Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia, non solo il cacciatore

In questi giorni, volenti o nolenti, abbiamo avuto più o meno tutti la possibilità di rimanere a casa e di dedicarci alla lettura. Io, ad esempio, ho riscoperto una passione che risale ai tempi dei primi anni di università: la storia dell’Africa. Durante il mio percorso universitario non avevo mai letto il manuale di Anna Maria Gentili, Professoressa Emerita dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, (Carocci, pp. 471, 18 euro), ma per fortuna ho avuto tempo di rimediare.

Anna Maria Gentili, infatti, in sole 471 pagine, propone un interessante quanto complesso excursus sulle vicende dell’Africa sub-sahariana dall’Ottocento, secolo delle trasformazioni all’Africa indipendente, e delle popolazioni che abitano il territorio senza tralasciare le loro problematiche politiche, economiche e sociali. Non deve essere stato affatto facile per la Gentili, anche se stiamo parlando di una delle maggiori storiche dell’Africa italiane, ripercorrere secoli di storia di un territorio cosi vasto (e complesso sotto diversi punti di vista). L’autrice sfoggia un dono di sintesi e un’esposizione così chiara ed esaustiva delle cause e degli effetti di certe dinamiche che, a tratti, più che di un manuale destinato a studenti universitari e ad esperti del settore, Il leone e il cacciatore sembra un vero e proprio romanzo.

Non a caso, il libro si apre con una bellissima metafora tratta da Chinua Achebe, un famoso scrittore nigeriano: “anche il leone deve avere chi racconta la sua storia. Non solo il cacciatore”. In effetti, siamo stati abituati a conoscere e ad approcciarci all’Africa quasi sempre e solo attraverso un punto di vista europeo, occidentale, e cosi facendo quasi mai si possono notare tutte le diverse sfaccettature delle dinamiche storiche, politiche e sociali dell’Africa sub-sahariana.

“L’Africa nera non è solo l’Africa dei neri, rimane l’Africa ignota e incomprensibile perché non ne accettiamo la storicità: il “cuore di tenebra”che non sappiamo e non vogliamo decifrare, anche perché il farlo agiterebbe i fantasmi del nostro persistente pregiudizio.”

Come nota la Gentili, sono solo gli anni delle indipendenze dei vari Stati Africani, nei primi anni sessanta, a non “passare inosservati”e a far puntare i riflettori sul continente, ed è solo grazie alla decolonizzazione che la storia di questi popoli non passa inosservata, e “parve che potesse spezzarsi la sua emarginazione” da parte degli Stati Occidentali.

Tutto questo, chiaramente, ha una spiegazione storica e politica: dopo la Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui si celebrava “il riscatto dall’oscurantismo razzista, anche il “terzo mondo”conquistava alfine la libertà e l’uguaglianza che gli erano state negate in nome della “civilizzazione”coloniale.”

Purtroppo, però, dopo questo periodo di interesse per gli Stati africani e lo studio delle loro differenti culture, lingue e tradizioni, si tornò di nuovo a quella emarginazione a cui l’Africa era stata condannata per diverso tempo. Si finì, appunto, per “recuperare e rafforzare la tendenza a considerare le società africane vuoi come vittime senza speranza di disastri naturali e della corruzione dei politici, vuoi come protagoniste di conflitti determinati da ataviche e insopprimibili lealtà tribali.”

Certo, la Gentili, nel manuale, è costretta a trattare solo alcuni dei temi e delle problematiche del continente, e il lettore trova dei riferimenti non sempre approfonditi su tutte le aree del continente, ma questo sembra normale visto che si tratta di una realtà così ampia e molto diversa al suo interno. Sembra quasi impossibile poter pensare, infatti, ad un solo manuale in grado di racchiudere secoli di vicende storiche, sociali e politiche complesse come quelle dell’Africa ed una loro trattazione omogenea in tutte le aree del continente.

Nel libro della Gentili, ad ogni modo, vengono trattate una serie di tematiche fondamentali per la comprensione dei fenomeni storici e politici africani: gli interessi economici delle grandi potenze europee decise ad “accaparrarsi” le aree più strategiche per il commercio e lo sfruttamento delle risorse del territorio già dalla prima metà dell'Ottocento, la nascita di governi coloniali che “significherà solo l’abolizione de jure della schiavitù” e i “sistemi produttivi spesso fondati sul lavoro forzato e obbligatorio”. Si passa poi ad un ampio capitolo sulla spartizione coloniale, per poi giungere ad una mappa dell’occupazione coloniale con dei focus particolari su alcui Stati, per poi soffermarsi, durante l’ultimo capitolo, sull’Africa indipendente e sulle conseguenze che l’indipendenza ha portato nei vari Stati del territorio africano.

Il manuale Il leone e il cacciatore di Anna Maria Gentili è un ottimo strumento per comprendere l’evoluzione storica di un continente, in fondo, a noi quasi sconosciuto.
Del resto, per capire le vicende politiche di oggi e ciò che viviamo oggi, sarebbe impossibile senza comprendere ciò che è successo ieri.

Il leone e il cacciatore di Anna Maria Gentili
La copertina del manuale Il leone e il cacciatore. Storia dell'Africa sub-sahariana di Anna Maria Gentili, pubblicato da Carocci editore nella collana Aulamagna

Foto di zgmorris13


Roma: mostra "L’occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo 1911-1943"

L’occupazione italiana della Libia

Violenza e colonialismo 1911-1943

 

Alla Casa della Memoria e della Storia una mostra foto-documentaria testimonia la storia del recente passato della Libia

Casa della Memoria e della Storia

27 settembre - 22 novembre 2018

inaugurazione giovedì 27 settembre ore 18.00

Negli ultimi anni la Libia è stata quasi quotidianamente al centro dell’attenzione dei mezzi di comunicazione per i numerosi e violenti conflitti che hanno contraddistinto la sua storia recente.

La mostra foto-documentaria L’occupazione italiana della Libia. Violenza e colonialismo 1911-1943, alla Casa della Memoria e della Storia di Roma dal 27 settembre al 22 novembre 2018, restituisce al visitatore la possibilità di conoscerne meglio la storia, approfondendo, in particolare, gli avvenimenti legati al periodo coloniale italiano, ancora poco noti.

Le drammatiche vicende storiche di quegli anni sono narrate attraverso un percorso storico-didattico che si articola attraverso oltre duecento foto e decine di documenti provenienti dall’Archivio Nazionale di Tripoli e dai principali archivi nazionali.

La mostra - organizzata dall’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) e dalla Fondazione MedA - Onlus, con il patrocinio dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri - è promossa da Roma Capitale - Assessorato alla Crescita culturale - Dipartimento Attività Culturali in collaborazione con l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Zètema Progetto Cultura. È stata realizzata dallo storico Costantino Di Sante con il contributo del Centro per l’Archivio Nazionale di Tripoli e la consulenza di Salaheddin Sury, uno dei maggiori storici libici dell’età contemporanea.

L’esposizione sarà inaugurata giovedì 27 settembre alle 18,00 alla Casa della Memoria e della Storia, in Via S. Francesco di Sales n. 5, con la partecipazione di Luisa Musso dell’Università di Roma Tre e Alessandro Triulzi dell’Università di Napoli L’Orientale.

A lato dell’esposizione è stato organizzato un corso di formazione per insegnanti e studenti dal titolo: Colonialismo italiano e razzismi.

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Il DNA mostra il catastrofico contatto tra Vecchio e Nuovo Mondo

1 Aprile 2016

La Doncela, mummia inca ritrovata sul Monte Llullaillaco, in Argentina, nel 1999. Credit: Johan Reinhard
La Doncela, mummia inca ritrovata sul Monte Llullaillaco, in Argentina, nel 1999. Credit: Johan Reinhard

Il primo studio su larga scala del DNA antico proveniente dalle Americhe ha evidenziato l'impatto devastante sulle popolazioni indigene, in conseguenza dell'arrivo degli Europei nelle Americhe.
Lo studio, pubblicato su Science Advances, ha preso in esame il DNA da 92 genomi mitocondriali da mummie e scheletri precolombiani, di età compresa tra i 500 e gli 8.600 anni fa.
Nessuno dei lignaggi provenienti da queste è risultato essere ancora presente nei moderni indigeni, né ha mostrato di aver lasciato discendenza. Questa separazione daterebbe almeno a 9.000 anni fa; gli studiosi hanno ipotizzato diversi scenari demografici per spiegare il fenomeno. L'unico che riuscisse adatto alle osservazioni formulate è quello che ipotizza che - subito dopo la colonizzazione iniziale - si stabilirono popolazioni che rimasero geograficamente isolate, e che si estinsero poi in conseguenza del contatto con gli Europei.
La ricostruzione conferma l'arrivo dei primi Americani attorno a 16 mila anni fa, disperdendosi rapidamente fino a raggiungere il Cile 14.600 anni fa. La diversità genetica in queste prime popolazioni era limitata dal fatto che queste prime popolazioni fondatrici rimasero isolate presso lo Stretto di Bering tra i 2.400 e i 9.000 anni fa. Al picco dell'Era Glaciale i movimenti delle popolazioni umane erano limitati o bloccati. Questo isolamento è alla base della diversità genetica unica osservata nei primi Americani.
Resti umani in una sepoltura della Cultura Lima (500-700 d. C.) presso la Huaca Pucllana, Lima, Perù. Credit: Huaca Pucllana research, conservation and valorisation project
Resti umani in una sepoltura della Cultura Lima (500-700 d. C.) presso la Huaca Pucllana, Lima, Perù. Credit: Huaca Pucllana research, conservation and valorisation project

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La diffusione della dissenteria nel mondo a partire dall'Europa

21 Marzo 2016
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La dissenteria, insieme alla peste, al vaiolo, al tifo, ha rappresentato una piaga per l'umanità, in particolare nei secoli diciottesimo e diciannovesimo. Ancora oggi è un flagello in Africa e Asia, ma probabilmente ebbe origine in Europa.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature - Microbiology, mostra la diffusione storica del bacillo della dissenteria epidemica, lo Shigella dysenteriae tipo 1 (Sd1). La ricerca è avvenuta a partire dall'analisi del genoma completo di 331 Sd1, raccolti da 66 paesi per il periodo 1915-2011.
A trasmettere la dissenteria da un continente all'altro sarebbero state le operazioni militari e dalle migrazioni. Il ceppo in questione esisterebbe almeno dal diciottesimo secolo, il patogeno attualmente endemico in Africa e Asia sarebbe originario dell'Europa. Particolarmente rilevante sarebbe state le migrazioni in America, Africa e Asia nel periodo 1889 e il 1903, oltre alla colonizzazione di territori africani e asiatici da parte degli Europei. Il batterio comparve pure durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, prima di sparire dall'Europa. Continuò però a diffondersi in Asia, Africa e America Centrale, e ondate epidemiche investirono l'Africa e il Sud Est Asiatico a partire dall'India.
La ricerca ha pure preso in esame la resistenza del patogeno agli antibiotici: meno dell'1% dei ceppi batterici rimane suscettibile agli antibiotici. Vista la scarsa efficacia degli antibiotici, lo studio evidenzia la necessità di un vaccino efficace.
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Effetti di lungo termine per l'istruzione nelle ex colonie

1 Febbraio 2016
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L'eredità coloniale ha avuto un notevole impatto, che per quanto riguarda l'istruzione nelle ex colonie di Spagna e Francia risulta ancor oggi essere negativo. Al contrario, nelle ex colonie britanniche non sarebbe possibile rilevare questi effetti negativi.
L'effetto di lungo periodo per le colonie spagnole in particolare è particolarmente marcato, a maggior ragione se si considera che in alcuni casi quel dominio terminò due secoli fa. Le caratteristiche del sistema educativo spagnolo sono a lungo rimaste: centralizzazione, incapacità di giungere (se non in modo limitato) nelle aree rurali e a poveri e donne. Anche nei paesi ove il dominio coloniale francese terminò 50 anni fa è possibile vedere questi effetti, che includono sempre la centralizzazione, un raggio limitato delle organizzazioni non governative nella fornitura dell'istruzione, un sistema elitista e selettivo (che ha in particolare costituito uno svantaggio per le donne).
Questi alcuni dei risultati di una ricerca pubblicata su Kyklos, che ha esaminato i dati relativi ad ex colonie: 17 erano spagnole, 23 francesi e 36 britanniche.
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La più antica chiesa nei tropici, nel cuore del commercio degli schiavi nell'Atlantico

6 Novembre 2015

La più antica chiesa nei tropici, dissotterrata nel cuore del primo commercio degli schiavi nell'Atlantico

I resti di una chiesa sull'Isola di Santiago a Cabo Verde, al largo della costa dell'Africa Occidentale, datano al tardo quindicesimo secolo – quando il Portogallo colonizzò per la prima volta le isole che giocavano un ruolo centrale nel commercio globale degli schiavi in Africa. Gli scavi archeologici stanno aiutando gli abitanti di Capo Verde ad ottenere una nuova visione sulla loro notevole e a lungo oscurata storia.

Alcune delle tombe scoperte dagli scavi.
Alcune delle tombe scoperte dagli scavi.
Archeologi dell'Università di Cambridge hanno dissotterrato la più antica Chiesa Cristiana Europea ai tropici su una delle isole di Capo Verde, a 500 km al largo della costa dell'Africa Occidentale, dove i Portoghesi fondarono una fortezza per cominciare i primi commerci con l'Africa a sud del Sahara. Questo si tramutò in un commercio globale di schiavi africani a partire dal sedicesimo secolo, nel quale Capo Verde (NdT: Cabo Verde in Portoghese)giocò una parte centrale come uno dei principali centri di trasbordo.
I primi resti della chiesa di Nossa Senhora da Conceição datano a partire dal periodo attorno al 1470, con una costruzione ulteriore e più grande risalente al 1500. Ampliamenti e nuovi rivestimenti della chiesa con mattonelle importate da Lisbona sono stati anche documentati.

Questa chiesa è il più antico edificio formale coloniale europeo scoperto nell'Africa subsahariana: così affermano i ricercatori. Fu ritrovato da le rovine di Cidade Velha, la precedente capitale di Capo Verde, che al suo apice era la seconda città più ricca dell'Impero Portoghese; una città che incanalò lo schiavismo per quasi 300 anni.

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Un ventenne, le ossa e il mercurio ad Antigua

8 Maggio 2015
Il cimitero del Royal Naval Hospital ad Antigua è poco noto, e con poco più che le ossa a disposizione, i ricercatori stanno utilizzando l'imaging al sincrotrone per raccogliere informazioni. Nel caso di un individuo morto attorno ai vent'anni, si sono rilevati tassi molto alti di mercurio, che veniva utilizzato allora per combattere sifilide e febbre gialla.
L'Ospedale serviva il personale navale, lavoratori schiavizzati e un pubblico generico nel periodo 1793-1822.
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Colonizzazione olandese ed animali estinti nelle Mauritius del diciassettesimo secolo

27 Aprile - 8 Maggio 2015
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Le Mauritius furono occupate da insediamenti di coloni olandesi dal 1638 al 1710. Durante questo periodo si estinsero diversi animali: il dodo, la tartaruga gigante locale, ma pure altri animali presenti nei numerosi resoconti dell'epoca.
Questi testi, purtroppo, si limitavano a descrizioni minimali, di solito riguardanti la facilità di cattura o l'essere edibile della preda. Un nuovo studio presenta il resoconto di tal Johannes Pretorius, che visse su quelle isole tra il 1666 e il 1669, e che si dilunga maggiormente sulla descrizione degli animali. Si ricordano perciò pappagalli a becco grosso (Lophopsittacus mauritianus), dal cattivo carattere, che forse non volava bene; il piccione blu di Mauritius (Alectroenas nitidissima) dal volto verrucoso ed estintosi nel 1837; e altre specie molto docili e a "stupide" in quanto facilmente catturabili: tra queste il rallo rosso (Aphanapteryx bonasia) e le oche delle Mauritius.
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Vietnam: verrà ricostruito il Palazzo di Kính Thiên

16 Marzo 2015
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Verrà ricostruito il Palazzo di Kính Thiên, parte del complesso della Città Imperiale di Thang Long, capitale per tredici secoli del regno dei Dai-Co-Viet. Il complesso è situato ad Hanoi, capitale del Vietnam. La ricostruzione comincerà quando si otterranno sufficienti informazioni sull'architettura del palazzo, che fu distrutto verso la fine del diciannovesimo secolo, con la conquista francese e i sollevamenti relativi. Le sue condizioni peggiorarono ulteriormente nel secolo successivo.
Link: Archaeology News Network via Bernama
Il palazzo di Kính Thiên, nel cuore della Città Imperiale. Foto di Charles-Edouard Hocquard - [1], da WikipediaPubblico Dominio, caricata da Paris 16
 


Come i Britannici trattarono le "intransigenti" donne Mau Mau

16  Settembre 2014
Heritage Daily segnala lo studio di Katherine Bruce-Lockhart, "“Unsound” minds and broken bodies: the detention of “hardcore” Mau Mau women at Kamiti and Gitamayu Detention Camps in Kenya, 1954–1960", pubblicato nel Journal of East African Studies.
Lo studio tratta della detenzione di donne Mau Mau durante la ribellione di questi, negli anni 1954-1960, e in particolare del campo di detenzione di Gitamayu, creato esplicitamente nel 1958 per le donne più "intransigenti". Ovviamente non mancarono le tensioni, e il dibattito sulla sanità mentale delle suddette.
Link: Journal of East African StudiesHeritage Daily