Tomba Gemina: nuove scoperte archeologiche a Tarquinia

Tomba Gemina: nuove scoperte archeologiche a Tarquinia

Grazie all’intervento degli archeologi, è stato salvato uno splendido contesto funerario a Tarquinia che getta nuova luce sulla fase più antica dell’età Orientalizzante.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: ritrovamenti del corredo

Nello scorso autunno, nel cuore della necropoli di Monterozzi, a pochi metri dalla Tomba dei Tori e da quella degli Auguri, si è reso necessario un intervento d’emergenza per salvaguardare un nucleo di dieci tombe etrusche databili tra VIII e V secolo a.C. I lavori, condotti dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale e conclusi nella loro fase di restauro, hanno svelato alcune sorprendenti scoperte avvenute in uno dei contesti sepolcrali.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: planimetria delle tombe

Proprio quello più vicino alla strada da cui erano iniziate le prime esplorazioni da parte di tombaroli è stato messo in sicurezza per evitare crolli della volta e delle pareti e ha restituito interessanti ceramiche, fortunatamente non intaccate dagli scavi clandestini, che hanno permesso agli archeologi di raccogliere informazioni sul contesto originale.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: planimetria delle tombe
Tomba Gemina
Assonometrie
Tomba Gemina
Prospetto degli ingressi

«La tomba risale alla prima metà del VII secolo a.C. – spiega Daniele Federico Maras, funzionario della Soprintendenza per il territorio di Tarquinia – È del tipo ‘gemino’, cioè costituita da due camere indipendenti affiancate, quasi identiche tra loro e aperte a sud-ovest su altrettanti vestiboli a cielo aperto, cui si accede tramite una ripida scaletta. La copertura di entrambe le camere è del tipo a fenditura, con una volta a ogiva scavata nella roccia, chiusa in alto da una serie di lastre di nenfro, mentre lungo la parete sinistra si trova un letto, scolpito nel macco che, nel caso della camera più a nord, è decorato da zampe a rilievo».

Tomba Gemina
Tomba Gemina: letto

I danni alla sepoltura sono abbastanza rilevanti. I tombaroli, per avere accesso, hanno perforato le porte che in antico erano sigillate da lastroni di nenfro; successivamente, dopo aver razziato il corredo cercando metalli preziosi, hanno richiuso il tutto.

Statuetta
Balsamari e coppa

Sotto le macerie della Tomba Gemina, gli archeologi, setacciando la terra smossa, hanno trovato frammenti di vasi di impasto lucidato a stecca sia con decorazioni incise sia con forme configurate. Inoltre, sono stati rintracciati frammenti di una statuetta fittile raffigurante una donna piangente, diversi vasi in bucchero inciso e dipinti in stile etrusco-geometrico (tra cui alcune brocche del Pittore delle Palme), antiche coppe euboiche del tipo “a chevrons”, elementi in ferro e legno e infine lacerti di una sottile lamina d’oro probabilmente residuo di un rivestimento prezioso asportato dai profanatori.

Oinochóe in bucchero
Anforetta in bucchero
Brocca in stile etrusco-geometrico

 

Brocca in stile etrusco-geometrico

«Tutto il materiale è stato ritrovato in frantumi – commenta ancora Maras – Probabilmente rotto intenzionalmente dagli scavatori clandestini per cercare immaginari tesori nascosti nei vasi. Per fortuna, però, i frammenti sono stati lasciati in terra e ora sono finalmente al restauro, per essere restituiti alla pubblica fruizione».

«In questo modo – conclude con soddisfazione il Soprintendente Margherita Eichberg – si porta a compimento la vocazione del Ministero della Cultura, attraverso una filiera unitaria che porta dalla tutela alla valorizzazione senza soluzione di continuità. L’intervento in somma urgenza si è reso necessario per porre rimedio a un danno; ma ora, grazie all’impegno degli archeologi della Soprintendenza, l’emergenza è stata trasformata in un’opportunità di conoscenza e promozione culturale».

La Tomba Gemina, a conclusione dello scavo, sarà lasciata a vista e così la Soprintendenza ha in programma di metterla in sicurezza con un’adeguata copertura, per poterne in futuro consentire l’apertura ai visitatori.

Intanto proseguirà da parte dei restauratori il lungo intervento di conservazione sui reperti, al termine del quale sarà possibile restituirli finalmente ai tarquiniesi e al pubblico.

Tomba Gemina
Materiali al restauro

 

Tomba Gemina
Materiali al restauro

Per foto e video si ringrazia la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale


2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

IL MINISTRO DARIO FRANCESCHINI E IL GENERALE ROBERTO RICCARDI PRESENTANO ALLA STAMPA I RECENTI RITROVAMENTI

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E TUTELA DEI BENI CULTURALI, RIENTRANO REPERTI DAGLI STATI UNITI E DA ALTRI PAESI. IL MINISTRO FRANCESCHINI PRESENTA I RECUPERI DEL 2021

La Dichiarazione di Roma, a conclusione dei lavori del G20 Cultura, aveva affermato la volontà comune dei Paesi membri di cooperare con crescente impegno per la tutela del patrimonio culturale.

https://www.classicult.it/rimpatriati-dal-belgio-782-reperti-il-piu-grande-recupero-archeologico-per-la-puglia/

Nei mesi scorsi sono stati diversi i segnali giunti in questa direzione. Recente la presentazione a Bari, presso il Castello Svevo, di 782 reperti archeologici della civiltà Daunia che erano stati esportati illecitamente nel Belgio, rimpatriati grazie all’impegno della Procura della Repubblica di Foggia e dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Bari, ma con l’indispensabile apporto dell’Autorità giudiziaria belga e il coordinamento di Eurojust.

https://www.classicult.it/operazione-taras-sgominato-traffico-oltre-2000-reperti-archeologici/

Più vicini nel tempo, il 10 dicembre, i risultati dell’operazione Taras, coordinata dalla Procura di Taranto e che ha visto all’opera, con la Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC, le forze di polizia di Germania, Olanda, Svizzera e Belgio. In questo caso sono stati oltre 2.000 i beni recuperati, prevalentemente riconducibili alle civiltà antiche della Puglia e della Basilicata. Gli oggetti sono stati rinvenuti con le perquisizioni a carico dei 13 indagati per associazione a delinquere, in provincia di Taranto prima che fossero espatriati e ancora una volta nel Belgio, importante mercato per i beni di settore.

L’ultima bella notizia proviene da Oltreoceano. Il 15 dicembre a New York, presso il nostro Consolato Generale, il Procuratore Distrettuale di Manhattan Cyrus Vance ha restituito all’Italia 201 pezzi pregiati che nell’arco degli ultimi decenni erano finiti negli USA, smerciati dai grandi trafficanti internazionali e acquisiti –a volte dopo vari passaggi di mano– da importanti musei, case d’asta, gallerie antiquarie e collezionisti privati. Il giorno dopo i Carabinieri del Tpc, che su quei reperti avevano indagato insieme ai colleghi di F.B.I. e H.S.I. (Homeland Security Investigations), hanno riportato a casa in aereo i tesori.

È molto vario il bottino confluito nel caveau di via Anicia dei detective dell’arte, che comprende sculture in marmo e teste in terracotta, antefisse e crateri, vasi e anfore, coppe e brocche, monete in argento. Sono opere d’arte e oggetti di uso comune di grande interesse storico, risalenti alle civiltà romana, etrusca, magnogreca e apula. La datazione si colloca fra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C., il valore complessivo può essere stimato in circa 10 milioni di euro.

Dei 201 reperti, 161 sono stati rimpatriati e 40 resteranno in mostra, fino al marzo 2022, presso il Consolato Generale d’Italia a New York e l’attiguo Istituto Italiano di Cultura. Spicca nel novero dei beni rientrati un interessante nucleo di pithoi, con decorazione “white on red”, tra cui si distingue quello che rappresenta l’accecamento di Polifemo da parte di Ulisse.

Sulla sinistra, pithos etrusco del VII sec. a.C. - Fordham Museum; sulla destra pithos etrusco del VII sec. a.C. - Getty Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

A questi si aggiungono alcuni vasi in impasto con decorazione incisa. Da segnalare un’anforetta ad anse cuspidate, di tipica produzione laziale, presente ad esempio a Crustumerium, sito archeologico in passato diffusamente interessato da scavi clandestini.

Anforetta con anse cuspidate del VIII sec. a.C. - Fordham Museum (da scavi clandestini in area Laziale)

Per continuare con la produzione etrusca, è molto interessante l’anfora a figure nere attribuita al Pittore di Micali.

Anfora etrusca a figure nere attribuita al Micali Painter del 540-530 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Passando all’ambito magno-greco, spicca il cratere a campana pestano attribuito a Python, unico ceramografo del luogo insieme ad Assteas di cui si conosca il nome, raffigurante Dioniso e un satiro.

Cratere a campana pestano attribuito a Python del 340 a.C. ca - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

È rappresentata anche la ceramica apula con due phialai, di cui una attribuita alla bottega del Pittore di Dario.

Sulla sinistra, phiale apula (Dario) del 340 a.C. - Fordham Museum, sulla destra phiale apula del 340 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

Quella attica è invece presente con una hydria a figure nere, attribuita al Gruppo di Leagros, che mostra sulla spalla Herakles che combatte il leone Nemeo, mentre sul corpo lo stesso eroe, dopo le fatiche, è sdraiato su kline affiancato da Atena, Hermes e Iolao.

Hydria attica a figure nere attribuita al Leagros Group del 510 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Tra i 40 reperti in mostra a New York, emerge la testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, del II sec. d.C., provento di rapina a mano armata perpetrata da ignoti il 18 novembre 1985 ai danni dell’Antiquarium dell’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere (CE).

Testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, II sec. d.C.

La testa è stata individuata nel settembre 2019 dalla Sezione Elaborazione Dati del Comando TPC e segnalata al Reparto Operativo, quale lotto d'asta del 28 ottobre successivo a New York. Il bene, che partiva da una base d’asta di 600.000 dollari USA, su richiesta dei Carabinieri è stato ritirato dalla vendita. Il dato è stato poi comunicato, fornendo gli elementi utili all’identificazione e alla rivendica, al dr. Matthew Bogdanos, responsabile dell’Antiquities Trafficking Unit del Manhattan District Attorney’s Office – County of New York (USA), che nel mese di giugno 2020 ha disposto il sequestro.

La vicenda, oltre a dimostrare come la restituzione alla collettività dei preziosi beni consenta la ricomposizione di percorsi storici, culturali e sociali, altrimenti leggibili solo parzialmente, costituisce prova della collaborazione consolidatasi, nel corso degli anni, tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e le Autorità Giudiziarie e di Polizia statunitensi, in particolare con il New York County District Attorney.

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, nel presentare oggi presso la sede del Comando TPC i reperti, ha illustrato i dati statistici del 2021 sul contrasto ai traffici illeciti dei beni culturali.

L’attività operativa dell’anno, fino a oggi, ha fatto registrare 261 verifiche sulla sicurezza in musei, biblioteche e archivi, 549 perquisizioni, 1.182 persone denunciate, 23.363 beni archeologici e paleontologici recuperati e 1.693 opere false sequestrate (con un valore, qualora immesse sul mercato come autentiche, di oltre 427 milioni di euro).

I furti di beni culturali sono stati complessivamente 334, così ripartiti: musei 12, luoghi espositivi 83, luoghi di culto 122, archivi 11, biblioteche 16, luoghi privati e pertinenze 90.

Sono stati 38.716 i beni d’arte controllati nella “Banca Dati Leonardo” e 1.700 i controlli alle aree archeologiche terrestri e marine, alcuni eseguiti in collaborazione con i Carabinieri del Raggruppamento Aeromobili o dei Nuclei Subacquei, 57 le persone denunciate per scavo clandestino.

Ammontano a 2.617 i controlli effettuati ad esercizi antiquariali, in parte svolti online anche su cataloghi d’asta, a 392 le verifiche a mercati e fiere.

Dall’inizio dell’anno i Carabinieri del TPC hanno effettuato 1.811 controlli a siti monumentali o paesaggistici (questi ultimi svolti d’intesa con il comparto Forestale dell’Arma), rilevando attività illecite e procedendo al deferimento di 225 persone e al sequestro di 10 immobili e 25 tra aree paesaggistiche o strutture (edificate senza le previste autorizzazioni) ricadenti in aree soggette a vincolo.

2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo, foto e video dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

2021 Italia traffico illecito beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Cultura: Franceschini, Italia leader nel contrasto al traffico illecito opere d’arte
Auspico rapida approvazione ddl inasprimento pene reati contro patrimonio culturale
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali
“Un recupero straordinario di 200 opere d’arte, di capolavori importanti e assoluti. In gioco non c'è soltanto il valore economico, ma quello identitario e culturale, che verrà sviluppato in tutta la sua potenza nel momento in cui le opere torneranno nei luoghi di provenienza da cui sono state trafugate”.
Così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, è intervenuto oggi alla conferenza stampa di presentazione dei recenti ritrovamenti frutto delle attività di contrasto al traffico illecito di beni culturali svolta dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e del resoconto del lavoro svolto nel corso del 2021.
2021 Italia traffico illecito beni culturali2021 Italia traffico illecito beni culturali
“Il lavoro dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale è eccellente e stimato in tutto il mondo ed è motivo d’orgoglio per l’intero paese che è ormai riconosciuto come leader nella lotta al traffico illecito di beni culturali. Questa operazione - ha aggiunto il ministro - rientra in quella che abbiamo portato al centro della Dichiarazione di Roma, documento finale del G20 Cultura, per sensibilizzare la comunità internazionale nel contrasto al traffico illecito di opere d’arte. Come per il progetto “100 opere tornano a casa” - ha proseguito Franceschini - anche questi reperti archeologici torneranno, grazie a un grande lavoro scientifico, nei musei territorialmente più affini a ciascuno di essi: sarà una grande operazione che valorizzerà il nostro straordinario Paese come museo diffuso”.

https://www.classicult.it/musei-cento-100-opere-arte-tornano-casa-depositi-pubblico/

Il ministro ha poi concluso con un riferimento al nuovo regime sanzionatorio dei reati al patrimonio culturale, al centro di un provvedimento legislativo da poco approvato all’unanimità dal Senato e ora all’esame della Camera dei Deputati:

“Sono sicuro che in un tempo molto breve il nuovo regime sanzionatorio diventerà legge e questo aiuterà molto a contrastare i traffici illeciti e a far capire quanto è grave danneggiare o rubare il patrimonio culturale del nostro paese che è la base di tutta la nostra storia”.
Roma, 30 dicembre 2021
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo dall'Ufficio Stampa e Comunicazione MiC

Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

OPERAZIONE TARAS

Sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici.

Da Taranto erano andati in Germania, Belgio, Olanda e Svizzera

A partire dal mese di febbraio del 2019, una complessa attività investigativa, condotta in Italia e all’estero dai Carabinieri della Sezione Archeologia del Reparto Operativo del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), in collaborazione con la Sezione di Polizia Giudiziaria – Aliquota Carabinieri della Procura della Repubblica di Taranto e coordinata dalla medesima Procura della Repubblica, ha portato al recupero di oltre 2.000 reperti archeologici magnogreci, risalenti al periodo compreso tra il VI e il II secolo a.C.

L’indagine, mirata a contrastare il traffico illecito di beni archeologici di provenienza italiana in ambito internazionale, è stata sviluppata a più riprese dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC di Roma. Lo spunto si è avuto quando i militari hanno scoperto che un noto indiziato di reati contro il patrimonio culturale alloggiava periodicamente presso un hotel di Monaco di Baviera, ove portava con sé diversi plichi, contenenti degli oggetti verosimilmente di natura archeologica. Visto il modus operandi del soggetto, già emerso in attività precedenti e risultato pressoché coincidente con le informazioni ricevute, è stata interessata la Polizia bavarese affinché fosse effettuato un immediato riscontro presso l’hotel individuato. La Polizia tedesca ha così accertato che la persona in questione vi era stata già diverse volte. I servizi successivi organizzati dalla Sezione Archeologia, insieme ai colleghi bavaresi, hanno appurato che il soggetto partiva in treno da Taranto e, attraversata l’Austria, arrivava a Monaco di Baviera, città ove pernottava per poi proseguire il viaggio, sempre in treno, verso Bruxelles (Belgio). La scelta di viaggiare con quel mezzo per raggiungere destinazioni così lontane, piuttosto che utilizzare il più comodo e rapido aereo, ha fatto intuire che si trattasse di un espediente per eludere eventuali controlli di polizia.

Le attività tecniche di investigazione hanno permesso di definire chiaramente i suoi spostamenti da Taranto verso l’estero. Nel mese di giugno 2019, per non far capire all’indagato che era stato individuato da un’Unità specializzata a lui ben nota, i Carabinieri del TPC lo hanno fatto controllare dalla Polizia Ferroviaria al Brennero: questa circostanza ha confermato le ipotesi investigative, dal momento che l’individuo è stato trovato in possesso di un’anfora. Gli esiti dell’indagine e i riscontri, già comunicati alla Procura della Repubblica di Roma, sono stati poi trasmessi alla Procura di Taranto per competenza.

Il seguito investigativo, sviluppato con l’utilizzo di accurate attività tecniche - intercettazioni telefoniche e ambientali, registrazioni video, servizi di Osservazione, Controllo e Pedinamento (OCP) in Italia e all’estero - nonché con numerose rogatorie e Ordini d'Indagine Europei (OIE) verso la Germania, il Belgio, l’Olanda e la Svizzera, ha fatto emergere un vasto traffico illecito di reperti archeologici, condotto da un sodalizio criminale ben strutturato e con importanti collegamenti all’estero. Nel mese di gennaio 2020 a Monaco di Baviera, su input degli operanti che ne avevano monitorato gli spostamenti, il principale indagato, arrestato dalla polizia tedesca, è stato trovato in possesso di diversi reperti archeologici di notevole interesse storico-scientifico, fra i quali spicca un elmo corinzio in bronzo.

Operazione Taras
Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

Nei mesi di giugno e luglio 2020, in collaborazione con la Polizia belga e quella olandese, sono state effettuate perquisizioni presso obiettivi localizzati in Belgio e in Olanda con servizi di osservazione e pedinamento. Un’abitazione di Bruxelles (Belgio) si è rivelata essere la base d’appoggio e il deposito del soggetto arrestato in Germania: lì infatti sono stati sequestrati circa MILLE reperti archeologici provenienti dall’Italia, perlopiù dall’area di Taranto e Provincia, risalenti al periodo compreso dal VI al II secolo a.C., tra cui: ceramiche a figure rosse, ceramiche miniaturistiche, ceramiche votive, corredi funerari, utensili in bronzo e un altro elmo corinzio in bronzo. Contestualmente sono stati individuati altri importanti reperti italiani provento di scavo clandestino, commercializzati a Bruxelles presso esercenti di settore inconsapevoli della loro provenienza illecita, nonché un laboratorio specializzato in restauri di oggetti d’arte antichi a Delft (Olanda), dove erano stati portati nel tempo diversi beni archeologici per i restauri propedeutici alla loro offerta sul mercato.

Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

Nonostante le limitazioni e le difficoltà dovute alla pandemia da COVID-19, gli accertamenti sono proseguiti. Si è configurata un’associazione criminale, ricalcante la filiera criminale tipica di questo settore, a partire dai cosiddetti “tombaroli” che riforniscono di reperti i ricettatori di primo e secondo livello, i quali a loro volta alimentano i trafficanti internazionali. L’individuazione di queste figure ha portato nell’ottobre scorso a eseguire nella provincia di Taranto perquisizioni presso le abitazioni dei soggetti coinvolti a vario titolo nel traffico illecito, giungendo al sequestro di ulteriori circa MILLE reperti, risalenti al periodo compreso tra il VI e il II secolo a.C., riferibili prevalentemente alle aree archeologiche tarantine, e in particolare: ceramiche a figure rosse, ceramiche miniaturistiche, ceramiche votive, corredi funerari, utensili in bronzo, lastre di coperture sepolcrali in terracotta, pregevoli monili in oro, nonché due sofisticati metal-detector e diversi strumenti per il sondaggio del terreno (spilloni). Sono state deferite 13 persone per associazione per delinquere, ricettazione, scavo clandestino e impossessamento illecito di reperti archeologici.

Durante le varie fasi delle attività investigative, sono stati individuati numerosi scavi clandestini in aree archeologiche di Taranto e Provincia, giungendo così a inquadrare i probabili siti di provenienza dei reperti sequestrati, grazie anche allo stretto rapporto di collaborazione con la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo di Taranto, che ha fornito un supporto anche per l’expertise dei beni.

Operazione Taras
Operazione Taras: sgominato un traffico di oltre 2000 reperti archeologici

L’epilogo delle indagini vede di nuovo l’arresto a Delft, in Olanda, pochi giorni fa, da parte della Polizia olandese in coordinamento con i Carabinieri TPC, del promotore dell’associazione criminale, già arrestato a suo tempo in Germania, nonché il sequestro di un ulteriore elmo corinzio in bronzo, che era stato affidato al citato laboratorio per il restauro. L’episodio è emblematico: nonostante la consapevolezza delle indagini in corso, il soggetto ha agito nella totale indifferenza per le eventuali conseguenze, a dimostrazione dell’entità del volume d’affari generato dal traffico illecito di reperti, evidentemente così remunerativo da giustificare i rischi e l’alta probabilità di essere scoperto.

Sono tuttora in corso, sia sul canale della cooperazione internazionale di Polizia che su quello giudiziario, grazie all’intensa e immediata collaborazione con Eurojust, Europol e Interpol, le attività per il rimpatrio di diversi beni localizzati in Olanda, Germania e Stati Uniti, provento del traffico illecito riconducibile a questa associazione a delinquere.

Taranto, 10 dicembre 2021

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Archeologia, Franceschini: Carabinieri eccellenza Italiana nel contrasto al traffico illecito opere d’arte
Approvare presto ddl contro i reati al patrimonio
“Ancora una volta i Carabinieri del Comando per la Tutela del patrimonio culturale dimostrano di essere un’eccellenza nella lotta al traffico illecito di opere d’arte”. Lo ha detto il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, nel giorno in cui i Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno presentato la complessa attività investigativa, condotta in collaborazione con la Procura di Taranto, che ha portato al recupero di 2.000 reperti archeologici. “Nella Dichiarazione di Roma, sottoscritta da tutti i paesi del G20, - ha ricordato il Ministro -  il traffico illecito di beni culturali è stato riconosciuto come grave crimine internazionale e tutta la comunità mondiale si è impegnata a combattere queste deplorevoli attività. Auspico adesso - ha concluso il Ministro - che l’iter della proposta di legge sull’inasprimento delle pene per i reati contro il patrimonio culturale, attualmente all’esame parlamentare, arrivi presto a una giusta conclusione”.

Testo dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero della Cultura


Carabinieri 11 mila reperti archeologici scavi clandestini

I Carabinieri TPC restituiscono oltre 11 mila reperti archeologici

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono allo Stato oltre 11 mila reperti archeologici provento di scavi clandestini

I Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Palermo, in collaborazione con la dipendente Sezione di Siracusa e il Comando Compagnia Carabinieri di Santo Stefano di Camastra, hanno sequestrato oltre 11 mila reperti archeologici provento di scavi clandestini.

Carabinieri 11 mila reperti archeologici scavi clandestiniL’attività è stata coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Patti e ha origine da una segnalazione pervenuta alla Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Messina su scavi clandestini avvenuti all’interno dell’area archeologica di “Halaesa Arconidea” nel territorio di Tusa (ME), sito risalente al 403 a.C.

Grazie agli immediati riscontri positivi ottenuti dal Nucleo TPC di Palermo, l’Autorità Giudiziaria ha emesso un decreto di perquisizione, la cui esecuzione ha permesso di sequestrare in due diverse abitazioni, a Caronia (ME) e a Siracusa, oltre 11.000 reperti archeologici costituiti da lucerne, pesi da telaio, testine, oscilla, tessere di mosaico, elementi in pasta vitrea, elementi in bronzo, frammenti ceramici di varia tipologia e risalenti a varie epoche (arcaica, a vernice nera, rosa, di età medioevale), corredati da “pizzini” con l’indicazione dei siti archeologici siciliani di provenienza, tra cui Himera, Morgantina e Megara Hyblea. È stata emessa una denuncia per ricerche archeologiche non autorizzate e impossessamento di beni culturali appartenenti allo Stato, reati previsti dal “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.

Carabinieri 11 mila reperti archeologici scavi clandestini

Questo recupero è il prodotto della mirata e costante attività di controllo e di monitoraggio dei siti archeologici siciliani svolta dal Comando TPC, in sinergia con i Comandi dell’Arma territoriale e gli Enti regionali di tutela, finalizzata anche all’individuazione di raccolte amatoriali non autorizzate dalle Autorità competenti, che causano danni irreparabili e permanenti nelle aree archeologiche.

L’operazione costituisce un importante segno della presenza dello Stato nella prevenzione e nella repressione dei reati contro il patrimonio culturale.

Testo, video e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Termopolio Regio V Pompei

Il Termopolio della Regio V. Dagli scavi nuovi dati per la ricerca

Lo scavo del Termopolio della Regio V, non solo scoperta straordinaria ma anche importante fonte per la ricerca e le abitudini dei pompeiani.

La Regio V di Pompei ha permesso nel corso di questi ultimi anni di apportare ulteriori conoscenze all’archeologia e alla storia della città antica, consentendo a studiosi di varia formazione, interessanti informazioni da aggiungere ad una storia che oramai si intendeva quasi del tutto conosciuta.

Già con il Grande Progetto Pompei si era potuto lavorare sulla messa in sicurezza dei fronti di scavo con la possibilità, il più delle volte, di approfondire ulteriormente le indagini. È il caso del termopolio individuato nel 2019, scavato in parte e solo recentemente portato interamente alla luce, ubicato nello slargo all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Dal primo scavo parziale erano emerse le decorazioni del bancone che presentano una bella Nereide a cavallo in ambiente marino e sul lato più corto forse una scena rappresentante la bottega stessa con tanto di anfore dipinte che poi sono riemerse davanti al bancone al momento dello scavo.

Le ulteriori analisi stratigrafiche hanno portato alla messa in luce di altre scene di natura morta, frammenti ossei pertinenti ad animali probabilmente macellati nella bottega e altri rinvenuti all’interno di recipienti ricavati nello spessore del bancone e contenenti cibi destinati alla vendita.

Anche una iscrizione burlesca emerge dai lapilli: “Nicia cinede cacator” si legge sulla cornice che racchiude il dipinto di un cane al guinzaglio; forse il nome di un liberto greco preso in giro da qualcuno, certamente non l’unica iscrizione spinta che si può leggere sui muri di Pompei!

Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Ma queste non sono le uniche novità dagli scavi. Interessante anche il ritrovamento di ossa umane sconvolte da scavi clandestini realizzati nel corso del XVII secolo. Secondo l’antropologa del Parco, alcune di queste sono pertinenti ad un individuo sulla cinquantina che al momento dell’arrivo della corrente piroclastica doveva trovarsi posizionato su un lettino o una branda, come testimonierebbe il vano per l’alloggiamento del giaciglio e anche la presenza di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto dei resti.

Altri resti ossei, rinvenuti all’interno di un grande dolio, forse riposti lì dai primi scavatori, verranno studiati successivamente assieme a tutto il materiale organico trovato nello scavo in collaborazione con università e dipartimenti in convenzione che permetteranno di affinare sempre più i dati a disposizione per la conoscenza del termopolio della Regio V.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

 

Con un lavoro di squadra, che ha richiesto norme legislative e qualità delle persone, oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione, tornando a essere uno dei luoghi più visitati in Italia in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa”.

Così il Ministro per i beni e per le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, ha commentato le nuove scoperte della regio V negli scavi di Pompei.

Oltre a trattarsi di un’ulteriore testimonianza della vita quotidiana a Pompei, le possibilità di analisi di questo Termopolio sono eccezionali, perché per la prima volta si è scavato un intero ambiente con metodologie e tecnologie all’avanguardia che stanno restituendo dati inediti", dichiara Massimo Osanna,  Direttore Generale ad interim del Parco archeologico di Pompei. "All’opera è un team interdisciplinare composto da un antropologo fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo: alle analisi già effettuate in situ a Pompei saranno affiancate ulteriori a analisi chimiche in laboratorio per comprendere i contenuti dei dolia  (contenitori in terracotta)”.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Altre analisi condotte dalla funzionaria antropologa del Parco di Pompei confermano, almeno in parte, che le pitture presenti sul bancone fossero una trasposizione artistica di ciò che era venduto nel termopolio della V.

Tra i dipinti infatti  vi sono raffigurate due anatre germane ed effettivamente un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, assieme a resti di suino, di caprovini, pesce e lumache di terra, preziosa testimonianza della dieta e dell’alimentazione degli abitanti di Pompei.

Anche le indagini archeobotaniche hanno fornito dati interessanti. Frammenti di quercia caducifoglie, forse pertinente ad elementi strutturali del bancone e soprattutto residui di fave intenzionalmente macinate trovate sul fondo di un dolio che doveva contenere vino trovano confronti con un’usanza che arriva direttamente da Apicio nel suo De Re Coquinaria (1,5) in cui si dice che le fave frammentate venivano usate per modificare il gusto e il colore del vino.

Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Anche un cane ha trovato la morte all’interno dell’esercizio commerciale. Non si tratta di un cane grosso come quello dipinto sul bancone tra le tante pitture, ma un esemplare di piccola taglia di età adulta.

Oltre a resti organici, nella bottega è emerso diverso materiale da dispensa e da trasporto, nove anfore, una patera di bronzo e altra ceramica comune da mensa.

I termopolia, il cui nome in greco ( comp. del gr. ϑερμός «caldo» e πωλέω «vendere») indicava un esercizio in cui si servivano bevande e pasti caldi, erano molto diffusi nelle città romane dove era abitudine consumare il pasto principale, il prandium, fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano 80 ma nessuno di questi presenta un bancone dipinto come quello ritrovato nella regio V.


ceramica bronzo

Nelle loro mani. Rimodellare la ceramica dell’Età del Bronzo Europea

Questo documentario mostra le sperimentazioni nel ricreare ceramica di quattro società europee dell’Età del Bronzo: El Argar, Únětice, Füzesabony e Vatin.

Il film In their hands. Reshaping pottery of the European Bronze Age (Nelle loro mani. Rimodellare la ceramica dell’Età del Bronzo Europea) sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante il pomeriggio di giovedì 15 Ottobre, aprendo alle ore 17:30 la sezione #cinemaearcheologia.

In their hands. Reshaping pottery of the European Bronze Age

Nelle loro mani. Rimodellare la ceramica dell’Età del Bronzo Europea

Nazione: Spagna, Germania, Ungheria, Serbia

Regia: Marcello Peres e Nicola Tagliabue, in collaborazione con Thomas Claus, Csaba Balogh, Vladan Caricic Tzar

Consulenza scientifica: Roberto Risch, Bettina Stoll-Tucker, Jànos Dani, Vesna Vuckovic

Durata: 32’

Anno: 2019

Produzione: Heracles Archaeology, ASOME - Universitat Autònoma de Barcelona

Sinossi:

La ceramica preistorica può convertirsi in una inesauribile fonte di ispirazione per i ceramisti attuali. Nel corso del documentario, le artigiane e gli artigiani sperimentano con la (ri)creazione di forme ceramiche estremamente lucidate di quattro società europee dell’Età del Bronzo: El Argar, Únětice, Füzesabony e Vatin. La telecamera accompagna da vicino i processi di fabbricazione di queste ceramiche, dalla ricerca della materia prima alla cottura del prodotto. Il film è composto da quattro capitoli, ambientati in Spagna, Germania, Ungheria e Serbia, ed è parte del progetto “Crafting Europe in Bronze Age and Today” (2018-2019) del programma Europa Creativa.

Trailer:

https://youtu.be/id-NQVBEmqE

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Cine de la Universitat Autonoma de Barcelona, 13 novembre 2019

Festival Internacional de Cine Arqueológico del Bidasoa, Irún, 20 novembre 2019

Informazioni regista:

Marcello Peres è un dottorando presso l’Universitat Autònoma de Barcelona.

Nicola Tagliabue ha iniziato la carriera come fotografo di moda e con reportage di eventi internazionali, specializzandosi poi nella fotografia in ambito commerciale: still life di prodotto, food and beverage. Dal 2010, con l’evoluzione del linguaggio visivo ha collaborato con diverse agenzie pubblicitarie sia come fotografo ma anche come regista e direttore della fotografia. In questi anni ha seguito la creazione di una serie di spot pubblicitari e cortometraggi. Co-fondatore di Heracles Archaeology, casa di produzione di documentari archeologici con sede in Spagna (a Barcellona) che gli ha fornito le basi per la realizzazione di programmi televisivi come Lineabianca di Rai1. Scrupoloso e perfezionista, sempre alla ricerca della massima qualità, realizza ogni suo lavoro partendo dal principio che “niente è nuovo al mondo, la differenza è come viene interpretato”.

Informazioni casa di produzione:

http://heraclesarchaeology.com/it/

https://grupsderecerca.uab.cat/asome/ca

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

LA7 Televisión, Región de Murcia (Spagna), servizio giornalistico su In Their Hands, 26 giugno 2019

Exarc Journal, Leiden (Olanda), articolo in rivista di archeologia sperimentale, 7 novembre 2019

Diario Vasco, San Sebastian (Spagna), articolo su In Their Hands, 20 novembre 2019

Scheda a cura di: Fabio Fancello

ceramica bronzo


olpe chigi protocorinzia

La ceramica protocorinzia e il capolavoro Olpe Chigi

La Grecia del VII secolo a.C., grazie alla ripresa di intensi scambi commerciali, viene permeata da motivi decorativi iconografici, da manufatti e da tecniche di lavorazione che provengono dalle regioni d’Oriente.

La definizione che si utilizza per identificare questo periodo, età orientalizzante, è un po’ ambigua; ciò che invece non lascia spazio a dubbi è che, sia dalle regioni della Anatolia a nord sia dai porti fenici a sud, iniziano a confluire in territorio ellenico grandi calderoni in bronzo caratterizzati da ornamenti raffiguranti animali fantastici (tra i quali sfingi, sirene, gorgoni, centauri che si opporranno agli eroi della mitologia), nuovi strumenti musicali, tessuti pregiati, calzari, profumi, nuove fogge di corazze ed elmi, statuette dal corpo modellato secondo canoni naturalistici che non tengono più conto della riduzione a forme geometriche tipiche del secolo precedente.

Gli influssi orientalizzanti si colgono in tutti i campi artistici: dal passaggio a forme di architettura sacra più esigenti (attraverso la sostituzione del materiale ligneo con l’introduzione di blocchi in pietra squadrata e l’invenzione del tetto in tegole) all’artigianato artistico, negli oggetti in bronzo, in pasta vitrea, in avorio, nelle coppe in oro e argento, realizzati con grande cura nelle botteghe degli orafi. Non è un processo omogeneo: alcune realtà, come Atene e più in generale l’Attica, saranno restie ad assorbire queste nuove mode; altre, invece, come ioni ed eoli, a più stretto contatto con le realtà asiatiche, si lasceranno travolgere dalle novità.

In questo periodo i santuari panellenici di Delfi, Olimpia e Samo attirano l’attenzione dei grandi dinasti orientali che si recano in questi luoghi sacri portando con se ricchi doni. Lo storiografo Erodoto (Storie, I, 14) ricorda i doni votivi al santuario di Delfi da parte di Gige, re di Lidia, e di Mida, re di Frigia: lo testimoniano le evidenze archeologiche. Nello stesso momento si verifica un’intensa diaspora di orientali verso la Grecia, in fuga dalla pressione degli assiri: questo spiega la presenza di parole orientali nella lingua greca, tra cui il termine tyrannos, probabilmente di origine lidia.

A proposito di tiranni, sotto un punto di vista strettamente storico-sociale le figure di questi nuovi personaggi politici si oppongono all’avidità della classe aristocratica e basano il loro consenso, facendo leva sulle vessazioni che le classi sociali inferiori subiscono dai governi aristocratici, e sullo squilibrio tra necessità della popolazione e risorse disponibili. Le più importanti tirannidi del VII secolo a.C. si registrano a Mitilene (Lesbo), a Megara, a Sicione e, soprattutto a Corinto.

Il Canale di Corinto oggi. Foto di Frank van Mierlo

Corinto è una delle città più all’avanguardia dell’epoca; fino alla metà del VII secolo a.C. è governata dai Bacchiadi e, ben presto, la sua importanza in ambito commerciale assume una dimensione “internazionale”, grazie anche ad una posizione geografica privilegiata: le ceramiche, prodotte in quantità industriale dagli artigiani, vengono esportate in tutto il Mediterraneo, sia ad Oriente che ad Occidente, assecondando la vocazione marinara della città.

Nella città dell’Istmo, già a partire dal 720 a.C., le fabbriche dei vasai iniziano ad adoperare la ruota del tornio ceramico, una novità introdotta a Corinto secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, e ad abbandonare l’uso dei caratteri geometrici, tipici del periodo artistico precedente, facendo uso degli elementi di originalità apportati dall’arte orientale.

Grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici è stato possibile ottenere una seriazione cronologica molto dettagliata dell’evoluzione della ceramica protocorinzia.

Le produzioni artistiche del Protocorinzio Antico, che si sviluppa dal 720 al 690 a.C., prediligono forme di piccole dimensioni, gli aryballoi, boccette quasi sferiche alte non più di 7 cm, sulla cui superficie si impongono prepotentemente figure animali realizzate con una linea di contorno che presenta ancora tratti geometrizzanti. Gli artisti non si lasciano sopraffare dall’impulso narrativo, piuttosto introducono elementi riempitivi a carattere floreale, rosette e spirali di chiara ascendenza orientale.

Il Protocorinzio Medio (690-650 a.C.) inaugura una serie di trasformazioni che riguardano sia la forma sia le decorazioni del vaso. L’aryballos assume una forma più slanciata e, nonostante la costante delle dimensioni ridotte, propone fregi miniaturistici straordinari, dove le figure sono disposte in fregi sovrapposti utilizzando un nuovo repertorio e una nuova tecnica. Gli elementi figurati, che adesso sono ispirati ai personaggi della mitologia, abbandonano completamente i criteri geometrizzanti e lasciano spazio all’estro artistico dei vasai.

In questo breve arco temporale si sperimentano tecniche decorative che ben si adattano alle nuove forme e alle nuove decorazioni presenti sulla superficie dei vasi: alla tecnica a figure nere, molto utilizzata nei decenni successivi, si affiancano la tecnica dell’incisione dei fregi umani ed animalistici (per esaltare i particolari del soggetto raffigurato utilizzando uno strumento metallico a punta sottile) e la tecnica della sovraddipintura (ottima per creare effetti policromi).

Nel Protocorinzio Tardo, il cui sviluppo si data dal 650 al 630 a.C., i pittori iniziano a cimentarsi con forme vascolari di dimensioni maggiori. Non producono solo piccoli aryballoi ma anche brocche di quasi 30 cm, dove sono prediletti fregi animalistici sovrapposti in successione e riempitivi di carattere floreale.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Tutte queste sperimentazioni raggiungono la massima potenzialità espressiva nell’Olpe Chigi.

Rinvenuta in una tomba etrusca a Veio (Etruria), l’olpe, una brocca a bocca rotonda utilizzata nei simposi per versare il vino nelle coppe dei commensali, risale al 640 a.C. circa e riflette il passaggio dal Protocorinzio Medio al Protocorinzio Tardo. Ha un’altezza di 26 cm e si tratta probabilmente di un dono o di un acquisto di un principe etrusco. Oggi questa meraviglia si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

La straordinarietà dell’Olpe Chigi sta nella presenza di fregi figurati complessi che fanno uso della tecnica a figure nere integrata abbondantemente con la policromia. Le scene raffigurate occupano gli spazi principali della brocca, ovvero la spalla nella parte superiore, la pancia in posizione centrale, e la parte sottostante.

Partendo dal basso verso l’alto si possono notare delle scene che, lette in sequenza, raccontano una storia: il programma iconografico rappresenta la successione di attività che un giovane aristocratico doveva sviluppare nel corso della sua vita per diventare un cittadino corinzio a pieno titolo e figurare tra coloro che combattevano in prima linea a difesa della città.

olpe chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Era consuetudine che i rampolli della classe aristocratica delle poleis greche, nel programma di formazione che erano tenuti a seguire, venissero avviati al combattimento fin dalla tenera età: la caccia alla lepre e alla volpe, animali incruenti, rappresentava una buona palestra per esercitare i riflessi. Superata questa fase, i giovani potevano mostrare il loro coraggio affrontando prove più rischiose, come la caccia al leone.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Non tutti riuscivano a sopravvivere, ma scampare alla morte significava poter ambire ad un matrimonio eccellente: è per tale motivo che nel punto di massima espansione del vaso, collocato tra una serie di efebi con doppia cavalcatura, campeggia l’unico episodio tratto dal repertorio mitico, ovvero il giudizio di Paride, da cui avrà luogo l’unione con Elena, la donna più bella del mondo antico.

La scena dello scontro tra opliti potrebbe alludere alla guerra di Troia, sorta proprio a seguito dell’unione tra il giovane troiano e la moglie di Menelao; e l’intento è senz’altro moraleggiante, con una nota di avvertimento in conseguenza di nozze giudicate sbagliate, cioè di un premio ottenuto ingiustamente. Elena era stata, infatti, offerta come contropartita a Paride dalla dea Afrodite per ottenere la vittoria nella contesa tra lei e altre due divinità, Atena ed Era, per stabilire chi fosse la più bella dell’Olimpo.

Questo complesso programma iconografico destinato ai corinzi viene reso con grande perizia dal pittore, che mostra di saper padroneggiare tutte le nuove tecniche della scuola protocorinzia, per rendere in pochi centimetri una serie di particolari molto dettagliati.

 

Olpe Chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Immagine dal libro di Knud Friis Johansen, Les Vases Sicyoniens. Étude archéologique, 2a ed., Paris : Copenhague, Edouard Champion : V. Pio - Povl Branner, 1923, pl. XXXIX. Immagine in pubblico dominio

Bibliografia:

  • Storia dell’arte greca, A. Giuliano, Carocci, Roma 2017.
  • Arte Greca, G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013
  • Il mondo dell'arte greca, T. Holscher, Einaudi, Torino 2008
  • Archeologia e stria dell’arte greca: storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica, P. E. Arias, Vol. 5, University of Michigan 1963.
  • Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, E. Lippolis – G. Rocco, Mondadori, Milano 2011.
  • L’Olpe Chigi. Storia di un agalma. Atti del Convegno Internazionale, E. Mugione – A. Benincasa, Pandemos, Paestum 2012.
  • Storie, Erodoto, Rizzoli Editore, Bologna 2008.

La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone

ceneri Statielli necropoli di Montabone
La locandina della mostra Le ceneri degli Statielli - La necropoli dell'età del Ferro di Montabone

Presso il Civico Museo Archeologico, sito nel Castello dei Paleologi di Acqui Terme (AL), dal 1 giugno del 2019 fino al 23 febbraio 2020 (poi prorogata al 29 marzo 2020), è possibile visitare la mostra “Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone”.

È una interessante occasione per poter ammirare i risultati degli scavi archeologici effettuati a seguito del ritrovamento di un sepolcreto a cremazione di Ligures Statielli risalente al II secolo a.C., rinvenuto casualmente nel 2008 durante gli scavi effettuati lungo la valle del torrente Bogliona, per la costruzione del metanodotto Snam Rete Gas nel tratto Oviglio-Ponti, in Piemonte provincia di Asti.

L’indagine archeologica effettuata sotto la direzione della dott.ssa Marica Venturino (Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte) ha interessato un’area di ca. 500 mq (17x29), nel fondovalle del torrente Bogliona, affluente del fiume Bormida, nei pressi del piccolo Comune di Montabone, situato su un colle (454 m s.l.m.) a 11.5 km da Acqui Terme. La necropoli si trova ad una profondità di ca 2 m. sotto l’attuale piano di campagna, sulla sinistra idrografica del torrente, lungo la strada provinciale 230.

La S.P. 230 ricalca l’antico tracciato di fondovalle che risale la collina per poi ridiscendere, collegando direttamente la zona con Canelli e Nizza Monferrato. Il ritrovamento della necropoli limitrofa ad esso, chiarisce definitivamente l’importanza di questo percorso e la sua esistenza già nell’età del Ferro, poiché accanto all’area cimiteriale sicuramente sorgeva il relativo centro abitato (collocato più a monte) edificato proprio lungo l’asse stradale. È noto che venne poi consolidato in età romana quando si trasformò nel tragitto secondario (staccandosi presso Terzo D’Acqui) della Via Aemilia Scauri per raggiungere Alba Pompeiana (Alba).

Gli scavi sono iniziati dopo il 2008 e nel 2010 si sono concluse le indagini sul terreno, seguite poi fino al 2019 dallo studio approfondito dei reperti rinvenuti: documentazioni radiografiche degli elementi cinerari del sepolcreto seguiti dal restauro degli stessi, analisi archeobotaniche sui resti e sui tessuti ritrovati nel sito, documentazione fotografica dei reperti ceramici, metallici e vetrosi, analisi antropologiche e faunistiche (effettuate dal Servizio di Bioarcheologia del Museo delle Civiltà di Roma), archeometriche su perle e bracciali di vetro (Università di Padova). Alla luce delle informazioni che le indagini hanno fornito si è giunti a stabilire che l’abitato ligure degli Statielli risalente alla seconda età del Ferro (ca. 260-150/140 a.C.) era probabilmente ubicato sul pianoro della “cascina Cecconia”, a monte della necropoli o sulle pendici della collina sulla quale attualmente si trova il paese di Castel Rocchero. Tale ipotesi è avvalorata da parecchi reperti archeologici e faunistici, oltre a sedimenti naturali, ritrovati presso il sepolcreto a fondovalle a testimonianza degli scarichi scivolati dall’abitato nell’alveo del torrente e poi ridistribuiti dalle acque in occasione di fenomeni alluvionali.

L’area cimiteriale risulta invece ancora in ottimo stato di conservazione ed è costituita da 17 sepolture, 13 delle quali con tumulo terraneo. È caratterizzata da recinti circolari e quadrangolari costituiti da pietra arenaria e ciottoli, all’interno dei quali veniva dispersa la “terra di rogo” come rituale di sacralizzazione dell’area e si trovano i pozzetti funerari coperti da ampie lastre di pietra e contenenti vaso cinerario e corredo funebre. La necropoli venne utilizzata nel II sec. a.C., abbandonata poi lentamente fino alla prima metà del I secolo d.C. forse per mancata manutenzione, incuria, episodi di ristagno idrico e fenomeni erosivi, adibito anche per breve periodo ad attività agricola con creazione di muretti in pietra e focolari. Faranno seguito dalla fine del I sec. d.C. una serie di alluvioni e la zona verrà nuovamente abitata, secondo le fonti, solo nel XVII sec. con la costruzione di una casa e relativa cascina di Giuseppe Ciconia della Bogliona.

Purtroppo in assenza di ritrovamenti dell’insediamento abitativo ligure, possiamo delineare le caratteristiche culturali degli Statielli insediatisi in quel luogo solo attraverso i reperti del sepolcreto: piccole porzioni di ceramiche di uso quotidiano e gli elementi dei corredi funerari.

Le ceramiche sono in stato di conservazione frammentario (essendo materiale di scarico dall’abitato scivolato a valle) ma nonostante la difficoltà di confrontare i piccoli frammenti ritrovati con forme intere, le principali tipologie sono olle e vasi situliformi a fondo piatto senza ornatura o con decorazioni a zig-zag semplici o doppi, o a fasce di linee parallele; olle biconiche con parete scanalata (simili alle urne cinerarie stesse della necropoli), scodelle troncoconiche a parete rettilinea o convessa con orlo obliquo e piede ad anello, bicchieri a colletti.

Gli oggetti ceramici dei corredi funebri (non eseguiti al tornio, con impasti diversi e dimensioni variabili) si limitano ad olle biconiche scanalate, scodelle a profilo articolato e bicchieri. Questo probabilmente per una consapevole scelta della comunità di non utilizzare contenitori simili per la quotidianità e per la ritualità funeraria.

I resti cremati dell’ individuo venivano sistemati all’interno di un’urna, insieme ad oggetti di abbigliamento e di ornamento, a pani carbonizzati posti sul rogo in onore del defunto e bicchieri colmi di birra non decantata (o idromele). Sono stati recuperati anche numerosi reperti in bronzo, preziosi elementi simbolo del prestigio del defunto: borchie a scudetto, placche a forma di 8 con funzione di fibbia che fa ipotizzare la presenza di cinture in materiale deperibile, forse cuoio, tipiche dell’abbigliamento degli Statielli, le armille, pendagli a secchiello, piccoli anelli e bottoni.

Le tombe femminili, generalmente più ricche di corredo funebre, sono caratterizzate da monili non bruciati sulle pire funerarie ma inseriti al momento della sepoltura (anelli in ferro con castonature forse in ambra) e con un maggior numero di fibule, borchie a scudetto, fusaiole (ad indicare l’attività tessile prettamente femminile all’interno della società), perle ad “occhi” e perline anulari.

Fibule, urne, scodelle, bicchieri ed anelli di ferro con castone

I vaghi trovati in grandissimo numero (113) sono un chiaro riferimento di adesione ai costumi celtici da parte dei Liguri, e venivano utilizzate in vita come monili ma anche come offerta all’interno delle sepolture. Sono di varia tipologia e di composizione differenti: da perlinature anulari blu trasparenti o blu violetto (circa 0.8/1.0 cm.), a perle più antiche dette ad “occhi” per la forma e le decorazione che presentano. Interessanti per la loro rarità sono le minuziose incisioni con scritte di matrice celtica sulla superficie delle perline blu, creata successivamente alla loro vetrificazione ed eseguita probabilmente con un bulino incandescente. L’iscrizione poteva fare riferimento a segni stellati o a possibili lettere iniziali del nome dell’artigiano stesso, quasi ad indicarne l’elevata maestria con un marchio individuale.

Gli utensili presenti nei tumuli sono pochi e rappresentati da lame di coltelli (una con manico forse in corno di cervo e custodia in fibra vegetale ormai mineralizzata) e rasoi (a lama sinuosa allungata e stretta verso la punta), ritrovati solo nelle sepolture maschili insieme a un numero limitato di fibule.

L’unica tomba differente dalle altre è la t8, bisoma, costituita da una presenza maschile che ha insolitamente un ricco corredo (4 fibule, perle ad anello e perline anulari e borchie a scudetto e placche a 8) rispetto alla presenza femminile che invece è scarna.

T8 – reperti corredo femminile
T8 – reperti corredo maschile

Il ritrovamento della necropoli risulta particolarmente importante: come già detto conferma l’esistenza di un collegamento viario nell’età del Ferro quindi precedente a quello Romano, fornisce nuove conoscenze sulla società dei Liguri Statielli, sui loro rapporti con il popolo celtico e sul loro insediamento all’interno di questo territorio. Inoltre questo nuovo materiale completa la sezione cronologica del museo archeologico dedicata ai Liguri Statielli (precedentemente scarna a causa della rarità dei reperti ritrovati e posti nelle sale rispetto a tutto il materiale d’epoca romana invece ridondante in esposizione e nei depositi).

Drammatica fu la fine di questa popolazione per mano del politico e comandante romano Marco Polilio Lenate, che arbitrariamente e contrariamente agli ordini del Senato Romano, nel 173 a.C., ne decise lo sterminio con le sue milizie presso l’oppidum di Carystum (probabile centro fortificato degli Statielli sulle cui ceneri sorgerà da parte dei Romani nell’89 a.C. Aquae Statiellae attuale Acqui Terme) e la deportazione come schiavi degli individui sopravvissuti.

La dottoressa Marica Venturino, che ha diretto gli scavi e sapientemente raccolto e gestito i risultati dell’indagine archeologica e delle analisi sui reperti provenienti dal sepolcreto degli Statielli, ha curato la pubblicazione di un volume monografico, il quarto nato dalla collaborazione tra il Museo Archeologico di Acqui Terme e la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Alessandria, Asti e Cuneo:

MARICA VENTURINO (a cura di) 2019, Le ceneri degli Statielli. La necropoli della seconda età del Ferro di Montabone, Aquae Statiellae – Studi di Archeologia 4, De Ferrari, Genova.

 

ceneri Statielli necropoli di Montabone
La copertina del volume di Marica Venturino (a cura di) 2019, Le ceneri degli Statielli. La necropoli della seconda età del Ferro di Montabone, Aquae Statiellae – Studi di Archeologia 4, De Ferrari, Genova 

Il volume è stato presentato in data 15/02/2020 nella sede del Comune di Acqui Terme alla presenza della curatrice stessa dott.ssa M.Venturino, l’Assessore alla Cultura Avv. A. Terzoli, il dott. F. Gambari (Direttore del Museo delle Civiltà di Roma), la dott.ssa E. Micheletto e dott. G. Leporati (Direttore del Museo Archeologico di Acqui Terme).

Le foto dalla mostra “Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone” sono di Claudia Musso


Oculos in morte minaces: riflessioni iconologiche intorno alla persuasione nel caso studio dell’anfora a collo distinto di Exekias

Oculos in morte minaces
Riflessioni iconologiche intorno alla persuasione nel caso studio dell’anfora a collo distinto di Exekias

̓͂Ω ̓Αχιλεὕ […]
τί ἤ νύ σε<υ> ἤπαφε δαίμων
θυμὸν ἐνὶ στέρνοισιν ̓Αμαζόνος ἔινεκα λυγρῆς
ἤ νῶιν κακὰ πολλὰ λιλαίετο μητίσασθαὶ;
καί τοι ἐνὶ φρεσὶ σῇσι γυναιμανὲς ἦτορ ἔχοντι
μέμβλεται ὡς ἀλόχοιο πολύφρονος ἤν τ' ἐπὶ ἕδνοις
κουριδίην μνήστευσας ἐελδόμενος γαμέεσθαι.

“O Achille […] quale dio ti ha stregato l’anima nel petto per la maledetta Amazzone che contro di noi macchina azioni malvagie? Una folle passione ti ha preso a tal punto l’animo da farti comportare come se si trattasse di una saggia sposa di cui tu chiedesti la mano, portando dei doni per ottenerla in giuste nozze?”

Prendiamo le mosse da questo passo di Quinto Smirneo[1], inerente parte di un dialogo tra Tersite e Achille, per evidenziare quanto possa essere pericoloso per l’uomo il fascino scaturito dalla seduzione femminile[2]. Quanto sia sottile la linea di demarcazione tra passione amorosa e pericolosità di morte lo sa bene Achille, che proprio per colpa di quella passione scaturita dallo sguardo della seducente regina delle Amazzoni, ha rischiato di rimanere proprio vittima di quello sguardo.

È bene anzitutto cercare di capire per quali dinamiche di fascinazione lo sguardo seducente della regina possa essere portatore di morte. Per questo motivo, è preferibile analizzare la questione da un punto di vista più generale, prima di addentrarci nel dettaglio iconografico dell’anfora di Exekias. Oggetto primario dell’analisi saranno appunto gli occhi, quel potente mezzo comunicativo capace di suscitare emozioni al contempo positive ma anche negative: lo stesso Platone, evidenziando il primato del loro potere tra tutti gli organi sensoriali[3], conferisce agli occhi la supremazia, in quanto mezzo tramite il quale si rende tangibile la conoscenza.

Come afferma anche Crisippo[4]: “nessun uomo di buon senso direbbe che sono gli occhi che vedono. È invece l’intelletto che vede per il tramite degli occhi.” Da questa concezione è facile capire di conseguenza il filo rosso che connette ὄψις, la vista - intesa come capacità di (pre)vedere e adattamento alle svariate situazioni - e μῆτις[5], l’astuzia, connotazione per eccellenza di esseri femminili, dal momento che si tratta di una forma particolare di intelligenza e pensiero, di cui l’occhio costituisce la qualità fondamentale[6].

Senza addentrarci in dinamiche che esulerebbero altrimenti la trattazione, è bene concentrarsi sulle funzioni dell’occhio quale “demarcatore emotivo tra ciò che è individualità interiore e ciò che invece costituisce la realtà esteriore”[7], secondo chiavi ontologiche che riconoscerebbero all’occhio la peculiarità di essere strumento psicoanalitico per eccellenza, in quanto capace di interagire direttamente con la parte più nascosta dell’animo.

Alla luce della testimonianza di Cicerone, secondo cui “la forza maggiore è nel viso, e nel viso il primo posto spetta agli occhi”[8], è possibile rimandare alla nozione cardine, intorno alla quale ruota, tra le altre cose, il focus di questo contributo: la persuasione[9].

Si sa, i Greci avevano una divinità per esprimere ogni tipo di sentimento, e in questo caso è chiaro il riferimento a Peitho, dea legata ad Afrodite[10], dall’ambiguità dello sguardo: è infatti Sofocle a ricordare che dietro il suo amabile e rassicurante sguardo può celarsi l’inganno e la falsità[11].

L’ambiguità di Peitho è da ricercare nell’analisi dei due attribuiti cardini della dea: thelktor (seducente/affascinante) e thelkiterion (incantesimo/fascinazione), il primo “ in riferimento al suo potere di sedurre i cuori e farli infiammare di passione, l’altro come apposizione della dea in quanto ispiratrice di parole persuasive”[12]. La fiamma grazie alla quale i cuori bruciano di passione è frutto del medium visivo[13].

Exekias Achilles PentesileiaExekias Achille Pentesilea
Anfora di Exekias. Londra, British Museum 1836.2-24.127 (BM 210). Foto di aaron wolpert, CC BY 2.0

Nell’anfora a collo distinto attribuita a Exekias, conservata al British Museum di Londra, si esemplifica
al meglio la particolarità della potenza dello sguardo seducente di Pentesilea, rivolto ad Achille in
procinto di ucciderla; quest'ultimo in un attimo viene come incantato dalla bellezza dell’Amazzone, tanto da
rimanere così estasiato che avrebbe potuto restare vittima di quella seduzione, se avesse esitato.

Le chiavi ermeneutiche contenute in quest’iconografia non mancano: la regina indossa un corto chitone
smanicato, ornato di riquadri con motivi geometrici a crocetta, con la pelle di pantera stretta in vita da
una cinta color porpora; per il resto la donna risulta armata alla maniera oplitica, con elmo ad alto
cimiero, schinieri, oplon, secondo un’impostazione compositiva che richiama la trasposizione
iconografica del duello di tipo eroico.

Le Amazzoni si distinguono per il colore del loro incarnato, bianco rispetto all’incarnato scuro che connota l’uomo perché in fondo, di donne si tratta: l’uso del bianco nella ceramica attica a figure nere contraddistingue le donne, andando a tradurre in immagine la lettura fisiognomica del dato biologico. Aristotele[14] infatti sostiene che l’incarnato chiaro è tipico dei vili e delle donne, infatti l’incarnato pallido costituisce una condizione fisiologica specifica del sesso femminile, in contrapposizione ad un colorito intermedio è quello corretto dell’uomo che vive al di fuori dello spazio dell’oikos, destinato invece alle donne.

Ma le Amazzoni non sono donne qualunque, si tratta di donne che vivono lo spazio riservato agli uomini, praticano la guerra essendo figlie di Ares, e costituiscono il sovvertimento di un ordine costituito, sono “anti-uomini”: per questo saranno un gruppo di uomini, accompagnati da Eracle, incaricati di riportare le amazzoni alla loro condizione di “donne addomesticate” e la loro condizione ontologica viene in ogni caso mantenuta
nella ceramografia tramite questo espediente dell’incarnato[15].

Ma ci sono altre peculiarità interessanti in questa rappresentazione: anzitutto la cinta che l’Amazzone tiene in vita, che non è solo simbolo del potere di Ares[16], ma anche allegoria dell’utero femminile, legato all’ambito familiare e sessuale[17].

E la pelle di pantera? Come ricorda Aristotele[18], le pantere simboleggiano l’inganno, l’attrazione: si
tratta della trasposizione simbolica del prototipo della seduzione femminile. Infatti, si tratta di un
animale in grado di attrarre le sue prede grazie all’emanazione di un particolare profumo, simbolo
per antonomasia della seduzione femminile[19].

Ad un greco del VI secolo a.C., la lettura di quest’anfora sarebbe stata chiarissima: si tratterebbe di un monito per l’uomo per salvaguardarlo dal potere seducente delle donne che, in virtù della loro bellezza, potrebbero indurre a passioni sregolate, desideri irrefrenabili in cui la ragione viene messa da parte. Ecco dunque il filo rosso che connette bellezza, desiderio, passione, follia: percorso paradigmatico dal quale l’eroe deve fuggire, ma da cui risulta impossibile non rimanere travolti[20].

[1] Q.S. 1, 723-728.
[2] Giuman 2005, 81.
[3] Pl. Ti, 45 B.
[4] SVF II, p. 232, 862 Arnim.
[5] Napolitano Valditara 1994, 89 ss
[6] Detienne, Vernant 1992, 11.
[7] Giuman 2013, 4.
[8] Cic. Or. 3, 221.
[9] Sul concetto di persuasione nel mondo greco: Kennedy 1963.
[10] Gross 1985, 16 ss.
[11] S. fr. 866 cfr. Kahn-Lyotard, Loraux 1989, 1217.
[12] Rizzini 1998, 117.
[13] Furiani 2003, 424.
[14] Arist., Phgn. 812a. 12.
[15] Giuman 2005, 38, 39.
[16] Giuman 2005, 98-102.
[17] Cfr. Giuman 2005, 93-97.
[18] Arist., HA 9, 612a, 12-16.
[19] Giuman 2005, 81-87.
[20] Giuman 2005, 80.

 

 

Bibliografia
- Indice autori moderni

Detienne, Vernant 1992 = M. Detienne, J.-P. Vernant, le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia,
Milano 1992.

Furiani 2003 = P. L. Furiani, L’occhio e l’orecchio nel romanzo greco d’amore: note sull’esperienza
del bello nelle Etiopiche di Eliodoro, in Studi di filologia e tradizione greca in memoria di Aristide
Colonna, a cura di F. Benedetti, S. Grandolini, Perugia 2003, pp. 417-441.

Giuman 2005 = M. Giuman, Il fuso rovesciato. Fenomenologia dell’amazzone tra archeologia, mito
e storia nell’Atene del VI e del V secolo a.C., Napoli 2005.

Giuman 2013 = M. Giuman, Archeologia dello sguardo. Fascinazione e baskania nel mondo classico,
Roma 2013.

Gross 1985 = N. P. Gross, Amatory Persuasion in Antiquity. Studies in Theory and Practice, Toronto
1985.

Kahn-Lytard, Loraux 1989 = L. Kahn- Lytard, N. Loraux, in Dizionario delle mitologie e delle
religioni, 2, a cura di Y. Bonnefoy, Milano 1989, pp. 1212-1224.

Kennedy 1963 = G. A. Kennedy, The Art Of Persuasion in Greece, London 1963.

Napolitano Valditara 1994 = L. M. Napolitano Valditara, Lo sguardo nel buio. Metafore visive e
forme grecoantiche della razionalità, Roma-Bari 1994.

Rizzini 1998 = I. Rizzini, L’occhio parlante. Per una semiotica dello sguardo nel mondo antico,
Venezia 1998.

- Indice delle fonti antiche
Aristotele
- HA 9, 612a, 12-16.
- Phgn. 812a. 12.
Cicerone, Or. 3, 221.
Crisippo, SVF II, p. 232, 862 Arnim.
Platone, Ti, 45 B.
Quinto Smirneo 1, 720-721.
Sofocle, fr. 866.