Torna a Pompei la XXII edizione della Vendemmia

Torna la vendemmia al Parco Archeologico di Pompei nella Casa del Triclinio all’aperto. Per l’occasione visitatori e stampa potranno assistere al consueto taglio delle uve coltivate nei vigneti delle antiche abitazioni dei pompeiani e dal quale si ricava il prestigioso vino Villa dei Misteri.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

La coltivazione delle uve e la produzione di vino fanno parte di un progetto scientifico già consolidato negli anni e avviato a partire dagli anni ’90 nell’ambito degli studi di ricerca botanica applicata all’archeologia da parte del Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei a cui poi ha fatto seguito la collaborazione con l’Azienda Vinicola Mastroberardino.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

Il progetto iniziale riguardava dapprima un’area limitata degli scavi, per poi ampliarsi e giungere oggi a interessare 15 aree a vigneto ubicate tutte nelle Regiones I e II dell’antica Pompei (tra cui Foro Boario, casa del Triclinio estivo, Domus della Nave Europa, Caupona del Gladiatore, Caupona di Eusino, l’Orto dei Fuggiaschi, ecc.) per un’estensione totale di circa un ettaro e mezzo e per una resa potenziale di circa 40 quintali per ettaro.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

La produzione del vino Villa dei Misteri rappresenta un modo davvero unico di pubblicizzare ulteriormente il sito di Pompei e farlo conoscere anche come luogo di produzione e prosecuzione di un’arte antica ampiamente raccontata anche dalle fonti classiche e dallo stesso Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.

Dice il comandante della flotta del Miseno morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che la bontà dei vini prodotti a Pompei era cosa nota e questi raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana.

Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

Il Villa dei Misteri è frutto  dell’uvaggio storico di Piedirosso e Sciascinoso cui si è aggiunto, a partire dal millesimo 2011, l'importante contributo dell'Aglianico, vitigno simbolo della della Campania, testimone millenario della viticoltura di origine ellenica e tra le varietà più adatte alla produzione di grandi rossi da lungo invecchiamento. Risale al 2007 l’ampliamento del progetto di ricerca sulla Vitis vinifera a Pompei, con l’individuazione di ulteriori aree da ripristinare a vigneto, aree destinate prevalentemente all'Aglianico.


Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno

Le memorie del comandante.

Plinio il Vecchio da Como a Miseno

(Bacoli, Napoli 22-25 ottobre 2021)

Comandante in capo della flotta imperiale di stanza a Miseno, celebre naturalista, autore della più antica enciclopedia conosciuta, la Naturalis Historia, storico, retore, grammatico, uomo di pensiero e d’azione perito durante la disastrosa eruzione vesuviana del 79 d.C. nel tentativo di soccorrere gli abitanti delle zone colpite, Plinio il Vecchio è oggi considerato come ineguagliabile storico dell’arte antica (Silvio Ferri), antesignano della Protezione civile (Flavio Russo), “protomartire delle scienza sperimentale” (Italo Calvino), “un uomo che dimostra una attenzione senza precedenti all’umanità” (Michel Onfray).

Quale figura meglio di Plinio il Vecchio può allora segnare il riscatto dopo oltre un anno di pandemia? Certo non molti possono unire l’Italia con un esempio più efficace del suo: nato a Como, dopo una lunga parentesi a Roma e in quasi tutta l’Europa romana, fu prefetto della flotta a Miseno e morì a Stabiae (odierna Castellammare di Stabia) nella tragica eruzione vesuviana che distrusse anche Pompei ed Ercolano.

Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno
La locandina dell'evento Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno

L’evento Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno, che si svolgerà a Bacoli e Napoli e dal 22 al 25 ottobre 2021, mira proprio a mettere in luce i diversi aspetti di una figura eccezionale. E lo fa legandoli ai luoghi della sua vita: a Como, dove nacque; a Miseno, dove esercitò il suo ultimo comando militare; a Stabia, dove morì.

All’evento, organizzato dai Comuni di Bacoli e Como, dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dall’Accademia Pliniana, dalla Biblioteca Universitaria di Napoli, dalla Fondazione Alessandro Volta di Como, dall’Associazione Stabiae 79 A.D., e coordinato dall’archeologo e scrittore Alessandro Luciano, parteciperanno alcuni dei principali studiosi nazionali e internazionali di Plinio il Vecchio. Prevista la diretta Facebook sulla pagina del Comune di Bacoli.

La quattro giorni, ad ingresso libero, si articolerà in un ciclo di conferenze e presentazioni di libri, visite guidate ai luoghi “pliniani” e spettacoli dal vivo, nonché in un’esposizione bibliografica e una mostra con video-installazioni, fotografie e riproduzioni artistiche.

Link alla Pagina Facebook.

Testo, locandina e video dall'Ufficio Comunicazione dell'evento.


Scavo vittima Ercolano

Ercolano. Forse fra le vittime dell'eruzione un soldato di Plinio

Un recente studio del Direttore di Ercolano Francesco Sirano fa luce su alcune delle vittime dell'eruzione del 79 d.C.

Qualche mese fa il Parco archeologico di Ercolano annunciava un nuovo intervento di scavo nell’area dell’antica spiaggia della città vesuviana. Il lido dell’Herculaneum romana, indagato in parte già a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, aveva fornito importantissime informazioni sulla forma urbis, sul fronte della città lato mare e su un cospicuo numero di individui che proprio sulla spiaggia e sotto i fornici hanno trovato la morte durante l’eruzione del Vesuvio.

Ercolano
Spiaggia Antica di Ercolano. FOTO: paErco

Un nuovo lavoro di revisione del materiale recuperato durante gli scavi ha portato il direttore del Parco, Francesco Sirano, ad attenzionare in modo particolare alcuni elementi antropologici con reperti che accompagnavano una delle vittime dell’eruzione del 79 d.C. L’individuo, denominato  come “scheletro Antica Spiaggia n.26”, in base al contesto di ritrovamento e ad alcune informazioni sul suo abbigliamento ha dato modo di poter considerare alcune ipotesi interessanti sul suo ruolo e sulla sua presenza ad Ercolano al momento della tragedia.

Il contesto, assieme alla ricerca antropologica e alle preziose attività di restauro sui materiali, rinvenuti spesso accanto ai fuggiaschi della spiaggia, ci rivelano storie interessanti. Sirano, con speciale attenzione quasi “investigativa”, ha ristudiato l’armatura di una vittima incrociando i dati dell’antropologia fisica con quelle del dato archeologico arrivando ad una serie di interpretazioni davvero interessanti sul chi fosse quell’uomo.

Ercolano vittime
Spiaggia Antica di Ercolano. FOTO: paErco

Dagli scavi degli anni ’80 sappiamo che oltre al recupero di resti umani, gli archeologi hanno individuato anche elementi di abbigliamento, averi, masserizie, effetti personali dei fuggiaschi stessi, elementi architettonici di crollo di ville con affaccio sul litorale, utensili e attrezzature riconducibili alla famosa barca di Ercolano che proprio all’interno di un padiglione del Parco archeologico trova una adeguata esposizione.

Gli studiosi hanno quindi individuato la spiaggia come probabile punto di raccolta per un nutrito gruppo di Ercolanesi in fuga, sia all’interno dei Fornici con masserizie e bagagli di occasione, sia sulla spiaggia vera e propria.  Il numero di individui presenti all’aperto sulla spiaggia, dai dati a disposizione, sembra però essere inferiore rispetto agli occupanti dei fornici ma in questo caso sarebbe da tenere in considerazione anche la violenta ondata del flusso piroclastico abbattutosi ad una velocità compresa tra gli 80-100 km/h che potrebbe aver spazzato e trascinato in mare un numero non ben precisato di individui.

Ercolano vittime
Scavo vittima Ercolano. Foto: PaErco

Tra le vittime, un individuo di sesso maschile ritrovato il 7 agosto del 1982 in corrispondenza del fornice 8, di età compresa tra i 40 e i 45 anni e di altezza intorno ai 170 cm, in buono stato di salute e trovato in giacitura primaria in posizione prona con le  braccia piegate in avanti e il volto schiacciato a terra. Indizi che richiamano immediatamente alla violenza dell’impatto al suolo sotto una spinta abbattutasi alle spalle della vittima, forse connessa all’onda d’urto all’arrivo del flusso piroclastico o forse al flusso stesso.

Lo studio antropologico ha messo in luce anche i traumi provocati dallo choc termico ma anche lo stato di salute dell’uomo e alcune particolarità come l’utilizzo superiore del braccio destro rispetto al sinistro. Dalla documentazione di scavo si è appurato inoltre che l’individuo conservava in parte tracce di abbigliamento, la modalità eruttiva del Vesuvio verso Ercolano ha permesso la conservazione di materiali deperibili che altrove non si sono ritrovati, e da alcune fotografie d’epoca è stato possibile  rintracciare anche la presenza di una cintura e sul fianco destro di una spada.

Ercolano vittime
Ercolano, scavo vittima foto d'archivio. Foto: PaErco

Tra le scapole, inoltre, vi era uno zainetto o una bisaccia di forma vagamente quadrangolare, probabilmente in materiale organico (pelle o stoffa) del quale si è conservato solo il contenuto. Ancora, al di sotto di uno dei fianchi doveva trovarsi un pugnale, recuperato solo dopo la rimozione dello scheletro, e ancora delle monete accanto al corpo, forse contenute dentro un piccolo sacchetto che dopo interventi di restauro è stato possibile quantificare in 12 denari d’argento e 2 aurei.

Ercolano vittime
Ercolano, armi vittima. Foto PaErco

All’interno dello zainetto erano presenti altri materiali: un punteruolo cilindrico, due scalpelli, una martellina, due anelli e una perlina in pasta vitrea. Per quanto riguarda le armi e il cinturone, le recenti analisi condotte dalla Venaria Reale, hanno permesso di dimostrare che il pugnale aveva un fodero in legno con due valve rivestite di cuoio. La lama era in ferro e si impugnava grazie all’elsa e al pomolo in materiale organico, forse avorio.

Il gladio, la spada, era anch’essa dotata di fodero in legno e parti metalliche in argento compreso il puntale con terminazione sferica. Lo studio del Direttore Sirano ha inoltre indugiato sui  dettagli decorativi delle armi, molto interessanti anche per approfondire i motivi iconografici in voga e soprattutto, non secondario, per individuare il grado militare e il corpo di appartenenza dell’uomo.

L’oro, individuato grazie a recenti analisi, era presente sulla superficie del gladio quanto nel cinturone per dare un effetto bicromato, elementi che sicuramente escludono un livello basso nell’esercito. L’armatura non precisa il corpo militare di appartenenza anche perché non vi sono significative differenze tra le varie tenute di un legionario, un membro della marina o un pretoriano. Ma quello che può con una certa probabilità emergere è che difficilmente la vittima era un militare di stanza ad Ercolano perché dalle fonti non sono note guarnigioni dell’esercito nell’area vesuviana se non in momenti accesi della storia romana.

Ercolano, vittime fornici. Foto: Daniele Enrico Moschetti

La documentazione archeologica al momento disponibile non fornisce dati sicuri sull’individuazione del soldato come pretoriano, però, focalizzando l’attenzione al decoro delle fibbie del cinturone con decorazioni di scudi ovali, è possibile trovare elementi di rimando  a caratteristiche tipiche dell’armamento pretoriano.

Anche le monete che l’individuo aveva con sé possono fornire interessanti spunti di riflessione. 62 denari d’argento è l’ammontare complessivo della somma ritrovata, somma che negli Annales di Tacito sarebbe compatibile ad uno stipendium di pretoriano che guadagnava 2 denari al giorno, il doppio di un legionario. Le monete quindi al momento dell’eruzione del 79 d.C. sarebbero riconducibili ad uno stipendio mensile di un pretoriano, coincidenza o casualità comunque da non scartare se riferita al potere di acquisto del momento e alla liquidazione degli stipendi che almeno fino al regno di Domiziano avvenivano tre volte l’anno.

Ma è ancora un’altra l’interessante ipotesi che si ricava da questa ricerca. In base al luogo di rinvenimento della vittima, l’antica spiaggia, la presenza nelle vicinanze di una barca, una lancia militare, si è proposto di identificare l’uomo come un classarius proveniente da Miseno e sbarcato ad Ercolano per aiutare nella fuga gli abitanti. Gli strumenti nello zainetto rimanderebbero alla lavorazione del legno. Nelle flotte romane i fabri svolgevano attività di carpenteria, connesse non solo all’esclusiva costruzione, ma sicuramente anche alla manutenzione e riparazione delle imbarcazioni. Un faber navalis quindi sembrerebbe identificare la vittima di Ercolano.

Potrebbe quindi essere un militare appartenuto alla flotta di Plinio il Vecchio che in seguito alla richiesta di aiuto dell’amica Rectina si era lanciato al salvataggio disperato sulla spiaggia organizzando una fuga?

Non esiste una certezza assoluta in archeologia, addirittura l’ingegnere Matrone che aveva organizzato alcuni scavi in località Bottaro a Pompei tra la fine dell’800 e gli inizi del‘900 aveva proposto l’ipotesi che l’uomo potesse addirittura essere il generale Plinio il Vecchio, ipotesi abbandonata almeno nell’osservazione dell’abbigliamento. L’interesse storico-archeologico, al di là del raccontare una storia tragica e ridare vita alle vittime di questo evento, risulta importante anche per la ricostruzione dei corpi militari dell’antica Roma.

Ercolano, foto Classicult

Le moderne tecnologie, unite ad uno studio archivistico e al riesame diretto sui materiali archeologici associati ai resti delle vittime potrà in futuro ampliare le conoscenze sugli abitanti di Ercolano in vista anche di nuovi scavi che proprio il Parco Archeologico di Ercolano ha annunciato in prossimità dell’Antica Spiaggia.

Si ringrazia il Direttore del Parco Archeologico di Ercolano Francesco Sirano e l'Ufficio stampa per il materiale cortesemente concesso.


Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Da Castel Nuovo all'Acquedotto augusteo, per i sentieri di Open House Napoli

Open House Napoli 2019 è l'evento che nell'ultimo week-end di Ottobre apre le porte al pubblico rispetto a spazi ed edifici storici e moderni che normalmente rimangono chiusi e di conseguenza non accessibili ai potenziali visitatori.

Ed è proprio in quest'ottica che vengono proposti questi tre itinerari, da compiersi attraverso un percorso che si ritiene agevole, lineare e ricco di fascino, dove il criterio della facile raggiungibilità sembra ottimamente sposarsi alla valenza che questi edifici hanno avuto per lo sviluppo della città nel corso dei secoli.

  1. Itinerario (Castel Nuovo: Antisale, Sala dei Baroni e Cappella Palatina - Teatro Mercadante - Palazzo Orsini di Gravina)
Castel Nuovo visto dall'alto. Foto di Little john

Il Primo Itinerario parte da Castel Nuovo, il Maschio Angioino del popolo partenopeo, dove visitiamo le Antisale, la cosiddetta Sala dei Baroni e la Cappella Palatina, spazi normalmente di non facile accesso rispetto all'insieme della fortezza.

Particolare curiosità suscita, tra gli ambienti del castello proposti alla visita, la Sala Dei Baroni, la "Sala Mayor" del Castello angioino, voluta da Roberto D'Angiò e rifatta ed ampliata sotto il regno di Alfonso d'Aragona, così chiamata in quanto nel 1486 vi furono arrestati i baroni che avevano partecipato alla congiura contro Ferrante I d'Aragona, invitati dallo stesso Re per festeggiare le nozze di sua nipote con il figlio del conte di Sarno.

Attualmente la sala è adibita a sede delle riunioni del Consiglio Comunale.

Altro ambiente suggestivo è quello rappresentato dalla Cappella Palatina, unica testimonianza dell'antica reggia angioina, sottoposta nei secoli a numerosi rifacimenti che hanno coinvolto l'attuale portale marmoreo, opera di Andrea dell'Aquila, che ha sostituito alla metà del XV secolo quello angioino, e il rosone soprastante, progettato dal catalano Matteo Forcimanya nel 1470, che sostituì quello trecentesco distrutto da un terremoto.

A poche centinaia di metri di distanza ammiriamo lo storico edificio che ospita il Teatro Mercadante, detto anche Teatro del Fondo, costruito tra il 1776 e il 1778 grazie ai beni confiscati ai Gesuiti in seguito alla loro espulsione da Napoli.

In questo teatro il 4 Dicembre 1816 venne rappresentata la prima assoluta dell'Otello di Gioacchino Rossini.

Nel 1870 diventa Teatro Mercadante, in onore dell'omonimo musicista pugliese formatosi a Napoli.

Dal 2003 è gestito dall'Associazione Teatro Stabile Città di Napoli, nel 2005 riceve il riconoscimento come Teatro Stabile ad iniziativa pubblica e nel 2015 diventa Teatro Nazionale.

Risalendo su Via Medina ed una volta giunti nella storica Piazza Monteoliveto a poca distanza si erge maestosa la sagoma del Palazzo Orsini dGravina, che ospita dal 1936 la Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi "Federico II".

Venne fatto costruire dal Duca di Gravina in Puglia Ferdinando Orsini a partire dal 1513, dopo aver acquistato un terreno appartenuto alla Basilica di S. Chiara e verrà ultimato solamente nel 1762 ad opera di Mario Gioffredo; alla fine del Settecento il palazzo viene però espropriato dai creditori e trasformato in casamento d'affitto.

Conclusi i lavori nel 1848, l'edificio fu coinvolto nei moti rivoluzionari di quell'anno, restando gravemente danneggiato, e l'anno seguente fu acquistato dal Governo Napoletano per essere restaurato ed edibito a funzioni pubbliche.

Con l'insediamento della Facoltà di Architettura lo storico Palazzo subirà il suo ultimo generale programma di restauro che gli conferirà la veste che conserva tuttora.

 

-INFO UTILI-

-Castel Nuovo (Piazza Municipio)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 15.00 alle ore 16.00 - dalle ore 16.00 alle ore 17.00 - dalle ore 17.00 alle ore 18.00 - dalle ore 18.00 alle ore 19.00.

"          Domenica 27/10 dalle ore 10.00 alle ore 11.00 dalle ore 11.00 alle ore 12.00 dalle ore 12.00 alle ore 13.00.

Visita su prenotazione (www.openhousenapoli.org)

Accessibilità totale per disabili, bambini e animali.

Durata della visita: 60 min.

-Teatro Mercadante (Piazza Municipio)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 - dalle ore 11.30 alle ore 12.30 - dalle ore 12.30 alle ore 13.30.

"         Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 - dalle ore 11.30 alle ore 12.30 - dalle ore 12.30 alle ore 13.30.

Visita su prenotazione (www.openhousenapoli.org)

Accessibilità parziale per disabili

Accessibilità totale per bambini

Non accessibile ad animali

Durata della visita: 60 min.

Palazzo Orsini di Gravina (Via Monteoliveto, 3)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 09.30 alle ore 10.30 - dalle ore 10.30 alle ore 11.30 - dalle ore 11.30 alle ore 12.30 - dalle ore 12.30 alle ore 13.30 - dalle ore 13.30 alle ore 14.30 - dalle ore  14.30 alle ore 15.30 - dalle ore 15.30 alle ore 16.30 - dalle ore 16.30 alle ore 17.30 - dalle ore 17.30 alle ore 18.30.

"         Domenica 27/10 dalle ore 09.30 alle ore 10.30 - dalle ore 10.30 alle ore 11.30 - dalle ore 11.30 alle ore 12.30.

Visita su prenotazione (www.openhousenapoli.org)

Accessibilità totale per disabili, bambini e animali

Durata della visita: 60 min.

 

2. Itinerario (Archivio Storico del Banco Di Napoli - Scuderie San Severo - Complesso dello Spirito Santo)

Il secondo itinerario prevede la partenza da Via Dei Tribunali 214, sede dell'Archivio Storico del Banco di Napoli, dove visitiamo il Museo, che dal 2016, grazie all'opera della Fondazione Il Cartastorie, ospita in circa 330 stanze e contenute in 80 km. di scaffalature centinaia di migliaia di scritture relative agli otto banchi pubblici da cui nacque dopo l'Unità d'Italia, nel 1861, il Banco Di Napoli.

Un vero e proprio tesoro di memorie lungo 450 anni che riguarda aspetti economici, artistici e sociali della citta' di Napoli e di tutto il Mezzogiorno, dal 1573 fino ai giorni nostri.

L'attuale esposizione è organizzata attraverso un percorso multimediale realizzato da Stefano Gargiulo che si trasforma in un viaggio sensoriale la cui forma narrativa e' fatta di immagini e suoni che mutano in racconto alcune delle storie contenute nelle scritture d'Archivio, fornendo al contempo approfondimenti e postazioni interattive per scoprire di piu' sulla Fondazione Banco di Napoli e sul suo Archivio.

Percorrendo Via dei Tribunali verso la celebre Cappella Sansevero, giungiamo alle scuderie di Palazzo di Sangro, un tempo proprietà del principe Raimondo Di Sangro, committente del Cristo Velato, oggi sede dell'athelier del maestro artigiano Lello Esposito.

Negli ambienti dell'athelier sono ancora visibili, lungo le pareti, gli anelli ai quali venivano legati i cavalli, cosi come le originarie mangiatoie in piperno, pietra lavica di origine flegrea estratta ed utilizzata nell'edilizia cittadina fino al XVII secolo.

In queste sale, come in quelle attigue, sono esposte le opere della collezione privata dell'artista, che da oltre trent'anni pone al centro della sua ricerca il rapporto tra arte contemporanea e tradizione, attraverso la rielaborazione artistica dei simboli della cultura partenopea: Pulcinella, la maschera, l'uovo, il teschio, il vulcano, San Gennaro e il corno, nelle loro varie e possibili declinazioni e metamorfosi.

Open House Napoli Basilica Complesso Spirito Santo
La Basilica dello Spirito Santo in via Toledo a Napoli. Foto di Giuseppe Guida, CC BY-SA 2.0

 

Proseguendo su Via Toledo incontriamo il Complesso dello Spirito Santo, con la sua splendida Basilica, attualmente sede del Dipartimento di Architettura dell'Università "Federico II".

L'edificio dello Spirito Santo fa parte di un più ampio complesso seicentesco costituito dalla Chiesa, dal Conservatorio e dal Banco della Confraternita Dello Spirito Santo; divenuto di proprietà esclusiva del Banco Di Napoli, negli anni sessanta del Novecento fu interessato da un progetto di ristrutturazione a opera di Marcello Canino, che previde la demolizione della fabbrica preesistente e la costruzione, nella stessa volumetria, di un moderno complesso edilizio.

Nella due giorni di Open House gli spazi del Complesso ospiteranno la mostra: "Napoli e modernità. Un rapporto complesso", a cura di Paola Scala e Claudia Sansò del DIARC.

 

-INFO UTILI- 

-Archivio Storico del Banco Di Napoli (Via dei Tribunali, 214)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 10.00 alle ore 11:00 - dalle ore 11.00 alle ore 12:00 - dalle ore 12.00 alle ore 13:00 - dalle ore 13.00 alle ore 14:00 - dalle ore 14.00 alle ore 15:00 - dalle ore 15.00 alle ore 16.00 - dalle ore 16.00 alle ore 17.00.

       "        Domenica 27/10 dalle ore 10.00 alle ore 11.00 dalle ore 11.00 alle ore 12:00 - dalle ore 12.00 alle ore 13:00.

Visita su prenotazione (www.openhousenapoli.org)

Accesibilità totale per disabili e bambini

Non accessibile ad animali

Durata della visita: 60 min.

-Scuderie San Severo (Vico San Domenico Maggiore, 9)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 11.00 alle ore 12.00 - dalle ore 12.00 alle ore 13.00 - dalle ore 14.00 alle ore 15.00 - dalle ore 15.00 alle ore 16.00.

"        Domenica 27/10 dalle ore 11.00 alle ore 12.00 - dalle ore 12.00 alle ore 13.00 - dalle ore 13.00 alle ore 14.00.

Visita per ordine di arrivo

Non accessibile a disabili e animali

Accessibile a bambini

Durata della visita: 60 min.

-Complesso dello Spirito Santo (Via Toledo, 402) 

apertura Sabato 26/10 dalle ore 09.30 alle ore 10.30 - dalle ore 10.30 alle ore 11.30 - dalle ore 11.30 alle ore 12.30 - dalle ore 12.30 alle ore 13.30 - dalle ore 13.30 alle ore 14.30 - dalle ore 14.30 alle ore 15.30 - dalle ore 15.30 alle ore 16.30 - dalle ore 16.30 alle ore 17.30 - dalle ore 17.30 alle ore 18.30.

       "        Domenica 27/10 dalle ore 09.30 alle ore 10.30 - dalle ore 10.30 alle ore 11.30 - dalle ore 11.30 alle ore 12.30.

Visita per ordine di arrivo

Accessibilità totale per disabili e bambini

Non accessibile ad animali

Durata della visita: 60 min.

 

               3. Itinerario (MANN Cantiere Braccio Nuovo - Sito Archeologico Acquedotto del Serino - Giardino e Ipogeo di Babuk)

Il terzo itinerario inizia dal Museo Archeologico Nazionale, tra i più antichi e importanti al mondo per ricchezza e unicità del suo patrimonio archeologico, che vede la sua sede nell'antica cavallerizza sorta alla fine del 500 e dal 1616 sede dell'Università.

Visitiamo in particolare il Cantiere del Braccio Nuovo del Museo,  posto in un'area retrostante, la cui definitiva realizzazione porterà alla creazione di cinque nuove aree su quattro piani di 1100 mq. ciascuno, destinati a migliorare la didattica e la formazione con in particolare la prevista allocazione di laboratori, auditorium, biblioteca, servizi aggiuntivi.

I lavori, iniziati nel 2016, sono in corso di esecuzione per un primo lotto funzionale, per il completamento di alcune parti strutturali, del prospetto esterno, delle coperture, della chiusura dell'intercapedine di confine con il terrapieno retrostante e la funzionalizzazione dei Laboratori di Restauro.

Proseguiamo su Piazza Cavour addentrandoci verso l'interno per giungere al Rione Sanità dove incontriamo il sito archeologico dell'Acquedotto augusteo del Serino, imponente infrastruttura di età romana che, partendo dalla sorgente del Serino, in Alta Irpinia, divenne serbatoio idrico per importanti città antiche quali Pompei, Ercolano, Nola e la stessa Neapolis, per poi giungere fino a Capo Miseno.

Il sito archeologico, scoperto nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca, di proprietà dell'Arciconfraternita dei Pellegrini, subì nel corso dei secoli varie vicissitudini, in particolare nel Cinquecento, quando i due ponti canale rinvenuti furono prima interrati a seguito dell'innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati come fondamenta nella costruzione del palazzo, nell'epoca in cui la citta' si estendeva al di fuori delle mura.

 

Ultima tappa del nostro itinerario, percorrendo la celeberrima Via Foria, è il Palazzo che ospita al suo interno il misterioso ed affascinante Giardino di Babuk.

Il Palazzo venne costruito nel 1700 dalla famiglia Caracciolo del Sole, a due passi dalla loro cappella in San Giovanni a Carbonara.

Il Giardino, angolo verde di circa 1000 mq. di piante di limoni, banani, fiori e un faggio antichissimo databile intorno al XIV° secolo, vede aprirsi al suo interno una cavità naturale, composta da quattro caverne collegate da angusti cunicoli, e raccoglie una serie infinita di leggende che hanno caratterizzato la città negli ultimi cinque secoli. Tra queste, proprio quella riguardante il nome stesso dell'ambiente, Babuk, coniato in onore di  uno dei gatti che qui veniva volentieri ospitato.

Tra le aiuole del giardino si celano anche le tracce delle sepolture degli infanti delle suore del Convento dei Saponari, rimaste incinte per le brutalità dei soldati francesi entrati a Napoli nel 1799 al seguito di Championnet.

 

-INFO UTILI- 

-MANN Cantiere del Braccio Nuovo (Piazza Museo, 19)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 - dalle ore 12.30 alle ore 13.30 

      "         Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 11:30 - dalle ore 12.30 alle ore 13.30

Visita su prenotazione (www.openhousenapoli.org)

Accessibilità totale per disabili, bambini e animali.

Durata della visita: 60 min.

-Sito Archeologico dell'Acquedotto del Serino (Via Arena Della Sanità, 5)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.15 e dalle ore 12.00 alle ore 12.45

      "         Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.15 e dalle ore 12.00 alle ore 12.45

Visita su prenotazione (www.openhousenapoli.org)

Non accessibile a disabili e animali

Accessibile a bambini

Durata della visita: 45 min.

-Giardino e Ipogeo di Babuk (via Giuseppe Piazzi, 55)

apertura Sabato 26/10 dalle ore 10.00 alle ore 11.00 - dalle ore 11.00 alle ore 12.00 - dalle ore 12.00 alle ore 13.00 - dalle ore 14.00 alle ore 15.00 - dalle ore 15.00 alle ore 16.00 - dalle ore 16.00 alle ore 17.00.

      "         Domenica 27/10 dalle ore 10.00 alle ore 11.00 - dalle ore 11.00 alle ore 12.00 - dalle ore 12.00 alle ore 13.00 - dalle ore 14.00 alle ore 15.00 - dalle ore 15.00 alle ore 16.00 - dalle ore 16.00 alle ore 17.00.

Visita su prenotazione (www.openhousenapoli.org)

Non accessibile a disabili e animali

Accessibile a bambini a partire da 12 anni

Durata della visita: 60 min.

 

Ove non indicato diversamente, le foto sono cortesemente fornite da Open House Napoli.