Quale mondo senza la Rosa?

Solitamente non recensisco narrativa, tanto meno di questo genere. Ma quando ho visto la lista delle nuove uscite della add Editore, qualcosa mi ha colpito nel titolo Il romanzo della rosa di Anna Peyron, non fosse altro per la suggestione indotta dalla passione che mia madre ripone nella botanica. La Peyron, “vivaista anomala” come lei stessa si definisce, scrive su La Stampa e su Gardenia e prima di dedicarsi alle piante lavorava in una galleria di arte contemporanea. “Puntata dopo puntata prendo sempre maggior confidenza con la scrittura e alterno argomenti e storie legate alle rose che possano incuriosire anche chi non ha un giardino. Neppure un solo vaso di rose sul balcone”, scrive sul finire del libro. E ancora: “Ho intrapreso un lavoro di cui non avevo alcuna esperienza, alcuna conoscenza diretta, di cui non mi era stato tramandato alcun sapere”.

Il romanzo della rosa di Anna Peyron. Foto di Valentina Tatti Tonni

È a Castagneto Po, in Piemonte, che nei primi anni Ottanta apre un vivaio di cacti, affascinata dalle forme geometriche e scultoree. “Ritrovo tante analogie con il mondo dell’arte: le piante stanno ai lavori degli artisti come i giardini alle collezioni e gli arboreti stanno ai musei come gli orti botanici alle gallerie”, scrive dopo che il fiore ha svelato le sue storie al lettore. Poi, nel 1984, in visita al Chelsea Flower Show di Londra si imbatte in uno stand che riproduce un giardino elisabettiano “dove tra vasi di garofonini e gigli si mescolano seducenti rose alba, galliche e damascene. (…) Non avevo mai visto nulla del genere in Italia. – spiega – Subito accarezzo il sogno di dedicarmi alla coltivazione di quelle rose”.

Peyron inizia così un viaggio secolare, insieme a quello intrecciato di Marie-Josèphe Rose Tascher de La Pagerie che dalla Martinica dove nasce nel 1763 diverrà a Parigi imperatrice dei francesi accanto a Napoleone. È la storia di Giuseppina (nome italianizzato di Joséphine come la chiamava Bonaparte), del giardino Malmaison dove verranno sparse infine le sue ceneri e delle rose, che tutti i grandi signori dell’epoca per i propri parchi prenderanno ad esempio. Ci viene mostrato un Napoleone che sebbene impegnato nelle campagne militari è unito a Giuseppina con amore della floricoltura, con lei fa in modo che Malmaison diventi un vero parco in cui le rose possano essere distribuite in libertà.

Foto di Albrecht Fietz

I capitoli narrano di luoghi e di protagonisti ed è così che si passa dalla Reggia di Caserta a San Pietroburgo, dall’Australia e dalla Cina fino alla Costa Azzurra con la ricerca del colore e del profumo. “È il periodo in cui grandi pittori scoprono la Riviera. – orienta l’autrice – Quando pensiamo a Claude Monet e al suo celebre giardino di Giverny, sono soprattutto lo stagno e le celebri ninfee che ci vengono alla mente. E se le ninfee hanno un ruolo centrale nella rappresentazione pittorica del giardino, è anche vero che ci sono moltissime rose a far bella mostra di sé trionfando in una miriade di colori e di forme”.

Sorprende il tentativo culturale di Peyron che, in poco più di duecento pagine, scava nella Storia, la restaura intensamente dei suoi significati e la restituisce al lettore in una chiave originale. L’autrice non vuole affatto esibire la Rosa, con la erre maiuscola, per sottolinearne il prestigio e la bellezza ormai quasi scontate, bensì ne vuole far conoscere le peculiarità sia ai rodofili che nel viaggio partono avvantaggiati sia al neofita che come me, sul balcone, non ha un solo vaso di rose.

il romanzo della rosa Anna Peyron
Anna Peyron, Il romanzo della rosa. Storie di un fiore, pubblicato da add editore (2020) con prefazione di Ernesto Ferrero e illustrazione di copertina di Gabriele Pino, pagg. 240, Euro 16

La tempesta in un bicchier d’acqua

Palazzo Mazzetti e l’ingresso alla mostra

Monet e la Normandia in mostra ad Asti

Quando gli scienziati cercano di studiare un fenomeno complesso spesso lo riproducono in laboratorio. Isolarlo dalle interferenze ambientali serve a limitare le variabili in campo e disporre di dati più significativi e facili da interpretare.

La mostra sbarcata ad Asti, nella sede di Palazzo Mazzetti, dopo una vera tournée internazionale, pare concepita con il medesimo intento. Il titolo, “Monet e gli Impressionisti in Normandia”, in realtà si dimostra, come purtroppo accade sempre più spesso, ampiamente inadeguato a farci intuire il senso del percorso (ma forse perfettamente adeguato a richiamare pubblico).
Piuttosto si tratta, appunto, di raccogliere opere che forniscono un punto di vista privilegiato, proprio perché parziale, sulle dinamiche che portano all’infrangersi della tradizione accademica e al formarsi della visione e del sistema dell’arte contemporanei. 

La nascita dell’impressionismo? Non proprio, e comunque non solo.

Ciò che lega tutti i dipinti in mostra, che pure coprono un arco temporale più che ragguardevole per un periodo turbolento come il XIX secolo, è il soggetto: si tratta di vedute della Normandia; per lo più marine, che si alternano a scenari campestri e urbani.
Questa estrema periferia della nazione francese, piccolo universo esotico e selvaggio, ma comodamente raggiungibile da Parigi con il treno, è il bicchiere in cui si scatena la tempesta che scuote il mondo dell’arte ottocentesca.

Viaggio in Normandia

In modo intelligente almeno quanto scolastico il percorso ci offre fin da subito il contatto e il ricordo della scuola di Barbizon: un superbo Daubigny, per cronologia già dentro gli anni roventi dell’Impressionismo, incanta con la plasticità dei grumi di colore (prima e meglio di Van Gogh). 

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Charles Daubigny, Villerville-Les-Graves, raggio di sole, 1875

Viene scomodato persino il padre romantico di questi scapestrati: un gustoso e riuscito acquerello di Delacroix suggerisce il legame tra introspezione e paesaggio. Solo quando l’artista si è sentito legittimato a rappresentare il proprio mondo interiore la pittura di figura ha cominciato a cedere il passo al paesaggio. Che non è mai neutro, che non racconta se stesso, ma nel suo carattere, fatto di luci, ombre, superfici, gamme di colore, registra piuttosto lo stato d’animo dell’artista.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Eugène Delacroix, Falesie a Dieppe - Eugène Le Poittevin, Bagno a Étretat - Adolphe-Félix Cals, Tramonto a Honfleur

Monet emerge fin dalla prima sala; si distingue da un percorso tutto sommato coerente proprio per l’evidente estraneità a questo compiacimento narcisista della pittura romantica. Le falesie di Étretat appaiono con assertiva solidità. Nessun facile ammiccamento: ma la precisa e immanente registrazione ottica della veduta.
Nessuna indulgenza verso il pittoresco, nessuna narrazione della vivace vita dei bagnanti che cominciano a popolare le località di mare (come invece accade nella curiosa scena ritratta da Eugène le Poittevin). Solo roccia, sabbia, acqua, cielo, nuvole: e su tutto, la luce, o meglio la virtù della luce di rivelare ai nostri occhi la specificità della materia con cui si scontra. Sempre uguale, sempre diversa.

Ecco il quesito centrale: da dove può venire questo drastico scatto in avanti? Bastano i presupposti naturalisti e tardo-romantici a determinare questo sviluppo? O c’è un elemento di rottura, un punto di radicale novità che può aver spinto l’occhio di Monet a vedere nel paesaggio, e soprattutto nelle marine della Normandia, la crepa che permette di guardare oltre il massiccio e statico sistema dell’arte tradizionale verso il futuro delle avanguardie?

A mio parere l’elemento capace di scatenare la tempesta impressionista è ben rappresentato dalla mostra (anzi, forse avrebbe meritato di comparire nel titolo): l’opera di un vero figlio della Normandia, Eugene Boudin.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Eugène Boudin, Pescatori in riva al mare, 1891

Il re dei cieli alle radici dell’avanguardia

Nato a Honfleur, autentico normanno, Boudin impreziosisce il percorso con opere belle, interessanti, importanti. Con l’occhio di chi è abituato a indagare un paesaggio in costante mutamento, “le roi des ciels”, come lo chiamava Camille Corot, pare intraprendere in modo del tutto ingenuo quella strada che condurrà a tappe rapidissime verso le rivoluzioni del XX secolo. 

Eugène Boudin, Veduta del bacino di Trouville, 1865

Cieli giganteschi sovrastano scene sapide, quotidiane e moderne, stenografate con grazia vivace: niente giudizio, niente retorica. Non c’è una storia da raccontare, non c’è qualcuno di cui sorridere né uno stile di vita da additare a modello. Nessuna morale; solo la registrazione di un momento e di un luogo. Tanto precisa da colpire Charles Baudelaire, che commenta: “Guardando un dipinto di Boudin, si può indovinare la stagione, l'ora e il vento”.

Boudin coltiva, forse senza neppure accorgersi delle conseguenze, la capacità di osservare senza immaginare, di registrare con precisione un momento effimero. E la trasmette al suo più brillante allievo, Claude Monet, dopo averne riconosciuto il talento e averlo convinto ad applicarsi al paesaggio piuttosto che alle caricature. 

Eugène Boudin, Bassa marea al tramonto, 1880-85

L’allievo assorbe a pieno questo metodo fino a farlo proprio. Una volta entrato in contatto con il fermento parigino e immerso nel turbine della modernità che si andava affermando comprenderà a pieno quali possano essere le conseguenze sul modo stesso di concepire il senso e la pratica della pittura di quella che nel suo maestro non era più di un’attitudine.

Nelle enormi porzioni di nuvole e azzurro che occupano quasi per intero le tele di Boudin le regole della pittura figurativa tradizionale cominciano a sfrangiarsi, fino ad evaporare in una sinfonia di colori primi nella tarda raffigurazione delle falesie di Pourville.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Claude Monet e le falesie di Pourville

Come satelliti intorno a questo dialogo allievo-maestro che contribuisce a gettare le fondamenta dell’idea contemporanea del fare arte ruotano opere godibili e curiose

Auguste Renoir, Tramonto, veduta di Guernsey (?), 1893 ca

Un Renoir vaporoso, evanescente e bizzarro. Ottimi lavori dell’elegantissimo Camille Corot si confrontano con il naturalismo di Courbet.
Un’intensa prova di Bonnard fa da apripista a una rappresentanza di post impressionisti, riuniti intorno al tema della veduta urbana lungo le rive della Senna.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Pierre Bonnard, Il bacino degli yachts a Deauville, 1910 ca.

Come nuvolette che si sparpagliano nel cielo, come onde ingrossate che si infrangono via via più mansuete sulla spiaggia, queste gradevoli presenze sembrano man mano disperdere la forza di un temporale. Di quell’improvvisa tempesta che si scatena in un minuscolo scorcio di Francia affacciato sul mare e che, nel suo diradarsi, lascerà il nostro modo di intendere l’arte e la pittura irrimediabilmente trasformato. Carico di un’energia tanto dirompente da travolgere tradizioni e istituzioni per arrivare a infiammare il Novecento.

 

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
Licenza Creative Commons
Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.


impressionisti segreti

Capolavori dalle grandi collezioni private nella mostra “Impressionisti Segreti”

Dal 6 ottobre 2019 Roma si arricchisce di una doppia offerta culturale: l’apertura al pubblico di Palazzo Bonaparte, spazio Generali Valore Cultura, che ospita la prima mostra sugli “Impressionisti Segreti”, ovvero quei capolavori noti a tutti ma nascosti nelle più grandi collezioni private del mondo.

impressionisti segretiPalazzo Bonaparte, splendido edificio barocco in Piazza Venezia che prende il nome da Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone, che vi abitò fino al 1836. Da sempre utilizzato come residenza privata, oggi diventa accessibile al pubblico grazie alla partnership tra Generali Italia e Arthemisia.

Berthe Morisot, Devant la psyché, 1890. Olio su tela, 55x46 cm. 
Collection Fondation Pierre Gianadda, Martigny, Suisse
Foto © Michel Darbellay, Martigny

Impressionisti Segreti, la prima mostra ospitata a Palazzo Bonaparte, è un’opportunità unica per ripercorrere la storia dell’Impressionismo tramite cinquanta capolavori di grandi artisti quali Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro, Gauguin e tanti altri, custoditi nelle più importanti collezioni private e generosamente prestati solo per questa straordinaria occasione.
Un affascinante viaggio alla scoperta del movimento artistico più emozionante e coinvolgente della storia dell’arte, tra fermo-immagini di una Parigi di fine Ottocento, seducenti ritratti di donne dell’elite dell’epoca e pennellate di luce vibrante.

impressionisti segretiLa cura della mostra è affidata a due esperte di fama internazionale: Marianne Mathieu, direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi - sede delle più ricche collezioni al mondo di Claude Monet, e Claire Durand-Ruel, discendente di Paul Durand-Ruel, colui che ridefinì il ruolo del mercante d’arte e primo sostenitore degli impressionisti.

Camille Pissarro, Gardener standing by a Haystack, overcast sky, Eragny, 1899, Olio su tela, 60x73 cm,
Isabelle and Scott Black Collection

La mostra Impressionisti Segreti è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia.
Gode del patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, dell’Ambasciata di Francia in Italia e della Regione Lazio. È realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, ed è sostenuta da Generali Italia attraverso Valore Cultura, il programma per rendere l’arte e cultura accessibili a un pubblico sempre più ampio.

Special partner della mostra è Q8 che, dopo il sostegno alle mostre di Pollock ed Escher, prosegue il suo impegno nella promozione dei valori legati alla cultura e all’arte.
La mostra Impressionisti Segreti fa parte del progetto “L’Arte della solidarietà”, realizzato da Susan G. Komen Italia e Arthemisia, insieme per portare bellezza anche nelle vite delle persone meno fortunate.

La mostra vede come hospitality partner Hotel de Russie e Hotel de la Ville, del gruppo Rocco Forte Hotels.
L’evento è consigliato da Sky Arte.
Catalogo edito da Arthemisia Books.

Pierre-Auguste Renoir, Bougival, 1888, Olio su tela, 54x65 cm, Collezione Pérez Simón, Messico

Testo e foto da Ufficio Stampa Arthemisia


Claude Monet Ritorno in Riviera Bordighera Dolceacqua mostre

Bordighera e Dolceacqua: mostra "Claude Monet, ritorno in Riviera"

CLAUDE MONET, RITORNO IN RIVIERA

Monet in mostra a Bordighera e Dolceacqua

30 aprile – 31 luglio 2019

Bordighera, Villa Regina Margherita
Dolceacqua, Castello Doria

Ho l’impressione che farò cose meravigliose”.

Dopo 135 anni dal soggiorno di Monet in Riviera, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dipinti del grande artista francese nel luogo dove furono realizzati. Nella rivisitazione di questa avventura artistica, Monet è protagonista insieme a un territorio straordinario, definito da lui stesso un “paese fiabesco”. Un percorso espositivo anche multimediale illustrerà l’esperienza dell’artista nel suo viaggio in Riviera nel 1884.

Claude Monet Ritorno in Riviera Bordighera Dolceacqua mostreSarà un evento straordinario la mostra dedicata a Claude Monet, in programma dal prossimo 30 aprile.

Dopo 135 anni dal suo soggiorno, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dipinti del grande artista francese nel luogo dove furono realizzati.

Il progetto “MONET, RITORNO IN RIVIERA” è reso possibile dalla collaborazione con il Musèe Marmottan Monet di Parigi attraverso il prezioso lavoro della sua direttrice, Mme Marianne Mathieu, e dalla disponibilità di S.A.S. Alberto II di Monaco.

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Credit: The Castle of Dolceacqua, 1884 (oil on canvas) by Claude Monet (1840-1926)
Musée Marmottan Monet, Paris, France/ The Bridgeman Art Library
Nationality / copyright status: French / out of copyright

Provengono dal Musée Marmottan Monet due dei tre dipinti in esposizione, “Le Château de Dolceacqua” e “Vallée de Sasso, effet de soleil”. Il terzo dipinto, “Monte Carlo vu de Roquebrune”, proviene dalla Collezione Privata di S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco.

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Sasso Valley. Sun Effect, 1884 (oil on canvas)
Monet, Claude (1840-1926)
Musée Marmottan Monet, Paris, France

I tre dipinti, realizzati durante la permanenza dell’artista in Riviera, saranno esposti in due sedi: “Vallée de Sasso, effet de soleil” a Villa Regina Margherita a Bordighera che, per l’occasione, verrà riaperta al pubblico con un percorso dedicato di grande suggestione, mentre “Le Château de Dolceacqua” e “Monte Carlo vu de Roquebrune” saranno esposte presso il Castello Doria di Dolceacqua.

In entrambi i luoghi dell’esposizione, oggetto di un allestimento complementare, sarà proposto un percorso espositivo multimediale che illustrerà l’esperienza dell’artista nel suo viaggio e nel suo soggiorno in Riviera. Sarà possibile approfondire la genesi delle opere in mostra attraverso il patrimonio epistolare di prima mano costituito dalle sue lettere ai famigliari, in particolare alla sua compagna Alice, e ai suoi corrispondenti abituali, come il mercante d’arte Paul Durand-Ruel. Allo stesso tempo verranno presentate la vita e l’immagine dei due siti di Bordighera e di Dolceacqua, attraverso i dipinti della Collezione Civica di Bordighera e le preziose immagini fotografiche del tempo.

Curatore della mostra è Aldo Jean Herlaut, il percorso espositivo è allestito a cura dell’Istituzione Mu.MA – Musei del Mare e delle Migrazioni di Genova, mentre la gestione e la promozione sono affidate alla Cooperativa Sistema Museo e a Omnia Società Cooperativa.

La mostra è promossa dai Comuni di Bordighera e di Dolceacqua con il sostegno della Regione Liguria, della Provincia di Imperia, della Compagnia di San Paolo e di Permare s.r.l., con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia. Sarà visitabile al pubblico fino al 31 luglio, con un unico biglietto per entrambe le sedi.

IL PROGETTO SCIENTIFICO

Il progetto di mostra prende avvio da due lettere significative scritte dallo stesso Monet, prima e dopo il suo viaggio in Riviera nel 1884.

Parigi 17 gennaio 1884

Mio caro signor Durand,

(…) Parto pieno di ardore, ho l’impressione che farò cose meravigliose. Con tutta la mia devozione”

Bordighera, 25 marzo 1884

(…) Non so se ciò che ho fatto è buono, non so più nulla, ho lavorato tanto, fatto tanti sforzi, che ne sono abbrutito. Se ne avessi la possibilità, vorrei cancellare tutto e ricominciare, perché bisogna vivere per un certo tempo in un paese per dipingerlo, bisogna averci lavorato con pena per arrivare a renderlo in modo sicuro; ma potremo mai essere soddisfatti di fronte alla Natura e soprattutto qui… Circondato da questa luce abbagliante, trovo la mia tavolozza ben modesta; l’Arte vorrebbe tonnellate d’oro e di diamanti. Infine, ho fatto ciò che ho potuto.

Forse, una volta rientrato a casa, mi ricorderà un po’ ciò che ho visto”.

Due lettere, una alla partenza, piena di speranze e di entusiasmo, una al momento del ritorno, piena dei dubbi e dell’insoddisfazione dell’artista. Monet guarda al lavoro svolto e sente di non essere stato all’altezza della natura che ha trovato nella Riviera dei Fiori, da Bordighera a Dolceacqua, passando per le vallate e i sentieri, inseguendo la “luce” del Mediterraneo.

Villa Regina Margherita a Bordighera. Foto Claudio Gavioli

Oggi noi sappiamo, invece, che il periodo passato a Bordighera, dalla metà di gennaio all’inizio aprile del 1884, oltre a essere molto fecondo – produsse in tutto una quarantina di opere – gli permise di recuperare un entusiasmo che i dispiaceri vissuti negli anni precedenti sembravano avere cancellato e si può parlare, propriamente, di una “fase Bordighera” nel suo lungo itinerario artistico.

È per questo motivo che, 135 anni dopo quel viaggio e quel soggiorno, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dei dipinti di quella produzione, a testimonianza del percorso artistico del padre degli impressionisti (il cui nome deriva proprio da una tela, Impressione, levar del sole presentata alla prima mostra del movimento a Parigi, nel 1874), e contemporaneamente a ricordare il ruolo che a partire dall’ultimo scorcio dell’Ottocento assunse la Riviera dei Fiori, Bordighera e il suo territorio.

Un “paese fiabesco”, così lo descrive in una delle sue numerose lettere Monet. E in questo paese, Monet non si dà pace: “Io faccio un mestiere da cani e non risparmio i miei passi; salgo, poi ridiscendo e risalgo ancora. Tra uno studio e l’altro, come riposo, esploro ogni sentiero, sempre curioso di vedere cose nuove, così quando arriva sera, ne ho abbastanza”.

Per Monet, i suoi dipinti sono “studi”, realizzati en plein air, secondo la tecnica messa a punto negli anni precedenti. E di solito il pittore non realizza una sola opera, ma ne inizia diverse contemporaneamente, portandole avanti insieme, un poco per volta, giocando sulla luce.

Dolceacqua, Castello Doria

Da Bordighera, Monet, in una ventosa giornata di febbraio, sale a Dolceacqua, già oggetto di una gita la domenica precedente. L’artista è colpito dal fatto che “non si sentiva il vento grazie al riparo delle montagne”, e qui lavora a due opere contemporaneamente. “Il ponte è adorabile ed ero tranquillo e al caldo come in agosto, andrò dunque là finché durerà il vento, in modo da non perdere tempo e non tormentarmi”. Nella stessa sera, Monet riceverà la visita di due pittori inglesi che risiedevano nella stessa Pension Anglaise. Claude è molto circospetto: “desideravano vedere ciò che ho fatto oggi in una seduta, tanto più che avevano visto il posto con me domenica. Non riescono a capacitarsi del fatto che sia riuscito a fare quei due motivi in un pomeriggio”.

Anche attraverso il pennello e la sensibilità tutta particolare di Claude Monet, Dolceacqua e Bordighera entrano in un immaginario di luoghi del “meraviglioso”, come Etretat, Giverny, Mentone…

Il viaggio di Monet è parte di un processo più grande, quello della scoperta, o forse meglio dell’invenzione della Riviera dei Fiori. La scoperta di un territorio povero e marginale per secoli e che, improvvisamente, a seguito dell’apertura della ferrovia Genova-Ventimiglia, avvenuta nel 1871, e Marsiglia-Ventimiglia, nel 1872, viene riconosciuto dalle élite europee come un’Arcadia nella quale, in particolare, svernare: e non è un caso che il viaggio di Monet si svolga proprio nel periodo prediletto per le vacanze in Riviera, tra gennaio ed aprile, quando nel resto del continente il freddo, la neve, la pioggia e la nebbia rendono l’inverno sgradevole e ostile.

Bordighera e il suo territorio, in quei mesi, si popola di un turismo variopinto e cosmopolita: sono tedeschi e inglesi soprattutto, perché scriverà lo stesso Monet, “i francesi non passano mai la frontiera”: tranne qualche eccezione, come l’architetto Garnier, il progettista dell’Opéra di Parigi, esponente di una cultura ufficiale da cui Monet si sente molto più che distante, anzi, opposto e che proprio a Bordighera ha una villa. Anche l’aristocrazia italiana è presente e ai massimi livelli: proprio nella cittadina arriva, a partire dal 1879, la Regina Margherita, sconvolta per l’attentato contro Umberto avvenuto a Napoli l’anno precedente. Da allora, quasi tutti gli anni, Margherita passava i mesi dalla primavera all’autunno a Bordighera. Prima come ospite in Villa Bishoffsheim, poi come proprietaria, trasformandola in Villa Etelinda, progettata proprio da Charles Garnier.

Claude Monet, insomma, incrocia un territorio particolare, che è insieme Arcadia, per la sua natura straordinaria, ma nello stesso tempo percorso e abitato dai personaggi della cultura europea del tempo, come Clarence Bicknell, Rafael Bischoffsheim, Frederic Von Kleudgen. E rappresenta anche una meta desiderata: la Regina Vittoria, proveniente da Mentone, visitò Bordighera nel 1882, arrivando sino a Capo Sant’Ampelio e decise di passarvi una vacanza negli anni successivi. Tutto fu organizzato per l’inverno del 1901, ma la guerra anglo-boera costrinse la sovrana a rinunciare al suo soggiorno.

È in questo sorprendente contesto che nasce la mostra “MONET, RITORNO IN RIVIERA”, nella rivisitazione di un’avventura artistica dove Claude Monet è protagonista insieme a un territorio straordinario che in quel tempo trova la sua vocazione, passando dalla periferia di una regione povera, la Liguria dell’Ottocento, a un luogo ambito del turismo e della cultura internazionale.

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La data di nascita esatta dell'Impressionismo

21 Agosto 2014
La nascita dell'Impressionismo può essere ora datata con precisione: un astrofisico, il Professore Donald Olson della Texas State University, ha calcolato che il quadro Impression, Soleil Levant di Claude Monet ritrae il momento esatto del sole a Le Havre, alle 7:35 del 13 Novembre 1872. Gli articoli raccontano anche del quadro stesso e del momento storico.
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Link: The Art Newspaper; The History Blog
Credits: foto di wartburg.edu da Wikipedia, CC-PD-Mark, uploaded by Quibik