Paolino di Nola

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

Il 15 maggio 1909, dopo quasi un millennio di assenza, le reliquie di Paolino facevano ritorno alla sua amata Nola. Queste erano state traslate – o forse sarebbe meglio dire trafugate – da Nola nel IX secolo da Sicardo di Benevento (†839): il Ducato di Benevento dalla metà del secolo precedente aveva avviato una politica di appropriazione di reliquie dai territori limitrofi, che se da un lato rispondeva al bisogno di salvare i corpora sanctorum da scorrerie saracene o incursioni e devastazioni barbariche, dall’altro era tesa al rafforzamento del prestigio della città e della sua Chiesa1.

Paolino di Nola Duomo reliquie
Urna con le reliquie di Paolino di Nola, presso il Duomo. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Sappiamo, infatti, che dall’VIII secolo in poi Benevento accumulò un ricco tesoro di reliquie tra cui vale la pena ricordare quelle di Massimo, vescovo di Nola, Gennaro, vescovo di Napoli, l’apostolo Bartolomeo, Deodato di Nola, vescovo dopo il nostro, Trofimena da Amalfi e Paolino2. Interessante il fatto che Benevento si riappropriasse del “suo” Gennaro e che fossero non pochi i santi nolani traslati. Mentre per altri santi possediamo un testo della translatio a Benevento, per il vescovo nolano purtroppo siamo sprovvisti di un racconto.

L’unica fonte che accerta la presenza del corpo di Paolino a Benevento è la Chronica monasterii Casinensis (II, 24), che riporta più o meno intorno all’anno 1000 la notizia del successivo trasferimento delle reliquie da Benevento a Roma.

Anno tertio abbatis huius, qui est millesimus ab incarnatione dominica, prefatus imperator Beneventum venit et causa penitentie, quam illi beatus Romualdus inuxerat, abiit ad montem Garganum. Reversusque consequenter Beneventum petiit a civibus corpus sancti Bartholomei apostoli. Qui nichil tunc ei negare audentes habito cum archiepiscopo, qui tunc eidem urbi presidebat, consilio corpus beati Paulini episcopi, quod satis decenter apud episcopium aiusdem civitatis erat reconditum, callide illi pro corpore apostoli obtulerunt, et eo sublato recessit huiusmodi fraude deceptus. Quod postquam rescivit, nimium indignatus corpus quidem confessoris, quod detulerat, honorifice satis ad Insulam Rome recondidit, evestigio autem Beneventum regressus obsedit eam undique per tempus aliquod, se d nichil adversus eam prevalens Romam reversus est3.

Leone di Ostia racconta che Ottone III, dopo il pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano, visitò Benevento e richiese il corpo dell’apostolo Bartolomeo. Non volendo perdere il prestigio di una così preziosa reliquia, il vescovo Alfano optò per una sostituzione di corpi: Paolino fu dato all’imperatore al posto di Bartolomeo! Ad Ottone III non sfuggì l’inganno ma preferì portare il corpo a Roma, deponendolo presso l’Isola Tiberina. Qui, secondo la tradizione successiva, Ottone avrebbe portato anche il corpo di Bartolomeo, e qui, per più di 8 secoli, le spoglie mortali di Paolino riposarono4.

Il 28 maggio 1900, in occasione del pellegrinaggio nolano a Roma per l’Anno Santo, il vescovo Agnello Renzullo rivolse a papa Leone XIII la richiesta per ottenere il Corpo del Santo. In realtà tale richiesta era stata già avanzata qualche anno prima dal vescovo Giuseppe Formisano a Pio IX5. La domanda del vescovo Renzullo fu accompagnata da un volume, che raccoglieva «i voti di tutto l’Episcopato Campano e dei fedeli della Diocesi raccolte per Parrocchia»6. L’11 marzo successivo Leone XIII ordinò la ricognizione del corpo in vista della restituzione7. In quell’occasione Luigi Ranieri, decano del capitolo della cattedrale, diede alle stampe la dissertazione sulla restituzione delle reliquie: De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio8.

La scomparsa di Leone XIII nel 1903, purtroppo, bloccò la faccenda che rimase in sospeso fino al 1908. Il 1 settembre il vescovo Renzullo si rivolse al nuovo pontefice Pio X; toccando la corda sentimentale in occasione del giubileo sacerdotale del pontefice, confortato dal comune desiderio dell’Episcopato campano e quasi desiderando il ritorno di Paolino come contrapposto per Giordano Bruno, cui allude alla fine della lettera, così gli scrisse:

Agnello Renzullo Vescovo di Nola espone e domanda alla Santità Vostra quanto segue. Possano i secoli ed il nome del gran Vescovo Paolino non si cancella dalla memoria di questo gregge Nolano, né scema in esso il vivo desiderio più che millenario di ricevere le amate ossa di Lui, rapite dai Longobardi e poscia da Benevento trasportate nell’alma Roma.
Fu tante volte fatto ricorso ai Romani Pontefici per la grazia della restituzione, ma vari ostacoli impedirono sempre l’esaudimento delle nostre preghiere.
Non è molto, all’immortale Vostro Predecessore furono presentate le suppliche di tutto l’Episcopato Campano, di molti Municipi della regione e di molti corpi morali; ma la sospirata grazia non poté essere concessa.
Ora, in quest’anno del Vostro Giubileo Sacerdotale, anno in cui l’Augusto e Magnanimo cuore vostro è disposto a dispensare le maggiori grazie, io, conscio dei voti dei miei Confratelli e dei miei figliuoli, raccolgo in me le preghiere di tutti e le umilio al Vostro Soglio Pontificio, implorando istantissimamente che concediate la grazia a maggior gloria di Dio, a maggior venerazione del gran Santo, a documento del Vostro Giubileo Sacerdotale, ad incremento della nostra pietà, a contrapposto solenne in questa città all’infausta memoria e monumento del frate apostata nolano9.
Nella ferma speranza di essere esaudito, mi prostro con la massima devozione al bacio dei Sacri Piedi ed imploro l’Apostolica Benedizione.10

Il papa accolse volentieri la richiesta e già il 10 settembre diede il consenso, apposto di sua mano in calce alla lettera di mons. Renzullo. Il 28 febbraio 1909 lo stesso vescovo ne diede lieto annuncio alla Diocesi, in una notificazione entusiastica in cui tesseva le sue lodi per Paolino, santo del Clero, dei Religiosi, del Laicato, dei Reggitori dei popoli, dei Nobili, degli Artisti, dei Letterati, dei Coniugati, dei Plebei, dei Poveri e degli Afflitti, sintetizzandone così il poliedrico spessore umano, intellettuale e spirituale11.

Alle ore 11,00 del 14 maggio 1909 avvenne in Vaticano la consegna delle ossa. Erano presenti accanto al vescovo di Nola gli allora vescovi di Piedimonte, Acerra, Castellammare di Stabia e Gaeta, i principi Filippo e Giuseppe Lancellotti, la marchesa Filiasi, il sindaco di Nola, dott. Felice De Sena e altri sindaci della Diocesi. Alle 17,05 del 15 maggio le reliquie di Paolino arrivarono a Nola su un treno speciale e furono accolte da una folla gioiosa, che le accompagnò fino alla Chiesa del Carmine dove rimasero per la notte. Il giorno successivo furono portate in Cattedrale, dopo una processione di circa quattro ore. In Cattedrale, tra l’altro riaperta dopo la ricostruzione proprio in quell’anno, le reliquie furono esposte alla venerazione fino al 23 maggio, giorno in cui furono richiuse nell’urna e processionalmente collocate nell’attuale cappella laterale12.

Duomo di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Fu notato che il definitivo ritorno di Paolino a Nola, dopo il suo primo arrivo come governatore della Campania e il successivo trasferimento dopo la conversione e l’ordinazione presbiterale, avvenne esattamente 1500 anni dopo la sua elezione a vescovo nel 40913. Tantissime furono le manifestazioni anche letterarie in occasione di tale evento, raccolte nel 1990 in un volume del Centro Studi e Documentazioni su Paolino di Nola, frutto di un convegno tenuto nel 1989 nell’ottantesimo anniversario della traslazione di Paolino14.

Paolino di Nola
Statua in cartapesta di San Paolino di Nola, sulla punta del giglio. Foto di Achille Battimelli, in pubblico dominio

Piace concludere con una curiosità e con qualche verso di Paolino. La curiosità. Quando il vescovo Renzullo inviò la sua richiesta al papa, la sua lettera fu accompagnata da altre 12 scritte da vescovi campani, nella quale si mostravano entusiasti della proposta di mons. Renzullo di proclamare Paolino protettore dei Seminari Campani15. La richiesta forse su solo un proposito, che per altre vie e in forme più grandi si sarebbe avverata nel 2016, quando Paolino fu proclamato patrono di tutta la Campania insieme a San Gennaro.

La basilica paleocristiana di Cimitile, con le tombe di san Felice e san Paolino di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

I versi. Paolino fu profondamente legato a Nola e, in particolare a Cimitile, tant’è che la preferì alla Gallia e alla Spagna e, quando poté celebrare il primo dies natalis dell’amato san Felice ricorda la tanta strada percorsa tra pericoli e amore per raggiungerlo. Queste le parole rivolte a Felice, che ce lo rendono umanissimo e vicinissimo, bramoso come tutti di tornare alla patria del cuore:

Ex illo qui me terraque marique labores
distulerint a sede tua procul orbe remoto,
nouisti; nam te mihi semper ubique propinquum
inter dura uiae uitaeque incerta uocaui.
Et maria intraui duce te, quia cura pericli
cessit amore tui, nec te sine; nam tua sensi
praesidia in domino superans maris aspera Christo;
semper eo et terris te propter tutus et undis. […]
Sis bonus o felixque tuis dominumque potentem
exores, liceat placati munere Christi
post pelagi fluctus mundi quoque fluctibus actis
in statione tua placido consistere portu.
Hoc bene subductam religaui litore classem,
in te conpositae mihi fixa sit anchora uitae.

Tu conosci quali peripezie per terra e per mare da quel tempo mi abbiano tenuto lontano dalla tua dimora in un paese remoto; infatti ti ho invocato sempre e dovunque a me vicino tre le asperità del viaggio e le incertezze della vita. E mi accinsi a percorrere i mari sotto la tua guida, perché la preoccupazione del pericolo cedette per amore di te, né senza il tuo aiuto; ho sentito infatti la tua protezione superando in Cristo Signore le insidie della navigazione; con la tua protezione sempre avanzo sicuro e per terra e per mare. […] Sii benigno e favorevole ai tuoi devoti e prega il Signore potente affinché sia concesso a noi, che dopo i flutti del mare placato per la grazia di Cristo, superati anche i flutti del mondo, ci fermiamo nella tua casa come in placido porto. A questo lido ho ormeggiato la mia nave felicemente giunta a riva16.

L'argomento è stato già trattato dall'autore sul sito della Diocesi di Nola.

1 Cf. G. Luongo, Alla ricerca del sacro. Le traslazioni dei santi in epoca altomedievale, in A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990, pp. 33-34.

2 Ivi, pp. 35-36.

3 MGH SS. 34, p. 208.

4 Filippo R. De Luca riporta la notizia di ben tre ricognizioni del corpo, avvenute rispettivamente nel 1711, nel 1806 e nel 1867 (cf. F.R. De Luca, I documenti relativi alla traslazione del corpo di S. Paolino conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 41-42).

5 Presumibilmente tra il 1855 e il 1878.

6 De Luca, I documenti relativi…, p. 42.

7 Sappiamo che cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona e titolare della Basilica di S. Bartolomeo sull’Isola tiberina si era opposto, temendo di perdere così importanti reliquie; cf. De Luca, I documenti relativi…, p. 42 e p. 44.

8 L. Ranieri, De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 64-121.

9 Si tratta di Giordano Bruno.

10 Appello del vescovo Agnello Renzullo a Papa Pio X per la restituzione del corpo di S. Paolino in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 123-124.

11 Agnello Renzullo, Notificazione del ritorno del corpo di S. Paolino, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 141-145; l’elogio di Paolino si trova a p. 144.

12 Il resoconto di quelle giornate fu pubblicato nel «Bollettino religioso per la Diocesi di Nola» – Anno VIII – n. 86 – Giugno 1909, che si può leggere in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp.149-163.

13 Ivi, p. 163.

14 A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990.

15 De Luca, I documenti relativi…, p. 45.

16 Paul. Nol. carm. 13, vv. 10-17. 31-35; trad. italiana in A. Ruggiero, Paolino di Nola. I carmi, Strenae Nolanae 6, Marigliano 1996, pp. 214-217.


attaccaglie

Lavoro, trasporto e commercio nel Medioevo a Roma: le attaccaglie, parcheggi ante litteram

Nell’Alto Medioevo, precisamente durante il secondo quarto dell’VIII secolo, la grande crisi politica che portò al distacco di Roma dall’Impero Bizantino causò una grande trasformazione della struttura economica della città. La disputa iconoclasta si concluse con la confisca delle proprietà della Chiesa di Roma in Italia Meridionale e in Sicilia, bloccando l’afflusso delle rendite in oro e natura, utili per il sostentamento dell’ecclesia. Il ripiegamento su scala regionale delle attività economiche della Chiesa non permise la sopravvivenza dei circuiti commerciali mediterranei e dei mercati cittadini.

attaccaglie
Veduta del Foro di Augusto. Foto L. Andreola

Questa grande trasformazione della struttura economica e sociale della città di Roma, portò ad un cambiamento dell’assetto topografico e del paesaggio cittadino anche attraverso una capillare ruralizzazione dello spazio urbano, sintomo delle nuove forme di autarchia e auto sostentamento. Così molti cittadini romani poterono coltivare e vendere i prodotti delle loro fatiche nei mercati, come quelli presenti nell’antico centro della città, in corrispondenza del Foro Romano; per il lavoro dei campi, anche per quello domestico e per il trasporto delle derrate agricole, probabilmente utilizzarono vari tipi di animali da tiro e da soma (spesso equidi), che, a bisogno, legarono per soste di breve o lunga durata. Traccia materiale di queste probabili attività di lavoro, trasporto e commercio sono le attaccaglie: fori per lo stazionamento di animali da tiro, da soma ed eterogenei di piccola taglia rintracciabili su edifici per lo più limitrofi alla viabilità antica.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Come per tutte le epoche, anche per il Medioevo la viabilità costituisce il naturale tessuto connettivo della storia:  lo studio del documento dell’epoca di Paolo I (757- 767), noto come «Itinerario di Einsielden», una raccolta di dieci percorsi attraverso la città di Roma, descritti facendo riferimento alle chiese e ai monumenti accanto ai quali passavano, ha permesso di identificare gli edifici di interesse archeologico nel centro storico dell’Urbe da censire e sottoporre ad un’indagine analitica ed interpretativa.  Nel  Portico in peperino del Foro Olitorio sono state rilevati 9 fori di stazionamento, 6 nei Mercati Traianei, 1 nel  Foro di Cesare, 3 nel Foro di Augusto, 17 nel Foro di Nerva, 1 nel Foro di Traiano, 24 nel Teatro Marcello; nelle aree del Foro della Pace, in quella Sacra di Sant’Omobono e dell’insula Volusiana e nel Ludus Magnus  non si sono registrate evidenze  di interesse, mentre  nel Foro Romano il censimento parziale, relativo alla sola indagine autoptica non analitica, non ha permesso un adeguato studio del monumento.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino della superficie S/O del muro perimetrale dell’emiciclo. Foto L. Andreola

Nel saggio Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea R. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma 2002 (pp. 186 – 217), lo studioso Stefano Antonetti individua nel Colosseo ben 296 fori, collocati soprattutto nel settore settentrionale lungo gli ambulacri I – II, con altezze varianti, eseguiti nella quasi totalità dei casi in prossimità degli spigoli dei pilastri.

Questi parcheggi ante litteram spesso sono riconosciuti su blocchi di pilastri o di altre strutture, limitrofe o inserite in zone di passaggio: botteghe, fornici, ruderi su strade, archi, stipiti, soglie dove, qualora la presenza di fonti documentarie e archeologiche attendibili ne permetta il riconoscimento, sarebbe ipotizzabile lo stazionamento di animali da soma o eterogenei di piccola taglia piuttosto che da tiro.

attaccaglie
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sul condotto a clessidra dal foro A dell’attaccaglia XV, cm +134 sulla superficie occidentale di un blocco dell’alzato in peperino a sud nella facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico

La realizzazione di una attaccaglia potrebbe risultare estremamente semplice: determinata l’altezza dal suolo del punto prescelto, si pratica con subbia o scalpello (strumenti maggiormente attestati) una doppia perforazione nella superficie del supporto, creando due conoidi che, incontrandosi, formano una sorta di condotto arcuato a clessidra che rende facile l’inserimento di una fune. La maggior parte delle evidenze censite sono realizzate in blocchi tufacei di riuso, materiale considerato inaffidabile ma di facile lavorabilità; il 20% nel travertino, di cui si evitano faglie, porosità e giunture. La realizzazione di un foro di stazionamento ex novo, ossia perforando un piano che non sia contiguo a quello di giacitura di un foro già eseguito per altri fini, si differenzia da quelli di riuso, dove si  risparmia  la doppia perforazione  iniziale  del  blocco,  poiché  vengono  utilizzati sia fori per l’incastro di strutture lignee poi dismesse, sia i cavi eseguiti per l’asportazione di perni di ferro piombati.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino. Foto L. Andreola

Esiste uno stretto legame tra la funzione dell’attaccaglia e la distanza dal suolo della stessa: questa misura certamente non varia in maniera casuale e deve seguire una logica ben precisa. L’osservazione è emersa da una serie di confronti tra i valori censiti dall’ Antonetti nel Colosseo e analoghe situazioni documentate in edifici storici urbani e a carattere rurale, dove si è accertato il legame tra i fori di stazionamento e la presenza di animali a essi relativi. Lo studioso si riferisce all’abbondante materiale tuttora reperibile in quelle strutture rurali in cui, dato il persistere fino a tempi recenti di un tipo di vita legato a economie tradizionali, è ben documentato l’uso di tali elementi di ancoraggio per alcune tipologie di animali domestici, caratterizzati non solo dai fori conoidi ma anche dalla presenza di un anello metallico a cui assicurare la legatura.

Dalla sua ricerca è emerso che il criterio di scelta dell’altezza del punto in cui assicurare l’animale rispetto al suolo, è strettamente legato alle caratteristiche di durata ed impiego di un eventuale stazionamento forzoso. Tutto questo richiede anche una conoscenza etologica degli animali, al fine di preservare la loro integrità fisica ed ottenere una conseguente resa massimale. Antonetti riscontra come, sia nelle attaccaglie in pietra che in quelle con anello metallico, la scelta dell’altezza dal suolo registri valori pressappoco comuni e come questi, individuati in situazioni ancora esistenti, siano confrontabili con la presenza di una o più specie animali custodite in un determinato spazio. Egli, analizzando i valori numerici raccolti nel Colosseo, delinea alcune fasce d’uso, riferite ovviamente al piano di calpestio antico, al fine di capire se esistesse all’epoca un criterio standard di valutazione nello scegliere l’altezza dal suolo. Le tre fasce altimetriche individuate sono le seguenti:

  1. una compresa tra cm 80÷180 di altezza dal suolo, relativa ad animali di grande taglia (cavalli: cm +160÷178; muli: cm +140÷160; asini: cm +80÷140);
  2. una fascia intermedia variante tra cm +65÷78, pertinente probabilmente ad ovini e caprini;
  3. una serie di valori minimi non costituenti una vera e propria classe, pertinenti ad animali eterogenei di piccola taglia, ruotante mediamente intorno ai cm +60.

Nel caso di pastura alla mangiatoia gli animali si tengono generalmente più bassi e ‘corti’, impedendo a due soggetti contigui di venire a contatto, legandoli ad una altezza di cm +90÷110, in locali individuabili come stalle e ricoveri. I muli - largamente usati nei trasporti su lunghe e medie distanze, rispetto agli asini, più utilizzati in ambito familiare per i piccoli trasporti e come cavalcatura – per la loro forza e docilità sono spesso, per quanto concerne l’epoca tardo antica e medievale, attestati tra gli animali da carico. Antonetti conclude affermando che per gli altri animali domestici documentati in ambito antico (ovini, caprini, suini), generalmente si ricorreva all’allevamento libero extra-muraneo, tranne nei casi in cui il limitatissimo numero di capi permetteva una coesistenza con animali di grande taglia (stabulaggio misto). I parametri altimetrici elaborati dallo studioso attraverso l’equivalenza dei materiali di indagine, anche se riferiti a situazioni recenti, potranno essere in futuro integrati con ulteriori fattori di correzione provenienti dagli studi zoometrici ed osteologici.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico Foto L. Andreola

La storia stratigrafica della quasi totalità dei monumenti indagati finora, rimane sconosciuta a causa degli sterri risalenti al XX secolo: così le quote rilevate non possono essere rapportate ad un livello di calpestio antico, riferito al periodo medievale. Unica eccezione è la domus  solarata a portico del IX secolo, per cui è stata registrata una crescita del livello del piano di calpestio di circa +40 cm. In questo edificio è probabile la presenza di due equidi (asini) e di due animali eterogenei di piccola taglia, di cui uno potrebbe essere un cane poiché sono stati attestati dei resti di probabili ciotole.

attaccaglie
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico. Foto di L. Andreola
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Bibliografia sulle attaccaglie

Antonetti S. 2002, Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea S. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma, pp. 186 – 217.

Coarelli F. 2003, Roma, Roma.

Giusberti P. - Meneghini R. - Rizzo S. - Santangeli Valenzani R. 1999, Fori Imperiali, in Archèo 15, 12 dicembre 1999, Roma pp. 28-53.

Meneghini R. - Santangeli Valenzani R. 2004, Roma nell’altomedievo: topografia e urbanistica della città dal V al X secolo, Roma.

Montanari M. 2006, Storia Mediaevale, Bari - Roma 2006.

Nocera D. 2016, La Porticus Absidata e Rabirio: una nuova ricostruzione e una iotesi di Rabirio, , in La Rocca E. - Meneghini R. - Parisi Presicce C. (a cura di), Il foro di Nerva. Nuovi dati dagli scavi recenti. Scienze dell’antichità 21.3 – 2015, Roma pp. 139-170.

Rockwell P. 1989, Lavorare la pietra. Manuale per l’archeologo, lo storico dell’arte e il restauratore, Roma

Santangeli Valenzani R. 2014, <Itinerarium Einsidlense>. Probleme und neue Ansätze der Forchung, in Erhart P. – Kuratli Hüeblin J. (a cura di), Vedi Napoli e poi muori – Grand Tour der Mönche, St. Gallen pp. 33-37.


Maramonte

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

Maramonte
Interno della cattedrale di Otranto, che ai tempi dei Maramonte doveva apparire ben diversa. Foto di Lupiae, CC BY-SA 3.0

È il 20 febbraio 1305. Disposti su doppie file di seggioloni di legno a ridosso delle pareti della sala grande della residenza vescovile di Otranto si assiepavano una ventina di canonici con i loro abiti corali ricamati a balze di seta colorata. Assiso nel mezzo su un piccolo trono marmoreo, l’arcivescovo Giacomo Maramonte sedeva vestito di abiti sfarzosi, una tunica violacea ricamata con fili dorati e azzurri e il saturno ricamato con oro e seta rossa, le chiroteche violacee e dorate alle mani, il pallio bianco che spiccava sul petto e sulle spalle. La sala non era molto grande e buona parte delle pareti restavano al buio, nonostante la luce pallida del sole invernale salentino. Le pareti erano affrescate con teorie di santi secondo lo schematico stile bizantino. L’aria era tesa mentre l’avvocato della curia e della chiesa otrantina sciorinava le formule di rito. Tutti attendevano con paziente silenzio che si giungesse alla determinazione della sentenza.

Finalmente furono pronunciate le fatidiche parole: scomunicato. La soddisfazione iniziò a circolare sul volto di alcuni; qualcuno tra i presenti borbottò nel suo greco salentino parole di soddisfazione. Nulla, invece, dal lato del condannato, il cui seggio era e rimase vacante per tutto il tempo. L’avvocato della curia continuò impassibile la lettura del dispositivo di sentenza e comunicò l’adozione del divieto per il condannato di godere di ogni carica e di ogni beneficio ecclesiastico. Un altro sottile mormorio di soddisfazione accolse quelle parole.

Particolare del mosaico della Cattedrale di Otranto, con l'immagine di un uomo legato all'inferno e Satana. Foto di Palickap, CC BY-SA 4.0

Ancora qualche minuto e tutto si concluse. A quel punto, Giacomo diede l’ordine al notaio di apporre il proprio sigillo verde sulla pergamena dove era stata vergata la sentenza. Era a suo modo soddisfatto, anche se un certo disagio sembrava adombrare la sua risolutezza. Quel processo gli sembrava l’unica soluzione per uscire dal caos nel quale il condannato, Tommaso Maramonte, aveva fatto precipitare la chiesa otrantina e mezzo Salento1.

Così si consumava la giustizia della Chiesa contro un uomo, Tommaso, qui dicitur archidiaconus Brundusinus (cioè che si definisce arcidiacono di Brindisi) e si metteva fine a una vicenda che ha a tratti dell’incredibile per la pervicacia della violenza che la caratterizzò. La chiesa otrantina scomunicava quest’uomo e ne deplorava il comportamento con una gelida diminutio dallo stato clericale resa con una relativa dubitativa (si dice che sia arcidiacono, ma non è sicuro!) che in qualche modo fa vacillare ogni certezza sullo scomunicato. Chi è questo Tommaso? E soprattutto, cosa aveva commesso per ricevere tale dura condanna dal plenum della chiesa otrantina?

La minuziosità e il puntiglio solito delle carte processuali medievali ci aiuta a ricostruire le vicende andando indietro di oltre dieci anni, periodo nel quale tale Tommaso ebbe modo di forgiare la sua carriera criminale. Sappiamo dagli atti che questi apparteneva alla famiglia dell’arcivescovo e che godeva di un canonicato nel capitolo della cattedrale di Otranto. È piuttosto probabile che questi era stato nominato e consacrato proprio da Giacomo, a sua volta asceso al soglio arcivescovile di Otranto nel 1284 per iniziativa del potentissimo delegato papale Gerardo Bianchi2.

La fine della via Appia, segnalata da una colonna, in corrispondenza del Porto di Brindisi. Foto di Jeronimus72, CC BY-SA 3.0

Nonostante il favore del potente parente, Tommaso non dimostrò la giusta propensione per la vita religiosa, anzi. La sua carriera criminale iniziò molto presto, poiché veniamo a sapere che mise insieme una banda di facinorosi suoi pari coi quali molestava le donne in pubblico, picchiava gli stranieri e si dedicava ad attività contrarie al suo status religioso. L’apice di quel primo periodo di malefatte fu il brutale omicidio del portolano di Otranto, Hugo Gallicus, picchiato e seviziato a tal punto da spirare dopo pochi giorni. Il fatto fece scalpore, perché a morire era stato un ufficiale regio, per di più ultramontano (cioè proveniente dai domini francesi della famiglia reale del tempo, gli Angiò).

Maramonte
Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo, sovrano ai tempi dei Maramonte. Immagine in pubblico dominio

Se fino a quel momento tutti avevano finto di non vedere, dinanzi a quel fatto la curia otrantina fu costretta a muoversi, con molto cautela (cautius) come si precisa nel documento. Nel settembre 1291 l’istruttoria giunse a compimento e fu emanata una prima sentenza di scomunica, valida per sette anni; contemporaneamente Tommaso fu spogliato di qualsiasi beneficio, tra cui il titolo di canonico e la relativa rendita di una masseria, Castrignano. La condanna divenne immediatamente operativa, per cui Tommaso si ritrovò improvvisamente senza appoggi e senza rendita.

Per rifarsi, decise di lasciare Otranto e riparò a Brindisi, dove gli effetti della scomunica non l'avrebbero raggiunto. Qui riuscì ad attirarsi il favore dell’arcivescovo locale, Adenolfo, grazie al quale divenne canonico della sua cattedrale. Non sappiamo come riuscì nell’impresa, eppure Tommaso si considerava ormai al sicuro.

La notizia giunse a Otranto, dove Giacomo credeva di essersi liberato di quell’imbarazzante parente e, invece, fu costretto a riprendere in mano la questione. Era intollerabile che un omicida scomunicato potesse condurre una vita agiata e continuare a godere della protezione ecclesiastica. L’arcivescovo scrisse missive al suo omologo, ma invano. Adenolfo non ne voleva sapere di rimuovere il chierico scomunicato. Fu una decisione scellerata: Tommaso, infatti, sfruttò quell’insperata protezione per riorganizzare la propria banda di malviventi e organizzò una spedizione punitiva contro Castrignano; depredò tutti i beni mobili e portò via gli animali. In seguito, s’impossessò dei beni dell’arcidiacono di Oria, città soggetta all’arcivescovo di Brindisi, il quale aveva lasciato alcuni suoi beni ai canonici otrantini.

Maramonte
La Cattedrale di Brindisi oggi. Foto di Mentnafunangann, CC BY-SA 4.0

Il salto di qualità giunse con l’arrivo alla cattedra di Brindisi del capuano Andrea Pandone. Questi nominò Tommaso arcidiacono della cattedrale, mettendolo di fatto alla guida del capitolo e destinandogli una ricca rendita. Così facendo Andrea rafforzava la propria posizione nel contesto locale, in quanto Tommaso gli garantiva la sua mano armata per controllare la diocesi.

Quest’accresciuta forza, però, infiammò di nuovo le mire violente dell’arcidiacono. Al centro di tutto c’era la vendetta contro quei canonici della cattedrale di Otranto che avevano sostenuto la sua scomunica e il suo esilio. I suoi uomini assalirono prima il ricco monastero greco di S. Nicola di Casole, a pochi chilometri dalla città. Fu un gesto del tutto gratuito, ma utile a creare un senso di insicurezza a Otranto e nel resto della regione.

La sua tattica serviva a colpire i suoi avversari a Otranto, ma anche a lanciare un messaggio chiaro ai suoi nemici di Brindisi, dove nel frattempo si era aperto un vuoto di potere dopo il trasferimento dell’arcivescovo Pandone a Capua. Lì, infatti, era intento a modificare radicalmente gli equilibri di potere all'interno del capitolo a tutto svantaggio delle famiglie locali, come l'episodio del 1298 aveva chiaramente dimostrato. In quell'occasione, Tommaso aveva tentato di liberarsi degli obblighi pecuniari verso i propri confratelli canonici e, ovviamente, le loro famiglie3. Nonostante queste tensioni a Brindisi, l'arcidiacono riuscì a organizzare due spedizioni punitive contro la cattedrale di Otranto. Nel giorno di Pasqua del 1304 entrò nel palazzo arcivescovile assieme ai suoi sgherri e portò via i beni asportabili; nell’inverno successivo assalì la cattedrale, dove penetrò armato e ferì con frecce di balestra due canonici.

Era troppo.

Dopo la prima sentenza di scomunica del 1291, estintasi ormai da qualche anno, il tribunale diocesano rinnovò la decadenza a divinis e la scomunica. Giacomo e il capitolo sottoscrissero e bollarono il documento. Questa volta la scomunica doveva fermare Tommaso e privarlo di qualsiasi supporto economico, cogliendo l’occasione del suo isolamento a Brindisi. L’arcidiacono, infatti, era stato denunciato dalle famiglie brindisine e aveva prodotto una prima reazione della corona angioina, stanca di tollerare le scorrerie e le violenze di quest’uomo4.

La curia, però, aveva bisogno di un appiglio giuridico per poter intervenire, dato che le costituzioni del regno di Sicilia vietavano agli ufficiali del re di perseguire gli ecclesiastici, a meno che un’autorità religiosa non ne censurasse il comportamento. Fu così che si giunse alla scomunica, la quale metteva in dubbio l’appartenenza di Tommaso allo stato clericale sin dall’inizio del suo dispositivo, ne ricostruiva minuziosamente i crimini e si chiudeva con le massime censure ecclesiastiche possibili.

Così facendo si veniva a costruire quella solida impalcatura  di accuse necessaria per giustificare il perseguimento dell’autorità laica contro Tommaso. Soltanto a questo punto, dunque, il potentissimo arcidiacono di Brindisi fu costretto a fare ammenda delle proprie colpe. Fu necessaria la sinergia tra i vertici della Chiesa otrantina, l’élite brindisina e la curia regia per riuscire a fermare la forza di un solo uomo, in grado di mobilitare una comitiva di uomini d’armi tanto potente da mettere a ferro e fuoco mezzo Salento, penetrare nella cattedrale d’Otranto, devastare i patrimoni di diverse famiglie e chiese.

Il finale di questa vicenda, però, ha dell’incredibile: dopo aver minacciato e ferito i canonici di Otranto, quegli stessi uomini cinque anni dopo lo scelsero come nuovo arcivescovo, successore del parente Giacomo5.

Anche la Basilica di Santa Maria Maggiore a Santa Maria Capua Vetere è oggi molto diversa che ai tempi dei Maramonte: a partire dal sedicesimo secolo fu completamente rinnovata. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 3.0

Non conosciamo le procedure che portarono alla sua ascesa e, quindi, quali ragioni o quali manovre consentirono questa soluzione. Siamo più fortunati per quanto riguarda le reazioni a quell’elezione: pochi mesi dopo, infatti, il notaio estensore del documento di scomunica, il canonico Pietro, fuggì da Otranto portando con sé la copia autentica della sentenza e ne fece produrre una copia a Santa Maria Capua Vetere6. Fu probabilmente il gesto di un uomo che non voleva lasciar cadere nell’oblio le vicende e le gravi colpe di quell’uomo, il quale nel frattempo era diventato arcivescovo e aveva ordinato la distruzione di tutte le carte riguardanti i suoi processi di scomunica.

La vicenda di Tommaso dimostra la grande forza e la grande debolezza della Chiesa medievale: da una parte, la capacità di mobilitare uomini e mezzi per una missione; dall’altra, l’incapacità di risolvere da sé i problemi di controllo della disciplina dei propri membri. Sopra ogni cosa, a dominare le scelte e le azioni furono le capacità di intessere relazioni dei singoli attori, ciascuno artefice del proprio successo o del proprio fallimento. Questo spiega come mai Tommaso riuscì a resistere alle scomuniche incrociate dei molti suoi nemici così a lungo e, alla fine, a diventare pastore di quella chiesa che tanto aveva fustigato.

Maramonte
Satana nel mosaico della Cattedrale di Otranto. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

1 Archivio Apostolico Vaticano, Instr. Misc. 382. Le vicende riportate di seguito fanno riferimento a questo documento, seppure in forma regestata e tradotta.

2 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, I: Da Innocenzo III a Nicola IV, Trani 1940, pp. 319-320.

3 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino, vol. I: 492-1299, a cura di G.M. Monti, Brindisi 1940, pp. 210-211

4 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino. II: 1304-1397, a cura di M. Pastore Doria, Trani 1964, pp. 6-8.

5 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, II: Da Bonifacio VIII a Clemente V, Trani 1963, pp. 122-124.

6 Il documento Instr. Misc. 382 è, infatti, non l’originale della scomunica, ma la copia fatta produrre dal canonico e notaio Pietro Iohannis.


Enorme collezione di documenti medievali scoperta a Gniezno

20 Gennaio 2016

Enorme collezione di documenti medievali scoperta a Gniezno

Parte del documento di Łaskarz di Sarnowa, rettore di una chiesa di Broniszew con sigillo visibile del chierico che ritrae lo stemma Godziemba; carta, 210x177 mm. Foto di Jakub Łukaszewski
Parte del documento di Łaskarz di Sarnowa, rettore di una chiesa di Broniszew con sigillo visibile del chierico che ritrae lo stemma Godziemba; carta, 210x177 mm. Foto di Jakub Łukaszewski
Circa 1500 documenti, che mostrano il funzionamento della corte ecclesiastica di Gniezno in epoca medievale, sono stati scoperti in una delle stanze della Cattedrale di Gniezno.
"Così, l'archivio di Gniezno divenne il contenitore di una delle più grandi collezioni di documenti medievali su carta. Insieme a Gdańsk e Wrocław - si tratta della terza collezione di questo tipo nel Paese" - ha spiegato Jakub Łukaszewski dell'Istituto di Storia dell'Università Adam Mickiewicz a Poznań.
I documenti sono ora negli Archivi dell'Arcidiocesi di Gniezno, dove saranno inventariati. Il Direttore degli Archivi, Fr. dott. Michał Sołomieniuk ha spiegato che fino al 1998 la sede degli archivi era nella cattedrale. Da lì, i documenti sono stati trasferiti verso i nuovi locali. I cosiddetti depositi di archivi sporchi (NdT: dirty file storage in Inglese) sono rimasti nella cattedrale.
"Contiene documenti e libri in pessime condizioni. Non potevano essere spostati nei nuovi locali perché insieme a loro le minacce biologiche - funghi e insetti - sarebbero stati portati nei nuovi locali" - spiega il direttore. Le autorità dell'archivio hanno deciso di ripulire gradualmente la stanza problematica. "Sono convinto che ulteriori interessanti scoperte ci aspettino" - ha affermato il Fr. dott. Sołomieniuk.
Lato anteriore del documento di Jan di Goślub, vicario generale e ufficiale di Gniezno, pubblicato a Gniezno il 17 Febbraio 1490, nel quale istruisce Tomasz, ufficiale di Kamieniec e Grzegorz Provost a Cerekwica sull'ascolto di testimoni nel caso tra Stanisław Provost a Tuchola e il concilio cittadino locale; carta, 322x215 mm, sotto il documento il sigillo di Jan di Goślub (stemma Sulima). Foto di Jakub Łukaszewski
Facciata del documento di Jan di Goślub, vicario generale e ufficiale di Gniezno, pubblicato a Gniezno il 17 Febbraio 1490, nel quale istruisce Tomasz, ufficiale di Kamieniec e Grzegorz Provost a Cerekwica sull'ascolto di testimoni nel caso tra Stanisław Provost a Tuchola e il concilio cittadino locale; carta, 322x215 mm, sotto il documento il sigillo di Jan di Goślub (stemma Sulima). Foto di Jakub Łukaszewski

L'ultima scoperta è stata effettuata durante il progetto "Inventario delle risorse della biblioteca della Cattedrale a  Gniezno" sotto il Programma Nazionale per lo Sviluppo degli Studi Umanistici. Il suo direttore è il dott. Piotr Pokora. I documenti della corte furono scoperti inaspettatamente durante la ricerca di vecchie stampe.
"Tali collezioni associate con la corte ecclesiale medievale non esistono negli archivi delle chiese in Polonia. Questo si è preservato in buone condizioni" - ha aggiunto Łukaszewski. Al tempo della loro creazione questi erano i documenti del più alto rango. Il ricercatore spiega che non erano perpetui, ma documenti in circolazione. Includono documenti che oggi devono essere considerati unici. Tra loro ci sono frammenti di libri che presentano le attività di ufficiali - Vicari Generali. Quello dall'anno 1399 è ora il più antico frammento noto da un libro di una corte ecclesiastica polacca.
Retro, con certificato dell'esecuzione, del documento di Jan di Goślub, vicario generale e ufficiale di Gniezno, pubblicato a Gniezno il 17 Febbraio 1490, nel quale istruisce Tomasz, ufficiale di Kamieniec e Grzegorz Provost a Cerekwica sull'ascolto di testimoni nel caso tra Stanisław Provost a Tuchola e il concilio cittadino locale; carta, 322x215 mm, sotto il documento il sigillo di Jan di Goślub (stemma Sulima). Foto di Jakub Łukaszewski
Retro, con certificato dell'esecuzione, del documento di Jan di Goślub, vicario generale e ufficiale di Gniezno, pubblicato a Gniezno il 17 Febbraio 1490, nel quale istruisce Tomasz, ufficiale di Kamieniec e Grzegorz Provost a Cerekwica sull'ascolto di testimoni nel caso tra Stanisław Provost a Tuchola e il concilio cittadino locale; carta, 322x215 mm, sotto il documento il sigillo di Jan di Goślub (stemma Sulima). Foto di Jakub Łukaszewski

La maggior parte dei documenti riguarda il lavoro della corte ecclesiastica a Gniezno. Ma ci sono anche quelli che hanno sorpreso i ricercatori. Adam Kozak dall'Istituto di Storia, tra gli altri, ha menzionato l'inventario delle reliquie nella cappella reale della Cattedrale sulla Collina di Wawel. Tra queste c'era, per esempio, il dito di Santa Jadwiga. "In Polonia ci sono solo pochi inventari come questi del periodo medievale. Questa è una fonte importantissima di conoscenza per la religiosità dell'epoca" - ha affermato Kozak. Ci sono pure documenti reali pubblicati per i protetti, al fine di assicurare una decisione favorevole nella corte ecclesiale a Gniezno.
Secondo gli scienziati, la scoperta permetterà di ottenere un quadro completo dei problemi morali legati alla cultura personale e legale del Clero. Gli storici apprenderanno dei casi specifici di fronte alle corti della Chiesa di mezzo millennio fa, e così apprenderanno nuove conoscenze sulle procedure medievali. Kozak ha spiegato che il raggio d'azione della giustizia ecclesiale di 500 anni fa era molto ampio e non limitato ai casi relativi al clero.
Alcuni dei documenti portano anche le impronte dei sigilli. La loro analisi sarà compito del dott. Piotr Pokora dall'Istituto di Storia dell'Università Adam Mickiewicz a Poznań.
Attualmente, la collezione viene inventariata - per ora, dopo pochi mesi di lavoro, circa 400 posizioni sono state registrate. L'inventario preliminare permetterà ai ricercatori di candidarsi per un finanziamento per la conservazione e lo studio della preziosa collezione. Allo stesso tempo gli Archivi dell'Arcidiocesi di Gniezno porteranno avanti la campagna "Patrocinio dei Tesori della Parola" per cercare il supporto finanziario necessario alla conservazione di manoscritti inestimabili e stampe conservate nelle sue collezioni.
"Molti dei nostri tesori della parola, a causa del loro pessimo stato di conservazione, invocano aiuto. Possiamo permettere che queste parole siano distrutte, che la storia ancora viva in loro divenga permanentemente silente?" - così nell'appello. Su richiesta dei sostenitori, i finanziamenti potranno essere pure usati per la conservazione della collezione appena scoperta.

Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, Szymon Zdziebłowski. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.