Da Ercolano importanti novità sulla dieta degli abitanti della città

Analisi sui resti umani di Ercolano hanno permesso di approfondire ulteriori informazioni sulla dieta degli antichi abitanti della città. Lo studio è stato condotto dalla Dott.ssa Silvia Soncin e dal Professor Olivier Craig ed è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances.

In collaborazione con l’Università di York dove si è svolto il lavoro di analisi anche altre prestigiose istituzioni italiane come il Parco Archeologico di Ercolano, il Parco Archeologico di Pompei e il Museo delle Civiltà di Roma.

Gli abitanti dell’antica città di Ercolano e i loro resti hanno offerto un’esperienza unica per l’analisi della vita in una comunità che visse e subì il medesimo destino. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso numerose sono state le vittime rintracciate nei fornici che si affacciano sull’antica spiaggia della città, esattamente 340 individui.

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Dieta Ercolano. Foto: Parco Archeologico di Ercolano

Studi di antropologia e di bioarcheologia hanno permesso di migliorare in maniera significativa studi diretti sul modo di vivere, eventuali patologie e dirette conoscenze, in generale, sulla società romana in un arco temporale ben preciso. In questo studio internazionale, 17 individui recuperati dai fornici sono stati sottoposti ad analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto degli aminoacidi che compongono il collagene osseo al fine di ricostruirne la dieta con maggiore dettaglio e precisione.

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Spiaggia Antica di Ercolano. FOTO: paErco

Una comparazione tra fonti storiche ed analisi dirette ha permesso di chiarire che vi fosse un accesso alimentare differenziato fra uomini e donne. L’analisi degli aminoacidi – dice il Professor Craig – ha permesso di quantificare tali differenze e di riflettere sulle cause. Lo studio ha inoltre previsto alcuni prelievi di resti botanici da Ercolano ed in particolare di cereali e legumi. I risultati isotopici ottenuti dai cereali, insieme a quelli del collagene di specie animali e marine, sono stati utilizzati per il confronto con i valori determinanti per gli umani. Ad emergere chiare differenze fra uomini e donne nel consumo in particolare di pesce e prodotti animali.

Gli Ercolanesi consumavano una quantità di proteine dei prodotti della pesca superiori a quello delle donne, mentre queste avevano una dieta molto più ricca in prodotti animali. Questo studio innovativo dal punto di vista bioarcheologico è stato confrontato con dati associati a popolazioni contemporanee e in proporzione il risultato è che il consumo di pesce ad Ercolano è risultato superiore rispetto agli abitanti del Mediterraneo della seconda metà del secolo scorso.

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Ercolano, foto: Alessandra Randazzo

Silvia Soncin riferisce: “Gli uomini erano più probabilmente maggiormente impegnati nella pesca e in altre attività marittime, generalmente occupavano posizioni più privilegiate nella società, e venivano liberati dalla schiavitù in età più giovane rispetto alle donne. Tutti questi fattori probabilmente facilitavano il loro accesso a prodotti alimentari più costosi, come il pesce fresco.”

La dieta seguita dagli antichi abitanti di Ercolano – interviene il Direttore del parco Archeologico Francesco Sirano - non ci racconta solo delle abitudini alimentari ma ci mette anche di fronte ad una società organizzata secondo canoni assai diversi da quella odierna. Un mondo dove l’accesso abitudinario a determinati alimenti dipendeva non dalla fame o dalla possibilità di acquisto, ma da fattori culturali: il genere, la condizione  sociale, la provenienza geografica dei componenti della comunità locale. Ercolano si conferma un laboratorio unico per l’avanzamento della conoscenza non solo guardando al passato ma anche e soprattutto, direi, al futuro e alle mille possibilità di innovazione e di miglioramento della qualità della vita che possono derivare dall’attivazione degli insegnamenti della storia, piuttosto che dalla semplice raccolta di dati. Il parco Archeologico di Ercolano è impegnato nella promozione di studi internazionali intorno alla ricostruzione sotto molteplici aspetti di un mondo la cui vita cessò in poche ore, ma la cui memoria attiva risuona tuttora nella mente e nell’animo di chi voglia ascoltarla.”

 


La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Cereali, legumi, prodotti caseari e carne nella dieta di Çatalhöyük

L'analisi dei lipidi assorbiti dalla ceramica ha rivoluzionato lo studio delle diete e della cucina del passato; si tratta tuttavia di una tecnica che ha i suoi limiti. Un nuovo studio, pubblicato su Nature Communications, espone ora l'analisi delle proteine estratte dalle antiche ceramiche dall'insediamento di Çatalhöyük, nell'Anatolia centrale. Con questo nuovo approccio si è riusciti a identificare gli alimenti contenuti in ciotole e giare dall'antico insediamento, con uno spettro e una risoluzione senza precedenti.

Un sommario delle proteine identificate: sulla sinistra quelle sul lato interno del frammento, sulla destra i depositi calcificati sul lato interno. Credit: Jessica Hendy; Hendy et al. 2018

Gli studiosi del Max-Planck-Institut für Menschheitsgeschichte, della Freie Universität di Berlino e dell'Università di York sono così scesi nei dettagli della dieta di questi agricoltori di ottomila anni fa. Hanno così mostrato come questa comprendesse cereali, legumi, prodotti caseari e carne, in alcuni casi giungendo addirittura a individuare le singole specie.

 

Depositi calcificati antichi e moderni a Çatalhöyük. Credit: Ingmar Franz; Hendy et al. 2018

Gli agricoltori che abitavano a Çatalhöyük costruivano le loro case una di fronte all'altra in ogni direzione. L'insediamento, che si trova in quella che è l'attuale Turchia centrale, fu abitato tra il 7100 a. C. e il 5600 a. C. ed è oggetto di intense ricerche da venticinque anni. I resti ceramici esaminati nella ricerca in questione datano tra il 5900 e il 5800 a. C.; siamo quindi verso la fine dell'occupazione del sito.

I prodotti caseari provenivano principalmente da ovini e caprini, ma pure da bovini. Le ossa di questi animali son state ritrovate nel sito e in passato si sono estratti pure grassi del latte dai resti ceramici, ma è la prima volta che si identificano quali animali si utilizzavano per il loro latte. I cereali identificati sono invece orzo e frumento, i legumi comprendevano piselli e veccie. La carne proveniva da ovini e caprini, e in alcuni casi da bovini e cervidi.

Uno degli aspetti più interessanti è dato dal fatto che le prove fanno desumere che gli abitanti di Çatalhöyük mescolassero gli alimenti nella loro cucina, creando porridge e minestre. Ci sarebbero anche prove della realizzazione di prodotti caseari e si suggerisce che gli abitanti separassero cagliata e siero di latte, e che utilizzassero quest'ultimo per scopi ulteriori in seguito. Insomma, sembrerebbe che le attività casearie possano rimontare qui al sesto millennio a. C., con l'utilizzo di latte di vacca, pecora e capra.

Tuttavia, i ricercatori sottolineano pure come sia ben possibile che gli alimenti consumati a Çatalhöyük fossero persino di più, in particolare per quanto riguarda quelli di origine vegetale. La tecnica utilizzata, con approcci proteomici "shotgun", purtroppo dipende dal database a disposizione, e questo in futuro potrà essere ampliato a quelle specie vegetali che oggi non sono rappresentate o sono rappresentate limitatamente. In ogni caso il nuovo approccio ha dimostrato con questo studio tutte le sue straordinarie potenzialità.

 

Çatalhöyük. Credit: Jason Quinlan

Lo studio Ancient proteins from ceramic vessels at Çatalhöyük West reveal the hidden cuisine of early farmers, di Jessica Hendy, Andre C. Colonese, Ingmar Franz, Ricardo Fernandes, Roman Fischer, David Orton, Alexandre Lucquin, Luke Spindler, Jana Anvari, Elizabeth Stroud, Peter F. Biehl, Camilla Speller, Nicole Boivin, Meaghan Mackie, Rosa R. Jersie-Christensen, Jesper V. Olsen, Matthew J. Collins, Oliver E. Craig ed Eva Rosenstock, è stato pubblicato su Nature Communications 9 (2018).


Cereali nelle sepolture di 7000 anni fa in Nubia e Sudan

22 Ottobre 2014 - 9 Febbraio 2015
journal.pone.0110177.g001
 
[Dall'abstract:] Lo studio dello sfruttamento e delle prime forme di utilizzo dei cereali in Africa ha visto negli anni un grande utilizzo di resti macrobotanici essiccati o bruciati. Questo scritto presenta i risultati di uno dei pochi esempi in Africa di analisi microbotaniche. Tre contesti relativi a tombe ricche in depositi di fitoliti e di tartaro di 20 individui sono stati analizzati da due cimiteri neolitici nel Sudan del Nord e Centrale. [...] I suddetti fitoliti mostrano cereali domestici del Vicino Oriente nel Sudan del Nord, almeno 7000 anni fa, lo sfruttamento del miglio (selvatico, adattato alla savana) nel Sudan centrale tra i 7500 e i 6500 anni fa, e grani di amido relativi a frumento, orzo, leguminose. Queste prove dimostrano il consumo di cereali domestici del Vicino Oriente nell'Africa Orientale, 500 anni prima di quanto ritenuto.
journal.pone.0110177.t003
Lo studio "Microbotanical Evidence of Domestic Cereals in Africa 7000 Years Ago", di Marco Madella, Juan José García-Granero, Welmoed A. Out, Philippa Ryan, Donatella Usai, è stato pubblicato su PLOS One.
Link: PLOS One; Past Horizons
Figure 1. Map showing the location of R12 and Ghaba, as well as other settlements in Egypt and Sudan mentioned in the text. Da PLOS One, © 2014 Madella et al., Creative Commons Attribution License.
Table 3. Plant microremains recovered from dental calculi from Ghaba and R12. Da PLOS One, © 2014 Madella et al., Creative Commons Attribution License.