Mostra Longobardi MAAM Grosseto

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

L’area Maremmana è da sempre nota per le sue testimonianze di età etrusca e romana, e la mostra ospitata al MAAM di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ci permette di riscoprirne un importante passato altomedievale, quello longobardo, ad oggi ancora poco indagato e valorizzato.

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La mostra ospitata al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma (MAAM) di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, curata da Chiara Valdambrini, Direttore Scientifico, e da Barbara Fiorini, Architetto, nasce con l’intento di narrare la grande epopea longobarda che ha caratterizzato e trasformato la penisola italiana durante i primi secoli altomedievali, focalizzandosi sull’impatto che ebbe sul territorio grossetano.

Si tratta di un progetto rivolto al grande pubblico, per rinnovare e arricchire quanto già noto sulla Tuscia altomedievale, che ha ricevuto anche un notevole apprezzamento degli addetti ai lavori, data la selezione del notevole materiale esposto.

“Due sono stati gli stimoli importanti – hanno spiegano durante l’inaugurazione della mostra la Dott.ssa Chiara Valdambrini e l'Architetto Barbara Fiorini – riprendere in mano dopo anni, in una visione d’insieme, il Ducato di Tuscia (odierna Toscana e alto Lazio) nel periodo longobardo e raccontare la storia dei suoi confini, fino a raggiungere i luoghi a noi più vicini. È proprio tra il 568 e il 774 (durata del regno longobardo) che in tutta Italia avviene il grande cambiamento: un nuovo popolo, una nuova gestione, nuovi equilibri, un percorso intriso di suggestione e domande sul quale plasmare il futuro. Una riorganizzazione generale che ha pian piano scardinato ogni certezza preesistente, verso una nuova era”

Una nuova era, infatti, che ha portato ad una graduale fusione di elementi di origine germano-barbarica e latino-cristiana, proprio come lascia intendere l'allestimento basato sull’idea dell’intreccio. Questo, infatti, se da un lato riflette la progressiva commistione di culture materiali e ideologiche di diversa origine, dall’altra graficamente va a rappresentare proprio uno dei tratti distintivi dello stile animalistico germanico che con i suoi animali nastriformi lo si ritrova a decorare le pareti delle sale e diversi manufatti longobardi esposti.

Le sezioni della mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La prima sezione, nella sala d’ingresso, accoglie il visitatore nella “terra di mezzo”. L’incipit dell’Origo gentis Langobardorum, un breve testo risalente al VII secolo che tramanda la storia dei Longobardi, e due mappe introducono alla scoperta di questo popolo, della sua lunghissima migrazione fino alla fondazione di un loro Regnum nella penisola italiana.

In base a quanto riportato nell’Origo e nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, i Longobardi, nel I secolo d.C., iniziarono la loro migrazione partendo dalla Scandinavia meridionale, seguendo il corso del fiume Elba, arrivarono successivamente al Baltico, proseguirono fino alla Pannonia e al Norico, per poi superare le Alpi Giulie e sopraggiungere così nella penisola italiana nel 568 sotto la guida di re Alboino.

Al contrario di quanto molti pensano, i Longobardi che mossero alla conquista della penisola italiana erano tutt’altro che un gruppo tribale omogeneo, difatti al loro interno, durante la loro migrazione, confluirono contingenti Svevi, Turingi, Gepidi, Sarmati e Sassoni. Alcuni di questi gruppi si stanziarono nella penisola insieme ai componenti del gruppo longobardo più numeroso, per poi fondersi con questo, altri invece come nel caso dei Sassoni optarono per migrare in altri territori.

La gens longobarda risultava organizzata fin dalle prime fasi migratorie in fare, cioè gruppi di persone legate da vincoli familiari, che condividevano le medesime tradizioni culturali e religiose, i cui arimanni (gli uomini liberi aventi il diritto di indossare e usare le armi) furono in grado di contraddistinguersi per le spiccate qualità militari e strategiche che permisero loro di occupare e vigilare sui territori che venivano posti sotto il loro controllo. Furono proprio le fare a conquistare progressivamente tutta la Pianura Padana (l’attuale territorio ligure venne annesso da re Rotari solo nel 643) per poi spingersi sempre più a sud.

Secondo quanto riportato da Paolo Diacono nell'VIII secolo e da Agnello Ravennate nel IX secolo, i Longobardi giunsero in Tuscia intorno al 574. L’occupazione partì dai centri di Chiusi e Lucca che vennero elevati allo stato di ducati. Da queste città l’avanzata proseguì seguendo diverse direttrici. Partendo da Chiusi, posta alla confluenza delle vie Cassia e Amerina, i Longobardi si spinsero verso occidente, in direzione di Arezzo e del Monte Amiata, fino a includere anche Siena e Fiesole. Da Lucca, invece, proseguirono verso Pisa, Pistoia e Volterra, fino al territorio di Populonia, noto per le sue risorse minerarie, e Roselle. Infine a sud, dove si estendeva la prima linea di frontiera bizantina; tra il lago di Bolsena e il mare, venne fondato il Ducato di Spoleto, che arrivò ad estendersi fino a Sovana e Tuscania.

Ma non solo, i Longobardi, oltre alla Tuscia, avanzarono anche in Umbria, Marche e Sannio, arrivando così a fondare un loro Regnum, che alla sua massima estensione, nell’VIII secolo, vedeva l’occupazione dell’intera penisola, ad eccezione dei territori posti sotto il controllo del Papa, le appendici delle attuali Calabria e Puglia, oltre alle isole che rimasero sotto il controllo bizantino.

Il regno longobardo alla sua massima espansione, dopo le conquiste di Astolfo (749-756) - secondo Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di Lidia Capo, Mondadori, Milano 1992, cartina 5. Immagine di Castagna, opera derivativa di InvaderCito , CC BY-SA 3.0

Le terre così assoggettate vennero raggruppate in due grandi aree: la Langobardia Maior, che si estendeva dalle Alpi all'odierna Toscana, e la Langobardia Minor, che includeva il Piceno, buona parte dell'Umbria, la Sabina e quasi tutto il Sud d'Italia.

Dopo questa prima introduzione alla storia della gens longobarda, si passa alla seconda sala, totalmente immersiva e sensoriale, che ha come tema “Goti, Bizantini e Longobardi”, le tre popolazioni che nel corso dell’Alto Medioevo lasciarono diverse tracce della propria presenza sul territorio.

Sezione alquanto interessante che permette di percepire le diverse influenze e tradizioni, che in alcuni casi si ritrovarono a convivere, fondersi e sovrapporsi. Qui la voce di sottofondo del grossetano Fabio Cicaloni, su un evocativo tema musicale, recita l’Atta Unsar, il Padre Nostro in gotico, il cui testo, riportato su una delle pareti della sala, è giunto fino a noi grazie alla traduzione realizzata nel IV secolo dal vescovo ariano Ulfila.

𐌰𐍄𐍄𐌰 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂, 𐌸𐌿 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰𐌼, 𐍅𐌴𐌹𐌷𐌽𐌰𐌹 𐌽𐌰𐌼𐍉 𐌸𐌴𐌹𐌽,
𐌵𐌹𐌼𐌰𐌹 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌹𐌽𐌰𐍃𐍃𐌿𐍃 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃, 𐍅𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹 𐍅𐌹𐌻𐌾𐌰 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃,
𐍃𐍅𐌴 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰 𐌾𐌰𐌷 𐌰𐌽𐌰 𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹.
𐌷𐌻𐌰𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌽𐌰 𐌸𐌰𐌽𐌰 𐍃𐌹𐌽𐍄𐌴𐌹𐌽𐌰𐌽
𐌲𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃 𐌷𐌹𐌼𐌼𐌰 𐌳𐌰𐌲𐌰,
𐌾𐌰𐌷 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄 𐌿𐌽𐍃 𐌸𐌰𐍄𐌴𐌹 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌽𐍃 𐍃𐌹𐌾𐌰𐌹𐌼𐌰,
𐍃𐍅𐌰𐍃𐍅𐌴 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌴𐌹𐍃 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄𐌰𐌼 𐌸𐌰𐌹𐌼 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌼 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌹𐌼,
𐌾𐌰𐌷 𐌽𐌹 𐌱𐍂𐌹𐌲𐌲𐌰𐌹𐍃 𐌿𐌽𐍃 𐌹𐌽 𐍆𐍂𐌰𐌹𐍃𐍄𐌿𐌱𐌽𐌾𐌰𐌹,
𐌰𐌺 𐌻𐌰𐌿𐍃𐌴𐌹 𐌿𐌽𐍃 𐌰𐍆 𐌸𐌰𐌼𐌼𐌰 𐌿𐌱𐌹𐌻𐌹𐌽;
𐌿𐌽𐍄𐌴 𐌸𐌴𐌹𐌽𐌰 𐌹𐍃𐍄 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌰𐌽𐌲𐌰𐍂𐌳𐌹
𐌾𐌰𐌷 𐌼𐌰𐌷𐍄𐍃 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌿𐌻𐌸𐌿𐍃 𐌹𐌽 𐌰𐌹𐍅𐌹𐌽𐍃.
𐌰𐌼𐌴𐌽

Nella sala si trovano esposte le ricostruzioni di due sepolture femminili con corredo provenienti da Chiusi (Santa Mustiola e Ospedale Pubblico). Entrambi i loro crani presentano una particolare deformazione artificiale che permette di ricollegare i resti a dei personaggi femminili di elevato status sociale di origine germanico-orientale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Ricostruzione di una delle sepolture femminili con cranio deformato rinvenuta nell’area dell’ex ospedale I Forti a Chiusi, risalente alla seconda metà del VI-inizi VII secolo. Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sappiamo infatti, che tali modificazioni corporee furono introdotte in Europa solo tra il IV e il V secolo, quando gli Unni, popolazione barbarica di origine asiatica, si insediarono nel bacino dei Carpazi. Gli Unni in realtà furono dei trasmettitori e non gli sviluppatori di questa tradizione, in quanto l’acquisirono durante la loro permanenza nelle terre d’Oriente, per poi diffonderla tra le popolazioni dell’Europa centrale con cui entrarono in contatto nel periodo del loro dominio. Le élite germaniche orientali adottarono pertanto le abitudini degli Unni (tra cui l’intenzionale deformazione cranica), con l’intento di integrarsi nel loro Impero, adattandosi in tal modo ai conquistatori.

Il costume di deformare il cranio, allungadolo, si diffuse pertanto in Europa occidentale fino al VII secolo, con modalità diverse e seguendo diverse direttrici, giungendo anche nelle zone delle Alpi orientali attraverso il popolo dei Goti, stirpe di cui fanno parte i resti dei due individui femminili presenti nella mostra. La loro presenza nel territorio di Chiusi è per altro alquanto significativa, in quanto la copresenza di elementi riconducibili all’ambito goto e alla prima fase d’occupazione longobarda, come dimostrato dai corredi provenienti dalla necropoli dell’Arcisa, mostrano un’interessante continuità insediativa.

Non solo, tra i manufatti esposti in questa sala, si hanno degli elementi simbolo della progressiva fusione dei costumi barbarico-germanici e latino-cristiani. Ne è ad esempio testimonianza il cosiddetto tesoro di Galognano, un corredo eucaristico probabilmente nascosto durante gli anni della guerra greco-gotica (535-553) composto da una serie di sei oggetti in argento databili al VI secolo: quattro calici, una patena ed un cucchiaio. Su alcuni dei calici si ha la presenza dei nomi delle due donatrici, HIMNIGILDA e SIVEGERNA di chiara origine ostrogota.

Ma anche l’anello-sigillo di Faolfus, in prestito dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze, proveniente dal colle dell'Arcisa, fonde in sé il concetto dell’anello-sigillo di tradizione romana unito ad un’iconografia e un nome inciso di origine “barbarica”. Sicuramente simbolo di prestigio e di ostentazione di ricchezza, ancora oggi è alquanto acceso il dibattito se questa tipologia di anelli (in ambito italiano se ne sono ritrovati nove) possano essere stati realmente impiegati dai funzionari regi come anelli sigillari per sottoscrivere documenti ufficiali o se fossero un mero simbolo di prestigio politico-sociale. Ci si interroga anche sul soggetto ivi raffigurato, un uomo con ricche vesti, che potrebbe rappresentare lo stesso possessore dell’anello o il sovrano che gli ha delegato il potere.

La medesima commistione di elementi propri della tradizione barbarica e latina la si ritrova anche nella famosa e molto dibattuta lamina di Agilulfo, ricordata anche come lamina di Valdinievole (dal luogo di ritrovamento in provincia di Pistoia), anch’essa presente nella mostra e proveniente dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze. Si tratta nello specifico di una lamina in bronzo dorato decorata a sbalzo, rinvenuta nel 1891, e che un tempo doveva decorare un reliquiario o il frontale di un elmo.

Lamina di Agilulfo. Foto di Paolo Monti, disponibile nella biblioteca digitale BEIC e in collaborazione con Fondazione BEIC. L'immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano, CC BY-SA 4.0

Il manufatto presenta al centro una figura maschile frontale, riccamente vestita, seduta in trono, raffigurata con la mano destra alzata in posizione di adlocutio, tipico degli imperatori romani, mentre con la sinistra stringe il fodero della spada. Alle sue spalle si hanno due guerrieri barbuti, in posizione da parata, con elmo, corazza, scudo e lancia. Ai lati due vittorie alate che recano in una mano dei corni potori o delle cornucopie, mentre nell’altra un labaro con la scritta VICTVRIA (vittoria). Infine si hanno due gruppi di figure disposte simmetricamente. Di questi, i due personaggi in primo piano indicano la figura centrale seduta in trono, mente chi li segue reca tra le mani una corona con un globo sormontato da una croce.

La presenza di un’iscrizione a punzonatura posta ai lati del personaggio centrale

D(omi)NO AGILU(lf) REGI (“Al signore re Agilulfo”)

se originale, permetterebbe di riconoscere in questo il sovrano longobardo Agilulfo (591-616), e nella rappresentazione il momento della sua incoronazione avvenuta nel 591 a Milano. Le corone con globi rappresenterebbero pertanto le corone di sovrano dei Longobardi e dell’Italia bizantina. Si tratta di un’inconsueta commistione di elementi alcuni dei quali si rifanno all’iconografia tardoantica e bizantina (organizzazione della scena e simboli raffigurati) ed altri presentano una forte connotazione barbarica (costume dei personaggi) che nel loro insieme riflettono l'ideologia politica messa in atto dal sovrano longobardo e dalla sua consorte Teodolinda.

Mostra Longobardi MAAM Grosseto
Dalla mostra“Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata a “Goti, Bizantini, Longobardi”, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

La terza sezione è dedicata nello specifico al Ducato di Tuscia e ad alcuni temi generali sul popolo longobardo. In questa sala si trova la gran parte degli oggetti protagonisti della mostra. Al centro ci sono i reperti provenienti da Roselle, affiancati da quelli del territorio maremmano (Salica, Casette di Mota, Grancia, Talamone, Saturnia, Semproniano, Podere Macereto, San Martino sul Fiora, Pitigliano, Vetricella, Castiglione della Pescaia), alcuni dei quali esposti per la prima volta.

Il quadro poi si completa con i manufatti provenienti dal resto del Ducato: Luni, Fiesole, Lucca (le decorazioni dello scudo di Villa Guinigi), Volterra, Pisa, area senese (Aiano-Torraccia di Chiusi, Sovicille), Arezzo, Chiusi, Pistoia, la Maremma toscana e alto laziale, Chiusa del Belli (Farnese), Bolsena, Perugia e Isola del Giglio e Formiche.

È in questa sezione che emerge più delle altre l’idea della Tuscia quale “terra di mezzo”, posta com’era al limite con i territori ancora in mano bizantina e sottoposta alle influenze di origine latino-cristiane.

Come tipico dell’occupazione longobarda, il controllo territoriale ebbe come epicentro le città e i castra preesistenti, luoghi dove si andarono ad insediare i gastaldi, i funzionari regi che gestivano l’amministrazione del territorio per conto del sovrano, anche attraverso l’impiego di gruppi di arimanni che avevano il compito di controllare le vie di comunicazione e di commercio tramite dei presidi armati.

Dalla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata al Ducato di Tuscia, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sono giunti fino a noi alcune sepolture di prestigio riconducibili proprio a questa aristocrazia guerriera, ne è un esempio la famigerata tomba del “Longobardo d’oro”, rinvenuta nel 1874, nel ripiano dell'Arcisa, durante alcuni scavi clandestini. La storia della scoperta (e il successivo “smistamento” del corredo di eccezionale valore) è alquanto travagliata, ciò che sappiamo è che aveva come copertura un’epigrafe romana di reimpiego, e che al suo interno si erano rinvenuti i resti di un inumato con un ricchissimo corredo funerario databile fra il VI e il VII secolo. Ad oggi tali elementi si trovano conservati al Metropolitan Museum (New York), al Musée des Antiquitatés Nationales de Saint Germain-en-Laye (Parigi) e al Museo Archeologico Nazionale di Chiusi.

Ciò che è stato possibile ricondurre a questo ricco corredo sono diciassette placchette in oro di una cintura a guarnizioni multiple (di cui 2 a New York e 15 a Parigi); quattro placche dell’impugnatura aurea di una spatha (di cui 2 a Parigi e 2 a New York); le guarnizioni auree del fodero di un pugnale (a New York); un bottone d’oro con volto umano inciso (a New York); una fibbia d’oro di cintura (a New York); un set da calzature costituito da due fibbie, due puntalini e due contro-placche (a New York); un anello con pietra intagliata raffigurante tre guerrieri (a New York) e cinque crocette auree (a New York). A tali oggetti se ne devono aggiungere altri, purtroppo andati dispersi, nonché gli unici acquistati dal Museo locale, cioè un umbone di scudo, una spatha, uno scramasax (coltellaccio con la lama ad un solo taglio), due bacini di rame, un vaso di vetro e una fibbia d’argento.

Un’ulteriore tomba di prestigio di età longobarda risalente alla metà del VII secolo è quella del cosiddetto vir magnificus rinvenuta nel 1859 davanti alla chiesa di Santa Giulia, in Piazza del Suffragio, a Lucca. Anche in questo caso diversi oggetti recuperati al momento della scoperta sono purtroppo andati perduti, in particolare quelli in materiale non prezioso come la spatha, la cuspide di lancia, un vaso di vetro, i resti osteologici, sia relativi all’inumato sia quelli di una presunta mandibola di cavallo, che avrebbero potuto fornire importanti informazioni. I reperti giunti fino a noi riguardano cinque crocette in lamina d’oro prive di decorazioni, le guarnizioni auree di una cintura multipla per la sospensione delle armi, i resti metallici di uno scudo da parata, una piccola croce enkopion in oro, un coltello e uno scramasax. Ciò che si è conservato del corredo è esposto al Museo di Villa Guinigi a Lucca.

In prestito alla mostra si ha lo scudo da parata, presenta un umbone centrale con intorno cinque lamine in bronzo dorato a forma di testa equina e al margine della ricostruzione della base lignea, dei motivi decorativi di chiara tradizione paleocristiana, il kantharos tra i pavoni e quello che si presume essere Daniele - raffigurato armato mentre regge un’asta crucigera si cui è posata la colomba dello Spirito Santo - nella fossa dei leoni. L’umbone reca inciso “Domine ad adiuvandum me festina” (“Signore vieni presto in mio aiuto”), un verso che potrebbe testimoniare l’avvenuta conversione del possessore dello scudo alla fede cristiana.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Crocetta in lamina aurea, Chiusi, loc. Il Colle, VII secolo, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Simone Moretti

All’interno della mostra troviamo pertanto accanto ad elementi di chiara origine germanico-barbarica - come ad esempio la splendida fibula femminile a staffa in argento dorato rinvenuta a Chiusi, o i motivi animalistici che decorano le placchette e i puntali delle cinture per la sospensione delle armi -, dei manufatti riconducibili alla moda romano-bizantina, (orecchini a cestello), elementi che si rifanno ad un’ideologia romana tardoantica come l’anello-sigillare e la raffigurazione presente sulla lamina di Agilulfo, o per finire dalla forte valenza cristiana come le guarnizioni dello scudo da parata di Villa Guinigi.

L’ultima sezione, infine, si caratterizza per la presenza di due punti multimediali, uno con il corto-promo della mostra e un video-documentario, con narratrice la scrittrice e divulgatrice Galatea Vaglio, che ripropone lo storytelling di alcuni episodi e personaggi chiave della storia longobarda, l’arrivo di Alboino in Italia, la storia della regina cattolica Teodolinda e la figura di Paolo Diacono, per terminare con le riproduzioni di alcuni capi di abbigliamento longobardi, uno maschile e uno femminile, muniti di accessori, realizzati dall'associazione di Cividale del Friuli La Fara.

 

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Riproduzioni di abiti longobardi, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Cos’altro aggiungere sulla mostra…

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ha il merito di esporre al suo interno alcuni dei reperti toscani di età longobarda che si contraddistinguono per l'eccezionale valore materiale, culturale, simbolico e propagandistico, noti già da tempo alla comunità scientifica, ma non solo, accanto a questi si ha una pregevole raccolta e selezione di testimonianze archeologiche che permettono di avere un quadro quanto più completo su un periodo storico, quello altomedievale, alquanto rilevante per la storia del territorio.

La Tuscia, che solitamente viene associata alla presenza etrusca e romana, in queste sale presenta al visitatore parte di questo suo importante passato, ancora poco indagato e valorizzato, mostrando anche come la cultura longobarda si andò ad “intrecciare” progressivamente con quella locale, gettando così progressivamente le basi per la piena età medievale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
La playlist sulla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” è al seguente link: https://youtu.be/jOwrI7DmDQk?list=PL9hz0jsM-MwkvFnEI-H0s3nX7eBTfaMCN

 

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” si è tenuta a Grosseto, al MAAM – Museo Archeologico e d’arte della Maremma, fino al 6 gennaio 2022.

Sito web del Museo Archeologico e d'Arte della Maremma

Orario

Martedì-Venerdì | 9:00-13:30

Sabato-Domenica e festivi | 10:00-13:00 e 16:00-19:00

Chiuso il lunedì

Info

Tel. 0564 488752

Mail

[email protected]


Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

 

Csontváry Kosztka Tivadar, Magányos cédrus ("Il cedro solitario"), olio su tela (1907), Csontváry Museum. Foto di Szilas in pubblico dominio

Il 30 settembre ricorre l’anniversario della nascita di Benedek Elek (1859-1929), scrittore, traduttore, giornalista, pedagogista ed etnografo ungherese che dedicò la sua vita alla raccolta delle fiabe popolari da lui definite «tesori dell’anima del popolo ungherese». Per la sua intensa attività di raccolta, scrittura e traduzione di fiabe popolari, Benedek viene ancora oggi ricordato come il nagy mesemondó, il grande narratore di fiabe. Dal 2005, su iniziativa della Magyar Olvasástársaság (“Società ungherese di lettura”), il 30 settembre è divenuto, proprio in onore di Benedek, la Giornata della fiaba popolare (népmese napja), che coincide con la Giornata mondiale della traduzione.

Cresciuto ascoltando i racconti popolari degli anziani della natia Kisbacon, paesino della Transilvania passato alla Romania in seguito al Trattato di Trianon (4 giugno 1920), Benedek maturò ben presto uno spiccato interesse per la cultura popolare, in particolar modo per la favolistica ungherese. Fin da giovane prese parte ad alcune spedizioni etnografiche in compagnia dell’amico Sebesi Jób grazie al quale entrò in contatto con la Kisfaludy Társaság, società letteraria di cui divenne membro dal 1900. Le fiabe raccolte in questo frangente vennero pubblicate nel 1882 in Székelyföldi gyűjtés (“Raccolta della terra dei secleri[1]”). Benedek si dedicò anche alla traduzione e alla riscrittura di fiabe classiche, tratte principalmente dalle Mille e una notte e dalle Kinder- und Hausmärchen dei Gebrüder Grimm che confluirono in varie raccolte intitolate Kék, Piros, Ezüst, Arany mesekönyv (“Libro di fiabe azzurro, rosso, argento, d’oro”). La sua opera monumentale fu Magyar mese- és mondavilág (“Mondo delle fiabe e delle leggende ungheresi”), raccolta originariamente in cinque volumi, pubblicata tra il 1894 e il 1896 in occasione dei festeggiamenti del Millennium, i mille anni di presenza degli ungheresi nel Bacino dei Carpazi.

Benedek Elek, foto di ignoto (1924) in pubblico dominio

Il contributo di Benedek Elek fu fondamentale per promuovere il rinnovamento della letteratura ungherese nei secoli XIX e XX: a lui spetta il merito di aver creato il vero e proprio canone della fiaba popolare ungherese. Il suo primo pensiero fu quello di rendere le fiabe popolari ungheresi accessibili a tutti, in modo che potessero essere lette con diletto da giovani e anziani che ne avrebbero tratto «beneficio per l’anima». Si chiese pertanto quale fosse la lingua da impiegare nei testi delle fiabe, in quanto ciascuna era trasmessa in una variante dialettale differente. All’epoca non erano ancora stati pubblicati studi sulle tecniche traduttologiche, ma ciononostante Benedek rese unitari i testi delle fiabe sia dal punto di vista stilistico che linguistico e lo fece non impiegando la lingua ungherese standard in sostituzione ai dialetti, bensì si adoperò per creare una nuova variante che potremmo chiamare Benedek Elek-i népnyelv (la “lingua popolare di Benedek Elek”). Essa ha come base l’ungherese moderno di uso comune ma viene arricchita con un gran numero di elementi dialettali, quali modi di dire, proverbi, oppure semplicemente con espressioni arcaicizzanti tipiche della cultura popolare. Per Benedek era essenziale “consegnare” alle nuove generazioni la favolistica ungherese quale testimone della quotidianità, degli affanni e delle gioie del proprio popolo. “Consegnare” è volutamente rimarcato, in quanto è lo stesso Benedek a impiegare questa espressione (átad in ungherese) nel peritesto di chiusura alla raccolta Magyar mese- és mondavilág, intitolato Itt a vége (“Questo è tutto”). Consegnare le fiabe alle nuove generazioni è un modo per sensibilizzare la loro anima e trasmettere i valori del popolo ungherese in quanto:

Il popolo ungherese ha riversato anche nelle fiabe le eccellenti caratteristiche che lo contraddistinguono da ogni altro popolo: la sua immaginazione coraggiosa che vola in alto, ma tenendo ben saldi sani princìpi lontani dalla smoderatezza e dall’esagerazione; il suo umorismo inesauribile, le sue narrazioni geniali; il suo amore per il linguaggio costumato che offende molto di rado la pudicizia e il sentimento morale; […].[2]

Secondo Benedek le pubblicazioni rivolte ai ragazzi costituivano uno dei generi letterari più difficili, in quanto anche lo scrittore più geniale avrebbe fallito se al talento non avesse affiancato un profondo sentimento e un immenso amore per il mondo fanciullesco. Nella sua teoria pedagogica che ebbe modo di formulare “operando sul campo” come editore di riviste per ragazzi, i giovani dovevano incontrare la letteratura tradizionale in compagnia di genitori, pedagoghi e scrittori ai quali spettava il compito di favorire la loro lelkesítés, ovvero entusiasmarli e incoraggiarli nella lettura. In questo ambito Benedek affermò si operare come magvető (“seminatore”) e gyűmölcsfaültető (“piantatore di alberi da frutto”) in grado di fornire al seme o alla pianticella il giusto nutrimento letterario affinché possa sviluppare radici profonde e dare buon frutto, forgiando la propria identità. Era pertanto fondamentale che la letteratura fosse di alta qualità, in modo che potesse essere impiegata non solo tra le mura domestiche, ma anche negli istituti scolastici che allora non disponevano di testi adeguati per la formazione dei ragazzi. Durante la sua breve esperienza politica (1887-1902), Benedek ebbe modo di presentare in Parlamento le questioni che più gli stavano a cuore, ovvero quelle relative alla letteratura giovanile, poesia popolare, lingua nazionale e all’istruzione pubblica. Nello specifico egli insistette nella necessità di finanziare la scuola pubblica e le case editrici, settori che versavano in condizioni misere, nonché la necessità di disporre di buone traduzioni di opere letterarie straniere in ungherese, al fine di educare i ragazzi alla fratellanza attraverso un’educazione multiculturale.

In onore all’operato di Benedek, desidero proporvi una fiaba popolare ungherese da lui raccolta e da me tradotta in lingua italiana, unendo pertanto le due passioni (la favolistica e la traduzione) che fino all’ultimo sostennero la “stanca mano” di Elek apó (“nonno Elek”) per trasmettere la letteratura e il folklore ungherese.

 

 

Réka királyné sírja (“La tomba della regina Réka”), contenuta in Magyar mese- és mondavilág

 Nel famoso bosco di Rika[3], sulla sponda del ruscello Rika[4], sotto una gigantesca roccia riposa Réka, la moglie di Attila.

Vi ho già raccontato che il potente re degli unni, ogni volta che ritornava dalla battaglia, si ritirava nel bosco di Rika. Gli piaceva abitare qui. Nel bosco di Rika si trovava il colle di Hegyes-tető[5]: qui si ergeva il palazzo di Attila dove abitava con la moglie Réka e i tre figli belli e prodi.

Un giorno Réka fece attaccare quattro focosi puledri alla carrozza dorata foderata di velluto e si fece condurre tra le siepi e i fossati del bosco di Rika.

Proprio mentre i destrieri stavano galoppando sulla collina di Bikás-tető[6], un toro inferocito venne incontro alla carrozza, muggendo in modo terribile. I destrieri si spaventarono, galopparono per monti e valli, attraverso siepi e fossati, ad un tratto la carrozza si capovolse, e la regina Réka precipitò nel ruscello di Rika, morendo di una morte orribile.

Ad Attila fu portata la notizia, come pure il corpo morto della regina Réka. Un panno nero a lutto avvolse la corte di Attila: era morta la regina che il popolo amava intensamente.

La camera ardente per la regina Réka durò tre giorni. Nel frattempo la triste novella venne portata in ogni luogo abitato dagli unni: da ogni dove venivano uomini, donne, bambini per vedere ancora una volta, seppur nella bara, la buona regina.

La regina Réka fu sepolta il quarto giorno e nel momento della sepoltura tutte le persone vennero allontanate dal bosco di Rika, affinché nessuno sapesse dove Réka sarebbe stata sepolta. Il corpo venne posto in una tripla bara: la prima era dell’oro più puro, la seconda di bell’argento chiaro e la più esterna di metallo.[7] Dopodiché quattro schiavi sollevarono la tripla bara e la portarono giù, lungo la sponda del ruscello di Rika, e qui la misero sotto l’enorme roccia dove ancora oggi si trova – la può vedere chiunque vi si rechi –, scavarono una fosse molto profonda e vi posero la tripla bara. Poi ricoprirono per bene la fossa, nascondendola con zolle erbose: non rimase traccia che qualcuno vi fosse stato sepolto.

Nel frattempo Attila se ne stava sul colle di Hegyes-tető da solo e quando si presentarono al suo cospetto i quattro schiavi, li abbatté con la propria spada, gettandoli giù dalla cima.

La regina Réka poteva dormire in pace, nessuno avrebbe disturbato la sua tomba. Prima che giungesse qualcuno, le belve del bosco avevano già divorato i cadaveri dei quattro schiavi e di essi non era rimasta neppure la polvere.

Questa enorme roccia si trova ancora oggi lungo la sponda del ruscello Rika, sotto di essa dorme pacificamente la regina Réka, nessuno turberà la sua silenziosa tranquillità.

 

 

Bibliografia di riferimento

Zanchetta 2020. Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era. Fiabe cosmologiche ungheresi, traduzione e cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020.

La copertina del libro C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi che traduce e analizza fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera Magyar mese- és mondavilág di Benedek Elek: il volume è a cura di Elisa Zanchetta e pubblicato da Vocifuoriscena nella collana Bifröst

Note:

[1] Ungherese székely (plurale székelyek). A differenza della concezione occidentale di Attila, gli ungheresi, e in particolare i secleri, sono molto fieri delle loro supposte origini unne. Molte e svariate sono infatti le ipotesi relative alle origini dei secleri, alcune delle quali vorrei menzionare brevemente. Anonymus nei Gesta Hungarorum (1200-1210 ca.) scrisse che i secleri facevano parte delle genti di re Attila che avevano aiutato i magiari a stabilitisi nel bacino dei Carpazi, precedendoli e sconfiggendo i popoli presenti in quest’area; secondo un’altra leggenda, i secleri sarebbero stati i tremila prodi che Csaba, il figlio prediletto di Attila, avrebbe lasciato nel Bacino dei Carpazi (definito Attila földje, “terra di Attila”) affinché occupassero il suolo mentre lui sarebbe ritornato in Scizia a prendere i magiari che non avevano voluto in precedenza seguirlo (cfr. la fiaba A Hadak útja, “La via delle schiere”, contenuta nel volume Magyar mese- és mondavilág).

[2] Zanchetta 2020, pp. 349-350

[3] Rika-erdő.

[4] Rika-patak.

[5] Letteralmente “cima del monte”, rilievo (482 m) situato lungo l’ansa del Danubio dal quale si può godere di una splendida vista del territorio circostante.

[6] Letteralmente “cima del toro”, collina (300 m) che si trova nella città di Eger in Ungheria settentrionale, capoluogo della provincia di Heves.

[7] Secondo Prisco di Panio, fu Attila a essere posto in una tripla bara, l’interna d’oro massiccio, l’intermedia d’argento massiccio e l’esterna di ferro e poi adagiata in una semplice fossa di cui non sarebbe rimasta traccia alcuna. Anche Jordanes riferì che nottetempo «seppellirono il suo corpo in terra, sigillando le sue bare, la prima con l’oro, la seconda con l’argento e la terza con la forza del ferro» (cit. in Scalabrini 1997). Questa informazione è ripresa anche nella fiaba intitolata A hadak útja (“La via delle schiere”), anch’essa contenuta nella raccolta di Benedek Elek, la quale narra invece che la bara sarebbe stata posta sul fondale di un corso d’acqua (probabilmente il ruscello di Rika?). Nella riscrittura della leggenda di Attila fornita da Komjáthy István (1917-1963) nel suo Mondák könyve (“Libro delle leggende”, 1964), sarebbe stato un sogno di Réka (qui nella variante Ríka) a predire come sarebbe stata la sepoltura del marito: «Attila koporsója: Napkirály hajfonata, Hold mosolya és Éjfél pillantása legyen» («La bara di Attila dovrà essere [come] la treccia del Re del Sole, il sorriso della Luna e l’occhiata della Mezzanotte»). Al che il saggio Torda, che secondo alcune leggende sarebbe stato il capo unno padre di Bendegúz, nonché nonno di Attila, fornisce la seguente interpretazione: «Attilának a föld alatt is palotát kell epíteni. Koporsóba kell tenni. Hármas koporsóba. Aranyba, ezüstbe és vasba. Ezt jelenti Napkirály hajfonata, Hold mosolya és Éjfél szempillantása» («Bisogna costruire un palazzo per Attila anche sottoterra. Deve essere sepolto in una bara, una tripla bara d’oro, d’argento e di ferro. Questo sta a significare treccia del Re del Sole, sorriso della Luna e occhiata della Mezzanotte»).

Népmese napja
Népmese napja, la Giornata della fiaba popolare ungherese

Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi

Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’eraFiabe cosmologiche ungheresi, a cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020

Presentazione del volume di Elisa Zanchetta (Università degli Studi di Padova)

C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi Benedek Elek Elisa Zanchetta
La copertina del libro C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi che traduce e analizza fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera Magyar mese- és mondavilág di Benedek Elek: il volume è a cura di Elisa Zanchetta e pubblicato da Vocifuoriscena nella collana Bifröst

C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi propone la traduzione e l’analisi di quattordici fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera di Benedek Elek (1859-1929) intitolata Magyar mese- és mondavilág (“Mondo delle fiabe e delle leggende ungheresi”), pubblicata nel 1896 in occasione del Millennium, ovvero i mille anni di presenza degli ungheresi nel Bacino dei Carpazi.

C’era una volta o forse non c’era… è un titolo significativo per la presente raccolta, in quanto mira a un duplice obiettivo: da un lato proiettare immediatamente il lettore nella realtà altra in cui sono ambientate le fiabe ungheresi, dall’altro sensibilizzarlo alla formularità che le contraddistingue. Le fiabe proposte si svolgeranno, infatti, al di là dellÓperenciás-tenger (“mare Óperencia”), abisso acqueo che potrebbe segnare il confine tra il mondo intermedio e l’aldilà; oppure al di qua o al di là di sette volte sette paesi, espressione contenente il riferimento al magico numero sette che, assieme ai suoi multipli, ricorre con insistenza nelle fiabe: sette dì e sette notti dura la scalata dell’égig érő fa (“albero che tocca il cielo”), sette sono le teste dello sárkány oppure al di là degli Üveghegyek (monti di vetro”) che si collocano sul bordo del mondo nel punto in cui la volta celeste è così bassa da impedire ai raggi solari di penetrare e da costringere le rondini a bere l’acqua in ginocchio. La formularità delle fiabe popolari ungheresi si discosta da quella che il lettore incontra approcciandosi ad altre narrazioni popolari europee: si tratta di formule riscontrabili nella tradizione caucasica e potrebbero pertanto essere considerate un retaggio culturale che gli antenati degli ungheresi portarono con sé durante la loro migrazione verso occidente.

Il sottotitolo Fiabe cosmologiche ungheresi chiarisce subito qual è il fil rouge che connette le quattordici fiabe selezionate, ovvero proporre al lettore italiano, sia esso uno specialista oppure un semplice appassionato, una carrellata di figure e luoghi della mitologia magiara. A prima vista gli ungheresi sembrano possedere un patrimonio mitologico assai scarso se paragonato a quello di voguli e ostiachi, popoli che, come l’ungherese, appartengono al supposto ramo linguistico ugrico. Il presente lavoro prende avvio dalla definizione di mitologia fornita dall’etnologo Hoppál Mihály, secondo cui la mitologia è quell’insieme di nozioni che possono essere ricostruite a partire dai canti popolari, dagli incantesimi e dalle fiabe: risulta quindi chiara l’importanza fondamentale che queste ultime acquisiscono per delineare la mitologia magiara. Nella traduzione tutti i termini riferiti alle figure e ai luoghi mitologici sono mantenuti in lingua originale, opportunamente tradotti e approfonditi nel saggio di apertura e nel glossario finale.

Il volume si apre con una fiaba che riprende una delle leggende relative all’origine di magiari e unni, condotti nella palude Meotide da un csodaszarvas, ovvero da un cervo meraviglioso, che nell’arte popolare sembra incarnare l’albero cosmico, in quanto raffigurato con corna simili a rami frondosi e con il corpo dritto e slanciato come il fusto di un albero che tocca il cielo.

Segue poi una carrellata di fiabe in cui vengono presentate le figure femminili della mitologia magiara, ovvero le tündérek, le fate, descritte sia come creature malevoli, sia benigne. Il lettore s’imbatterà dapprima nella vasorrú bába, la vecchia dal naso di ferro, «brutta come la disgrazia», come ben descritto nell’omonima fiaba. Vladimir Propp considera questa figura una versione magiara della baba jaga russa, ma potrebbe essere equiparata anche ai feticci utilizzati dai popoli ugrici per riconciliarsi con gli spiriti dei defunti: si trattava infatti di ceppi lignei conficcati nel suolo e ricoperti da uno strato di metallo per impedire che il sangue e la carne, con cui venivano spalmati, li facesse imputridire; il naso, invece, era sempre rappresentato da un chiodo. Le tündérek, ovvero le fate propriamente dette, vengono descritte come fanciulle «così abbaglianti che il sole lo si sarebbe potuto guardare, ma non loro», dai capelli dorati lunghi fino alle caviglie, abbigliate con vesti dorate e dotate della capacità di metamorfosarsi: facendo una capriola esse sono in grado di trasformarsi in colombe bianche oppure in cigni e in questa forma discendono sulla terra dove incontrano l’eroe di cui si invaghiscono. L’incontro avviene spesso sotto un melo oppure un pero carichi di frutti dorati, per poi proseguire nel Tündérország, il paese delle fate, dove flora e fauna sono dorate, nei corsi d’acqua guizzano pesci dorati, ci sono vasche dorate piene di latte in cui la tündérkirályné, ovvero la regina delle tündérek, fa quotidianamente il bagno. Talvolta l’eroe deve giungere autonomamente nel Tündérország dove la fata, in preda alla rabbia, è fuggita in seguito alla violazione di un divieto che aveva imposto all’amato: si tratta di un topos narrativo che richiama alla mente i racconti melusiniani. Il Paese delle fate dista, tuttavia, «più del cielo dalla terra», quindi l’eroe viene solitamente aiutato in quest’impresa da un griffmadár, un grifone che, trasportando i sacchi di farina alla regina delle tündérek, riesce ad accompagnarlo a destinazione.

Raffigurazione dello égig érő fa, dal volume di Karl Freiherr von Czoernig, Mittheilungen der kaiserl. königl. Central-Commission zur Erforschung und Erhaltung der Baudenkmale Band 1, 1856. Immagine corrispondente al monumento ungherese all'identificatore 4915, in pubblico dominio

Molto spesso la fata, oppure la figlia del re, viene rapita da un malevolo sárkány, sorta di drago contro cui l’eroe deve combattere. Si tratta di un mostro policefalo dotato di un’intelligenza malvagia, la cui forza è solitamente celata nella settima testa e la cui anima è ospitata nel corpo di un altro animale, risultando così lampante la credenza degli antichi ungheresi nella pluralità dellanima: nella fiaba Az égig érő fa (“L’albero che tocca il cielo”) l’eroe, per annientare definitivamente lo sárkány, deve distruggere i nove calabroni che si trovano dentro una scatola contenuta nella testa della lepre che salterà fuori dalla testa di un cinghiale. Lo sárkány porta le fanciulle nel proprio palazzo di rame, d’argento, d’oro o di diamante, che spesso ruota vorticosamente sull’artiglio di un palmipede oppure sulla coda del gallo. Esso può essere situato nel mondo ctonio oppure sulla sommità dell’albero che tocca il cielo e solo l’eroe táltos, che nelle fiabe è il giovane pastore oppure porcaro dotato di capacità sciamaniche, è in grado di giungervi e di fermare la sua corsa. Il palazzo così descritto costituisce, assieme al vero e proprio égig érő fa, ovvero l’albero che tocca il cielo, una delle raffigurazioni dell’axis mundi magiaro.

Il termine táltos identificava anticamente il sacerdote degli ungheresi pagani; nel folklore e nelle fiabe popolari è colui che nasce con i denti, conosce tutto senza ricorrere allo studio, interpella i defunti per conoscere le cause della loro morte, sa rintracciare persone e animali scomparsi. Per giungere al palazzo dello sárkány posto nel mondo inferiore, o alsó világ, l’eroe táltos deve scendere attraverso un cunicolo che nelle fiabe viene indicato dal termine lik e che troverebbe corrispondenza con il buco dello spirito” posto al centro del sole sui tamburi sciamanici sámi e con il lovi finlandese, ovvero la fenditura rocciosa” attraverso cui si può giungere in una realtà altra. Per fare ritorno al mondo intermedio, o középső világ, il táltos viene aiutato da un’aquila gigante che, per riconoscenza, se lo carica sul dorso consegnandogli una bisaccia di provviste con l’ordine di allungargli un boccone ogni volta che glielo chiederà; esaurite le scorte, il giovanotto táltos taglierà un pezzo della propria coscia per permettere all’aquila di giungere in superficie, come ben descritto nella fiaba A táltos kecske (“La capra táltos”): in questo topos narrativo ravvisiamo la somiglianza con la variante cartvelica del mito di Amirani.

Se, invece, il palazzo si trova nel mondo superiore, ovvero nel felső világ, il táltos deve scalare l’égig érő fa, albero senza cima con rami sottili ma ricchi di foglie, tanto da essere equiparati a foreste, come descritto nell’opera di Diószegi Vilmos intitolata A pagány magyarok hitvilága (“Il mondo delle credenze degli ungheresi pagani”, 1967). Giunto sulla sommità dell’albero cosmico, il táltos entra in possesso della sua cavalcatura sciamanica rappresentata dal tátos ló, il cavallo tátos. Si tratta di un cavallo pelle e ossa, scabbioso, sciancato che sguazza nello sterco e che fa parte della mandria dello sárkány, della boszorkány, la strega del folklore magiaro, oppure della tündér. L’eroe deve servire il padrone del cavallo per un anno, che nelle fiabe corrisponde a un periodo di tre giorni, e chiedere questo ronzino come ricompensa per il suo operato. Solo con l’intervento dell’eroe táltos, il cavallo potrà divenire un destriero tátos dal manto dorato, con tre, cinque, nove zampe e in grado di solcare i cieli per portare l’eroe a combattere contro lo sárkány oppure altri táltosok. Il combattimento avviene solitamente assumendo la forma di tori neri e bianchi, ruote di ferro o fuoco, fiamme rosse o blu, come descritto nella fiaba A vörös tehén (“La mucca rossa”).

Con un balzo il cavallo tátos è in grado di giungere in mondi lontanissimi, ricordando, sotto questo aspetto, non solo il destriero di Óðinn, Sleipnir, ma anche Ṫeṫroni che conduce Amirani nel paese dei dèmoni-fabbri per cercare una fidanzata. Il tátos ló è un puledro curioso: si nutre di brace ardente come narrato nella fiaba Az égig érő fa (“L’albero che tocca il cielo”), può metamorfosarsi in altri animali che possono essere imbrigliati e domani solo dall’eroe, è dotato del dono della parola e sa volare per i cieli divenendo invisibile, pronunciando la formula «köd előttem s köd utánam» (nebbia davanti a me e nebbia dietro di me”), comune anche alle tündérek. Talvolta si può ravvisare un rapporto quasi materno tra l’animale tátos e il táltos umano, in quanto quest’ultimo può addirittura nutrirsi del suo latte: significativo è infatti l’episodio descritto nella fiaba A vörös tehén (“La mucca rossa”) in cui la mucca invita il ragazzino a svitare una delle sue corna e a saziarsi di latte.

Benedek Elek, foto di ignoto (1924) in pubblico dominio

Concludiamo citando il peritesto di chiusura alla raccolta di Benedek Elek intitolato Itt a vége (“Questo è tutto”) in cui il raccoglitore non solo tira le fila del suo lavoro etnografico, ma pone anche enfasi sull’importanza di trasmettere le fiabe popolari ungheresi. Noi vorremmo che il lettore italiano percepisse che «il popolo ungherese ha riversato anche nelle fiabe le eccellenti caratteristiche che lo contraddistinguono da ogni altro popolo: la sua immaginazione coraggiosa […]; il suo umorismo inesauribile, le sue narrazioni geniali; il suo amore per il linguaggio costumato […]», ma che in un aspetto in particolare supera qualsiasi altro popolo, ovvero nella «rotondità compositiva delle fiabe», nella loro «perfezione artistica». Se Benedek è stato l’interprete dell’anima del popolo ungherese, come lui stesso adora definirsi, noi siamo onorati di esserne i traduttori. Ecco qui il libro: giudicate voi se abbiamo portato a termine quanto abbiamo intrapreso. E questo è tutto.


Polonia: strutture monumentali in pietra nei Carpazi

14 Settembre 2015

Gli Archeologi dissotterrano strutture monumentali in pietra nei Carpazi

Vista della parte settentrionale degli scavi archeologici, alla metà di Agosto. Il muro conservatosi dalla Prima Età del Bronzo è visibile sullo spaccato del fossato, nel fondo del fossato una linea di rocce che forma lo strato più basso del muro. Foto di M.S. Przybyła.
Vista della parte settentrionale degli scavi archeologici, nella metà di Agosto. Il muro di contenimento dalla prima Età del Bronzo è visibile sullo spaccato del fossato, nel fondo del fossato una linea di rocce che forma lo strato più basso del muro. Foto di M.S. Przybyła.
Il più antico esempio di muro in pietra della storia delle costruzioni nelle terre polacche, più vecchio di oltre due millenni e mezzo dell'architettura romanica, è stato scoperto dagli archeologi di Cracovia sulla Collina di Zyndram a Maszkowice (Voivodato della Piccola Polonia o Małopolska).
Una scoperta di tale importanza era inaspettata perché gli archeologi hanno studiato il sito a Maszkowice a partire dagli inizi del ventesimo secolo. Come conseguenza di quegli scavi scoprirono principalmente i resti dell'insediamento abitato dall'anno 1000 al 50 a. C. Gli Archeologi dell'Università Jagellonica, guidati dal dott. Marcin S. Przybyła, apparvero a Maszkowice nel 2010. Una sorpresa li attendeva al di sotto dei resti dell'insediamento della Tarda Età del Bronzo e dell'Età del Ferro - risultarono esserci resti di un insediamento più antico di oltre mezzo millennio.
Disegnando la documentazione dei grandi blocchi che formano la facciata esterna del muro. Foto di M.S. Przybyła.
Archeologa disegna la documentazione dei grandi blocchi che formano la facciata esterna del muro. Foto di M.S. Przybyła.

Leggere di più

Polonia: antichi muri dell'Età del Bronzo a Maszkowice

9 Settembre 2015
Malopolskie_(EE,E_NN,N)
Il sito presso la collina di Zyndram (Góra Zyndrama) a Maszkowice nel distretto di Gmina Łącko del Voivodato della Piccola Polonia, è noto agli archeologi sin dai primi anni del ventesimo secolo, con un insediamento preistorico scoperto negli anni 1959-75, e abitato tra il 1000 e il 50 a. C.
Negli ultimi anni si è scavato in un'area precedentemente inesplorata, e si è scoperto un insediamento della Prima Età del Bronzo, abitato dal gruppo che popolava l'area già dal Neolitico, e da un gruppo di coloni provenienti da sud, dal bacino del fiume Tisa. I nuovi coloni livellarono l'area, e costruirono fortificazioni in pietra, con un muro difensivo alto 3 metri che prosegue per 120-140 metri. Si tratta dei muri più antichi in Polonia, e molto ben preservati.
Link: Institute of Archaeology, Jagiellonian University (Cracovia, Pagina Facebook)Institute of Archeology of the Jagiellonian UniversityPast Horizons.
Il Voivodato della Piccola Polonia, da WikipediaCC BY-SA 2.0, caricata da Tsca.bot (by user:Wulfstan, fixes by user:tsca).
 
 


Confermate le più antiche impronte umane in Europa

26 Agosto 2014
Le impronte umane della cava di Ciur-Izbuc, nei Carpazi, in Romania, scoperte nel 1965, sono state ristudiate. Secondo lo studio di David Webb, Marius Robu, Oana Moldovan, Silviu Constantin, Bogdan Tomus e Ionel Neag sarebbero molto più risalenti, al punto da datare attorno a 36500 anni fa e poter essere considerate come le più antiche in Europa.
Link: Wiley Online LibraryPast Horizons