L’evoluzione è panglossiana?

L’evoluzione è panglossiana?

Nel 1979 i genetisti Stephen J. Gould e Richard C. Lewontin pubblicarono un articolo intitolato I pennacchi di San Marco e il paradigma panglossiano, con lo scopo di scongiurare ogni interpretazione di tipo provvidenzialistico dell’adattamento evolutivo. Prima di addentrarci nelle riflessioni dei due autori e delineare gli spunti epistemologici che esse offrono, è necessario fare un passo indietro e soffermarci brevemente sul suo titolo. Difatti, agli occhi di un lettore di filosofia, il termine panglossiano non sarà passato affatto inosservato: gli autori si riferiscono esattamente al dottor Pangloss, maestro di filosofia di Candido nella famosa opera volteriana del 1759.

L'evoluzione è panglossiana? L'attore americano Joseph Jefferson come Dr Pangloss nella commedia di George Colman the Younger, The Heir at Law (1797). Foto dal libro Famous actor-families in America di Montrose Jonas Moses (1906), digitalizzato Cornell University Library, in pubblico dominio

Il dottor Pangloss è descritto da Voltaire come colui che insegna “la metafisico-teologo-cosmologo-scempiologia” (Candido, p. 3), dottrina sistematica per la quale tutto quanto sarebbe stato creato in vista del fine migliore. Con la sagace ironia che lo contraddistingue, è chiaro che il bersaglio polemico di Voltaire è la metafisica giustificazionista di Leibniz e la sua visione necessitarista e ottimistica del mondo espressa nei Saggi di teodicea (1710). Seguendo l’urgente prerogativa di rispondere all’apparente stridore tra l’esistenza di Dio e quella del male, Leibniz sostiene che il mondo in cui viviamo è il migliore fra i mondi possibili, poiché architettato da Dio secondo la regola del meglio.

L'evoluzione è panglossiana? Pierre Savart, ritratto di Gottfried Wilhelm von Leibniz. Dal libro di Louis Dutens, Gothofredi Guillelmi Leibnitii ... opera omnia, nunc primum collecta, in classes distributa, præfationibus et indicibus exornata, studio Ludovici Dutens / Gothofredus Guillelmus Leibnitius, tomo primo, Ginevra, 1768. Libro conservato alla Bibliotheek van het Vredespaleis; immagine digitalizzata da Bert Mellink e Lilian Mellink-Dikker per la partnership "D-Vorm VOF", CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication

In un simile sistema, tutto è interconnesso e possiede la propria ragione determinante, anche quando apparentemente qualcosa sembra trascendere l’armonia generale. Persino il male ha una sua giustificazione, giacché appartiene a un ordine prestabilito a priori da Dio, il quale ha visto in un colpo d’occhio tutte le connessioni possibili e intelligentemente deliberato per la migliore tra le alternative. Tuttavia, secondo Voltaire, il giustificazionismo leibniziano porterebbe ad accettare inevitabilmente qualsiasi disgrazia in virtù dell’economia del tutto. Fortemente turbato dal terribile terremoto di Lisbona del 1755, che aveva contribuito a mettere in questione l’ipotesi di un provvidenzialismo insito negli eventi storico-naturali, Voltaire tentò di confutare – seppur non dottrinalmente – la metafisica leibniziana, mostrando il lato grottesco di una simile filosofia quando le contraddizioni dei suoi insegnamenti sono portate agli estremi.

evoluzione panglossiana
L'evoluzione è panglossiana? Il grande terremoto di Lisbona del 1755, dall'Archiv für Kunst und Geschichte di Berlino. Immagine riprodotta da Jurema Oliveira, in pubblico dominio

Nel fare ciò, egli radicalizzò la forte dissonanza tra le drammatiche sventure di Candido e gli insegnamenti leibniziani di Pangloss, mostrando gli assurdi paradossi e i costi individuali di una simile visione del mondo. Candido, figura che esemplifica l’uomo ingenuo, guidato dal buon senso, non può che tollerare e rassegnarsi dinanzi agli accadimenti più nefasti che lo coinvolgono e accettarli in quanto necessari, dal momento in cui, a detta del suo maestro, tali misfatti sono soppesati in un sistema complessivamente armonico. Ma cosa ha a che fare una simile controversia con il pensiero evoluzionistico?

Per i biologi Gould e Lewontin, il programma adattazionista, diffuso in ambito inglese e statunitense, presenterebbe delle spiegazioni di tipo panglossiane, per le quali l’evoluzione si presenta come un presunto “agente ottimizzante” (Gould & Lewontin, 1979, p. 2). Basandosi sul presupposto di un disegno evolutivo teleologico, i panglossiani dell’evoluzione tenterebbero di spiegare i singoli caratteri che ineriscono all’organismo giustificandoli in un’ottica provvidenzialista; sicché, anche ciò che appare come inopportuno ed inutile possiede la sua necessità, in virtù di una presunta armonia generale.

L'evoluzione è panglossiana? Traslazione del corpo di San Marco, XIII secolo, portale di S. Alipio. Foto di Roman Bonnefoy, CC BY-SA 4.0

Seguendo tale logica, i due autori presentano un’analogia che mostra l’inconsistenza di un simile presupposto ottimistico: entrando nella cupola centrale della Cattedrale di San Marco a Venezia e rimanendo ammaliati dall’imponente architettura e dalle figure rappresentate, si potrebbe supporre che ogni suo elemento sia stato progettato minuziosamente a priori e che, dunque, abbia la sua ragione d’essere nella struttura generale.  Cosicché – riconducendoci al titolo dell’articolo – riconoscendo la generale armonia strutturale di San Marco e osservando i maestosi pennacchi raffiguranti i quattro evangelisti, un panglossiano ipotizzerebbe che l’intera architettura sia stata progettata al fine di ospitarli, quando, al contrario, essi sono stati inseriti solo posteriormente.

evoluzione panglossiana
L'evoluzione è panglossiana? Uno dei pennacchi della Basilica di San Marco. Foto di Maria Schnitzmeier, CC BY-SA 3.0

Alla luce dell’esempio descritto, secondo i due autori l’errore principale del programma adattazionista consisterebbe nel tentare di dissezionare l’organismo nei suoi singoli tratti e sostenere che essi siano emersi in virtù di un presunto disegno evolutivo, proprio come nel caso dei pennacchi all’interno della cupola. Le spiegazioni panglossiane proverebbero anche a dar conto di quei caratteri che risultano non essere vantaggiosi per l’organismo, poiché giustificati nel “bilancio della competizione fra le varie richieste della selezione” (Ibid.); qualcosa che riecheggia il soppesare leibniziano del male, integrato pur sempre nell’ordine generale. Tuttavia, una simile spiegazione sembra essere del tutto inconsistente agli occhi degli autori, i quali sostengono, invece, che talvolta i tratti specifici degli organismi possano essere il risultato contingente di altri processi; in altre parole, dei prodotti puramente accidentali. Bisogna dunque distinguere “l’utilità attuale dalle cause della loro origine” (Ibid.): qualcosa può risultare utile a posteriore, ma da ciò non consegue che sia stata predeterminata a priori proprio in virtù della sua utilità.

La sola selezione non può spiegare tutte le variazioni possibili nella biosfera; secondo i due autori va adottato un approccio pluralistico nella considerazione delle cause alla base di un cambiamento evolutivo, escludendo così l’ipotesi panglossiana di un disegno adattivo. D’altronde, l’elaborazione più celebre di un provvidenzialismo insito nella natura organica era stata espressa nel 1802 dal filosofo e teologo inglese William Paley all’interno della sua opera Natural Theology. Osservando l’armoniosa struttura complessiva degli organismi e i loro notevoli adattamenti – sosteneva Paley – è legittimo supporre che essi siano il prodotto di un disegnatore intelligente, un orologiaio divino, il quale avrebbe predeterminato l’intera natura secondo un preciso piano ingegnoso.

evoluzione panglossiana
L'evoluzione è panglossiana? Foto di Jo EL

È chiaro, dunque, che l’interrogativo al quale ci conduce il saggio di Gould e Lewontin riguarda l’effettiva legittimità di una considerazione teleologica del processo evolutivo, ovvero la supposizione che si dispieghi secondo dei fini ben precisi. Ammettendo l’inconsistenza di un’ottica provvidenzialistica, come poter spiegare la struttura così apparentemente ordinata degli organismi viventi? Come non ipotizzare che ogni singola parte al loro interno sia stata ingegnosamente progettata a priori per adempiere degli scopi specifici? Come non supporre, insomma, che vi siano dei fini a guidare il processo evolutivo e che dunque esso sia intrinsecamente teleologico?

Rivendicando l’autonomia epistemologica della biologia, Francisco J. Ayala sostiene che l’indagine sugli organismi viventi non possa in alcun modo prescindere dall’impiego del linguaggio teleologico (Ayala, 1968); piuttosto, tale linguaggio distingue lo studio degli esseri viventi da quello condotto dalla fisica, cosicché il primo non possa essere ridotto alle pratiche del secondo. Difatti, un approccio meccanicista e riduzionista applicato allo studio evolutivo della biosfera sarebbe completamente sterile, dal momento in cui i mutamenti sono il frutto di iniziali eventi stocastici totalmente imprevedibili, che possiedono una propria dimensione storica unica ed irrepetibile. Tuttavia, lo stesso Ayala evidenzia, contro ogni ipotesi provvidenzialista, che le forme di adattamento biologico manifestate dagli organismi sono in realtà il risultato di quel “processo meccanicistico ed impersonale” (Ivi, p. 216) che è proprio la selezione naturale, la quale non è diretta in alcun modo verso la produzione di una qualche specifica proprietà.

Sicché è assolutamente legittimo – e anche necessario – l’impiego euristico di un linguaggio teleologico, ma da ciò non consegue che lo stesso processo evolutivo abbia uno scopo reale in vista del quale operare.  D’altro canto, secondo la prospettiva del biologo Ernst Mayr, è invece necessario distinguere i termini teleologia e teleonomia, rifiutando il primo e adottando unicamente il secondo all’interno dell’indagine sugli organismi (Mayr, 1992, 1998). Il termine teleonomia, coniato originariamente dal biologo Pittendrigh (1958), è adoperato per creare una cesura rispetto all’idea metafisica di un piano armoniosamente prestabilito, conservando, purtuttavia, l’imprescindibile e irriducibile nozione di end-directedness necessaria per l’indagine sugli organismi biologici.

Insomma, l’impiego del termine teleonomia risponderebbe all’esigenza di escludere definitivamente proprio la supposizione panglossiana di un provvidenzialismo insito nel processo evolutivo, supposizione che, agli occhi di Pittendrigh e Mayr, potrebbe essere implicata, invece, dal termine teleologia. Riprendendo il titolo di un celebre libro di Richard Dawkins (The Blind Watchmaker, 1996), qualora considerassimo la selezione come un agente teleologico, un orologiaio – riprendendo la metafora di Paley citata precedentemente – che si pone a monte del processo di selezione, esso si presenterebbe tuttavia come un orologiaio cieco, poiché incapace di prevedere a priori il meglio e dispiegarsi secondo un fine prestabilito.

Allo stesso modo, il biologo Theodosius Dobzhansky e il già citato Ayala definiscono la selezione naturale rispettivamente come un “processo creativo e cieco” (Dobzshansky 1973, p. 127) e un “processo opportunistico” (Ayala, 1998, p. 47). Gli effetti dell’evoluzione hanno un significato adattivo unicamente a posteriori e non a priori: non possono essere previsti con necessità, come non potrebbe esser previsto qualsiasi altro evento contingente e casuale futuro.  Sebbene vi siano dei graduali miglioramenti all’interno delle specie viventi, essi sono il risultato di un lungo processo cumulativo, determinato in parte dal puro caso, che produce possibili combinazioni di geni favorevoli per la sopravvivenza della specie.

Sembra dunque che la reale cifra dei mutamenti evolutivi non sia legata a un presunto agente ottimizzante, come sostenuto dal programma adattazionista, bensì all’accidente, alla pura contingenza. La conclusione più importante alla quale approdano tutti gli autori succitati è proprio l’idea che il caso sia parte integrante del processo evolutivo; sicché non vi è nulla di realmente panglossiano nei cambiamenti della biosfera.

[…] soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione.

(Monod, Il caso e la necessità, pp. 95-96)

Data la forte ingerenza di fattori casuali e stocastici, per i quali, riprendendo le parole di Jacques Monod, la selezione appare come “un’enorme lotteria” interna alla “roulette della natura” (Ivi, pp. 101-102), non sapremo mai se questa è e non è, effettivamente, la migliore delle biosfere.

L'evoluzione è panglossiana? Foto di PIRO4D

 

Riferimenti bibliografici:

Francisco José Ayala, Biology as an Autonomous Science, «American Scientist», Vol. 56, No. 3, 1968, pp. 207-221.

Id., Teleological Explanations versus Teleology, «History and Philosophy of the Life Sciences», Vol. 20, No. 1, 1998, pp. 41-50.

Id., Adaption and Novelty: Teleological Explanations in Evolutionary Biology, «History and Philosophy of the Life Sciences», Vol. 21, No. 1, 1999, pp. 3-33.

Richard Dawkins, The Blind Watchmaker. Why the evidence of evolution reveals a universe without design, W. W. Norton, New York/London 1996.

Theodosius Dobzhansky, Nothing in Biology Makes Sense except in the Light of Evolution, «The American Biology Teacher», Vol. 35, No. 3, 1973, pp. 125-129.

Stephen Jay Gould e Richard C. Lewontin, I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss. Critica del programma adattazionista, trad. di Marco Ferraguti, Einaudi, Torino 1979.

Gottfried Wilhelm von Leibniz, Saggi di Teodicea, in Scritti filosofici, vol. I, UTET, Torino 1967.

Ernst Mayr, The Idea of Teleology, «Journal of the History of Ideas», Vol. 53, No. 1, 1992, pp. 117-135.

Id., The multiple Meanings of ‘Teleological’, «History and Philosophy of the Life Sciences», Vol. 20, No. 1, 1998, pp. 35-40.

Jacques Monod, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Mondadori, Milano 1971.

William Paley, Natural Theology: or Evidences of the Existence and Attributes of the Deity, Collected from the Appearances of Nature, 1802.

Colin Stephenson Pittendrigh, Adaptation, natural selection, and behavior in Behavior and Evolution, Yale University Press, New Haven 1958.

Voltaire, Candido, Garzanti editori, Milano 1981.


La chiocciola sul pendio Arkadij Boris Strugackij

La chiocciola sul pendio: le metafore rosse della fantascienza

Torno con infinito piacere a parlare della grandissima fantascienza russa nata dalle penne vulcaniche dei fratelli Strugackij. La Carbonio Editore ci ha accompagnato recentemente anche nei meandri del folklore persiano tramite il sontuoso romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat e nei labirinti psicologici della Londra di Colin Wilson, ma questa volta è ancora più arduo ricercare un “luogo” specifico per parlare del romanzo La chiocciola sul pendio perché il fantastico è in grado di demolire ogni geografia del reale.

Come già ho sperimentato in Lunedì inizia sabato, anche la trama de La chiocciola sul pendio non segue una struttura lineare o classica: scopriamo infatti che non è importante per i fratelli Strugackij codificare in rigide istanze l'architettura del loro romanzo, bensì il loro obiettivo è quello di introiettare nel lettore un simbolismo di matrice inedita. Metafore, allegorie, simbolismi, richiami folklorici e speculazioni legate al proprio contesto storico; tutto questo, e molto altro, il lettore troverà nelle acrobazie narrative di Boris e Arkadij Strugackij.
La storia mette le proprie “radici” nel Direttorato (titolo della prima versione Urania del romanzo) della Foresta, locus misterico e ammantato da un'aurea di inestricabile fascino e curiosità.

La Foresta è il simbolo sfuggente di un universo condannato alla propria fine, parabola metaforica e discendente di un'apocalisse dell'incomprensibilità. Parallelismo più che profetico, dati i recenti e tristi avvenimenti. Se la foresta è un organismo in continua crescita, dotata di una volontà autonoma e quasi mutante e che inghiotte gli uomini che osano attraversarla, è al contempo il desiderio positivista e pseudo-leibniziano di ricercare (anche nel nostro) un mondo migliore, o un'idea di mondo migliore.

Di certo la frizzante prosa dei fratelli Strugackij ricorda l'incantata ironia del Candido di Voltaire, con cui condividono anche la costruzione di una (poco) silente macchina di derisione o satirica, che smonta pezzo per pezzo le utopie (in realtà totalitarismi) socialiste. Ma non lasciamoci ingannare, anche i fratelli Strugackij ambiscono all'innalzamento di una vera utopia, magari saldata su un sistema antropico dove l'uomo è lo stesso motore immobile dell'universo; però questo (come lo notiamo ne La chiocciola sul pendio) non si realizza in una macro-tirannia dell'uomo su tutti gli altri uomini.

La storia è formata da usi, costumi, sfumature sociali, legami indissolubili con la memoria; è proprio l'insegnamento della Storia ad essere il principale sostegno del progresso, perché senza l'ausilio del passato ogni futuro è destinato a collassare. La fantascienza non è la letteratura del futuro, bensì del domani. Non bisogna guardare allo spazio, alle navicelle seguono orbite pazzesche o alla maniera della Guerra dei Mondi. Fantascienza è già domani. La Foresta è una creatura pre-orwelliana ma che incarna i medesimi anti-ideali del Grande Fratello di Orwell.

Raffigurazione artistica dello Sputnik. Immagine di Gregory R Todd, CC BY-SA 3.0

I chiaroscuri, le dicotomie e le stridenti rivalità prendono vita nei due protagonisti: Perec il filologo è impantanato nell'umiliante e stressante organismo burocratico del Direttorato; il pragmatico Kandid (che ricorda il Candide Voltariano, no?), ormai dato per morto perché scomparso da anni nelle profondità della Foresta, vive in realtà in simbiosi con le bizzarre entità dei boschi.

Da qui deriva anche il titolo, perché i due sventurati saranno costretti a seguire strade difficoltose, come chiocciole che scalano un pendio.
Come ho già sperimentato con altri loro romanzi, i citazionismi sono molti, come i richiami alla cultura e alla tradizione russa.

Ho avuto il piacere di intervistare la professoressa Daniela Liberti, traduttrice dal russo del romanzo La chiocciola sul pendio.

 

Quanto è importante portare al pubblico italiano le opere dei due geniali fratelli Strugackij?

Alla luce degli ultimi, tragici, avvenimenti, che, come stiamo vedendo, non riguardano solo l’Italia, credo che leggere o rileggere il messaggio che gli Strugackij hanno ripetuto pressoché in ogni loro libro, non può che esserci d’aiuto e di sprone a non commettere gli stessi errori.

I fratelli Strugackij sono arrivati al pubblico italiano ad ondate diverse e dopo lunghe pause nel tempo. Com’è noto, in passato, alcune delle loro opere, che siano racconti o romanzi brevi, sono comparse in antologie – penso a quella della Feltrinelli curata da Jacques Bergier del 1961 – o sono state tradotte da altre lingue – penso alla traduzione dall’inglese pubblicata su “Urania” negli anni ‘70 con il titolo Il Direttorato. Proprio quest’ultimo romanzo breve, di cui parliamo adesso, ha avuto la possibilità, grazie alla sensibilità della Carbonio editore, di vivere una nuova vita.

Prima di tutto, si è mantenuto il titolo originale che riveste un significato molto particolare per la comprensione generale del narrato: La chiocciola sul pendio. La traduzione direttamente dal russo ha poi fatto il resto: i dialoghi, i monologhi, l’ambientazione hanno ricevuto nuova linfa espressiva; sono stati reintegrati pezzi che su Urania non c’erano (o per decisione redazionale o perché non contenuti originariamente nella traduzione inglese). Negli ultimi anni, per fortuna, delle case editrici (Marcos y Marcos, Ronzani editore, e ripeto la Carbonio) hanno avuto il merito, e il coraggio, di far conoscere in Italia alcuni tra i romanzi più importanti di questi autori che in Russia hanno sempre goduto di un successo straordinario, anche se sappiamo bene che le autorità non vedevano di buon occhio quello che facevano dire ai loro personaggi sull’ambiente circostante, sul concetto di autorità, sull’uso dissennato delle risorse naturali, sulla libertà dell’individuo.

Boris Strugackij, in una foto del 2006 (autore Бережной, Сергей Валерьевич), CC BY-SA 2.5

Nella postfazione alla Chiocciola, Boris Strugackij, il fratello astronomo, spiega molto bene la genesi e la vita travagliata del loro romanzo, così come spiega cosa è per loro realmente la foresta.

La chiocciola sul pendio è un romanzo molto interessante, l’ho visto come uno spartiacque paradossale all’interno dell’opus dei fratelli. Lunedì inizia sabato, per esempio, è un testo molto più scanzonato e goliardico. Invece l’opera di cui parliamo è venata da una certa rassegnazione, una disillusione interiore che si riflette totalmente nella collettività e con i macro eventi storici che hanno attraversato la Russia e influenzato tutto il suo popolo. Possiamo quindi finalmente ammettere che il duo fantascientista non era propenso solo a un’ironia goliardica e fiabesca bensì a una parodica e feroce rilettura della contemporaneità?

Certamente, i richiami alla realtà in cui i fratelli vivevano sono evidenti. Ma gli autori stessi, forse anche per aggirare la censura, hanno dichiarato più volte che non bisognava trovare a tutti i costi una spiegazione o un modello preciso ai mondi da loro creati. È vero che col tempo, il loro modo di immaginare la realtà cambia radicalmente: non ci sono più i voli interplanetari, i progressor, cioè gli inviati in altre civiltà; l’azione si dipana in un luogo imprecisato – ben individuabile, però, in ogni società umana – e in un tempo imprecisato – anche qui alcuni riferimenti velati, ci aiutano a capire a cosa si allude; viene dato maggiore spazio alla riflessione filosofica sul destino e sul futuri dell’uomo e dell’ambiente circostante. La vena ironica, che non chiamerei proprio gogliardica, pervade tutta la loro opera, ma è un’ironia di tipo particolare, che ci invita a riflettere e non a sorridere. E che sembrerebbe dire: “questa è la tua vita, non sprecarla”.

Che cos’è la foresta?

Ho risposto sopra, citando la postfazione di Boris Strugackij. La foresta potrebbe rappresentare lo specchio della nostra esistenza, il mondo che vorremmo. Un mondo, però, che per sopravvivere alla distruzione che viene sa fuori, si dà esso stesso delle regole crudeli. Kandid, uomo di mentalità scientifica, che ha perso la memoria precipitando nella foresta, pur avendo tentato più volte di andarsene, resterà con gli altri, forse perché ha capito che la sua vita nel Direttorato è finita, e che da ora in poi sarà considerato un reietto dal “mondo sulla rupe”. E così diventa una sorta di Don Chisciotte.

Perec, filologo, linguista, che dal Direttorato vorrebbe partire per vedere lo strano mondo silvano di cui tutti parlano, alla fine si adegua a modo suo. La foresta, in ogni caso, è nella mente di tutti, e direttamente o spiritualmente, ognuno deve fare i conti con essa.

Immagine di Reine Herminione Etalle

La fantascienza dei fratelli Strugackij. È completamente diversa dalla hard science fiction del primo novecento e anche da quella super-utopica degli scrittori russi più classici. Quindi, secondo lei, cosa è dovuta la fama dei fratelli?

Io penso che la fama dei fratelli Strugackij sia dovuta proprio a quel loro modo di raccontare il presente, le sue problematiche, senza dimenticare che ogni giorno in più è già futuro. Un futuro con cui tutti dobbiamo fare i conti, poiché siamo noi stessi a esserne gli artefici, siamo noi stessi che dovremo darlo in eredità ai posteri.

Il testamento che ci hanno lasciato, anche con le loro interviste, i diari, e gli altri materiali che ora fanno parte dei trentatré volumi dell’opera omnia uscita in Russia, non fanno che confermare l’immane lavoro portato avanti dagli autori per tanti anni, anni di certo non facili. Forse le note sparse qui sotto, ti aiuteranno a capire meglio il contesto generale. Nel prossimo libro che sto traducendo, sempre per Carbonio, La città condannata, tutte le tematiche di cui si è parlato tornano prepotentemente, accompagnate da profonde riflessioni filosofiche che rappresenteranno il filo rosso di tutto il romanzo.

La chiocciola sul pendio Arkadij e Boris Strugackij
La copertina del romanzo La chiocciola sul pendio (noto anche col titolo nella prima edizione italiana, Il Direttorato), di Arkadij e Boris Strugackij, tradotto in italiano da Daniela Liberti e con postfazione di Boris Strugackij, pubblicato per la collana Cielo Stellato di Carbonio Editore

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.