Le rose non più rosa di Van Gogh

Nell'ultima fase della sua vita, nonché il periodo più produttivo dal punto di vista artistico, Van Gogh esegue, poco prima di lasciare la clinica di Saint-Rémy nel 1890, un gruppo di quattro nature morte floreali, due delle quali riportate qui di seguito.

Vincent Van Gogh rosa decolorazione
Vincent Van Gogh, Natura morta: Rose rosa in un vaso, olio su tela (92,6 x 73,7 cm. Saint-Rémy, Maggio 1890), Metropolitan Museum of Art, New York

 

Vincent Van Gogh, Natura morta: vaso con rose, olio su tela (71.0 x 90.0 cm. Saint-Rémy, Maggio 1890), National Gallery of Art, Washington, foto NGA Images

Come è possibile notare anche in altri quadri, Van Gogh usa talvolta indicare il colore del soggetto nel titolo dell'opera: La casa gialla (1888), Il frutteto bianco (1888), Piccola bottiglia con peonie e Delphinium blu (1886), Vaso con rose gialle (1886), ecc. Anche in questo caso il titolo di uno dei due quadri recita: Natura morta: rose rosa in un vaso. Eppure, a ben vedere, di rosa nel quadro non ce n'è traccia. Allora come si spiega questa dissonanza tra il titolo e ciò che osserviamo sulla tela?

Sappiamo bene quanto l'artista fosse legato alla scelta della propria tavolozza, quanto ricercasse spasmodicamente colorazioni vibranti attraverso la giustapposizione di colori complementari, scolpiti ancor più da pennellate corpose e sinuose; sappiamo anche con certezza, grazie alla corrispondenza epistolare intrattenuta col fratello Theo, quali fossero le volontà artistiche di Van Gogh e i colori originali di molti quadri. Sì, originali. Perchè ciò che osserviamo oggi è il risultato di un drammatico processo di sbiadimento delle sostanze colorate utilizzate dal pittore.

I dipinti svaniscono come i fiori” scriveva in una delle sue lettere al fratello Theo, ed ironia del caso vuole che siano proprio i quadri aventi come soggetto bouquet ed alberi in fiore quelli ad aver riportato l'alterazione cromatica più evidente tra le varie opere dell'artista.

Per ottenere le delicate tinte rosa o malva tipiche dei fiori, Van Gogh ha spesso utilizzato nella sua tavolozza lacche rosse miscelate con pigmenti bianchi o blu. Le lacche, per definizione, sono tutte quelle sostanze ottenute a partire da un colorante a mordente (colorante organico e insolubile nel mezzo disperdente) adsorbito su di un supporto inerte (generalmente bianco e di natura minerale) oppure supportato su di un gel traslucido.

A differenza dei pigmenti, le lacche sono sostanze debolmente coprenti e che producono colorazioni e tonalità variabili a seconda del medium (olio, tempera a uovo, acqua, ecc.) in cui vengono disperse. Per di più, la loro natura organica le rende estremamente fotosensibili.

È ormai accertato, infatti, che l'esposizione alla luce di lacche e coloranti organici, in condizioni di conservazione non favorevoli, conduca ad alterazioni cromatiche, se non addirittura allo sbiadimento come in questo caso.

Le radiazioni ultraviolette, infatti, sono tra tutte le più dannose in quanto più energetiche. Esse sono in grado di alterare i legami molecolari dei gruppi cromofori dei coloranti modificando, di conseguenza, la lunghezza d'onda di assorbimento. In poche parole, la lacca alterata non rifletterà più il colore rosso, ma tutti i colori, facendoci percepire il bianco. Il dipinto risulterà decolorato.

Van Gogh era più che consapevole della precaria stabilità dei colori da lui scelti a tal punto che le pennellate spesse e dense erano state da lui pensate anche come espediente per compensare questi fenomeni di decolorazione. Il rosso, infatti, sebbene sia il colore oggetto di questo articolo, non è l'unico ad aver mostrato alterazione cromatica nei quadri di suddetto artista.

Purtuttavia, limitato dalle risorse economiche da una parte, affascinato dai colori vivaci e brillanti dall'altra, Van Gogh non rinunciò mai all'acquisto di tali sostanze, infondendo anche nella materia pittorica il sentimento di contrasto, per lui fatale, tra vitalità pulsante e fugacità della vita e delle cose ad essa correlate.


Materiali e metodi dei ritratti di mummie nell'Egitto romano

14 Febbraio 2016

Ritratti di mummie egizie di epoca romana dal sito di Tebtunis, Egitto. I ricercatori della Northwestern University hanno scoperto che tutti e tre condividono uno stile simile, materiali e struttura della stratificazione dell pitture, portandoli alla conclusione che i tre dipinti siano opera di una singola mano. Da sinistra: 'Ritratto di ragazzo,'; & 'Ritratto di giovane uomo,' e ;'Ritratto di uomo barbuto.' Credit: Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology, University of California, Berkeley
Ritratti di mummie egizie di epoca romana dal sito di Tebtunis, in Egitto. I ricercatori della Northwestern University hanno scoperto che tutti e tre condividono uno stile simile, materiali e struttura della stratificazione delle pitture. Sono così giunti alla conclusione che i tre dipinti siano opera di una singola mano. Da sinistra: 'Ritratto di ragazzo', 'Ritratto di giovane uomo' e 'Ritratto di uomo barbuto.' Credit: Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology, University of California, Berkeley

I ritratti delle mummie di oltre duemila anni fa, dipinti dagli dagli artisti dell'Egitto nel periodo romano, sono oggi considerati tra i precursori della ritrattistica occidentale.
I ricercatori dell'Università Northwestern utilizzano vari strumenti scientifici e tecniche non distruttive e non invasive per lo studio di materiali e metodi impiegati in questi dipinti. Vengono così raccolti indizi su forme e colori che si celano al di sotto della superficie, oltre a varie altre informazioni.

I ricercatori hanno identificato i pigmenti utilizzati e le fonti dei materiali impiegati; l'ordine, la collocazione e lo stile delle pennellate. Si è giunti alla conclusione che tre dei dipinti provengono dallo stesso laboratorio e forse addirittura dalla stessa mano.
Queste conoscenze potranno pure risultare utili nel comprendere l'evoluzione delle tecniche pittoriche nell'Impero Bizantino e oltre, e forniscono un ricco contesto archeologico per i ritratti da Tebtunis. Si è scoperto che i pigmenti di ferro e terra provengono da Ceo, in Grecia, mentre il minio (rosso ricavato da un ossido del piombo) proveniva dalla Spagna. Il substrato in legno veniva invece dall'Europa Centrale. Il blu egizio era invece utilizzato in maniera inusuale.
I ritratti costituiscono assai vivide rappresentazioni dei defunti, e provengono da Tebtunis (oggi Umm el-Breigat), nel Governatorato di Al Fayyum. Venivano incorporati nelle bende e direttamente sul volto.
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Due statuette di Artemide e Apollo da Aptera

26 Gennaio 2016
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Ritrovate ad Aptera, a 13 km da Chania sull'isola di Creta, due statuette (0,54 cm di altezza circa) risalenti al tardo primo secolo o agli inizi del secondo secolo d. C.
Una statua è in rame e raffigura Artemide, divinità protettrice di Aptera. La dea veste un corto chitone ed è pronta a scagliare le sue frecce. Poggiava su una base quadrata in rame. Straordinario l'aver ancora ritrovato il materiale bianco usato per l'iride dell'occhio della dea.
La seconda statuetta ritrae invece Apollo con maggiore semplicità: è in marmo e porta segni di pigmento rosso. Più in generale le condizioni nelle quali sono le due statue sono ottime: furono probabilmente importate per la lussuosa villa romana dove sono state ritrovate.
Link: ANA-MPAProtothema; ekathimerini; Greek Reporter; Live Science.
Vista di Aptera, foto di Wolfgang Sauber, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


L'industria della moda e il viola sintetico

1 Dicembre 2015
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Prima del diciannovesimo secolo, il colore viola si otteneva con difficoltà e il suo utilizzo era perciò normalmente limitato ai reali, ai quali era dunque associato. Con la scoperta di diversi coloranti sintetici viola a quel tempo, tutto cambiò, e tessuti viola divennero maggiormente disponibili e più abbordabili.
Con moderne tecniche di analisi, un nuovo studio ha esaminato quattro vestiti dell'epoca. Tre erano Inglesi e utilizzavano violetto metile (e uno di loro fu creato appena 4 anni dopo l'invenzione del pigmento). Il quarto vestito, di origine australiana, era in malva di Perkin, il primo colore sintetico viola, prodotto per appena dieci anni, ma il vestito risale a vent'anni dopo la sostituzione del pigmento. Il quadro che ne risulta è quello di un'industria della moda del diciannovesimo secolo particolarmente dinamica.
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Come si pensa ai colori nel mondo

10 Settembre 2015
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Se avesse un altro nome, penseremmo a un colore allo stesso modo, a prescindere dal linguaggio utilizzato?
Una nuova ricerca, pubblicata su Current Biology, ha affrontato la domanda, rivolgendosi alle popolazioni di cacciatori raccoglitori Hadza in Tanzania. Il gruppo possiede poche parole per i colori, e quando si è chiesto di dare un nome, la risposta più comune era "non lo so".
Nonostante questo, gli intervistati raggruppavano comunque i colori in un modo che coincideva con le convenzioni degli immigrati somali e dei nativi Inglesi. Chiaramente sussistono delle costrizioni da parte della nostra mente, nel raggruppare i colori, ma esiste un compromesso tra cultura e biologia.
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L'utilizzo "nascosto" del blu egizio nella pittura

26 Agosto 2015
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Un nuovo studio ha esaminato 15 tra ritratti di mummie egizie e dipinti di epoca romana da Tebtunis (in Egitto). È risultato l'utilizzo del pigmento blu in modi inusuali e in luoghi inaspettati, ovvero dove non è apparentemente visibile.
La conclusione sarebbe che, anche se i pittori cercavano di non dare a vedere che stavano utilizzando questo colore, in realtà ciò avveniva. Un'altra possibile spiegazione risiederebbe nella capacità di brillare del pigmento.
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Sud Africa: pittura al latte e ocra di 49 mila anni fa

30 Giugno - 6 Luglio 2015
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L'utilizzo dell'ocra risale ad almeno 250 mila anni fa: quello scoperto a Sibudu, in Sud Africa, è però un campione che per la prima volta la mostra mescolata al latte. La sostanza è stata probabilmente ottenuta da un bovino selvatico, come potevano esserlo il bufalo, l'eland, il kudu e l'impala, e quegli uomini dovettero attribuirle uno speciale significato. Non è ancora certo l'utilizzo che ne fu fatto, ma potrebbe essere stata applicata tanto a una superficie quanto alla pelle. La pittura corporea è praticata ancora oggi dagli indigeni San nella regione e testimoniata dall'antica arte rupestre.
[Dall'Abstract: ] Le analisi su di una scheggia ritrovata nello strato relativo a 49 mila anni fa dal sito sudafricano di Sibudu hanno rivelato la presenza di un residuo prodotto dal mescolamento di ocra e caseina da latte, probabilmente ottenuta dall'uccisione di un bovino selvaggio che produceva la sostanza. Si tratta di una scoperta molto importante, perché da una parte testimonia l'utilizzo del latte come legante, e dall'altra ne stabilisce l'utilizzo in tal senso, molto prima dell'introduzione di bovini addomesticati in Sud Africa, avvenuta nel primo millennio d. C. La pittura  sarebbe stata poi applicata a una superficie o anche alla pelle umana.
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Un vescovo del tredicesimo secolo come partner scientifico

8 Giugno 2015
Grosseteste_bishop
 
Di recente, un team internazionale ha portato avanti una collaborazione sul tema della luce, una collaborazione dal carattere inusuale perché ha avuto luogo grazie a una figura di grandissimo rilievo del panorama scientifico medievale inglese: Roberto Grossatesta.
Il progetto Ordered Universe sta esaminando i trattati del Vescovo di Lincoln, vissuto nel tredicesimo secolo. In particolare, sarebbero notevoli alcune intuizioni di Grossatesta, "la più grande mente della quale non avrete sentito parlare". Ad esempio, questi vide la rifrazione come il fenomeno dietro l'arcobaleno, o pensò i colori in un'ottica di spazio astratto tridimensionale.
Nello studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society A, si è invece esaminato il suo trattato sulla luce, nel quale l'universo è spiegato con un modello cosmologico che vede all'origine un'esplosione, come quella del Big Bang. Lo studio ha cercato di riformulare le tesi in Latino attraverso un moderno modello matematico, fornendo alle prime strumenti dei quali Grossatesta non disponeva e dando ulteriore forma al "Multiverso Medievale" del Vescovo di Lincoln.
Roberto Grossatesta (Robert Grosseteste o Grossetete) visse tra il 1175 e il 1253, e fu vescovo di Lincoln. Per Alistair Cameron Crombie, sarebbe lui il vero fondatore del pensiero scientifico a Oxford. Il trattato De luce, sulla metafisica della luce, fu pubblicato nel 1225.
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Metodologie di imaging per "scavare" in un Rembrandt

14 Aprile 2015

Fig. 2 Lo scanner MA-XRF durante l'investigazione di Susanna e i Vecchi, studio di conservazione della Gemaeldegalerie, a Berlino. Credit della foto: Matthias Alfeld
Fig. 2 Lo scanner MA-XRF durante l'investigazione di Susanna e i Vecchi, studio di conservazione della Gemaeldegalerie, a Berlino. Credit della foto: Matthias Alfeld

Metodologie di imaging per "scavare" nel dipinto, attraverso strati di matita e pittura. Un nuovo studio ha utilizzato tre di queste tecniche sul quadro Susanna e i Vecchi di Rembrandt Harmenszoon van Rijn, proveniente dalla Gemäldegalerie di Berlino, per esaminarlo senza danneggiarlo. È così risultata la presenza di tante pitture sovrapposte e di un gran numero di pigmenti utilizzati.
Fig. 6 Dettagli di Susanna e il primo Vecchio: normale luce fotografica (in alto a sinistra), XRR (in basso a sinistra), autoradiografie 02 e 05 e immagini di distribuzione elementale acquisite dal MA-XRF. Le linee gialle puntinate sulle mappe Hg-L e Pb-L tracciano la posizione originale e finale del braccio del Vecchio. Credit della foto: Matthias Alfeld
Fig. 6 Dettagli di Susanna e il primo Vecchio: normale luce fotografica (in alto a sinistra), XRR (in basso a sinistra), autoradiografie 02 e 05 e immagini di distribuzione elementale acquisite dal MA-XRF. Le linee gialle puntinate sulle mappe Hg-L e Pb-L tracciano la posizione originale e finale del braccio del Vecchio. Credit della foto: Matthias Alfeld

(Segue traduzione da Springer)
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