battriana della Collezione Giustiniani, il busto di età tardo repubblicana dal crudo realismo detto il Vecchio da Otricoli, già nella galleria dei busti imperiali (perché originariamente attribuito a Galba) che terminava il percorso museale; proprio dalla stessa galleria provengono i venti busti di ritratti imperiali (o creduti tali), di varia provenienza, ordinati secondo l’ordine cronologico dei personaggi rappresentati.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

La Sezione II ci conduce invece tra i materiali provenienti dagli scavi ottocenteschi di Giovanni Raimondo Torlonia e del figlio Alessandro, il fondatore del Museo, nelle loro proprietà dell’agro romano: le tenute di Roma Vecchia e della Caffarella, le Ville dei Quintili, dei Sette Bassi e di Massenzio e altre ancora dove emersero notevoli aree archeologiche. Tra queste sono i resti della villa sull’Appia Antica di Erode Attico -un ricchissimo filosofo e mecenate greco, nonché usuraio, vissuto nel II secolo d.C.- che vi aveva esposto preziose sculture importate da Atene; un personaggio tanto sicuro della propria fama da far scrivere sulla propria tomba: “Giacciono in questo sepolcro i pochi resti di Erode figlio di Attico, nativo di Maratona, mentre la sua fama è sparsa in tutto il mondo“.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Replica del gruppo di Eirene e Ploutos (Pace e Ricchezza) di Kefisodotos dalla Villa dei Quintili, fine I secolo d.C. marmo pentelico Foto: Alessandra Randazzo

Nel corso dell’Ottocento gli scavi Torlonia si estesero ancora lungo la via Appia e la via Latina, dove erano in antico importanti sepolcreti e anche l’acquisizione di altri latifondi in Sabina e nella Tuscia portò agli scavi del Portus Augusti, il principale sbocco a mare di Roma in età imperiale, come a quelli dell’antica Cures, oggi Fara Sabina.

Proprio dagli scavi di Porto riemerse l’eccezionale bassorilievo con la dettagliatissima scena che ritrae il Portus Augusti, edificato a partire dal 42 d.C. dall’imperatore Claudio. Il restauro di quella che doveva essere un’offerta votiva ha restituito le tracce della policromia originaria che rivestiva l’intera lastra marmorea e l’efficace illuminazione del reperto in mostra permette di leggerne senza difficoltà i dettagli e i molteplici particolari nonostante le sue relativamente piccole dimensioni (122x75 cm): dalle decorazioni delle vele della nave alla scena del sacrificio propiziatorio al viaggio, dal faro all’ingresso del bacino, alle figure di Bacco/Liber Pater e di Nettuno.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Bassorilievo con veduta del Portus Augusti da Porto (1864), intorno al 200 d.C. marmo pentelico con tracce di policromia Foto: Alessandra Randazzo

Poco oltre il rilievo si ammira la coppia del satiro e della ninfa colti in un invito alla danza e nei suoi momenti iniziali, con il satiro che inizia a prendere il ritmo battendo il piede sulla pelle del kroupezion e la ninfa che si allaccia il sandalo: una scena che fa comprendere appieno la capacità di rappresentare la grazia da parte dell’ignoto artista di età imperiale.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statua di Satiro, replica dal gruppo detto Invito alla danza da Roma Vecchia, Villa dei Sette Bassi, replica della fine del I secolo d.C. da originale del II secolo a.C. Statua di Ninfa, replica dal gruppo detto Invito alla danza da Roma Vecchia, Villa dei Sette Bassi, replica della fine I– inizio del II secolo d.C. da originale del II secolo a.C Foto: Alessandra Randazzo

Il Settecento è poi il secolo che ci guida nella Sezione III del nostro viaggio a ritroso perché proprio nel corso del XVIII secolo le collezioni Torlonia si arricchiscono delle straordinarie raccolte di Villa Albani, costruita a partire dal 1747 dal cardinale Alessandro Albani per ospitare la sua collezione di antichità poi acquisita dai Torlonia, e della raccolta dei marmi dello scultore Bartolomeo Cavaceppi (1716-1799), frutto delle sue attività nel restauro e nel commercio di marmi antichi, comprata all’asta da Giovanni Torlonia nel 1800.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Cratere con simposio bacchico, detto Tazza Cesi o Vaso Torlonia alla fine del XV secolo nella chiesa di Santa Cecilia in Trastevere o in San Francesco a Ripa, poi nella Villa Cesi, infine a Villa Albani; fine II–inizi I secolo a.C. marmo pentelico Foto: Alessandra Randazzo

La grande Tazza con Simposio bacchico è esposta nella Sezione V della mostra ma sicuramente rappresenta al meglio i tesori degli Albani passati ai Torlonia ed è testimone, tra l’altro, delle fortune ma anche delle peripezie del collezionismo romano; il gigantesco bacile era infatti giunto al Cardinale Albani dal giardino del cardinal Cesi dove risulta documentato dal 1530 circa e allestitaoallora come vasca da fontana accompagnata da un Sileno con otre e prima ancora è testimoniata da un disegno quattrocentesco in una chiesa di Trastevere (Anna Maria Riccomini ne ricostruisce le tracce in un avvincente saggio del catalogo della mostra).

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statuetta restaurata come Apollo con la spoglia di Marsia dalla collezione Giustiniani, parti antiche del I secolo d.C. marmo pentelico per il torso, marmo bianco per le integrazioni Foto: Alessandra Randazzo

Nella Sezione IV la replica del Fanciullo che strozza l’oca dall’originale in bronzo dello scultore ellenistico Boethos, e una coppia di marmi restaurati e integrati in modo da rappresentare la storia di Apollo che scortica Marsia sono i pezzi che meglio evocano il gusto del raffinatissimo collezionista Vincenzo Giustiniani (1564–1637). Dalla memoria della Galleria Giustiniana le sue collezioni vennero disperse dopo la morte del marchese ma il nucleo più consistente della sua collezione di antichità fu acquistato dal Principe Giovanni Torlonia nel 1816 ed entrò a far parte del Museo nel 1859.

I Marmi Torlonia Collezionare Capolavori. Statua di divinità, c.d. Hestia Giustiniani Marmo pario Foto: Alessandra Randazzo

E’ davvero difficile scegliere tra i tanti capolavori esposti e, ammirati dalla celeberrima Hestia Giustiniani, ci basterà segnalare lo straordinario Nilo Torlonia, già Albani Barberini e già conservato a Palazzo Giustiniani: un capolavoro della scuola alessandrina di età ellenistica originariamente collocato nel Foro della Pace di Vespasiano.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Sarcofago a colonne con Fatiche di Ercole, e coperchio con coppia di defunti distesa già in Palazzo Savelli, poi Orsini; intorno al 170 d.C. marmo asiatico Foto: Alessandra Randazzo

Arriviamo alla Sezione V che offre una selezione di sculture del Museo Torlonia già documentate in precedenti collezioni del XV e XVI secolo. Pezzi che passarono di mano in mano, collezioni disperse e finalmente raccolte dai Torlonia nelle stanze del loro Museo. Dalle collezioni degli Orsini, o meglio dalla dimora Orsini già Savelli, proviene probabilmente il sarcofago con le fatiche di Ercole e coppia di defunti recumbenti sul coperchio.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Sarcofago a colonne con Fatiche di Ercole, e coperchio con coppia di defunti distesa già in Palazzo Savelli, poi Orsini; intorno al 170 d.C. marmo asiatico Foto: Alessandra Randazzo

Nell’ultima sala della mostra ci accoglie un tavolo con ripiano di porfido forse ricavato da una grande colonna e sopra questo giaciglio dal sapore imperiale è proprio collocato quel sontuoso volume del Catalogo del Museo Torlonia (1884) con il quale abbiamo iniziato la scoperta della mostra su I Marmi Torlonia. A Villa Caffarelli, sul Campidoglio, fino al 29 giugno 2021.

 


Bulgari restaura l'area sacra di Largo Argentina

Grazie ad una convenzione stipulata tra Roma Capitale e la maison Bulgari, l’area sacra di Largo Argentina beneficerà di un sistema di interventi che renderanno il sito accessibile a turisti e cittadini romani. Il tutto sarà reso possibile  grazie ad un atto di mecenatismo dal valore di 500.000 euro che  valorizzerà al massimo diversi punti dell’area archeologica. La somma donata quest’anno dalla prestigiosa casa, andrà ad aggiungersi al residuo di 485.593,58 euro dei fondi elargiti per il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, così come previsto nella convenzione stipulata con Bulgari nel 2014 in cui si stabiliva che gli eventuali residui sarebbero stati destinati ad altri interventi sul patrimonio culturale di Roma.

Il progetto per l’area di Largo Argentina prevede interventi di costruzione e posizionamento di passerelle per consentire l’accesso in sicurezza al sito, la musealizzazione di uno spazio attualmente adoperato come deposito reperti e la predisposizione di tutti i servizi al pubblico per consentire un’agevole fruizione del luogo.

Foto: Alessandra Randazzo

Il complesso di Largo Argentina, che era situato nella zona di confine tra il Circo Flaminio e il Campo Marzio, costituisce il massimo insieme di templi di età medio e tarda repubblicana. Sulla base dei frammenti della Forma Urbis severiana si è potuto stabilire che l’area sacra corrisponde alla porticus Minucia vetus, ancora identificabile nei colonnati sui lati settentrionali ed orientali della piazza e venne edificata nel 106 a.C. da Minucio Rufo dopo un trionfo sugli Scordisci. Sono presenti quattro templi denominati A, B, C e D, il più antico, quello C, era dedicato a Feronia, antica divinità italica che aveva un santuario nel Campo Marzio; nel tempio B si deve invece riconoscere la aedes Fortunae Huiusce Diei (la “Fortuna del giorno presente"), fondata da Q.Lutatio Catulo – console  nel 102 a.C. insieme a Mario. Per il tempio A si propongono invece due soluzioni, cioè che si tratti del Tempio di Giunone Curtis o di quello di Giuturna. L’unico degli edifici di Largo Argentina che può attribuirsi all’inizio del II secolo a.C. è il Tempio D, che è quindi identificabile con quello dei Lari Permarini.

L’area è inoltre famosa perché presso la Curia di Pompeo avvenne uno degli omicidi più efferati della storia, quello di Cesare alle idi di marzo del 44 a.C.

La Sovrintendenza sta attuando le procedure necessarie per la conclusione della fase progettuale e per l’affidamento dei lavori la cui conclusione è stimabile entro la metà del 2021.

L’accordo siglato si inserisce nel più ampio programma di valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale della città di Roma.

Foto: Comune di Roma

Roma capitale della storia e della vita contemporanea grazie a Bvlgari potrà beneficiare nuovamente di uno dei siti archeologici più amati nel cuore della città. Con il Vicesindaco Bergamo stiamo lavorando per dare la possibilità a chi vive e chi visita Roma, sempre di più, di avere accesso ai luoghi culturali” dichiara la Sindaca di Roma Capitale Virginia Raggi.

Jean-Christophe Babin, Amministratore Delegato del Gruppo Bvlgari ha aggiunto: “Siamo molto orgogliosi di questo nuovo regalo alla Città Eterna: dopo il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti, fin dalla sua costruzione un irrinunciabile punto di ritrovo per romani e turisti, andremo a valorizzare un altro luogo al centro della vita sociale e spirituale dell’antica Capitale. I visitatori potranno finalmente apprezzare da vicino reperti di grandissimo pregio situati in un’area in cui coesistono costruzioni rinascimentali e medievali. Un respiro culturale che solo una città come Roma è in grado di offrire al mondo.”