arena Colosseo

Arena Colosseo. Presentato oggi il progetto vincitore

È stato presentato questa mattina il progetto vincitore per la copertura dell’arena del Colosseo dal Ministro della Cultura Dario Franceschini e dal direttore del Parco Archeologico del Colosseo Alfonsina Russo.

Ancora un passo avanti verso la ricostruzione dell’arena, un progetto ambizioso che aiuterà la conservazione e la tutela delle strutture archeologiche recuperando l’immagine originale del Colosseo e restituendogli anche la sua natura di complessa macchina scenica”.

Così il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, commenta l’esito della procedura di gara gestita dal Parco del Colosseo insieme a Invitalia per l’affidamento della progettazione e della realizzazione del nuovo piano dell’arena dell’Anfiteatro Flavio.

Arena Colosseo. Foto: MIC

Il progetto nasce idealmente il 2 novembre 2014, quando il Ministro Dario Franceschini rilancia l’idea dell’archeologo Daniele Manacorda di restituire al Colosseo la sua arena. Il 1° settembre 2015 l’arena del Colosseo viene inserita tra i Grandi Progetti Beni Culturali con un finanziamento di 18,5 milioni di euro. Dal 2015 al 2020 si sono svolti numerosi studi e indagini per definire le modalità di realizzazione dell’intervento che hanno portato al bando di gara appena conclusosi.

https://www.youtube.com/watch?v=DLZyAYqxxS0

Lo studio Milan Ingegneria si è aggiudicato la progettazione della nuova arena del Colosseo che, come previsto dal Documento di Indirizzo della Progettazione (DPI) elaborato dagli architetti, archeologi, restauratori e strutturisti del Parco Archeologico del Colosseo, sarà leggera, reversibile e sostenibile. Si entrerà così, a breve, nella fase operativa dell’ambizioso programma che prevede tecniche costruttive innovative, ecosostenibilità, uso di materiali appropriati e metodologie che permetteranno di garantire la sicurezza e la funzionalità del monumento più famoso al mondo.

Il team di lavoro mira a restituire l’immagine quanto più prossima all’idea originaria del Colosseo, pensato nel suo funzionamento come una complessa macchina scenica e che, al tempo stesso, cercherà di tutelare e conservare le strutture ipogee.

https://www.youtube.com/watch?v=itgCaQF2g40

Il nuovo piano dell’arena sarà fruibile per l’intera superficie e apribile in diverse configurazioni con un sistema automatico al fine di ottimizzare i cicli di apertura e chiusura in funzione della corretta conservazione delle strutture ipogee; il pavimento sarà impostato alla stessa quota Flavia del preesistente piano ligneo permettendo la corretta relazione in tutti i punti di contatto tra l’esistente e il nuovo: lungo il perimetro, con gli accessi dal “corridoio di servizio”, dalla Porta Triumphalis e dalla Porta Libitinaria.

Come descritto nella presentazione del progetto il piano dell’arena sarà in legno di Accoya, ottenuto con un particolare processo che ne aumenta resistenza e durabilità con una scelta sostenibile che evita l’abbattimento di specie pregiate. Alcune porzioni del piano saranno costruite con pannelli mobili che, grazie a rotazione e traslazione, garantiranno flessibilità e renderanno possibile l’apertura delle strutture ipogee per illuminazione naturale.

https://www.youtube.com/watch?v=pxQ2z5YMMFM&feature=emb_title

A livello conservativo poi, 24 unità di ventilazione meccanica distribuite lungo il perimetro controlleranno la temperatura e l’umidità degli ambienti ipogei: in soli 30 minuti sarà garantito il ricambio completo dell’intero volume d’aria. Il piano proteggerà le strutture sottostanti dagli agenti atmosferici, riducendo il carico idrico con un sistema di raccolta e recupero dell’acqua piovana che alimenterà i bagni pubblici del monumento.

https://www.youtube.com/watch?v=qsPSg_z1EtI

L'intervento consentirà di ripristinare la lettura integrale del monumento e permetterà al pubblico di comprendere appieno l'uso e la funzione di questa icona del mondo antico, anche attraverso eventi culturali di altissimo livello.

COLOSSEO, STORIA

La valle tra l’Oppio, il Palatino e il Celio fu urbanizzata a partire dal II secolo a.C. e fino all’età augustea; l’incendio che devastò Roma il 18 luglio del 64 d.C., sotto Nerone, determinò una modificazione profonda dell’assetto precedente e parte del territorio venne ad ospitare la Domus Aurea, la villa urbana di Nerone che si estendeva su 250 ettari e che comprendeva il grande lago artificiale dello Stagnum Neronis, un vasto specchio d’acqua cinto da un triportico colonnato di almeno 200 metri di lato e profondo non più di 4.

Arena Colosseo, Foto: Alessandra Randazzo

La costruzione della villa fu abbandonata alla morte di Nerone e la presa di potere di Vespasiano, il nuovo imperatore, determinò, dopo il risanamento dell’erario pubblico, la riorganizzazione urbanistica dell’area e l’edificazione, tra altri interventi pubblici, dell’Amphitheatrum novum sul sito del lago artificiale a partire dal 71 d.C.; lo ricorda Marziale: “Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri/erigitur moles, stagna Neronis erant”.

Per i Romani era anche il Teatro per le cacce, nel Medioevo Colosseo e poi Anfiteatro Flavio. Il Colosseo fu costruito in poco più di otto anni e inaugurato dal figlio di Vespasiano, Tito, nell’80, con 100 giorni di spettacoli venatori, giochi gladiatori e battaglie navali. L’edificio inaugurato, tuttavia, non ancora completato, mancava di parte dell’attico e delle strutture ipogee dell’arena che saranno realizzate solo sotto Domiziano, insieme ai grandi edifici di servizio esterni come le caserme gladiatorie, i depositi delle armi, l’ospedale per i feriti, la caserma della flotta di Miseno, l’edificio per le spoglie dei gladiatori morti.

Arena Colosseo, Foto: Alessandra Randazzo

Incendi, terremoti e la necessità di mantenere in efficienza l’edificio determinarono restauri, aggiornamenti e modifiche fino al VI secolo, quando furono definitivamente interrotti i ludi gladiatori e l’edificio subì un inarrestabile abbandono, trasformandosi, a partire dal regno di Teoderico, in cava di materiale, poi residenza delle famiglie romane dei Frangipane e degli Annibaldi nel XII e XIII secolo e poi di nuovo e fino alla metà del Settecento a cavar marmi a Coliseo.


Ulisse Roma imperiale

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela: "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela

Su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Ulisse Roma imperiale
Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela, su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Alberto Angela torna in prima serata con “Ulisse, il piacere della scoperta”, in onda da mercoledì 21 aprile alle 21.25 su Rai1. La nuova stagione propone quattro puntate e uno Speciale dedicato all’ambiente con la partecipazione di Piero Angela.

Il primo appuntamento è dedicato all'antica Roma. Si parte dal “Natale di Roma”, la cui fondazione, secondo la leggenda, sarebbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C., e si prosegue con un viaggio affascinante alla scoperta delle meraviglie della Roma imperiale, la “Roma dei Cesari”, periodo in cui la città raggiunse il suo massimo splendore. Tra le numerose le sorprese previste nella puntata, un sito eccezionale, il Mausoleo di Augusto, tornato finalmente visibile al pubblico dopo un lungo lavoro di restauro durato quattordici anni. Proprio sulla base delle recenti scoperte fatte da archeologi e storici della sovrintendenza capitolina, i telespettatori di Rai 1 potranno vedere per la prima volta, attraverso ricostruzioni grafiche inedite, quello che era l'aspetto originario di questo maestoso monumento che per secoli ha custodito la tomba del fondatore dell'impero.

In primo piano anche altre meraviglie legate ad Augusto, come l'Ara Pacis, uno dei monumenti che segna l'inizio della Roma imperiale, con i suoi magnifici rilievi i cui colori, grazie all'ausilio della grafica, torneranno a rivivere dopo duemila anni. Da un capolavoro all’altro con le splendide statue della Collezione Torlonia, una delle più importanti collezioni private di statue antiche al mondo, tornata visibile al pubblico dopo settant'anni con una mostra ospitata a Villa Caffarelli sul Campidoglio.

Lasciata l'età augustea, si viaggia quindi alla scoperta delle altre meraviglie realizzate dai successori di Augusto come il Colosseo, il più grande anfiteatro romano mai costruito, il Palazzo imperiale di Domiziano sul Palatino, per secoli il centro del potere dell'impero, la Colonna Traiana, monumento simbolo dell'età d'oro di Roma, o il Pantheon, il più importante tempio della Roma antica. Seguendo un preciso ordine cronologico, si ricostruisce la storia di questi monumenti famosi in tutto il mondo e la vita degli imperatori che li realizzarono, figure celebri come Augusto, Tito, Traiano e Adriano. Grazie all’ingegno dell’artista digitale Daniel Voshart, poi, sarà possibile vedere i ritratti fotografici dei volti degli imperatori romani. Attraverso la ricostruzione fedele delle immagini di busti e monete, infatti, sono stati realizzati una serie di identikit di alcuni di questi grandi protagonisti della Storia, per un viaggio unico nella grandezza della civiltà romana e nella sua bellezza.

 

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela, su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale". Comunicato stampa e foto dall'Ufficio Stampa RAI


Pompei 79 d.C. Una storia romana in mostra al Colosseo

Pompei 79 d.C. Una Storia romana è la nuova mostra inaugurata al secondo ordine del Colosseo in cui si cerca di indagare il rapporto, fino ad ora inesplorato, fra le due realtà archeologiche più famose del panorama italiano, in un arco cronologico che va dalla seconda guerra sannitica all'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

L’esposizione vuole inoltre omaggiare un grande studioso e archeologo italiano recentemente scomparso, Mario Torelli, eccellente conoscitore del mondo antico  ma anche intellettuale impegnato che tanto ha trasmesso ai suoi allievi puntando sempre verso un’ottica interdisciplinare e senza frontiere.

Pompei 79 Foto: Alessia Cacciarelli

Pompei 79 d.C. Una storia romana si inserisce in un percorso già avviato che ha portato il Parco archeologico di Pompei al dialogo spesso con altre culture che in qualche modo hanno intrecciato la storia della città vesuviana. Egitto, Greci, Etruschi fino alla storia più recente di Pompei che dal Settecento in poi ha segnato moda, arte e cultura europea.

Le circa 100 opere accuratamente selezionate per la mostra dalla forte identità visiva affidata a Lorenzo Mattotti e con il progetto di allestimento e grafico a cura di Maurizio Di Puolo, illustrano in maniera emblematica il dialogo tra i due centri, facendo emergere il progressivo allineamento di Pompei ai modelli culturali che si impongono a Roma nel corso della formazione del suo dominio mediterraneo.

La mostra è suddivisa in tre grandi sezioni: la fase dell’alleanza, la fase della colonia romana, il declino e la fine, intervallate da intermezzi dedicati a due momenti cruciali che hanno segnato la lunga storia di Pompei: l’assedio romano dell’89 a.C. e il terremoto del 62 d.C.

Pompei-Roma. Foto: Alessia Cacciarelli

Quando Pompei “incrocia” Roma

Le fonti letterarie ricordano Pompei per la prima volta in occasione di alcuni scontri avvenuti tra Roma e Sanniti proprio durante il secondo scontro fra queste due potenze. Ma il secolo d’oro di Pompei si ha a partire dalla fine della guerra Annibalica quando la città sarà interessata da un boom demografico non indifferente. Non si tratta di un fenomeno isolato, ma interesserà tutto il II a.C., con un picco massimo soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo. In città soprattutto, ci sarà una intensa e sistematica occupazione di quartieri e di ristrutturazioni di edifici in aree già occupate precedentemente, ma soprattutto vi sarà un trasferimento di residenti dell’agro verso la città e la costruzione di ville. Da questo momento, Pompei si troverà al centro di intensi scambi commerciali e umani, in particolare di cittadini italici che, intuendo le potenzialità geografiche del sito, utilizzeranno la città come scalo per i traffici marittimi.

Pompei 79. Foto: Alessia Cacciarelli

Da un’iscrizione ritrovata all’interno del Tempio di Apollo, sono emersi anche i rapporti tra Pompei e Roma, in particolare con un suo personaggio, quel Lucio Mummio che nel 146 a.C. aveva conquistato e distrutto Corinto e che a Pompei aveva donato degli oggetti preziosi per beneficiarla dell’aiuto apportato alla causa romana in Oriente. Si può ritenere certa, quindi, la partecipazione di Pompei alla guerra attraverso l’invio di denaro e di truppe. In questa cornice di grande sviluppo urbanistico ed economico, molto forti sembrano essere anche gli scambi con l’Egitto, sottolineati dalla costruzione in città di un Iseo. Il culto orientale che ebbe più presa in città fu quello della dea egiziana Iside che contò numerosi adepti anche tra i ceti più elevati. L’inserimento di Pompei nel più ampio scenario della politica romana, non ebbe però solo riscontri positivi. Allo scoppio della guerra sociale, Pompei e la vicina Stabiae furono tra le città insorte contro Roma per il diniego, da parte del Senato, dell’acquisizione della cittadinanza romana.

Pompei 79. Foto: Alessia Cacciarelli

La reazione della grande potenza non si fece attendere tanto che le fonti ricordano la presenza dell’esercito romano fuori le mura della città e del cui assedio, ancora oggi, numerosi sono i segni dei “bombardamenti” delle macchine da guerra sillane nei punti più esposti della cinta muraria della città. Pompei, infatti, nel corso della prima guerra civile romana aveva aderito al partito filo mariano che aveva avuto particolari consensi soprattutto nei ranghi delle città insorte durante la Guerra Sociale. Purtroppo gli esiti di questo schieramento furono disastrosi per la città e portarono nell’80 a.C. alla privazione del suo statuto di municipium e alla deduzione in colonia con il nome di Colonia Veneria Cornelia Pompeianorum con l’insediamento in pianta stabile di veterani dell’esercito sillano costituito da non meno di 2000 capifamiglia. Deductor della colonia fu Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore, la cui operazione fu coadiuvata dall’intervento di due importanti personaggi, M. Porcius e C. Quintus Valgus, quest’ultimo ricordato da Cicerone come uno degli uomini più potenti e influenti della Campania.

Affresco con scena di rissa fra pompeiani e nocerini nell’anfiteatro di Pompei, 59-79 d.C.; da Pompei, Casa della
Rissa nell’Anfiteatro, peristilio (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 8991)
Crediti: su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo / Museo Archeologico Nazionale,
Napoli, fotografia di Luigi Spina

L’annalistica romana, in particolare Tacito, tornò ad occuparsi della città per un episodio che accadde nel 59 d.C. relativamente alla squalifica dell’anfiteatro per dieci anni imposta dall’imperatore Nerone. Durante uno spettacolo con gladiatori organizzato dal pompeiano Livineius Regulus, un personaggio piuttosto conosciuto per essere stato espulso dal Senato di Roma probabilmente sotto Claudio, scoppiò una sanguinosa rissa tra gli abitanti locali e i Nocerini venuti per l’occasione. In un crescendo di inaudita violenza, dalle ingiurie verbali si passò presto alle sassate e ad uno vero e proprio scontro armato nel quale i Nocerini ebbero la peggio. La rissa, illustrata anche da uno spettacolare dipinto rinvenuto in una domus e oggi conservato al Museo Archeologico di Napoli, celava sicuramente motivazioni più profonde rispetto alle rivalità tra tifoserie, relative a malcontenti politici e tensioni di lunga data. Una possibile motivazione è stata ricondotta nell’elevazione di Nocera nel 57 d.C. al rango di colonia, fatto che aveva sicuramente onorato la città, ma aveva posto fine alle speranze di Pompei di poter acquisire il controllo sui territori una volta appartenuti a Stabiae e forse causato anche un ridimensionamento territoriale della città a vantaggio di Nocera.

Il Senato romano, chiamato a deliberare sul caso, decise di vietare i giochi all’anfiteatro (prohibiti publice in decem annos eius modi coetu Pompeiani), di sciogliere le associazioni illegali (collegia, quae contra leges institueran, dissoluta) e di esiliare Livineius quale istigatore dello scontro. Altro avvenimento accaduto pochi anni dopo, esattamente il 5 febbraio del 62 d.C., un terribile terremoto che devastò buona parte della Campania ed ebbe effettivi altamente distruttivi soprattutto su Pompei ed Ercolano. La cronologia viene fornita da Tacito e gli eventi sono narrati anche da Seneca nel sesto libro delle Questioni naturali dedicato all’amico Lucilio, nativo proprio di Pompei, che possedeva una villa nei dintorni della città.

Parete in stucco policromo, 62-79 d.C.; da Pompei, Casa di Meleagro, tablino 8, parete est (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. 9595) Crediti: su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo / Museo Archeologico Nazionale, Napoli, fotografia di Luigi Spina

La storia archeologica e le sue preziose testimonianze materiali e artistiche esposte nelle diverse sezioni della mostra, sono testimoni del rapporto intercorso spesso tra le due città sia in ambito socio-politico sia culturale. Il territorio vesuviano, dapprima sotto l’influenza sannitica e poi romana, risulta in entrambe le situazioni sostanzialmente dipendente da Roma, seppur nel primo caso non formalmente.

La mostra Pompei 79 d.C. Una storia romana - scrive Alfonsina Russo, Direttore del Parco Archeologico del Colosseo - intende rimarcare, attraverso le testimonianze materiali, il ruolo rivestito dalla città vesuviana nella compagine storica e artistica dell’impero romano, in un contesto lungi dall’essere considerato un ininfluente suburbio di periferia, ma più propriamente una realtà ben caratterizzata e all’altezza della capitale. La rigorosa impostazione della mostra si deve a Mario Torelli, che con grande entusiasmo e sconfinata passione aveva accettato di curarla con l’intento di contribuire con la sua immensa cultura a una rilettura dei rapporti tra Roma e Pompei anche alla luce delle più recenti scoperte archeologiche effettuate nella città vesuviana. La sua recente scomparsa gli impedirà di vedere compiutamente realizzato il suo ultimo progetto scientifico. A lui un pensiero di viva gratitudine non solo per averci accompagnato e guidato nel progettare e realizzare questa esposizione, ma soprattutto per averci trasmesso la grande responsabilità di coloro che operano per tutelare il patrimonio culturale e per rendere tutti i cittadini pienamente consapevoli della sua importanza, quale valore identitario ed elemento significativo di coesione sociale, nell’ambito di una stretta e imprescindibile relazione tra cultura e impegno civile.

Conclude il percorso la tragica eruzione del 79 d.C. quando Pompei venne sepolta da ceneri e lapilli e Roma continua la sua ascesa espandendosi sempre più sulla cartina geografica.  Ma questa è un'altra storia.


Pompei 79. Locandina

Info mostra: https://parcocolosseo.it/evento/al-colosseo-la-mostra-pompei-79-d-c-una-storia-romana/


accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Accarezzare la storia di Roma con la punta delle dita

“Museo Palatino - Accarezzare la storia di Roma”

È in un tale momento storico, dove obbligatoria è la riflessione sui concetti di prossimità e contatto, che viene presentato, in occasione delle Giornate europee del patrimonio, dal PArCo (Parco Archeologico del Colosseo) il prototipo della guida tattile pensata per il Museo Palatino, ideata in co-progettazione con “atipiche edizioni” e realizzata con il supporto del FabLab Lazio Innova di Zagarolo.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Andrea Delluomo e Giulia Foscolo schiudono la cultura e l’archeologia al pubblico con disabilità visiva e lo fanno attraverso modalità nuove che consentono a tutti di poter conoscere e approfondire la storia di Roma, del colle, e i suoi reperti, con la mediazione di strumenti che preparano e accompagnano il visitatore in un percorso temporale, dalla preistoria - con la fondazione della città - fino all’età imperiale.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

La loro idea è quella di fornire un approccio concreto e multisensoriale ai materiali per facilitare la comprensione di contenuti astratti, mettendo in gioco un’altra sfera sensoriale, quella tattile.

Proviamo a chiudere gli occhi e, accompagnati da Federica Rinaldi - funzionario archeologo del PArCo -, scopriamo che la guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” è suddivisa in 16 schede in cui le opere più rappresentative sono raccontate e illustrate con tavole tiflodidattiche (dal greco typhlós: 'cieco'), corredate da testi ad alta leggibilità (in italiano e inglese) e da trascrizioni in braille, per esplorare il Museo Palatino, in modo inclusivo, con le dita e per garantire al pubblico con disabilità visiva l’accesso al patrimonio dell’area archeologica.

La guida ripercorre le sale del Museo che si sviluppano su due piani: al piano interrato è illustrata la storia più antica del colle, dalla fondazione di Roma alle prime costruzioni sacre con decorazioni in terracotta e, in parallelo, è possibile toccare la riproduzione in pianta del perimetro di quella che doveva essere la capanna di Romolo, oltre che di quella parte del Palatino occupata dai palazzi imperiali e da altri edifici antichi (templi, archi, domus, Anfiteatro Flavio).
Al primo piano si snoda il racconto delle residenze costruite dagli imperatori della dinastia giulio-claudia (Augusto e Nerone), fino al palazzo della dinastia flavia (costruito da Domiziano) e alle trasformazioni posteriori. Nelle sale che si susseguono, le schede e i pannelli riproducono i simboli del potere al tempo di Augusto, un esempio di lastra in opus sectile, una testa-ritratto marmorea di Nerone e riproduzioni di stoffe e panneggi, tutti da toccare per percepire la loro consistenza materica.

 

Artigianato e innovazione si intrecciano dunque per soddisfare ogni tipo di richiesta, in dialogo con l’oggetto antico nel suo contesto e con il suo fruitore. Manualità e tecnologie moderne si fondono attraverso la realizzazione di prototipi incisi a mano - quali il particolare della “piuma”, realizzata dall’artista Susanna Doccioli - o stampati in 3D e valorizzano un percorso che prima era soltanto visivo.

 

Tutte le foto per “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” sono di Ilaria Lely


attaccaglie

Lavoro, trasporto e commercio nel Medioevo a Roma: le attaccaglie, parcheggi ante litteram

Nell’Alto Medioevo, precisamente durante il secondo quarto dell’VIII secolo, la grande crisi politica che portò al distacco di Roma dall’Impero Bizantino causò una grande trasformazione della struttura economica della città. La disputa iconoclasta si concluse con la confisca delle proprietà della Chiesa di Roma in Italia Meridionale e in Sicilia, bloccando l’afflusso delle rendite in oro e natura, utili per il sostentamento dell’ecclesia. Il ripiegamento su scala regionale delle attività economiche della Chiesa non permise la sopravvivenza dei circuiti commerciali mediterranei e dei mercati cittadini.

attaccaglie
Veduta del Foro di Augusto. Foto L. Andreola

Questa grande trasformazione della struttura economica e sociale della città di Roma, portò ad un cambiamento dell’assetto topografico e del paesaggio cittadino anche attraverso una capillare ruralizzazione dello spazio urbano, sintomo delle nuove forme di autarchia e auto sostentamento. Così molti cittadini romani poterono coltivare e vendere i prodotti delle loro fatiche nei mercati, come quelli presenti nell’antico centro della città, in corrispondenza del Foro Romano; per il lavoro dei campi, anche per quello domestico e per il trasporto delle derrate agricole, probabilmente utilizzarono vari tipi di animali da tiro e da soma (spesso equidi), che, a bisogno, legarono per soste di breve o lunga durata. Traccia materiale di queste probabili attività di lavoro, trasporto e commercio sono le attaccaglie: fori per lo stazionamento di animali da tiro, da soma ed eterogenei di piccola taglia rintracciabili su edifici per lo più limitrofi alla viabilità antica.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Come per tutte le epoche, anche per il Medioevo la viabilità costituisce il naturale tessuto connettivo della storia:  lo studio del documento dell’epoca di Paolo I (757- 767), noto come «Itinerario di Einsielden», una raccolta di dieci percorsi attraverso la città di Roma, descritti facendo riferimento alle chiese e ai monumenti accanto ai quali passavano, ha permesso di identificare gli edifici di interesse archeologico nel centro storico dell’Urbe da censire e sottoporre ad un’indagine analitica ed interpretativa.  Nel  Portico in peperino del Foro Olitorio sono state rilevati 9 fori di stazionamento, 6 nei Mercati Traianei, 1 nel  Foro di Cesare, 3 nel Foro di Augusto, 17 nel Foro di Nerva, 1 nel Foro di Traiano, 24 nel Teatro Marcello; nelle aree del Foro della Pace, in quella Sacra di Sant’Omobono e dell’insula Volusiana e nel Ludus Magnus  non si sono registrate evidenze  di interesse, mentre  nel Foro Romano il censimento parziale, relativo alla sola indagine autoptica non analitica, non ha permesso un adeguato studio del monumento.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino della superficie S/O del muro perimetrale dell’emiciclo. Foto L. Andreola

Nel saggio Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea R. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma 2002 (pp. 186 – 217), lo studioso Stefano Antonetti individua nel Colosseo ben 296 fori, collocati soprattutto nel settore settentrionale lungo gli ambulacri I – II, con altezze varianti, eseguiti nella quasi totalità dei casi in prossimità degli spigoli dei pilastri.

Questi parcheggi ante litteram spesso sono riconosciuti su blocchi di pilastri o di altre strutture, limitrofe o inserite in zone di passaggio: botteghe, fornici, ruderi su strade, archi, stipiti, soglie dove, qualora la presenza di fonti documentarie e archeologiche attendibili ne permetta il riconoscimento, sarebbe ipotizzabile lo stazionamento di animali da soma o eterogenei di piccola taglia piuttosto che da tiro.

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Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sul condotto a clessidra dal foro A dell’attaccaglia XV, cm +134 sulla superficie occidentale di un blocco dell’alzato in peperino a sud nella facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico

La realizzazione di una attaccaglia potrebbe risultare estremamente semplice: determinata l’altezza dal suolo del punto prescelto, si pratica con subbia o scalpello (strumenti maggiormente attestati) una doppia perforazione nella superficie del supporto, creando due conoidi che, incontrandosi, formano una sorta di condotto arcuato a clessidra che rende facile l’inserimento di una fune. La maggior parte delle evidenze censite sono realizzate in blocchi tufacei di riuso, materiale considerato inaffidabile ma di facile lavorabilità; il 20% nel travertino, di cui si evitano faglie, porosità e giunture. La realizzazione di un foro di stazionamento ex novo, ossia perforando un piano che non sia contiguo a quello di giacitura di un foro già eseguito per altri fini, si differenzia da quelli di riuso, dove si  risparmia  la doppia perforazione  iniziale  del  blocco,  poiché  vengono  utilizzati sia fori per l’incastro di strutture lignee poi dismesse, sia i cavi eseguiti per l’asportazione di perni di ferro piombati.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino. Foto L. Andreola

Esiste uno stretto legame tra la funzione dell’attaccaglia e la distanza dal suolo della stessa: questa misura certamente non varia in maniera casuale e deve seguire una logica ben precisa. L’osservazione è emersa da una serie di confronti tra i valori censiti dall’ Antonetti nel Colosseo e analoghe situazioni documentate in edifici storici urbani e a carattere rurale, dove si è accertato il legame tra i fori di stazionamento e la presenza di animali a essi relativi. Lo studioso si riferisce all’abbondante materiale tuttora reperibile in quelle strutture rurali in cui, dato il persistere fino a tempi recenti di un tipo di vita legato a economie tradizionali, è ben documentato l’uso di tali elementi di ancoraggio per alcune tipologie di animali domestici, caratterizzati non solo dai fori conoidi ma anche dalla presenza di un anello metallico a cui assicurare la legatura.

Dalla sua ricerca è emerso che il criterio di scelta dell’altezza del punto in cui assicurare l’animale rispetto al suolo, è strettamente legato alle caratteristiche di durata ed impiego di un eventuale stazionamento forzoso. Tutto questo richiede anche una conoscenza etologica degli animali, al fine di preservare la loro integrità fisica ed ottenere una conseguente resa massimale. Antonetti riscontra come, sia nelle attaccaglie in pietra che in quelle con anello metallico, la scelta dell’altezza dal suolo registri valori pressappoco comuni e come questi, individuati in situazioni ancora esistenti, siano confrontabili con la presenza di una o più specie animali custodite in un determinato spazio. Egli, analizzando i valori numerici raccolti nel Colosseo, delinea alcune fasce d’uso, riferite ovviamente al piano di calpestio antico, al fine di capire se esistesse all’epoca un criterio standard di valutazione nello scegliere l’altezza dal suolo. Le tre fasce altimetriche individuate sono le seguenti:

  1. una compresa tra cm 80÷180 di altezza dal suolo, relativa ad animali di grande taglia (cavalli: cm +160÷178; muli: cm +140÷160; asini: cm +80÷140);
  2. una fascia intermedia variante tra cm +65÷78, pertinente probabilmente ad ovini e caprini;
  3. una serie di valori minimi non costituenti una vera e propria classe, pertinenti ad animali eterogenei di piccola taglia, ruotante mediamente intorno ai cm +60.

Nel caso di pastura alla mangiatoia gli animali si tengono generalmente più bassi e ‘corti’, impedendo a due soggetti contigui di venire a contatto, legandoli ad una altezza di cm +90÷110, in locali individuabili come stalle e ricoveri. I muli - largamente usati nei trasporti su lunghe e medie distanze, rispetto agli asini, più utilizzati in ambito familiare per i piccoli trasporti e come cavalcatura – per la loro forza e docilità sono spesso, per quanto concerne l’epoca tardo antica e medievale, attestati tra gli animali da carico. Antonetti conclude affermando che per gli altri animali domestici documentati in ambito antico (ovini, caprini, suini), generalmente si ricorreva all’allevamento libero extra-muraneo, tranne nei casi in cui il limitatissimo numero di capi permetteva una coesistenza con animali di grande taglia (stabulaggio misto). I parametri altimetrici elaborati dallo studioso attraverso l’equivalenza dei materiali di indagine, anche se riferiti a situazioni recenti, potranno essere in futuro integrati con ulteriori fattori di correzione provenienti dagli studi zoometrici ed osteologici.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico Foto L. Andreola

La storia stratigrafica della quasi totalità dei monumenti indagati finora, rimane sconosciuta a causa degli sterri risalenti al XX secolo: così le quote rilevate non possono essere rapportate ad un livello di calpestio antico, riferito al periodo medievale. Unica eccezione è la domus  solarata a portico del IX secolo, per cui è stata registrata una crescita del livello del piano di calpestio di circa +40 cm. In questo edificio è probabile la presenza di due equidi (asini) e di due animali eterogenei di piccola taglia, di cui uno potrebbe essere un cane poiché sono stati attestati dei resti di probabili ciotole.

attaccaglie
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico. Foto di L. Andreola
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Bibliografia sulle attaccaglie

Antonetti S. 2002, Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea S. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma, pp. 186 – 217.

Coarelli F. 2003, Roma, Roma.

Giusberti P. - Meneghini R. - Rizzo S. - Santangeli Valenzani R. 1999, Fori Imperiali, in Archèo 15, 12 dicembre 1999, Roma pp. 28-53.

Meneghini R. - Santangeli Valenzani R. 2004, Roma nell’altomedievo: topografia e urbanistica della città dal V al X secolo, Roma.

Montanari M. 2006, Storia Mediaevale, Bari - Roma 2006.

Nocera D. 2016, La Porticus Absidata e Rabirio: una nuova ricostruzione e una iotesi di Rabirio, , in La Rocca E. - Meneghini R. - Parisi Presicce C. (a cura di), Il foro di Nerva. Nuovi dati dagli scavi recenti. Scienze dell’antichità 21.3 – 2015, Roma pp. 139-170.

Rockwell P. 1989, Lavorare la pietra. Manuale per l’archeologo, lo storico dell’arte e il restauratore, Roma

Santangeli Valenzani R. 2014, <Itinerarium Einsidlense>. Probleme und neue Ansätze der Forchung, in Erhart P. – Kuratli Hüeblin J. (a cura di), Vedi Napoli e poi muori – Grand Tour der Mönche, St. Gallen pp. 33-37.


La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

Scendendo le scale all’interno di un palazzo condominiale sito a Santa Maria Capua Vetere (CE), in via Aldo Moro, lungo l’antica via Appia, potremmo avere la sorpresa di imbatterci, in luogo di un comune scantinato, nientemeno che in una domus romana risalente al I secolo a.C.

L’antica Capua è, infatti, una miniera di ricchezze, spesso lasciate sepolte o non del tutto fruibili: la domus trattata in questo articolo rientra per l’appunto in questi casi, dal momento che il sito non è visitabile salvo aperture straordinarie.

domus di Confuleius
Il primo dei due ambienti con il pozzo e la vasca. Foto di Giusy Barracca

La cosiddetta domus di Confuleius, altresì nota come Bottega del Tintore, venne scoperta nel 1955, nel corso dei lavori per la costruzione del fabbricato moderno; attraverso una scala a doppia rampa si accede a due ambienti ipogei a pianta rettangolare, ciascuno dei quali coperti da una volta a botte, in ottimo stato di conservazione.

Colpisce immediatamente la ricchezza dell’apparato decorativo, con le pareti e le volte affrescate secondo i moduli del I stile (sebbene di ciò restino poche tracce, a causa dei danni provocati dai lavori moderni), mentre impressionanti sono le decorazioni musive del pavimento: su un fondo in cocciopesto dal colore rossastro si innestano mosaici con tessere bianche e nere a comporre variegati motivi geometrici (rombi, esagoni, crocette, meandri, quadrati) e floreali.

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

Il primo ambiente è diviso dal secondo sul lato occidentale da una porta ad arco, al di là della quale un’iscrizione musiva pavimentale accoglie gli ospiti all’interno del triclinio:

RECTE OMNIA / VELIM SINT NOBIS

«Vorrei che ci vada tutto bene»

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

L’iscrizione più interessante, tuttavia, si trova proprio all’interno del secondo ambiente, dal momento che contiene preziose informazioni che consentono di identificare il proprietario della casa con il sagarius Publius Confuleius Sabbio:

P(UBLIUS) CONFULEIUS P(UBLI) (ET) M(ARCI) L(IBERTUS) SABBIO SAGARIUS/ DOMUM HANC AB SOLO USQUE AD SUMMUM/ FECIT ARCITECTO T(ITO) SAFINIO T(ITI) F(ILIO) FAL(ERNA) POLLIONE

«Publio Confuleio Sabbione, liberto di Publio e Marco, sagario, fece costruire questa casa dalle fondamenta fino alla sommità, essendone architetto Tito Safinio Pollione, figlio di Tito, della tribù Falerna»

Del padrone di casa conosciamo dunque il nome (Confuleius è un gentilizio tipicamente capuano), lo status sociale – si dichiara infatti un liberto - e la professione, ossia quella di commerciante di sagum: si tratta di un mantello di lana grezza, che veniva fissato sulla spalla attraverso una fibula, ed era utilizzato perlopiù dai soldati, in colori differenti a seconda del grado militare, ma era anche l’indumento abituale degli schiavi e, in generale, delle persone meno abbienti. È verosimile che tali stoffe, oltre che vendute, venissero anche prodotte all’interno della casa: la presenza di un pozzo e di una vasca rettangolare situate sul lato est del primo ambiente suggeriscono un’interpretazione in tal senso.

L’iscrizione testimonia il carattere redditizio di questo genere di attività, favorito dalla posizione strategica e dalla forte vocazione commerciale dell’antica Capua. Essa è, inoltre, insieme all’aspetto fastoso e autocelebrativo di tale dimora, un prezioso documento di uno spaccato della società delle città romane, nonché vivida testimonianza del modus vivendi di tutta una classe sociale – quella dei parvenu, dei nuovi ricchi – che ha fatto dell’ostentazione grandiosa della ricchezza un marchio di fabbrica, volto a celare l’umiltà delle proprie origini. Impossibile dimenticare il ritratto pittoresco che Petronio, un secolo dopo, farà nel suo Satyricon a proposito di Trimalchione, liberto (proprio come il nostro Confuleius) che da schiavo affrancato salirà i gradini della scala sociale all’insegna del benessere e del lusso più sfrenato, divenendo il simbolo di un intero ceto sociale.

Tornando a Confuleius, la sua domus è, insieme ad altri monumenti coevi, una delle testimonianze più significative di un piano di rinnovamento urbanistico che ha riguardato la città nella tarda età repubblicana e di cui si ha traccia nelle famose epigrafi capuane relative all’attività dei magistri Campani, addetti allo sviluppo architettonico e all’abbellimento monumentale cittadino. È una Capua ricca e sfarzosa quella in cui vive Confuleius, che dal canto suo è pienamente consapevole dell’importanza rivestita, in questo periodo, da quelle classi che sono in piena ascesa sociale (mercanti, artigiani, architetti), tant’è vero che, nell’iscrizione pavimentale del secondo ambiente, ci tiene a specificare anche il nome dell’architetto, un certo Tito Safinio Pollione, appartenente alla tribù Falerna.

È un peccato che una domus così importante e ben conservata sia difficilmente visitabile e che, complice la posizione sotterranea all’interno di un palazzo privato, resti sconosciuta ai più. D’altro canto, non lontano dalla domus si trovava l’antico foro, il cuore pulsante della città, e ancora oggi è possibile ammirare alcuni tra i siti più suggestivi del mondo romano: l’Anfiteatro Campano, secondo solo al Colosseo, e il Mitreo, come la domus ipogeo, solo per citarne alcuni. Solo un’adeguata promozione e valorizzazione della storia e della ricchezza culturale dell’antica Capua potrà far comprendere appieno la posizione di primo piano che essa occupava nel sistema delle città romane.

Note: la traduzione delle iscrizioni è a cura di chi scrive. Tutte le foto della domus di Confuleius sono di Giusy Barracca.

Bibliografia:

M. Pagano, J. Rougetet. La casa del liberto p. Confuleius Sabbio a Capua e i suoi mosaici, in «Mélanges de l'école française de Rome» 99.2, 1987, pp. 753-765.


Un esercito di Lego Classicist pronto ad invadere i social

Grandi e piccoli, tutti conoscono i Lego. Ma gli appassionati del mondo classico non possono perdersi, grazie ai social, il progetto LEGO CLASSICIST. Da un’idea di Liam D. Jensen, alias The Lego Classicist, archivista storico australiano, un esercito di classicisti ha invaso il web e ha conquistato gli studiosi del mondo antico in un sapiente mix fatto di pop art e storica antica.

Come rivela lo stesso Liam, tutto è iniziato per caso. Ricreare studiosi classici in mattoncini Lego ha superato ogni aspettativa ed è stata una voluta celebrazione del mondo antico e soprattutto del lavoro dei tanti studiosi che in più svariati enti e campi adorano il loro lavoro e ci permettono di conoscere quanto più della storia e dell’archeologia. Elemento innovativo e inclusivo l’utilizzo dei social, dove Liam annuncia di volta in volta nuovi membri della famiglia Lego Classicist.

Liam al lavoro nella realizzazione di uno dei suoi LC

In breve tempo e grazie al folto numero di curiosi, il progetto è diventato internazionale. Il potere della comunicazione passa anche attraverso il gioco e la capacità di abbattere ogni tipo di frontiera è tipica anche dei famosi omini LEGO amati in tutto il mondo e capaci di creare sempre scenari e avventure diversi. Tanti sono i personaggi che hanno aderito alla famiglia LC tra cui Mary Beard la cui minifigure è diventata virale tanto da essere stata ripresa anche dal canale BBC, dalla prestigiosa rivista tedesca di archeologia, Antike Welt, dal giornale della Society of Antiquaries of London, SALON e dalla Cambridge University. La stessa Beard ha in seguito utilizzato la sua minifigure all’interno di un suo programma televisivo, Front Row Late.

L’Italia al momento può vantare ben tre personaggi ritratti in minifigure Lego: Alessandra Giovenco, archivista della British School at Rome, il Prof. Massimo Osanna, archeologo e Direttore del Parco Archeologico di Pompei e il Prof. Giacomo Pardini, archeologo e numismatico, docente presso l’Università di Salerno. Allora abbiamo chiesto proprio a Liam, di parlarci del suo progetto e di alcuni dei suoi più importanti personaggi.

LEGO CLASSICIST
Alessandra Giovenco, Massimo Osanna e Giacomo Pardini

Liam, quando e come è nato il progetto Lego Classicist?

La prima minifigure Lego è stata pubblicata sui social media il 20 febbraio del 2016, ma il nome Lego Classicist è stato pensato solo dopo altre 3 minifigure e così ho creato una pagina Facebook dedicata al progetto. Questo è stato il vero momento in cui è nato Lego Classicist.

Quanti classicisti include il progetto e chi fa parte della famiglia LC?

In questo momento la famiglia LC include 90 studiosi scelti direttamente nell’ambito della disciplina classica ma presto mi piacerebbe includere anche categorie differenti come egittologi e chiunque sostenga lo studio della storia non solo antica come conservatori, bibliotecari e archivisti.

Chi è stato il primo personaggio LC?

Tecnicamente la prima minifigure realizzata quasi per caso è quella del Dott. Tom Hillard, docente di storia romana e vecchio amico di famiglia. Ma Michael Turner, creatore e designer dei tre modelli famosi del mondo antico tra cui Lego Pompeii , Lego Colosseo e Lego Acropoli, può ritenersi il primo vero ispiratore per la famiglia Lego Classicist.

Dall’Australia hai conquistato il mondo dei classicisti. Ti aspettavi tutto questo clamore?

Tutto è iniziato come gioco tra me e i miei amici e mai avrei pensato al fatto che LC potesse raggiungere il mondo dei classicisti con così tanto entusiasmo.

L’Italia è stata rappresentata attraverso tre personaggi. Cosa ci puoi dire di loro?

Massimo Osanna e il suo alter LC

La minifigure del Prof. Massimo Osanna mi è stata richiesta dal Nicholson Museum, Università di Sydney che voleva omaggiare il Professore  e inserire il suo personaggio all’interno del modello Lego Pompeii. Due accademici dell’Università di Sydney hanno consegnato di persona il piccolo Lego e lui ha diffuso la notizia tramite il suo canale Twitter.

Alessandra Giovenco è archivista alla British School di Roma e ho avuto il grande piacere di conoscerla personalmente nel 2016. Le nostre conversazioni quotidiane mi hanno ispirato e così è entrata a far parte della famiglia LC. La minifigure le è stata consegnata dal Direttore della BTR a nome mio.

Giacomo Pardini con il suo LC

Infine, il Prof. Giacomo Pardini mi aveva taggato in una foto che lo ritraeva come minifigure Lego, realizzato da suo nipote, con la scritta “quasi Lego Classicist”. Da allora abbiamo avuto una fitta corrispondenza legata sia al mondo dei Lego che a quello dell’archeologia e quindi ho sentito la necessità di farlo divenire membro della famiglia LC anche se penso che la minifigure di suo nipote sia sicuramente migliore della mia! Il Prof. Pardini ha ricevuto giusto poche settimane fa la sua minifigure LC presso l’Università di Salerno.

Tutti e tre hanno risposto con grande entusiasmo che non può essere espresso a parole ma è visibile sui loro volti e nelle foto che mi hanno inviato assieme alle minifigures. I Romani hanno avuto un grande ruolo nella storia antica ed è giusto che nella famiglia LC ci siano molti altri membri in futuro.

Quale messaggio vuoi trasmettere attraverso il tuo progetto?

Spero che LC possa dare la possibilità a tutti di diffondere quanto più possibile il mondo antico e il suo studio. LC ha lo scopo di aiutare ad unire la comunità di classicisti così da evidenziare il loro lavoro e renderlo quanto più fruibile per tutti e ad un pubblico sempre più ampio. Il mondo LC vuole unire la classicità senza banalizzarla ma rendendola solo un po’ più giocosa.

Il primo Lego Classicist di questo 2020 è stato realizzato per il Prof. Pardini, ci puoi dire se ci saranno altri italiani nella famiglia?

Sono in contatto con un classicista italiano che spero presto possa entrare a far parte di LC e ne ho altri due in mente che saranno rivelati più in là.

Cos’è l’Internation Lego Classicism Day e come si svolgerà?

LEGO CLASSICIST

è un evento social che gestisco dal 2017 e che ricade proprio il 20 di febbraio. È l’anniversario dei Lego Classicist e mi piace utilizzare questa data per invitare tutti a festeggiare e celebrare la storia antica attraverso i mattoncini Lego. Ognuno lo può fare  a modo suo. Può condividere il suo modello Lego preferito, quello che ritrae Pompei al Nicholson Museum è il mio preferito, oppure puoi scattare una foto dove ci sono rovine classiche e una figura Lego seduta in un famoso sito antico. L’hashtag ufficiale di quest’anno è #LCD2020

 

 

 


Top 30. Bene Colosseo, Uffizi e Pompei nel 2019

COLOSSEO, UFFIZI E POMPEI SUPERSTAR

La Top 30 dei musei e dei parchi archeologici statali del 2019 regala conferme e novità, con il podio stabilmente occupato dal Colosseo, con oltre 7,5 milioni di visitatori, le Gallerie degli Uffizi, con quasi 4,4 milioni di ingressi, e Pompei, con circa 4 milioni di presenze. Seguono la Galleria dell’Accademia di Firenze e Castel Sant’Angelo, realtà che da molti anni occupano la cima della classifica della Top 30. Tra i primi cinque istituti, in termini assoluti da segnalare la crescita di Pompei che vede aumentare di 160.000 unità i biglietti staccati nei soli scavi.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

FRANCESCHINI: PROSEGUIREMO SU PERCORSO INNOVAZIONE
“A qualche anno dalla riforma dei musei i risultati straordinari si vedono sempre di più grazie al lavoro dei direttori e di tutto il personale. Più incassi vogliono dire più risorse per tutela e ricerca, servizi museali. Andremo avanti sul percorso dell’innovazione”, ha commentato il ministro peri beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini.

BOOM DELLE MARCHE E DEI MUSEI NAPOLETANI
Il 2019 ha visto anche importanti risultati, come il boom della Galleria Nazionale delle Marche, che con circa 70.000 biglietti in più rispetto ai quasi 195.000 visitatori del 2018 segna un +36,8%, sale di sette posizioni e entra al ventiseiesimo posto in TOP 30, dove mancava dal 2012. A seguire una crescita significativa dei musei napoletani, capeggiata dal Museo di Capodimonte, che aumenta del 34,2% i visitatori e con quasi 253.000 ingressi scala quattro posizioni in classifica e entra nella TOP 30. Significative affermazioni anche per Castel Sant’Elmo, che passa da quasi 225.000 a 267.000 visitatori salendo dal trentesimo al ventisettesimo posto con un +18,7% di ingressi, e per Palazzo Reale, che con una crescita di visitatori dell’11% arriva a oltre 270.000 biglietti staccati che valgono il venticinquesimo posto in classifica, due posizioni in più rispetto all’anno scorso.

Pompei

Bene in termini di crescita anche le Terme di Caracalla a Roma, con un aumento del 10,9% dei visitatori sul 2018, e il Castello di Miramare a Trieste, con un +10,7% di ingressi.

Buon risultato anche per Palazzo Ducale di Mantova, che da 324.000 visitatori passa a oltre 346.000 ingressi, un incremento del 7% su base annua che gli permette di salire di tre posizioni e piazzarsi al diciottesimo posto in classifica.

Complessivamente nei primi trenta musei e parchi archeologici statali sono no entrati nel 2019 quasi 30 milioni di visitatori (circa 700.000 ingressi in più rispetto al 2018 con un incremento del 2,4%) che rappresentano più della metà dei visitatori dell’intero sistema museale statale.

CRESCE LA BASILICATA, È “EFFETTO MATERA”
Non presenti nella Top 30, ma con un’ottima prestazione, da segnalare i musei della Basilicata, che nell’anno della Capitale europea della cultura hanno visto crescere gli ingressi di circa 50.000 unità, con un tasso di incremento prossimo al 20% tanto da poter parlare di un vero e proprio “Effetto Matera” nei principali luoghi della cultura lucani.

TORNANO LE DOMENICHE GRATUITE, MUSEI BATTONO LA “SERIE A”
Inoltre, dalla loro istituzione nel luglio del 2014 a oggi le domeniche gratuite, recentemente reintrodotte e rese permanenti dal Ministro Franceschini, hanno portato oltre 17 milioni di persone nei soli musei statali, con un effetto volano sugli ingressi a pagamento e con benefici importanti per i musei più piccoli che hanno beneficiato di campagne di comunicazioni nazionali. Un dato sottostimato, perché non tiene conto dei tanti ulteriori visitatori dei musei comunali che hanno aderito contribuendo a fare della #domenicalmuseo un vero e proprio evento culturale per famiglie e cittadini con numerose edizioni da record in cui la presenza nei musei è stata superiore a quella di una giornata di campionato di calcio di “Serie A”.

PANTHEON DA RECORD, SUPERATI I 9 MILIONI DI VISITATORI
Tra gli istituti gratuiti, infine, da segnalare l’exploit del Pantheon, che supera quota 9 milioni di visitatori, con un aumento del 4% pari a circa 400.000 visitatori in più rispetto al 2018. Ottimo risultato anche per il Vittoriano - recentemente reso autonomo insieme a Palazzo Venezia - che cresce del 9% portandosi a oltre 3 milioni di ingressi.

MALTEMPO, CALANO I VISITATORI DEI GIARDINI STORICI
Dopo anni di continua crescita a doppia cifra il numero dei visitatori dell’intero sistema museale nazionale si assesta intorno ai 55 milioni. Le prime cinque regioni per numero di ingressi sono il Lazio, la Campania, la Toscana, il Piemonte e la Lombardia. L’assestamento è stato causato anche dai numerosi fenomeni di maltempo che hanno caratterizzato l’autunno del 2018 e la primavera del 2019 e che hanno comportato la forte riduzione del numero visitatori soprattutto nei parchi monumentali e nei giardini storici: il Bosco di Capodimonte, ad esempio, ha avuto una consistente riduzione degli ingressi dovuta anche a lunghi mesi in cui ragioni di sicurezza non ne hanno permesso l’apertura e la piena fruibilità.

Tutti i dati della Top30 sono disponibili a questo link:
www.beniculturali.it/top30_2019
#museitalianiTOP30


Busto Settimio Severo

Il Busto ritrovato di Settimio Severo in mostra al Colosseo

Il Busto ritrovato di Settimio Severo in mostra al Colosseo

Grazie al recupero della Guardia di Finanza sarà visibile al pubblico fino al 25 agosto nell’ambito della mostra “Roma Universalis”

 

Roma, 8 agosto 2019. Lo straordinario busto di Settimio Severo, che da qualche settimana apre al II ordine del Colosseo la mostra temporanea “Roma Universalis”, viene finalmente restituito alla pubblica fruizione dopo essere stato protagonista di una incredibile vicenda.

Il ritratto dell'imperatore appartenente alla “dinastia venuta dall'Africa" è infatti l’esito di una operazione di recupero che risale al settembre del 2017 quando, al termine di un pedinamento, i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma rinvengono il prezioso reperto all’interno del portabagagli di un SUV, avvolto in una coperta, nella centralissima piazza Esedra, tra decine di turisti incuriositi.

L’opera proveniva dall’area di Guidonia – Montecelio, comune della città metropolitana di Roma, e dopo il recupero è stata consegnata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l'Etruria Meridionale, competente per il territorio, con la quale il Parco archeologico del Colosseo ha stabilito una collaborazione finalizzata al restauro  ma soprattutto alla sensibilizzazione sui reati contro il Patrimonio.

L’operazione che ha permesso il ritrovamento di questo reperto straordinario, è frutto del costante monitoraggio della circolazione delle opere d’arte, svolto dalle Fiamme Gialle ai fini della prevenzione, ricerca e repressione delle violazioni economico-finanziarie, in stretta sinergia con il MiBAC. Nel peculiare settore dei beni appartenenti al patrimonio culturale dello Stato, l’attenzione della Guardia di Finanza si concentra sulle connesse movimentazioni finanziarie, considerato che il loro intrinseco valore le rende particolarmente appetibili per gli interessi della criminalità, alla continua ricerca di strumenti per riciclare i proventi delle attività illecite.

Busto Settimio SeveroL'opera rimarrà esposta al Colosseo fino al 25 agosto, quando l'intera mostra sarà disallestita e il reperto verrà restituito alla Soprintendenza, dove sarà custodito sino alla fine della vicenda giudiziaria di cui è tutt'oggi ancora protagonista.

Busto Settimio SeveroTesto e immagini dal Servizio Comunicazione, relazioni con il pubblico, la stampa, i social network e progetti speciali
Parco archeologico del Colosseo


Combattimenti nell'arena. Ecco i giochi al Colosseo

La valle tra l’Oppio, il Palatino e il Celio fu urbanizzata a partire dal II secolo a.C. e fino all’età augustea; l’incendio che devastò Roma il 18 luglio del 64 d.C., sotto Nerone, determinò una modificazione profonda dell’assetto precedente e parte del territorio venne ad ospitare la Domus Aurea, la villa urbana di Nerone che si estendeva su 250 ettari e che comprendeva il grande lago artificiale dello Stagnum Neronis, un vasto specchio d’acqua cinto da un triportico colonnato di almeno 200 metri di lato e profondo non più di 4. La costruzione della villa fu abbandonata alla morte di Nerone e la presa di potere di Vespasiano, il nuovo imperatore, determinò, dopo il risanamento dell’erario pubblico, la riorganizzazione urbanistica dell’area e l’edificazione, tra altri interventi pubblici, dell’Amphitheatrum novum sul sito del lago artificiale a partire dal 71 d.C.; lo ricorda Marziale: “Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri/erigitur moles, stagna Neronis erant”.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Per i Romani era anche il Teatro per le cacce, nel Medioevo Colosseo e poi Anfiteatro Flavio; il Colosseo fu costruito in poco più di otto anni e inaugurato dal figlio di Vespasiano, Tito, nell’80, con 100 giorni di spettacoli venatori, giochi gladiatori e battaglie navali. L’edificio inaugurato, tuttavia, non ancora completato, mancava di parte dell’attico e delle strutture ipogee dell’arena che saranno realizzate solo sotto Domiziano, insieme ai grandi edifici di servizio esterni come le caserme gladiatorie, i depositi delle armi, l’ospedale per i feriti, la caserma della flotta di Miseno, l’edificio per le spoglie dei gladiatori morti. Incendi, terremoti e la necessità di mantenere in efficienza l’edificio determinarono restauri, aggiornamenti e modifiche fino al VI secolo, quando furono definitivamente interrotti i ludi gladiatori e l’edificio subì un inarrestabile abbandono, trasformandosi, a partire dal regno di Teoderico, in cava di materiale, poi residenza delle famiglie romane dei Frangipane e degli Annibaldi nel XII e XIII secolo e poi di nuovo e fino alla metà del Settecento a cavar marmi a Coliseo.

L’anfiteatro sorge su una platea ovoidale policentrica, dal diametro maggiore di 188 metri e minore di 156, e in origine raggiungeva un’altezza esterna fuori terra di oltre 50 metri. Una gabbia di grandi pilastri di travertino, inglobati nei muri radiali in tufo e laterizio, costituiva il sistema strutturale principale che consentiva di formare le camere radiali in corrispondenza dei fornici della facciata esterna. Questi lunghi corridoi radiali, coperti da volte in opera cementizia con nervature in mattoni, sostenevano le gradinate per gli spettatori e i corridoi anulari di distribuzione; consentivano, quindi, di distribuire tra i 50.000 e i 70.000 spettatori su cinque ordini successivi di posti, ciascuno per i diversi ranghi sociali del pubblico, con ingressi e percorsi interni ed esterni differenziati e distinti.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Una gran cerchia d’archi, la chiamava il poeta Shelley, ed è l’immagine che meglio rappresenta la facciata esterna, oggi ancora visibile per la metà nord verso il colle Oppio e che si staglia poderosa giungendo da via dei Fori Imperiali. Immaginiamola completata della parte mancante e avremo una mole pressoché ellittica aperta da 80 arcate inquadrate da semicolonne su tre livelli sovrapposti; la scansione degli ordini architettonici dei differenti livelli è quella canonica delle facciate teatrali con la sovrapposizione, dal basso, di ordine tuscanico, ionico e corinzio. Sopra l’ultima cornice del terzo ordine di arcate si innalza la grande parete dell’attico, dove si aprono, alternati a muri ciechi, quaranta finestroni rettangolari entro un ordine di paraste (semipilastri) corinzie; sopra le finestre corrono le mensole sagomate -tre per ogni campitura tra le paraste- che servivano per il fissaggio dei pali di legno che, inserendosi in fori corrispondenti nel cornicione sommitale, consentivano ai marinai della flotta del Miseno, distaccati nella caserma poco distante, la manovra del gigantesco velarium per riparare il pubblico dal sole e dalla pioggia.

Cosa succedeva 2000 anni fa al Colosseo?

Con una solenne pompa, un corteo entrava nell’arena. A sfilare oltre a due littori che aprivano le fila, i protagonisti della giornata e l’editor dei giochi, il magistrato, seguito dai musicisti che durante gli spettacoli animavano le scene di lotta con corni, tube, flauti, tibie e organi idraulici. Non solo gladiatori, quindi, ma anche venatores e condannati a morte legati tra di loro da una fune. La mattina era riservata alla venatio, una caccia con animali feroci. Questa poteva svolgersi tra soli animali o tra animali e uomini e prevedeva anche esibizioni acrobatiche, quasi da circo diremmo noi, con animali addomesticati. Incredibili da immaginare in una struttura come il Colosseo, le Naumachie, le battaglie navali che tanto impressionavano gli spettatori. Le imbarcazioni, nei sotterranei, erano situate nelle darsene e man mano che l’acqua saliva di livello queste si sollevavano fin sulla platea. Marziale racconta che per i giochi inaugurali dell’80 d.C., fu inscenata una memorabile battaglia tra corinzi e corciresi.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Ma la presenza dell’acqua permetteva anche scene più complicate con scenografie davvero straordinarie. Una di queste fu la messa in scena del mito di Ero e Leandro nei sotterranei sommersi. Ero, giovane e bellissima sacerdotessa di Afrodite e Leandro erano due innamorati che abitavano sulle rive opposte dello stretto dei Dardanelli. Leandro, ogni notte, raggiungeva a nuoto la sua amata che dalla cima di una torre gli segnalava il percorso con una torcia. Una notte, durante una tempesta, la torcia si spense e il giovane Leandro morì annegato tra i flutti. Durante la rappresentazione della tragedia, Leandro fu risparmiato dall’imperatore Tito, una variante al mito che commosse profondamente il pubblico.

L’arena, oltre che di splendide coreografie, spesso si impregnava di sangue, non solo animale ma soprattutto umano. Molte furono le esecuzioni capitali che si svolsero al Colosseo, alcune delle quali come la damnatio ad bestiasparticolarmente cruente. Questa tipologia di condanne a morte spettava a uomini che si erano macchiati di reati gravissimi come il parricidio e la lesa maestà e consisteva nell’essere sbranati, da vivi, da animali feroci. Durante i 100 giorni di giochi inaugurali, le condanne ad bestias furono messe in scena sotto forma di episodi mitici, con epiloghi assolutamente tragici e particolarmente sanguinari. Un certo Laureolo, reo di aver ucciso il padre, aver rubato nei templi e aver addirittura dato fuoco a Roma, fu costretto ad inscenare il mito di Prometeo. Nell’eccentrica variante romana però, rispetto al mito greco, il condannato fu appeso ad una croce e sbranato da un orso.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

A chiudere la giornata, gli spettacoli più attesi e forse quelli più celebri nella storia: i ludi gladiatori. Questi avevano luogo nel pomeriggio e si aprivano con il saluto rituale dell’imperatore che dava il via agli scontri secondo l’ordine di apparizione annunciato dalla pompa iniziale. I gladiatori erano schiavi, condannati oppure dei veri e propri professionisti della lotta armata e si distinguevano tra di loro per specialità e tecniche di combattimento.

Tra le specializzazioni vi era il retiarus armato di tridente e di una rete, il secutor o murmillo che aveva una spada, un lungo scudo rettangolare e un elmo piccolo e arrotondato, per non concedere appigli all’avversario con la rete; l’oplomachusche aveva un grande scudo che lo proteggeva; il sagittarius che aveva frecce ed arco; il traex che aveva un piccolo scudo di forma quadrata, alti gambali e una spada corta e ricurva (sica); l’essedarius che combatteva su un carro da guerra.

Fragmento del mosaico de Zliten, hallado cerca de Leptis Magna, actual Libia (siglo II d. C.). Muestra varios tipos de gladiadores en acción.
Livius.org [Public domain]
Gli epigrammi di Marziale ricordano alcuni famosi gladiatori che si distinsero per la loro bravura: MyrinusTriumphusPriscus e Verus. Proprio lo scontro tra Priscus e Verus passò alla storia perché non ebbe nessun vincitore. Sempre Marziale racconta che di pari coraggio e forza, nessuno dei due ebbe la meglio sull’altro tanto che fu lo stesso pubblico, annoiato, a chiedere la fine del combattimento. Secondo la lex pugnandi lo scontro poteva terminare solo se uno dei due contendenti, posato lo scudo, sollevava un dito in segno di vittoria. Tito graziò entrambi e donò loro, in assenza di vincitore, la rudis e la palma. Palma e corona spettavano al vincitore, mentre la rudis, una spada di legno, veniva consegnata al gladiatore al termine della sua carriera.