angeli elementi marmorei chiese Guardia Sanframondi

Restituiti elementi marmorei trafugati da chiese di Guardia Sanframondi

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono elementi marmorei trafugati da chiese di Guardia Sanframondi

Il 19 ottobre 2021 alle ore 11:00, presso la Chiesa di San Sebastiano a Guardia Sanframondi (BN), il Vice Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), Col. Danilo OTTAVIANI, ha restituito 4 preziosi angeli in marmo, trafugati da due chiese del luogo, al parroco Don Giustino DI SANTO, in presenza del Vescovo di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata de’ Goti, S.E.R. Mons. Giuseppe MAZZARAFO, e del Sindaco di Guardia Sanframondi, dott. Raffaele DI LONARDO.

Sono stati riconsegnati due angeli da capo altare in marmo bianco, con decorazioni a drappo di foglie e frutta, opera di bottega campana del XVII secolo, asportati il 13 dicembre 1989 dalla Chiesa di San Sebastiano a Guardia Sanframondi:

angeli elementi marmorei chiese Guardia Sanframondi
Restuituiti elementi marmorei trafugati alle chiese Guardia Sanframondi

I due angeli sono stati recentemente rimpatriati dalla Francia, dov’erano stati localizzati nella disponibilità di un collezionista inglese che, ignaro della provenienza illecita, li aveva acquistati circa 20 anni prima da un antiquario napoletano, durante un soggiorno in Italia. In previsione di un trasferimento in Portogallo, il collezionista aveva deciso di vendere gli angeli, affidandoli a un antiquario di Avignone, ma in questo frangente sono stati individuati dai Carabinieri e bloccati con l’intervento dell’omologo corpo speciale della polizia francese O.C.B.C. (Office Central de lutte contre le trafic des Biens Culturels). Venuto a conoscenza dell’effettiva provenienza furtiva dei beni, il collezionista ha deciso di restituire gli angeli alle autorità italiane. Così, all’esito di una trattativa stragiudiziale, condotta da militari della Sezione Antiquariato del Reparto Operativo TPC, al comando del Cap. Saverio Loiacono, e coordinata dalla Procura della Repubblica di Benevento, diretta dal Procuratore dott. Aldo Policastro, nel luglio scorso le opere sono state rimpatriate grazie alla proficua collaborazione con l’Ambasciata di Francia a Roma. La riconsegna ufficiale è avvenuta nel corso di una solenne cerimonia presso la sede diplomatica citata, in presenza dell’Ambasciatore francese Christian MASSET e del Generale di Brigata Roberto RICCARDI, Comandante dei Carabinieri TPC che, a sua volta, ha restituito beni culturali sottratti alla Repubblica francese e recuperati in territorio italiano.

Sono state inoltre restituite due sculture in marmo bianco raffiguranti putti alati o cherubini, opera di bottega campana del XVII – XVIII secolo, asportate in epoca antecedente al 19 gennaio 1999 dalla Chiesa del Convento di San Francesco a Guardia Sanframondi, ove erano collocate ai lati del terzo altare della navata destra:

angeli elementi marmorei chiese Guardia Sanframondi
Restuituiti elementi marmorei trafugati alle chiese Guardia Sanframondi

Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, approfittando delle chiusure post terremoto, diversi luoghi di culto di Guardia Sanframondi sono state oggetto di sciacallaggio, con lo smembramento e il trafugamento di numerosi elementi marmorei brutalmente distaccati dagli altari delle chiese e immessi nel fiorente mercato clandestino dell’antiquariato.

I due putti alati sono stati recuperati presso un’attività antiquariale nel cuore di Milano, rintracciati dai militari TPC, nel corso di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma – pool Tutela del Patrimonio Artistico, diretto dal Procuratore Aggiunto dott. Angelantonio Racanelli, presente alla cerimonia. Sono stati ricostruiti i vari passaggi di mano delle opere fino alla vendita originaria, eseguita nel 2001 da un noto antiquario romano, a cui erano pervenute a seguito della morte del padre, anch’egli antiquario e collezionista di marmi. Nonostante il tempo trascorso, i beni sono stati riconosciuti dall’anziano sacerdote che nel 1999 aveva sporto la denuncia, Don Fausto Carlesimo, Preposito della congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, ente proprietario della Chiesa, ma anche dal successore e attuale parroco Don Giustino Di Santo.

Di fondamentale importanza per l’individuazione di tutti i beni è risultata la comparazione delle immagini degli oggetti sequestrati con quelle contenute nella “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti”, gestita dal Comando TPC, il più grande database del mondo, con oltre 6 milioni di beni culturali censiti.

Ma altrettanto fondamentale è risultata la catalogazione dei beni storico-artistici delle chiese di Benevento e provincia, svolta in modo lungimirante, sin dai primi anni Settanta, dall’allora Soprintendenza alle Gallerie per la Campania, oggi denominata Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Caserta e Benevento, diretta dal dott. Mario PAGANO, per l’occasione, rappresentata dalla dott.ssa Paola CONIGLIO, funzionario storico dell’arte per la provincia di Benevento.

Queste restituzioni testimoniano l’importanza della collaborazione fra i Carabinieri TPC, gli Uffici Diocesani dei Beni Culturali e i funzionari delle Soprintendenze, sviluppata anche attraverso la divulgazione della pubblicazione “Linee Guida per la Tutela dei Beni Culturali Ecclesiastici”, realizzata nel 2014, nell’ambito della collaborazione tra il Ministero della Cultura, l’Arma dei Carabinieri e la Conferenza Episcopale Italiana, che concilia le esigenze di protezione dei beni ecclesiastici, colpiti spesso da azioni criminose, e quelle devozionali.

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Paolino di Nola

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

Il 15 maggio 1909, dopo quasi un millennio di assenza, le reliquie di Paolino facevano ritorno alla sua amata Nola. Queste erano state traslate – o forse sarebbe meglio dire trafugate – da Nola nel IX secolo da Sicardo di Benevento (†839): il Ducato di Benevento dalla metà del secolo precedente aveva avviato una politica di appropriazione di reliquie dai territori limitrofi, che se da un lato rispondeva al bisogno di salvare i corpora sanctorum da scorrerie saracene o incursioni e devastazioni barbariche, dall’altro era tesa al rafforzamento del prestigio della città e della sua Chiesa1.

Paolino di Nola Duomo reliquie
Urna con le reliquie di Paolino di Nola, presso il Duomo. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Sappiamo, infatti, che dall’VIII secolo in poi Benevento accumulò un ricco tesoro di reliquie tra cui vale la pena ricordare quelle di Massimo, vescovo di Nola, Gennaro, vescovo di Napoli, l’apostolo Bartolomeo, Deodato di Nola, vescovo dopo il nostro, Trofimena da Amalfi e Paolino2. Interessante il fatto che Benevento si riappropriasse del “suo” Gennaro e che fossero non pochi i santi nolani traslati. Mentre per altri santi possediamo un testo della translatio a Benevento, per il vescovo nolano purtroppo siamo sprovvisti di un racconto.

L’unica fonte che accerta la presenza del corpo di Paolino a Benevento è la Chronica monasterii Casinensis (II, 24), che riporta più o meno intorno all’anno 1000 la notizia del successivo trasferimento delle reliquie da Benevento a Roma.

Anno tertio abbatis huius, qui est millesimus ab incarnatione dominica, prefatus imperator Beneventum venit et causa penitentie, quam illi beatus Romualdus inuxerat, abiit ad montem Garganum. Reversusque consequenter Beneventum petiit a civibus corpus sancti Bartholomei apostoli. Qui nichil tunc ei negare audentes habito cum archiepiscopo, qui tunc eidem urbi presidebat, consilio corpus beati Paulini episcopi, quod satis decenter apud episcopium aiusdem civitatis erat reconditum, callide illi pro corpore apostoli obtulerunt, et eo sublato recessit huiusmodi fraude deceptus. Quod postquam rescivit, nimium indignatus corpus quidem confessoris, quod detulerat, honorifice satis ad Insulam Rome recondidit, evestigio autem Beneventum regressus obsedit eam undique per tempus aliquod, se d nichil adversus eam prevalens Romam reversus est3.

Leone di Ostia racconta che Ottone III, dopo il pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano, visitò Benevento e richiese il corpo dell’apostolo Bartolomeo. Non volendo perdere il prestigio di una così preziosa reliquia, il vescovo Alfano optò per una sostituzione di corpi: Paolino fu dato all’imperatore al posto di Bartolomeo! Ad Ottone III non sfuggì l’inganno ma preferì portare il corpo a Roma, deponendolo presso l’Isola Tiberina. Qui, secondo la tradizione successiva, Ottone avrebbe portato anche il corpo di Bartolomeo, e qui, per più di 8 secoli, le spoglie mortali di Paolino riposarono4.

Il 28 maggio 1900, in occasione del pellegrinaggio nolano a Roma per l’Anno Santo, il vescovo Agnello Renzullo rivolse a papa Leone XIII la richiesta per ottenere il Corpo del Santo. In realtà tale richiesta era stata già avanzata qualche anno prima dal vescovo Giuseppe Formisano a Pio IX5. La domanda del vescovo Renzullo fu accompagnata da un volume, che raccoglieva «i voti di tutto l’Episcopato Campano e dei fedeli della Diocesi raccolte per Parrocchia»6. L’11 marzo successivo Leone XIII ordinò la ricognizione del corpo in vista della restituzione7. In quell’occasione Luigi Ranieri, decano del capitolo della cattedrale, diede alle stampe la dissertazione sulla restituzione delle reliquie: De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio8.

La scomparsa di Leone XIII nel 1903, purtroppo, bloccò la faccenda che rimase in sospeso fino al 1908. Il 1 settembre il vescovo Renzullo si rivolse al nuovo pontefice Pio X; toccando la corda sentimentale in occasione del giubileo sacerdotale del pontefice, confortato dal comune desiderio dell’Episcopato campano e quasi desiderando il ritorno di Paolino come contrapposto per Giordano Bruno, cui allude alla fine della lettera, così gli scrisse:

Agnello Renzullo Vescovo di Nola espone e domanda alla Santità Vostra quanto segue. Possano i secoli ed il nome del gran Vescovo Paolino non si cancella dalla memoria di questo gregge Nolano, né scema in esso il vivo desiderio più che millenario di ricevere le amate ossa di Lui, rapite dai Longobardi e poscia da Benevento trasportate nell’alma Roma.
Fu tante volte fatto ricorso ai Romani Pontefici per la grazia della restituzione, ma vari ostacoli impedirono sempre l’esaudimento delle nostre preghiere.
Non è molto, all’immortale Vostro Predecessore furono presentate le suppliche di tutto l’Episcopato Campano, di molti Municipi della regione e di molti corpi morali; ma la sospirata grazia non poté essere concessa.
Ora, in quest’anno del Vostro Giubileo Sacerdotale, anno in cui l’Augusto e Magnanimo cuore vostro è disposto a dispensare le maggiori grazie, io, conscio dei voti dei miei Confratelli e dei miei figliuoli, raccolgo in me le preghiere di tutti e le umilio al Vostro Soglio Pontificio, implorando istantissimamente che concediate la grazia a maggior gloria di Dio, a maggior venerazione del gran Santo, a documento del Vostro Giubileo Sacerdotale, ad incremento della nostra pietà, a contrapposto solenne in questa città all’infausta memoria e monumento del frate apostata nolano9.
Nella ferma speranza di essere esaudito, mi prostro con la massima devozione al bacio dei Sacri Piedi ed imploro l’Apostolica Benedizione.10

Il papa accolse volentieri la richiesta e già il 10 settembre diede il consenso, apposto di sua mano in calce alla lettera di mons. Renzullo. Il 28 febbraio 1909 lo stesso vescovo ne diede lieto annuncio alla Diocesi, in una notificazione entusiastica in cui tesseva le sue lodi per Paolino, santo del Clero, dei Religiosi, del Laicato, dei Reggitori dei popoli, dei Nobili, degli Artisti, dei Letterati, dei Coniugati, dei Plebei, dei Poveri e degli Afflitti, sintetizzandone così il poliedrico spessore umano, intellettuale e spirituale11.

Alle ore 11,00 del 14 maggio 1909 avvenne in Vaticano la consegna delle ossa. Erano presenti accanto al vescovo di Nola gli allora vescovi di Piedimonte, Acerra, Castellammare di Stabia e Gaeta, i principi Filippo e Giuseppe Lancellotti, la marchesa Filiasi, il sindaco di Nola, dott. Felice De Sena e altri sindaci della Diocesi. Alle 17,05 del 15 maggio le reliquie di Paolino arrivarono a Nola su un treno speciale e furono accolte da una folla gioiosa, che le accompagnò fino alla Chiesa del Carmine dove rimasero per la notte. Il giorno successivo furono portate in Cattedrale, dopo una processione di circa quattro ore. In Cattedrale, tra l’altro riaperta dopo la ricostruzione proprio in quell’anno, le reliquie furono esposte alla venerazione fino al 23 maggio, giorno in cui furono richiuse nell’urna e processionalmente collocate nell’attuale cappella laterale12.

Duomo di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Fu notato che il definitivo ritorno di Paolino a Nola, dopo il suo primo arrivo come governatore della Campania e il successivo trasferimento dopo la conversione e l’ordinazione presbiterale, avvenne esattamente 1500 anni dopo la sua elezione a vescovo nel 40913. Tantissime furono le manifestazioni anche letterarie in occasione di tale evento, raccolte nel 1990 in un volume del Centro Studi e Documentazioni su Paolino di Nola, frutto di un convegno tenuto nel 1989 nell’ottantesimo anniversario della traslazione di Paolino14.

Paolino di Nola
Statua in cartapesta di San Paolino di Nola, sulla punta del giglio. Foto di Achille Battimelli, in pubblico dominio

Piace concludere con una curiosità e con qualche verso di Paolino. La curiosità. Quando il vescovo Renzullo inviò la sua richiesta al papa, la sua lettera fu accompagnata da altre 12 scritte da vescovi campani, nella quale si mostravano entusiasti della proposta di mons. Renzullo di proclamare Paolino protettore dei Seminari Campani15. La richiesta forse su solo un proposito, che per altre vie e in forme più grandi si sarebbe avverata nel 2016, quando Paolino fu proclamato patrono di tutta la Campania insieme a San Gennaro.

La basilica paleocristiana di Cimitile, con le tombe di san Felice e san Paolino di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

I versi. Paolino fu profondamente legato a Nola e, in particolare a Cimitile, tant’è che la preferì alla Gallia e alla Spagna e, quando poté celebrare il primo dies natalis dell’amato san Felice ricorda la tanta strada percorsa tra pericoli e amore per raggiungerlo. Queste le parole rivolte a Felice, che ce lo rendono umanissimo e vicinissimo, bramoso come tutti di tornare alla patria del cuore:

Ex illo qui me terraque marique labores
distulerint a sede tua procul orbe remoto,
nouisti; nam te mihi semper ubique propinquum
inter dura uiae uitaeque incerta uocaui.
Et maria intraui duce te, quia cura pericli
cessit amore tui, nec te sine; nam tua sensi
praesidia in domino superans maris aspera Christo;
semper eo et terris te propter tutus et undis. […]
Sis bonus o felixque tuis dominumque potentem
exores, liceat placati munere Christi
post pelagi fluctus mundi quoque fluctibus actis
in statione tua placido consistere portu.
Hoc bene subductam religaui litore classem,
in te conpositae mihi fixa sit anchora uitae.

Tu conosci quali peripezie per terra e per mare da quel tempo mi abbiano tenuto lontano dalla tua dimora in un paese remoto; infatti ti ho invocato sempre e dovunque a me vicino tre le asperità del viaggio e le incertezze della vita. E mi accinsi a percorrere i mari sotto la tua guida, perché la preoccupazione del pericolo cedette per amore di te, né senza il tuo aiuto; ho sentito infatti la tua protezione superando in Cristo Signore le insidie della navigazione; con la tua protezione sempre avanzo sicuro e per terra e per mare. […] Sii benigno e favorevole ai tuoi devoti e prega il Signore potente affinché sia concesso a noi, che dopo i flutti del mare placato per la grazia di Cristo, superati anche i flutti del mondo, ci fermiamo nella tua casa come in placido porto. A questo lido ho ormeggiato la mia nave felicemente giunta a riva16.

L'argomento è stato già trattato dall'autore sul sito della Diocesi di Nola.

1 Cf. G. Luongo, Alla ricerca del sacro. Le traslazioni dei santi in epoca altomedievale, in A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990, pp. 33-34.

2 Ivi, pp. 35-36.

3 MGH SS. 34, p. 208.

4 Filippo R. De Luca riporta la notizia di ben tre ricognizioni del corpo, avvenute rispettivamente nel 1711, nel 1806 e nel 1867 (cf. F.R. De Luca, I documenti relativi alla traslazione del corpo di S. Paolino conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 41-42).

5 Presumibilmente tra il 1855 e il 1878.

6 De Luca, I documenti relativi…, p. 42.

7 Sappiamo che cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona e titolare della Basilica di S. Bartolomeo sull’Isola tiberina si era opposto, temendo di perdere così importanti reliquie; cf. De Luca, I documenti relativi…, p. 42 e p. 44.

8 L. Ranieri, De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 64-121.

9 Si tratta di Giordano Bruno.

10 Appello del vescovo Agnello Renzullo a Papa Pio X per la restituzione del corpo di S. Paolino in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 123-124.

11 Agnello Renzullo, Notificazione del ritorno del corpo di S. Paolino, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 141-145; l’elogio di Paolino si trova a p. 144.

12 Il resoconto di quelle giornate fu pubblicato nel «Bollettino religioso per la Diocesi di Nola» – Anno VIII – n. 86 – Giugno 1909, che si può leggere in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp.149-163.

13 Ivi, p. 163.

14 A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990.

15 De Luca, I documenti relativi…, p. 45.

16 Paul. Nol. carm. 13, vv. 10-17. 31-35; trad. italiana in A. Ruggiero, Paolino di Nola. I carmi, Strenae Nolanae 6, Marigliano 1996, pp. 214-217.


Lusiadi

I Lusiadi e l'epica portoghese, tra orientalismo ed esotismo

Dal 1500 divenne una prassi dimenticare le vicende dei paladini carolingi o ai cavalieri della tavola rotonda e ispirarsi agli eroi contemporanei o ai condottieri delle crociate. L'esempio più illustre di questo atteggiamento poetico è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, dove gli eroi delle crociate come Goffredo di Buglione o Tancredi appartengono alla storia della conquista cristiana della Terra Santa. La passione di Tasso relativa alle vicende dei primi crociati si traduce in un rinnovato interesse per liberare il Santo Sepolcro, la Gerusalemme Liberata fu l'elisir che avrebbe dovuto ispirare tutti i cavalieri della cristianità; si denota la seria intenzione di creare il poema epico moderno. Sullo stesso piano di Torquato Tasso si staglia la figura di Luís Vaz de Camões (1524-1580), l'autore dei Lusiadi (1572) è sospinto dagli stessi eventi storici che hanno influenzato la Gerusalemme Liberata a creare un poema eroico e soprattutto nazionale.

Il poeta portoghese si ispira ugualmente a un personaggio storico e allo stesso tempo leggendario: Vasco de Gama. Il poema di Camões è un attacco alle finte epopee del passato, siano esse le gesta cavalleresche dell'Orlando Furioso o i mitici viaggi delle Argonautiche di Apollonio Rodio e Valerio Flacco. Camões si aggancia alla scrittura più classica, a testi come l'Odissea e l'Eneide, tanto che Gozzano lo etichetterà «pallido emulatore di Virgilio». I suoi eroi sono uomini che colonizzano e combattono per il Portogallo e contro nuovi mondi, come Ulisse a Troia per la gloria dei Greci e durante i suoi vagabondaggi mediterranei o come Enea, fondatore di una dinastia millenaria in lotta contro i latini, protetto dai penati salvati dalle ire degli Achei.

I Lusiadi, Canto IV, 87. Immagine di Igordeloyola, FAL

I Lusiadi condividono con la Gerusalemme Liberata l'interesse per l'Oriente, a cominciare dalla mitologica descrizione dell'aurora e dell'esotico cielo asiatico (Canto I Lusiadi, e IX Gerusalemme Liberata). L'Oriente “portoghese” è notevolmente più vasto e, nel canto X, a Vasco de Gama viene profetizzato il destino del Portogallo che da piccolo regno iberico diventerà un impero. Oltre al fascino che l'Oriente esercita su Torquato Tasso è necessario prendere in considerazione il punto di vista dell'Autore italiano sui popoli che non appartengono alla religione cristiana.

E qui specifico che non si parla esclusivamente di musulmani ma di quel vaso di Pandora in cui sono contenuti anche i popoli delle Nuove Indie occidentali. Se ad Est c'è l'Oriente infedele che ha conquistato la città santa di Gerusalemme, ad Ovest corrisponde il Nuovo Mondo selvaggio da civilizzare e cristianizzare. Basti vedere il canto XV, dove la Fortuna descrive i popoli oltre le colonne d'Ercole con "barbari costumi ed empi" tratteggiando i connotati di una (in)civiltà animalesca. Gli stessi stilemi usati dal poeta dei Lusiadi nel primo canto "Gli indigeni cresciuti sulla costa non han di leggi e civiltà nozione".

Nella versione, detta riformata, della Gerusalemme Liberata, cioè la Conquistata, affiorano ancora più ossessivamente i contrasti tra la civitas christiana e le barbarie dei popoli infedeli, gli eroi di queste genti sono sempre politeisti o idolatri e quindi degli incivili. Differentemente, i crociati guidati da Goffredo di Buglione sono chiamati «buon popolo di Cristo», «la gente fedel», e così via. Gli Arabi sono oltremodo dipinti malevolmente nella Gerusalemme Conquistata: «Arabi avari e ladroni in ogni tempo o mercenari» (canto IX), «Feccia del mondo, Arabi inetti» (canto IX).

Altro punto che accomuna il poeta portoghese e l'italiano è l'odio per i Turchi, ma la visione di Tasso è certamente più radicale; l'Islam è l'incarnazione del male e rovina del mondo. L'Oriente stesso smette di essere un luogo geografico ma diventa un piano demoniaco, estraneo alle terre cristiane e labirinto di magie oscure e blasfeme. Innegabilmente, Torquato Tasso è affascinato da questo mondo (basta leggere la Liberata), ma nella versione riformata il reale viene distorto e enfatizzato. Anche la sensualità orientale viene condannata e attaccata, invece Camões - seguendo maggiormente l'epos classicheggiante - fa ristorare i marinai portoghesi tra le affettuose attenzioni delle ninfe di un'isola incantata.

La Gerusalemme Conquistata orientalizza l'Oriente, come direbbe Edward Said, l'Oriente è visto e concepito solamente con il punto di vista cristiano-occidentale e per questo è (ir)reale. Infatti gli stereotipi non finiscono mai, l'Oriente è la terra dei despoti, dei traditori e degli usurpatori. Anche Camões condivide questi punti di vista, mettendo in luce il suo eurocentrismo, i popoli africani sono senza legge, avari e incolti. Il mondo asiatico e quello africano nel poema di Camões sono considerati inferiori, non toccati dalla religione cristiana e dalla cultura classica, questi spazi geografici sono l'ultimo gradino dell'humanitas.

Siamo di fronte a un paradosso, l'interesse congiunto di Tasso e Camões per i fatti storici, la geografia e per la verità scompare quando si deve descrivere il mondo orientale: contraddizioni, iperboli, pregiudizi, mistificazioni esotiche e leggendarie sono solo alcuni degli elementi che serpeggiano tra i due grandi poemi eroici. Ma l'Oriente favoloso affascina anche positivamente l'autore portoghese che si dilunga in curiose e divertenti descrizioni etnografiche dei popoli incontrati dal navigatore Vasco de Gama.

Alla spontaneità dei lusitani, i lusiadi-portoghesi, si contrappone sempre il dispotismo orientale indiano-islamico dei regni a cui approdano i naviganti iberici. I musulmani o gli indiani sono falsi, spergiuri e ipocriti oltre che perfidi e malvagi.

Lusiadi
La tomba di Luís Vaz de Camões al Monastero dos Jerónimos a Belém. Foto di Joaquim Alves Gaspar, CC BY-SA 3.0

Ovviamente l'aspetto diabolico e corrotto del mondo africano-asiatico non serve da contraltare al mondo europeo, quest'ultimo non è risparmiato dalle critiche aperte di Camões. L'Europa è corrotta e nessuna nazione può rivaleggiare contro l'umile e onesta popolazione portoghese. Tutti gli aspetti negativi sembrano scomparire davanti all'opulenza delle civiltà asiatiche o delle corti islamiche, l'esotismo è forte nel poema Lusiadi e Camões viaggiatore e uomo di cultura non resiste al fascino delle spezie, dei mari ignoti e delle bellezze orientali.

In Tasso e Camões sono notevoli e numerose le convergenze di pensiero riguardo l'Islam e l'Oriente, ma sono presenti anche diverse divergenze che ho cercato di far risaltare. Camões è attratto culturalmente dall'Oriente e non soffre - a differenza di Tasso - della pressione della Chiesa della Controriforma, non deve forzare la sua visione dell'Oriente. La sessualità non è un male equiparabile alla demoniaca eresia musulmana, l'Oriente è la culla di meraviglie e tesori che gli occidentali non possono comprendere. Tasso, seppur inizialmente interessato al Vicino Oriente, non riesce a non mistificarlo e demonizzarlo; Gerusalemme sarà sempre corrotta dal male, finché non sarà liberata dai mostri pagani dei musulmani. Non rientrando pienamente nella definizione di poema cavalleresco, I Lusiadi connotano felicemente gli interessi eroici, cristiani e culturali di un autore simbolo del rinascimento portoghese, criticato aspramente dagli studiosi per le numerose incongruenze logiche ma apprezzato da tutti i portoghesi che hanno voluto sognare.

Un plauso va all'editore Schegge Riunite per aver riproposto finalmente un testo così importante per letteratura rinascimentale e moderna.

Lusiadi
La copertina del poema I Lusiadi di Luís Vaz de Camões, pubblicato dall'editore Schegge Riunite

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Eldorado El Dorato

Il mito di El Dorado: un revival medievale nelle Americhe

Il mito di El Dorado
di Antonio Fichera – Maurizio Reina de Jancour

Un revival medievale nel nuovo mondo

Eldorado (1848)

Vestito di tutto punto,
Un coraggioso cavaliere,
Al sole e all'ombra,
Aveva viaggiato a lungo,
Cantando una canzone,
Alla ricerca di Eldorado.

Ma diventò vecchio-
Questo cavaliere così audace-
E sul suo cuore un'ombra-
Calò, quando non trovò
Nessun pezzo di terra
Che somigliasse all'Eldorado.

E, quando le forze
Alla lunga lo abbandonarono,
Incontrò un'ombra pellegrina-
“Ombra,” lui chiese,
“Dove può essere-
Questa terra d'Eldorado?”

“Oltre le Montagne
Della Luna,
Giù per la Valle delle Ombre,
Cavalca, cavalca col sangue freddo”
Rispose l'ombra-
“Se cerchi l'Eldorado”

[Edgar Allan Poe, da Il Corvo e tutte le poesie, traduzione di Alessandro Manzetti, Independent Legions Publishing ]

In seno alla letteratura odeporica (di viaggio) notiamo come l'uomo medievale riversi tutte le sue fantasie in fantasmagoriche terre remote, in particolare quelle orientali. Dalle prime esplorazioni nell'impero Mongolo di Giovanni Pian del Carpine, a Guglielmo di Rubruk e alle ben più celebrate spedizioni di Marco Polo il locus asiatico tramutò inesorabilmente in un altro mondo popolato da portenti magici e bizzarrie varie. Tale trasformazione del resto era già in atto durante la cultura classica grazie alle immaginifiche descrizioni di Erodoto delle terre egizie e persiane, agli esoticismi curiosi descritti da Arriano nell'India o nella satira narrativa di Luciano di Samosata. Ad alimentare questo orientalismo fantastico arrivò anche la Chiesa cattolica e il mondo cavalleresco, rispettivamente con i testi legati al Prete Gianni (mistico sovrano cristiano che nascondeva il suo ricchissimo regno in inaccessibili terre asiatiche) e ai poemi/romanzi cavallereschi con protagonisti Alessandro Magno o paladini carolingi/arturiani persi nelle terre degli infedeli.

Il mito di una terra rigogliosa, ricca, opulenta e di difficile collocazione si radicò facilmente per tutto il medioevo (e oltre) a ogni latitudine, dal paese della Cuccagna di sapore provenzale al paese dei Bengodi descritto da Boccaccio nel Decameron, per poi essere usato come metafora satirica da Sebastian Brant ne La Nave dei folli o come elemento di fascinazione nelle opere di Lope de Rueda nel cinquecento spagnolo.

Proprio il mondo ispanico sarà il principale protagonista di questa folle caccia delle mirabilia asiatiche grazie ai viaggi di Cristoforo Colombo del 1492. Sappiamo che all'inizio gli esploratori e gli intellettuali del XVI secolo credevano di aver trovato la rotta per raggiungere l'Oriente, in particolare il Cipango (Giappone) la terra dove i sovrani abitavano palazzi dai tetti d'oro, passando per l'Occidente. Quando l'Europa sbarcò sulle coste americane fu davvero convinta di essere entrata in contatto con il Giappone e l'India. I meravigliosi paesaggi lussureggianti, i primi contatti pacifici con gli indigeni e i doni ricevuti come offerte di ospitalità alimentarono la convinzione degli spagnoli di essere giunti alle famose isole della Macaronesia (isole dei beati) e quindi nel Regno del Prete Gianni o nel dorato Cipango.

Eldorado El Dorato
Il Lago Parime (Parime Lacus) su una cartina di Hessel Gerritsz (1625). Situata sulla riva occidentale del lago, Manõa o El Dorado. Immagine in pubblico dominio

Il mito di El Dorado nasce quindi con queste istanze, è il frutto di una proteiforme traslazione del repertorio mitico, folclorico e odeporico del mondo europeo in queste nuove terre. In sintesi l'orientalismo coltivato per secoli in Asia viene trapiantato nelle americhe, portando a una nuova distorsione perpetua e locale dei miti europei. Il vello d'oro degli Argonauti, le misteriose amazzoni (guarda caso il Rio delle Amazzoni e la foresta amazzonica derivano dalla mitologia greca e dai nomi usati dall'esploratore Francisco de Orellana), e l'età aurea dell'antichità classica vengono rievocati soavemente nelle nuove Indie, ciò che non era mai stato scoperto dagli europei per tutto il Medioevo ora è alla portata di mano dei coraggiosi hidalgos che con spirito picaresco e cavalleresco si sobbarcano responsabilità e pericoli pur di soddisfare la sete di gloria, ricchezza e per onorare la corona spagnola.

Il libro edito dalla ASEQ Edizioni di Roma e scritto a quattro mani da Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour ripercorre con sintetica capacità l'architettura mitica de El Dorado, dal pallido vociferare dei soldati spagnoli a mito trainante della conquista delle nuove terre, fino alla codificazione di una vera e propria leggenda aurea amerinda che ingolosì non solo avventurieri e cavalieri ma anche le sfere ecclesiastiche e politiche di Spagna, Portogallo e delle forze interessate alle Americhe. Il saggio inoltre è arricchito da numerose immagini e fotografie, cartine e citazioni d'epoca che rendono la lettura coinvolgente e fruibile a tutti. Tale edizione a mio avviso è il perfetto vandemecum per iniziare uno studio del fenomeno El Dorado e delle sue implicazioni storico-culturali, poiché oltre a tratteggiare una genealogia del mito offre diversi apparati critici di livello: come una lista ben documentata delle principali spedizioni esplorative e militari perpetrate dai paesi coinvolti nella conquista, lista che si connota anche degli sviluppi del dialogo/scontro tra conquistadores e Inca, Maya e Aztechi; si conclude nel tratteggiare le più interessanti scoperte archeologiche (false, probabili e verificate) degli ultimi anni. Inoltre presenta una nutrita bibliografia saggistica delle fonti secondarie poiché delle crónicas ispaniche (fonti primarie, insieme alle epistole di funzionari ispanici e ecclesiastici) gli autori ne discutono ampiamente nei capitoli centrali. Il mito di El Dorado quindi è anche un invito allo studio del mito e del periodo storico, una perfetta introduzione a lavori più di nicchia che possono essere compresi con questa lettura preliminare ma ottima, figlia della collana Antropos.

El Dorado
La copertina del libro Il mito di El Dorado di Antonio Fichera e Maurizio Reina de Jancour per ASEQ Edizioni

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Ignoranza nel Clero e una cerimonia matrimoniale nella Spagna degli ultimi secoli di Medio Evo

9 Maggio 2015
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Si ritiene normalmente che un uomo di Chiesa nel Medio Evo conoscesse i fondamenti teologici, la liturgia e i sacramenti, e conseguentemente che fosse in grado di  parlare il Latino, lingua fondamentale della liturgia. Uno studio pubblicato su eHumanitas evidenzia invece come ci siano prove in senso contrario, riguardo il Clero spagnolo degli ultimi secoli di Medio Evo. Parecchi appartenenti ad esso sarebbero stati poco istruiti e assai poco abili nel parlare quella lingua.
A testimoniarlo sarebbe anche la letteratura, ad esempio nella leggenda del tredicesimo secolo “El clérigo ignorante” nei Milagros de nuestra Señora, di Gonzalo de Berceo, che parla di un sacerdote rimproverato dal Vescovo in quanto in grado di dire solo una messa, e più per abitudine che per reale conoscenza. Il narratore di Lazarillo de Tormes (1544) lancia invece in modo divertente l'accusa ai sacerdoti ordinati più sulla base del denaro che della conoscenza. Non si tratta purtroppo di casi isolati. Il punto di partenza dello studio è un documento, Sacramentum matrimonii, con parti in Latino e parti nella lingua locale, che erano proprio quelle da comprendere e che costituivano le istruzioni sulla base delle quali si agiva. Il documento supporta perciò quanto si legge nella letteratura.
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