scoperte parco Baia

Nuove scoperte dal Parco Archeologico di Baia

Durante alcune attività di ricerca condotte dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei in vista della riapertura, gli specialisti hanno recuperato un trapezoforo, un sostegno per tavolo in marmo decorato con testa felina. L’operazione è stata possibile grazie ai tecnici del Parco supportati dalla Capitaneria di Porto – Locamare di Baia e della Naumacos Underwater Archaeology.

Il reperto è stato poi trasportato nei laboratori per i primi interventi di restauro presso il Castello di Baia. L’elegante reperto di arredo, in marmo, è stato realizzato in età imperiale e serviva a sostenere una mensa, probabilmente in marmo anche questa, inserita in uno degli ambienti che oggi costituiscono una i percorsi archeologici del ricco Parco archeologico sommerso.

scoperte parco Baia

“Il Parco sommerso di Baia continua a regalare sorprese. Interpretiamo il rinvenimento di oggi come il segnale di una nuova stagione del Parco che, dopo la riapertura, deve proseguire nella strada intrapresa per favorirne lo sviluppo. Per un archeologo il rinvenimento di un reperto è sempre motivo di gioia ed emozione, il recupero dal mare aggiunge inevitabilmente una suggestione particolare. Dopo i primi interventi conservativi necessari il reperto sarà mostrato, in anteprima, al pubblico all’interno del Museo archeologico del Castello di Baia per trovare poi una sua collocazione definitiva all’interno nel percorso espositivo” ha dichiaro il direttore Fabio Pagano.

La costa dei Campi Flegrei è un esempio unico al mondo, a causa dello sprofondamento dell’antica fascia costiera e alla conseguente trasformazione del territorio. Quanto vi si conserva sott’acqua rappresenta dunque un patrimonio storico archeologico di eccezionale valore per la sua peculiarità.

La storia di Baia risale a tempi ben precedenti la colonizzazione greca. Molti sono i ritrovamenti sui fondali di ancore litiche datate tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro. Con la fondazione di Cuma e i successivi eventi legati alla storia della Campania, Baia entrò a far parte del suo territorio e della sua egemonia.

La sua storia, successivamente, si legò  indissolubilmente alla città di Roma, qui infatti, già in epoca tardo repubblicana, gli aristocratici  si facevano costruire fastose residenze, attratti dal clima mite della costa e soprattutto dalle acque termali.

« Nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis. » « Nessuna insenatura al mondo risplende più dell’amena Baia. » (Orazio)

In età imperiale, anche molti imperatori scelsero Baia come luogo di villeggiatura. Augusto non amò molto questi luoghi e il suo successore Tiberio preferì di gran lunga Capri, molto più appartata e meno caotica. Ma altri imperatori, così come molti personaggi illustri, citati dalle fonti antiche, frequentarono volentieri la regio baiana.

Marcello la scelse per cercare di curare i suoi malanni, Caligola per celebrare la sua divinizzazione, tanto che si fece costruire un ponte di barche che traversava tutta la rada per galopparci con addosso le armi di Alessandro.

Claudio lo frequentò assiduamente e Nerone addirittura aveva grandi progetti per questi luoghi, come quello che avrebbe dovuto convogliare tutte le acque termali in un grande bacino unendo Miseno all’Averno.

Scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia

Ma Baia fu anche il luogo dove venne uccisa Agrippina, la madre dell’imperatore, sentita ormai come un enorme ostacolo alle sue scelte politiche e private.

Con i Flavi l’ambiente di Baia tornò ad essere austero, ma è con Domiziano che il sito venne riportato alle sue celebri dissolutezze. Baia fu allora all’apice della sua fama che ritornò appieno nel III secolo d.C. con Alessandro Severo che vi fece erigere una lussuosa residenza imperiale per la madre Giulia Mamea.

scoperte parco Baia

La fortuna di Baia fu comunque legata a quella dell’Impero e nel momento della sua decaduta anche le zone flegree inevitabilmente caddero in miseria. Le guerre gotiche prima e il bradisismo in seguito portarono al definitivo abbandono dell’area.

Tra il VII e l’VIII secolo buona parte della città era completamente sommersa.

Foto delle scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia: Courtesy Parco Archeologico dei Campi Flegrei

 


Lonely Planet Campania

Quattro itinerari Lonely Planet per riscoprire la Campania

La Regione Campania costituisce da sempre un serbatoio incredibile di meraviglie artistiche, culturali, naturali ed enogastronomiche a cui bisognerebbe necessariamente attingere nei modi più corretti e rispettosi, per provare a tradurre in economia reale le enormi potenzialità derivanti da questo immenso patrimonio.
Ed è a nostro avviso proprio in quest'ottica che sembrano muoversi i quattro itinerari creati da Lonely Planet che attraversano la Campania. La conosciutissima casa editrice australiana, diventata ormai una Bibbia per i viaggiatori di tutto il mondo, ha realizzato infatti questi itinerari che non mancano certamente di rivelare anche luoghi e peculiarità finora tenuti in secondo piano. Lo fa attraverso una ripartizione in aree territoriali - anche piuttosto ampie - ed evidenziando ciò che sarebbe meritevole dell'occhio attento del visitatore.
Si cerca in particolare anche di uscire un po' fuori dagli stereotipi tradizionali e consolidati, che vedono la Regione Campania essenzialmente divisa in tre macro distretti turistici fondamentali, corrispondenti alla città di Napoli, al Parco Archeologico di Pompei ed alla "Divina" Costa D'Amalfi.
Lonely Planet Campania
Il Sentiero degli Dei sui Monti Lattari, una delle scelte di Lonely Planet per questi itinerari in Campania. Foto di Jack45, CC BY 3.0
Di Napoli infatti ritroviamo labili tracce nella proposta turistica, Pompei stessa risulta appena citata mentre la Costiera Amalfitana lo è in modo più sostanzioso ma solo per focalizzare l'attenzione su Positano e la spettacolare passeggiata naturalistica del cosiddetto Sentiero degli Dei, oltre alla splendida Villa Romana recentemente scoperta.
Lonely Planet Campania
Annuncio a Zaccaria, dettaglio degli affreschi (fine VIII-inizi IX secolo) di Santa Sofia a Benevento. Foto di Sailko
Attenta, puntuale e mai banale risulta la descrizione di Benevento e dei suoi tesori, tra i quali lo splendido complesso di S. Sofia, e della sua provincia; ardito ma tutto sommato riuscito il "salto" tra le meraviglie naturali amalfitane e vesuviane ed il conseguente aggancio a quelle archeologiche di Ercolano, così come precise, dettagliate e piene di spunti risultano le digressioni sul Cilento e sull'area flegrea, quest'ultima troppo spesso abbandonata al proprio destino in maniera colpevole, ma recentemente rientrata nell'occhio attento degli operatori turistici.
Fin qui ci siamo soffermati sui meriti che indubbiamente vanno riconosciuti - a prescindere - a Lonely Planet, se non altro per la modernità con cui ha saputo sdoganare intere aree attrattive regionali della Campania, portandole o in taluni casi riportandole all'attenzione del vastissimo pubblico di cui dispone; alcune osservazioni crediamo vadano fatte, certamente non per spirito polemico ma - al contrario - nella direzione di una più completa e agevole lettura delle attrazioni turistiche regionali.
Non convince pienamente, ad esempio, il modo - che riteniamo troppo frettoloso e decontestualizzato - con cui sono indicate alcune evidenze artistiche della provincia di Caserta, quali la celebre Reggia vanvitelliana, l'Acquedotto Carolino e l'Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, mentre ad esempio la meravigliosa Casertavecchia non viene minimamente citata.
Sarebbe stato necessario, a nostro avviso, creare un ulteriore itinerario che comprendesse ed anzi approfondisse gli aspetti peculiari di questa area, non solo dal punto di vista storico-artistico ma anche naturalistico, includendo ad esempio le aree del Matese e del Parco di Roccamonfina, per provare a portare questa area finalmente fuori dagli stereotipi che la vogliono solo preda del malaffare.
Un poì ardito sembra anche, da un punto di vista storico-archeologico, l'accostamento tra la famosa Tomba del Tuffatore ritrovata a Paestum e le pitture recentemente scoperte nelle necropoli degli scavi di Cuma, evidenziate nell'itinerario cilentano.
Ed in questo stesso itinerario grave e colpevole riteniamo sia l'omissione completa del Parco Archeologico di Elea-Velia, antica ed importantissima colonia della Magna Grecia, patria tra l'altro dei famosi filosofi Parmenide e Zenon, sita nell'attuale comune di Ascea.
Altra colpevole omissione riteniamo sia quella relativa alla Casina vanvitelliana di Bacoli, in un itinerario flegreo forse un po troppo ricco di dettagli sulla Solfatara a danno di evidenze quali la Casina, fatta costruire dal re di Napoli e delle due Sicilie Ferdinando IV di Borbone nel meraviglioso contesto naturale del Lago Fusaro.
Tirando alla fine le somme di quella che riteniamo essere una guida preziosa e non stereotipata della Campania, ci sentiamo di esprimere un giudizio buono ma non ottimo rispetto ad essa, dettato soprattutto dallo spirito con cui essa si presenta e che vuole comunicare ai lettori, cioè del focalizzare l'attenzione su luoghi non usuali o agevoli al turismo di massa, per cui non andrebbero a nostro parere omessi i luoghi che abbiamo appena ricordato.

I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia

Mostra “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”

Sarà inaugurata il 24 maggio a Baia, alle ore 11, la mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”, all’interno del Museo archeologico dei Campi Flegrei.
L’esposizione, con allestimento e curatela realizzati da Teichos, racconta la stagione di nascita dell’archeologia subacquea in Italia, nell’area Flegrea ed in Sicilia, e per quest’ultima dai suoi esordi fino alle più importanti esperienze istituzionali: la costituzione della Soprintendenza del Mare da parte di Sebastiano Tusa.

Un percorso, supportato da allestimenti multimediali e sensoriali, con l’utilizzo di materiali video e fotografici, provenienti dagli archivi delle Soprintendenze del ministero per i Beni e le attività culturali, dagli istituti specializzati, dagli archivi privati, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Un’esplorazione dagli anni ’50, tra condizioni e circostanze che hanno determinato la nascita dell’archeologia subacquea come disciplina, evidenziandone ruoli e protagonisti.
Una preview che anticipa, essendone complemento necessario, il progetto “Thalassa. Meraviglie dei Mari della Magna Grecia e del Mediterraneo”, mostra che sarà inaugurata al MANN-Museo archeologico Nazionale di Napoli, nel Salone della Meridiana il 25 settembre prossimo.
Articolata per sezioni, Thalassa racconta attraverso i reperti e le immagini l’evoluzione dell’archeologia subacquea fin dall’iniziale processo di formazione del suo statuto scientifico. Spiega attraverso i relitti via via ritrovati, anche in relazione allo sviluppo delle tecnologie, l’affascinante individuazione dei flussi migratori e delle relazioni lungo le coste, le relazioni tra popoli, tra punti di partenza e di arrivo, la loro localizzazione nelle diverse aree geografiche; conduce il visitatore, con un salto nel tempo, circa 60 milioni di anni, tra i segreti del mare Mediterraneo, nelle città-porto, mete del commercio sin dall’antichità e luoghi di racconto dei processi di trasformazione dell’ambiente naturale da parte dell’uomo.
Un Progetto promosso dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, con il MANN, l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e Teichos, anche in forza di un protocollo da essi sottoscritto per sviluppare, nel prossimo triennio, una serie di attività culturali, di ricerca, divulgazione e informazione.
Al progetto, agli eventi collegati e a questa preview, realizzata nella curatela e nell’allestimento secondo i suoi indirizzi, ha lavorato con passione il compianto Sebastiano Tusa, assessore ai Beni culturali e all’Identità siciliana.
Thalassa è il suo testamento scientifico. Questo appuntamento costituisce il primo grande omaggio e riconoscimento sentito, che viene rivolto alla memoria di un grande studioso, un grande archeologo e soprattutto un grande uomo.
Evento Facebook qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo da Soprintendenza del Mare e Parco Archeologico dei Campi Flegrei

I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia


Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei
La caldera dei Campi Flegrei vista da nord con la citta di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo (immagine da Google Earth)

Attribuita ai Campi Flegrei l’origine di una misteriosa grande eruzione che 29mila anni fa ha ricoperto di ceneri l’area del Mediterraneo centrale. A svelarlo, uno studio condotto da Cnr, Ingv, università britanniche di Oxford, Durham, St Andrews, Cnrs francese e Università di California. Il lavoro è stato pubblicato su Geology

È stata la misteriosa grande eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei, sconosciuta fino a oggi, a ricoprire di ceneri 29.000 anni fa l’area del Mediterraneo centrale. A individuarne l’origine, un team internazionale di ricercatori dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle Università britanniche di Oxford, Durham e St Andrews, del Cnrs francese e dell’Università di California. Il lavoro Evidence for a large magnitude eruption from Campi Flegrei caldera (Italy) at 29 ka è stato pubblicato su Geilogy.

“Il materiale vulcanico”, spiega Biagio Giaccio, ricercatore del Cnr-Igag, “proiettato nell’alta atmosfera durante le grandi eruzioni esplosive può raggiungere grandi distanze dal vulcano e, ricadendo al suolo, formare sottili coltri di ceneri che ricoprono enormi superfici, fino a milioni di km quadrati”. Sin dagli anni ’70 un livello di ceneri datato a circa 29.000 anni fa è stato ritrovato nei sedimenti lacustri e marini di un’ampia area del Mediterraneo centrale, fornendo la prova indiretta di una grande eruzione avvenuta nella regione. Nonostante questa considerevole evidenza regionale e la sua relativa giovane età, nessuna prova geologica di un simile evento era stata fino a oggi mai trovata nelle aree vulcaniche mediterranee.

“Attraverso indagini stratigrafiche, geochimiche e datazione di rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, rinvenute nella periferia settentrionale di Napoli, è stato possibile identificarne l’origine dell’eruzione che distribuì le sue ceneri nell’area”, prosegue Roberto Isaia, ricercatore dell’Ingv-Osservatorio Vesuviano. “Inoltre, attraverso un’elaborazione al computer dei dati di dispersione delle ceneri, eseguita da Antonio Costa, ricercatore dell’Ingv-Bologna, è stato possibile ottenere un modello simulato dell’eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei e la stima della sua magnitudo”. Questi dati indicano che la magnitudo (M) dell’eruzione di Masseria del Monte fu 6.6, quindi molto simile a quella della più recente grande eruzione del Tufo Giallo Napoletano (circa 14mila anni fa, M=6.8) i cui depositi formano uno spesso banco di tufo nel sottosuolo della città di Napoli, cavato e utilizzato fin dall’età classica come pietra da costruzione.

“Quella del Tufo Giallo Napoletano”, continua Giaccio, “è la seconda più grande eruzione della storia eruttiva dei Campi Flegrei, inferiore solo all’enorme eruzione dell’Ignimbrite Campana di circa 40mila anni fa che ricoprì la Campania di una spessa coltre di tufo, e le cui ceneri sottili raggiunsero anche la Pianura Russa, a migliaia di km di distanza”. Con l’identificazione dell’eruzione di Masseria del Monte, si aggiunge quindi un terzo evento di grande magnitudo nella storia vulcanica flegrea, che dimezza il tempo di ricorrenza medio delle grandi eruzioni di questo vulcano.

“Questo studio mette in evidenza come, nonostante la lunga storia di ricerca condotta nei Campi Flegrei, le testimonianze geologiche di questo vulcano possano essere frammentarie, difficili da cogliere e non pienamente rappresentative della storia e intensità degli eventi del passato. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare, che usa e integra dati da archivi sedimentari distali e delle aree vulcaniche, nonché modelli di dispersione delle ceneri, ai fini di una più dettagliata ricostruzione della storia e stima delle magnitudo e stili eruttivi, e quindi della pericolosità, di uno dei vulcani più produttivi dell’Europa”, concludono i due ricercatori.

 

Vedi anche:

 

Testo e immagine dal Consiglio Nazionale delle Ricerche


Una tomba dipinta del II secolo a.C. dalla necropoli di Cuma

UNA NUOVA TOMBA DIPINTA DA CUMA:
UN BANCHETTO PER L'ETERNITÀ
Dettaglio delle pitture conservate sulla porzione destra della parete d’ingresso © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

È dal 2001 che, ai piedi della rocca sulla quale si erge l’acropoli dell’antica città di CumaPriscilla Munzi, ricercatrice del Centre Jean Bérard (CNRS - École française de Rome) e Jean-Pierre Brun, professore del Collège de France, lavorano con la loro équipe per riportare alla luce l’antica necropoli cumana.

Oggi hanno deciso di svelare la loro ultima scoperta: una tomba dipinta datata al II secolo a.C., eccezionalmente conservata e le cui pitture immortalano una scena di banchetto.

Due volte più grande di Pompei, la città di Cuma è situata a 25 Km a ovest della città di Napoli, sulla costa tirrenica di fronte all’isola di Ischia e all’interno dell’attuale Parco archeologico dei Campi Flegrei.

Le fonti storiche la considerano come la più antica colonia greca d’Occidente, fondata da greci provenienti dall’Eubea intorno alla metà dell’VIII secolo a.C.

«Il Parco Archeologico dei Campi Flegrei sostiene in forma sistematica la ricerca, con particolare riguardo a quella internazionale – ha commentato il direttore del PaFleg, Paolo Giulierini che accolto entusiasta la scoperta - e considera il rapporto con il Centro Jean Bérard una collaborazione di altissimo profilo. La scoperta, che arricchirà il museo e il Parco, è in primo luogo fonte di grande progresso scientifico e storico»

Da diversi anni gli archeologi francesi conducono le loro ricerche nella zona situata immediatamente al di fuori di una delle porte principali delle fortificazioni settentrionali, dove, nel corso dei secoli, si è sviluppata una grande necropoli pluristratificata.

Veduta dell’interno della camera funeraria con i letti per le inumazioni © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

Nel corso del II secolo a.C., il paesaggio funerario davanti alla Porta mediana è caratterizzato dalla presenza di diverse tombe a camera di tipo ipogeo, con volte a botte e facciata monumentale, costruite in blocchi squadrati di tufo.

L’accesso alle tombe avveniva attraverso un lungo corridoio scavato nella terra (dromos), mentre la porta della camera funeraria era chiusa da un grande blocco di pietra. I monumenti erano destinati ad accogliere inumazioni plurime, deposte in cassoni o su letti funerari. La tipologia architettonica e i corredi mostrano l’alto livello sociale conseguito dai defunti.

Nel mese di giugno di quest’anno i ricercatori francesi hanno riportato alla luce una nuova tomba riferibile alla stessa tipologia architettonica, ma dall’eccezionale decorazione figurata: sulla lunetta in corrispondenza dell’ingresso della camera funeraria, sono ancora visibili, infatti, una figura maschile nuda stante che sorregge nella mano destra una brocca in argento (oinochoe) e nella sinistra un calice; ai lati del personaggio, sono rappresentati un tavolino (trapeza) e alcuni vasi di grandi dimensioni tra i quali un cratere a calice su supporto, una situla e un’anfora su treppiede. Sulle pareti laterali, s’intravedono verosimilmente scene di paesaggio. La decorazione è delimitata nella parte alta da un fregio floreale. L’intradosso della volta è giallo, mentre le pareti al disotto della cornice e i tre letti funerari sono dipinti di rosso. La qualità delle pitture è eccezionale. Purtroppo la tomba è stata più volte visitata e pochi sono gli elementi dei corredi recuperati, anche se sufficienti a confermarne la datazione.

I temi rappresentati sulle pareti della tomba, poco consueti per questo periodo cronologico, offrono nuovi e importanti spunti di riflessione per delineare e ricostruire l’evoluzione artistica della pittura parietale cumana.

Lo scavo è stato realizzato grazie al sostegno finanziario del Ministère de l’Europe et des affaires étrangères, dell’École française de Rome e della Fondation du Collège de France. Le ricerche sono svolte nell’ambito di una concessione di scavo e ricerche del Ministero per i beni e le attività culturali e in collaborazione con il Parco archeologico dei Campi Flegrei.

Dettaglio dell’interno della camera funeraria e della scena figurata conservata sulla parete d’ingresso e sulle pareti laterali © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

 

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico dei Campi Flegrei


Le rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, ispirazione del cemento dei Romani?

9 Luglio 2015
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I Romani si sono forse ispirati alle rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, per la creazione del loro celebre cemento, visibile nel Pantheon e nel Colosseo, oltre che in diversi porti nel Mediterraneo (Alessandria, Cesarea, e a Cipro).
Già con Seneca (e con Vitruvio prima di lui) si notava che la cenere a Puteoli diventava pietra, a contatto con l'acqua. I Romani erano degli attenti osservatori della natura: utilizzarono la pozzolana per il loro cemento, e tuttavia una fonte diversa per la calce. E queste considerazioni potrebbero pure permettere oggi lo sviluppo di nuove tipologie di cemento, a partire da elementi simili.
Queste sono alcuni dei risultati di un nuovo studio pubblicato su Science da Tiziana Vanorio e Waruntorn Kanitpanyacharoen. Gli studiosi sono partiti dall'analisi delle rocce fibrose, simili al cemento, che si trovano nella caldera del supervulcano dei Campi Flegrei. Tiziana Vanorio era una delle 40 mila persone residenti a Pozzuoli, che furono evacuate nel 1982, in seguito all'innalzamento del terreno e a piccoli terremoti che seguirono. L'esperienza lasciò un segno vivido che l'ha spinta poi ad esaminare questa sorta di coperchio roccioso che sigilla la caldera.

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La fine dei Neanderthal non fu determinata dall'eruzione del Vesuvio di 40 mila anni fa

20 - 21 Marzo 2015
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Non sarebbe stata l'eruzione di 39 - 40 mila anni fa circa, che disseminò per i Campi Flegrei l'Ignimbrite Campana, a determinare la fine dei Neanderthal in Europa.
Anche se i due eventi tendono a coincidere temporalmente, infatti, uno studio pubblicato su Geology nota che gli effetti dell'eruzione sarebbero stati insufficienti a determinare da soli la fine dei Neanderthal, non andando a toccare direttamente le aree nelle quali questi vivevano. Il raffreddamento seguente la stessa avrebbe però potuto avere conseguenze sulla vita dei Neanderthal e sulle popolazioni degli umani moderni di allora. Ai tempi dell'eruzione, tuttavia, questi ultimi erano già arrivati e insediati in Europa, mentre i primi già declinavano costantemente.
Lo studio "Campanian Ignimbrite volcanism, climate, and the final decline of the Neanderthals", di Benjamin A. BlackRyan R. Neely e Michael Manga, è stato pubblicato su Geology.
Link: Geology; The Geological Society of AmericaScience Daily; Past Horizons
Vista satellitare dei Campi Flegrei, foto della NASA, da WikipediaPubblico dominio, caricata da AlMare.