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Lavoro, trasporto e commercio nel Medioevo a Roma: le attaccaglie, parcheggi ante litteram

Nell’Alto Medioevo, precisamente durante il secondo quarto dell’VIII secolo, la grande crisi politica che portò al distacco di Roma dall’Impero Bizantino causò una grande trasformazione della struttura economica della città. La disputa iconoclasta si concluse con la confisca delle proprietà della Chiesa di Roma in Italia Meridionale e in Sicilia, bloccando l’afflusso delle rendite in oro e natura, utili per il sostentamento dell’ecclesia. Il ripiegamento su scala regionale delle attività economiche della Chiesa non permise la sopravvivenza dei circuiti commerciali mediterranei e dei mercati cittadini.

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Veduta del Foro di Augusto. Foto L. Andreola

Questa grande trasformazione della struttura economica e sociale della città di Roma, portò ad un cambiamento dell’assetto topografico e del paesaggio cittadino anche attraverso una capillare ruralizzazione dello spazio urbano, sintomo delle nuove forme di autarchia e auto sostentamento. Così molti cittadini romani poterono coltivare e vendere i prodotti delle loro fatiche nei mercati, come quelli presenti nell’antico centro della città, in corrispondenza del Foro Romano; per il lavoro dei campi, anche per quello domestico e per il trasporto delle derrate agricole, probabilmente utilizzarono vari tipi di animali da tiro e da soma (spesso equidi), che, a bisogno, legarono per soste di breve o lunga durata. Traccia materiale di queste probabili attività di lavoro, trasporto e commercio sono le attaccaglie: fori per lo stazionamento di animali da tiro, da soma ed eterogenei di piccola taglia rintracciabili su edifici per lo più limitrofi alla viabilità antica.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Come per tutte le epoche, anche per il Medioevo la viabilità costituisce il naturale tessuto connettivo della storia:  lo studio del documento dell’epoca di Paolo I (757- 767), noto come «Itinerario di Einsielden», una raccolta di dieci percorsi attraverso la città di Roma, descritti facendo riferimento alle chiese e ai monumenti accanto ai quali passavano, ha permesso di identificare gli edifici di interesse archeologico nel centro storico dell’Urbe da censire e sottoporre ad un’indagine analitica ed interpretativa.  Nel  Portico in peperino del Foro Olitorio sono state rilevati 9 fori di stazionamento, 6 nei Mercati Traianei, 1 nel  Foro di Cesare, 3 nel Foro di Augusto, 17 nel Foro di Nerva, 1 nel Foro di Traiano, 24 nel Teatro Marcello; nelle aree del Foro della Pace, in quella Sacra di Sant’Omobono e dell’insula Volusiana e nel Ludus Magnus  non si sono registrate evidenze  di interesse, mentre  nel Foro Romano il censimento parziale, relativo alla sola indagine autoptica non analitica, non ha permesso un adeguato studio del monumento.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino della superficie S/O del muro perimetrale dell’emiciclo. Foto L. Andreola

Nel saggio Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea R. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma 2002 (pp. 186 – 217), lo studioso Stefano Antonetti individua nel Colosseo ben 296 fori, collocati soprattutto nel settore settentrionale lungo gli ambulacri I – II, con altezze varianti, eseguiti nella quasi totalità dei casi in prossimità degli spigoli dei pilastri.

Questi parcheggi ante litteram spesso sono riconosciuti su blocchi di pilastri o di altre strutture, limitrofe o inserite in zone di passaggio: botteghe, fornici, ruderi su strade, archi, stipiti, soglie dove, qualora la presenza di fonti documentarie e archeologiche attendibili ne permetta il riconoscimento, sarebbe ipotizzabile lo stazionamento di animali da soma o eterogenei di piccola taglia piuttosto che da tiro.

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Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sul condotto a clessidra dal foro A dell’attaccaglia XV, cm +134 sulla superficie occidentale di un blocco dell’alzato in peperino a sud nella facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico

La realizzazione di una attaccaglia potrebbe risultare estremamente semplice: determinata l’altezza dal suolo del punto prescelto, si pratica con subbia o scalpello (strumenti maggiormente attestati) una doppia perforazione nella superficie del supporto, creando due conoidi che, incontrandosi, formano una sorta di condotto arcuato a clessidra che rende facile l’inserimento di una fune. La maggior parte delle evidenze censite sono realizzate in blocchi tufacei di riuso, materiale considerato inaffidabile ma di facile lavorabilità; il 20% nel travertino, di cui si evitano faglie, porosità e giunture. La realizzazione di un foro di stazionamento ex novo, ossia perforando un piano che non sia contiguo a quello di giacitura di un foro già eseguito per altri fini, si differenzia da quelli di riuso, dove si  risparmia  la doppia perforazione  iniziale  del  blocco,  poiché  vengono  utilizzati sia fori per l’incastro di strutture lignee poi dismesse, sia i cavi eseguiti per l’asportazione di perni di ferro piombati.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino. Foto L. Andreola

Esiste uno stretto legame tra la funzione dell’attaccaglia e la distanza dal suolo della stessa: questa misura certamente non varia in maniera casuale e deve seguire una logica ben precisa. L’osservazione è emersa da una serie di confronti tra i valori censiti dall’ Antonetti nel Colosseo e analoghe situazioni documentate in edifici storici urbani e a carattere rurale, dove si è accertato il legame tra i fori di stazionamento e la presenza di animali a essi relativi. Lo studioso si riferisce all’abbondante materiale tuttora reperibile in quelle strutture rurali in cui, dato il persistere fino a tempi recenti di un tipo di vita legato a economie tradizionali, è ben documentato l’uso di tali elementi di ancoraggio per alcune tipologie di animali domestici, caratterizzati non solo dai fori conoidi ma anche dalla presenza di un anello metallico a cui assicurare la legatura.

Dalla sua ricerca è emerso che il criterio di scelta dell’altezza del punto in cui assicurare l’animale rispetto al suolo, è strettamente legato alle caratteristiche di durata ed impiego di un eventuale stazionamento forzoso. Tutto questo richiede anche una conoscenza etologica degli animali, al fine di preservare la loro integrità fisica ed ottenere una conseguente resa massimale. Antonetti riscontra come, sia nelle attaccaglie in pietra che in quelle con anello metallico, la scelta dell’altezza dal suolo registri valori pressappoco comuni e come questi, individuati in situazioni ancora esistenti, siano confrontabili con la presenza di una o più specie animali custodite in un determinato spazio. Egli, analizzando i valori numerici raccolti nel Colosseo, delinea alcune fasce d’uso, riferite ovviamente al piano di calpestio antico, al fine di capire se esistesse all’epoca un criterio standard di valutazione nello scegliere l’altezza dal suolo. Le tre fasce altimetriche individuate sono le seguenti:

  1. una compresa tra cm 80÷180 di altezza dal suolo, relativa ad animali di grande taglia (cavalli: cm +160÷178; muli: cm +140÷160; asini: cm +80÷140);
  2. una fascia intermedia variante tra cm +65÷78, pertinente probabilmente ad ovini e caprini;
  3. una serie di valori minimi non costituenti una vera e propria classe, pertinenti ad animali eterogenei di piccola taglia, ruotante mediamente intorno ai cm +60.

Nel caso di pastura alla mangiatoia gli animali si tengono generalmente più bassi e ‘corti’, impedendo a due soggetti contigui di venire a contatto, legandoli ad una altezza di cm +90÷110, in locali individuabili come stalle e ricoveri. I muli - largamente usati nei trasporti su lunghe e medie distanze, rispetto agli asini, più utilizzati in ambito familiare per i piccoli trasporti e come cavalcatura – per la loro forza e docilità sono spesso, per quanto concerne l’epoca tardo antica e medievale, attestati tra gli animali da carico. Antonetti conclude affermando che per gli altri animali domestici documentati in ambito antico (ovini, caprini, suini), generalmente si ricorreva all’allevamento libero extra-muraneo, tranne nei casi in cui il limitatissimo numero di capi permetteva una coesistenza con animali di grande taglia (stabulaggio misto). I parametri altimetrici elaborati dallo studioso attraverso l’equivalenza dei materiali di indagine, anche se riferiti a situazioni recenti, potranno essere in futuro integrati con ulteriori fattori di correzione provenienti dagli studi zoometrici ed osteologici.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico Foto L. Andreola

La storia stratigrafica della quasi totalità dei monumenti indagati finora, rimane sconosciuta a causa degli sterri risalenti al XX secolo: così le quote rilevate non possono essere rapportate ad un livello di calpestio antico, riferito al periodo medievale. Unica eccezione è la domus  solarata a portico del IX secolo, per cui è stata registrata una crescita del livello del piano di calpestio di circa +40 cm. In questo edificio è probabile la presenza di due equidi (asini) e di due animali eterogenei di piccola taglia, di cui uno potrebbe essere un cane poiché sono stati attestati dei resti di probabili ciotole.

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Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico. Foto di L. Andreola
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Bibliografia sulle attaccaglie

Antonetti S. 2002, Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea S. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma, pp. 186 – 217.

Coarelli F. 2003, Roma, Roma.

Giusberti P. - Meneghini R. - Rizzo S. - Santangeli Valenzani R. 1999, Fori Imperiali, in Archèo 15, 12 dicembre 1999, Roma pp. 28-53.

Meneghini R. - Santangeli Valenzani R. 2004, Roma nell’altomedievo: topografia e urbanistica della città dal V al X secolo, Roma.

Montanari M. 2006, Storia Mediaevale, Bari - Roma 2006.

Nocera D. 2016, La Porticus Absidata e Rabirio: una nuova ricostruzione e una iotesi di Rabirio, , in La Rocca E. - Meneghini R. - Parisi Presicce C. (a cura di), Il foro di Nerva. Nuovi dati dagli scavi recenti. Scienze dell’antichità 21.3 – 2015, Roma pp. 139-170.

Rockwell P. 1989, Lavorare la pietra. Manuale per l’archeologo, lo storico dell’arte e il restauratore, Roma

Santangeli Valenzani R. 2014, <Itinerarium Einsidlense>. Probleme und neue Ansätze der Forchung, in Erhart P. – Kuratli Hüeblin J. (a cura di), Vedi Napoli e poi muori – Grand Tour der Mönche, St. Gallen pp. 33-37.


La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

Scendendo le scale all’interno di un palazzo condominiale sito a Santa Maria Capua Vetere (CE), in via Aldo Moro, lungo l’antica via Appia, potremmo avere la sorpresa di imbatterci, in luogo di un comune scantinato, nientemeno che in una domus romana risalente al I secolo a.C.

L’antica Capua è, infatti, una miniera di ricchezze, spesso lasciate sepolte o non del tutto fruibili: la domus trattata in questo articolo rientra per l’appunto in questi casi, dal momento che il sito non è visitabile salvo aperture straordinarie.

domus di Confuleius
Il primo dei due ambienti con il pozzo e la vasca. Foto di Giusy Barracca

La cosiddetta domus di Confuleius, altresì nota come Bottega del Tintore, venne scoperta nel 1955, nel corso dei lavori per la costruzione del fabbricato moderno; attraverso una scala a doppia rampa si accede a due ambienti ipogei a pianta rettangolare, ciascuno dei quali coperti da una volta a botte, in ottimo stato di conservazione.

Colpisce immediatamente la ricchezza dell’apparato decorativo, con le pareti e le volte affrescate secondo i moduli del I stile (sebbene di ciò restino poche tracce, a causa dei danni provocati dai lavori moderni), mentre impressionanti sono le decorazioni musive del pavimento: su un fondo in cocciopesto dal colore rossastro si innestano mosaici con tessere bianche e nere a comporre variegati motivi geometrici (rombi, esagoni, crocette, meandri, quadrati) e floreali.

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

Il primo ambiente è diviso dal secondo sul lato occidentale da una porta ad arco, al di là della quale un’iscrizione musiva pavimentale accoglie gli ospiti all’interno del triclinio:

RECTE OMNIA / VELIM SINT NOBIS

«Vorrei che ci vada tutto bene»

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

L’iscrizione più interessante, tuttavia, si trova proprio all’interno del secondo ambiente, dal momento che contiene preziose informazioni che consentono di identificare il proprietario della casa con il sagarius Publius Confuleius Sabbio:

P(UBLIUS) CONFULEIUS P(UBLI) (ET) M(ARCI) L(IBERTUS) SABBIO SAGARIUS/ DOMUM HANC AB SOLO USQUE AD SUMMUM/ FECIT ARCITECTO T(ITO) SAFINIO T(ITI) F(ILIO) FAL(ERNA) POLLIONE

«Publio Confuleio Sabbione, liberto di Publio e Marco, sagario, fece costruire questa casa dalle fondamenta fino alla sommità, essendone architetto Tito Safinio Pollione, figlio di Tito, della tribù Falerna»

Del padrone di casa conosciamo dunque il nome (Confuleius è un gentilizio tipicamente capuano), lo status sociale – si dichiara infatti un liberto - e la professione, ossia quella di commerciante di sagum: si tratta di un mantello di lana grezza, che veniva fissato sulla spalla attraverso una fibula, ed era utilizzato perlopiù dai soldati, in colori differenti a seconda del grado militare, ma era anche l’indumento abituale degli schiavi e, in generale, delle persone meno abbienti. È verosimile che tali stoffe, oltre che vendute, venissero anche prodotte all’interno della casa: la presenza di un pozzo e di una vasca rettangolare situate sul lato est del primo ambiente suggeriscono un’interpretazione in tal senso.

L’iscrizione testimonia il carattere redditizio di questo genere di attività, favorito dalla posizione strategica e dalla forte vocazione commerciale dell’antica Capua. Essa è, inoltre, insieme all’aspetto fastoso e autocelebrativo di tale dimora, un prezioso documento di uno spaccato della società delle città romane, nonché vivida testimonianza del modus vivendi di tutta una classe sociale – quella dei parvenu, dei nuovi ricchi – che ha fatto dell’ostentazione grandiosa della ricchezza un marchio di fabbrica, volto a celare l’umiltà delle proprie origini. Impossibile dimenticare il ritratto pittoresco che Petronio, un secolo dopo, farà nel suo Satyricon a proposito di Trimalchione, liberto (proprio come il nostro Confuleius) che da schiavo affrancato salirà i gradini della scala sociale all’insegna del benessere e del lusso più sfrenato, divenendo il simbolo di un intero ceto sociale.

Tornando a Confuleius, la sua domus è, insieme ad altri monumenti coevi, una delle testimonianze più significative di un piano di rinnovamento urbanistico che ha riguardato la città nella tarda età repubblicana e di cui si ha traccia nelle famose epigrafi capuane relative all’attività dei magistri Campani, addetti allo sviluppo architettonico e all’abbellimento monumentale cittadino. È una Capua ricca e sfarzosa quella in cui vive Confuleius, che dal canto suo è pienamente consapevole dell’importanza rivestita, in questo periodo, da quelle classi che sono in piena ascesa sociale (mercanti, artigiani, architetti), tant’è vero che, nell’iscrizione pavimentale del secondo ambiente, ci tiene a specificare anche il nome dell’architetto, un certo Tito Safinio Pollione, appartenente alla tribù Falerna.

È un peccato che una domus così importante e ben conservata sia difficilmente visitabile e che, complice la posizione sotterranea all’interno di un palazzo privato, resti sconosciuta ai più. D’altro canto, non lontano dalla domus si trovava l’antico foro, il cuore pulsante della città, e ancora oggi è possibile ammirare alcuni tra i siti più suggestivi del mondo romano: l’Anfiteatro Campano, secondo solo al Colosseo, e il Mitreo, come la domus ipogeo, solo per citarne alcuni. Solo un’adeguata promozione e valorizzazione della storia e della ricchezza culturale dell’antica Capua potrà far comprendere appieno la posizione di primo piano che essa occupava nel sistema delle città romane.

Note: la traduzione delle iscrizioni è a cura di chi scrive. Tutte le foto della domus di Confuleius sono di Giusy Barracca.

Bibliografia:

M. Pagano, J. Rougetet. La casa del liberto p. Confuleius Sabbio a Capua e i suoi mosaici, in «Mélanges de l'école française de Rome» 99.2, 1987, pp. 753-765.


Un esercito di Lego Classicist pronto ad invadere i social

Grandi e piccoli, tutti conoscono i Lego. Ma gli appassionati del mondo classico non possono perdersi, grazie ai social, il progetto LEGO CLASSICIST. Da un’idea di Liam D. Jensen, alias The Lego Classicist, archivista storico australiano, un esercito di classicisti ha invaso il web e ha conquistato gli studiosi del mondo antico in un sapiente mix fatto di pop art e storica antica.

Come rivela lo stesso Liam, tutto è iniziato per caso. Ricreare studiosi classici in mattoncini Lego ha superato ogni aspettativa ed è stata una voluta celebrazione del mondo antico e soprattutto del lavoro dei tanti studiosi che in più svariati enti e campi adorano il loro lavoro e ci permettono di conoscere quanto più della storia e dell’archeologia. Elemento innovativo e inclusivo l’utilizzo dei social, dove Liam annuncia di volta in volta nuovi membri della famiglia Lego Classicist.

Liam al lavoro nella realizzazione di uno dei suoi LC

In breve tempo e grazie al folto numero di curiosi, il progetto è diventato internazionale. Il potere della comunicazione passa anche attraverso il gioco e la capacità di abbattere ogni tipo di frontiera è tipica anche dei famosi omini LEGO amati in tutto il mondo e capaci di creare sempre scenari e avventure diversi. Tanti sono i personaggi che hanno aderito alla famiglia LC tra cui Mary Beard la cui minifigure è diventata virale tanto da essere stata ripresa anche dal canale BBC, dalla prestigiosa rivista tedesca di archeologia, Antike Welt, dal giornale della Society of Antiquaries of London, SALON e dalla Cambridge University. La stessa Beard ha in seguito utilizzato la sua minifigure all’interno di un suo programma televisivo, Front Row Late.

L’Italia al momento può vantare ben tre personaggi ritratti in minifigure Lego: Alessandra Giovenco, archivista della British School at Rome, il Prof. Massimo Osanna, archeologo e Direttore del Parco Archeologico di Pompei e il Prof. Giacomo Pardini, archeologo e numismatico, docente presso l’Università di Salerno. Allora abbiamo chiesto proprio a Liam, di parlarci del suo progetto e di alcuni dei suoi più importanti personaggi.

LEGO CLASSICIST
Alessandra Giovenco, Massimo Osanna e Giacomo Pardini

Liam, quando e come è nato il progetto Lego Classicist?

La prima minifigure Lego è stata pubblicata sui social media il 20 febbraio del 2016, ma il nome Lego Classicist è stato pensato solo dopo altre 3 minifigure e così ho creato una pagina Facebook dedicata al progetto. Questo è stato il vero momento in cui è nato Lego Classicist.

Quanti classicisti include il progetto e chi fa parte della famiglia LC?

In questo momento la famiglia LC include 90 studiosi scelti direttamente nell’ambito della disciplina classica ma presto mi piacerebbe includere anche categorie differenti come egittologi e chiunque sostenga lo studio della storia non solo antica come conservatori, bibliotecari e archivisti.

Chi è stato il primo personaggio LC?

Tecnicamente la prima minifigure realizzata quasi per caso è quella del Dott. Tom Hillard, docente di storia romana e vecchio amico di famiglia. Ma Michael Turner, creatore e designer dei tre modelli famosi del mondo antico tra cui Lego Pompeii , Lego Colosseo e Lego Acropoli, può ritenersi il primo vero ispiratore per la famiglia Lego Classicist.

Dall’Australia hai conquistato il mondo dei classicisti. Ti aspettavi tutto questo clamore?

Tutto è iniziato come gioco tra me e i miei amici e mai avrei pensato al fatto che LC potesse raggiungere il mondo dei classicisti con così tanto entusiasmo.

L’Italia è stata rappresentata attraverso tre personaggi. Cosa ci puoi dire di loro?

Massimo Osanna e il suo alter LC

La minifigure del Prof. Massimo Osanna mi è stata richiesta dal Nicholson Museum, Università di Sydney che voleva omaggiare il Professore  e inserire il suo personaggio all’interno del modello Lego Pompeii. Due accademici dell’Università di Sydney hanno consegnato di persona il piccolo Lego e lui ha diffuso la notizia tramite il suo canale Twitter.

Alessandra Giovenco è archivista alla British School di Roma e ho avuto il grande piacere di conoscerla personalmente nel 2016. Le nostre conversazioni quotidiane mi hanno ispirato e così è entrata a far parte della famiglia LC. La minifigure le è stata consegnata dal Direttore della BTR a nome mio.

Giacomo Pardini con il suo LC

Infine, il Prof. Giacomo Pardini mi aveva taggato in una foto che lo ritraeva come minifigure Lego, realizzato da suo nipote, con la scritta “quasi Lego Classicist”. Da allora abbiamo avuto una fitta corrispondenza legata sia al mondo dei Lego che a quello dell’archeologia e quindi ho sentito la necessità di farlo divenire membro della famiglia LC anche se penso che la minifigure di suo nipote sia sicuramente migliore della mia! Il Prof. Pardini ha ricevuto giusto poche settimane fa la sua minifigure LC presso l’Università di Salerno.

Tutti e tre hanno risposto con grande entusiasmo che non può essere espresso a parole ma è visibile sui loro volti e nelle foto che mi hanno inviato assieme alle minifigures. I Romani hanno avuto un grande ruolo nella storia antica ed è giusto che nella famiglia LC ci siano molti altri membri in futuro.

Quale messaggio vuoi trasmettere attraverso il tuo progetto?

Spero che LC possa dare la possibilità a tutti di diffondere quanto più possibile il mondo antico e il suo studio. LC ha lo scopo di aiutare ad unire la comunità di classicisti così da evidenziare il loro lavoro e renderlo quanto più fruibile per tutti e ad un pubblico sempre più ampio. Il mondo LC vuole unire la classicità senza banalizzarla ma rendendola solo un po’ più giocosa.

Il primo Lego Classicist di questo 2020 è stato realizzato per il Prof. Pardini, ci puoi dire se ci saranno altri italiani nella famiglia?

Sono in contatto con un classicista italiano che spero presto possa entrare a far parte di LC e ne ho altri due in mente che saranno rivelati più in là.

Cos’è l’Internation Lego Classicism Day e come si svolgerà?

LEGO CLASSICIST

è un evento social che gestisco dal 2017 e che ricade proprio il 20 di febbraio. È l’anniversario dei Lego Classicist e mi piace utilizzare questa data per invitare tutti a festeggiare e celebrare la storia antica attraverso i mattoncini Lego. Ognuno lo può fare  a modo suo. Può condividere il suo modello Lego preferito, quello che ritrae Pompei al Nicholson Museum è il mio preferito, oppure puoi scattare una foto dove ci sono rovine classiche e una figura Lego seduta in un famoso sito antico. L’hashtag ufficiale di quest’anno è #LCD2020

 

 

 


Top 30. Bene Colosseo, Uffizi e Pompei nel 2019

COLOSSEO, UFFIZI E POMPEI SUPERSTAR

La Top 30 dei musei e dei parchi archeologici statali del 2019 regala conferme e novità, con il podio stabilmente occupato dal Colosseo, con oltre 7,5 milioni di visitatori, le Gallerie degli Uffizi, con quasi 4,4 milioni di ingressi, e Pompei, con circa 4 milioni di presenze. Seguono la Galleria dell’Accademia di Firenze e Castel Sant’Angelo, realtà che da molti anni occupano la cima della classifica della Top 30. Tra i primi cinque istituti, in termini assoluti da segnalare la crescita di Pompei che vede aumentare di 160.000 unità i biglietti staccati nei soli scavi.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

FRANCESCHINI: PROSEGUIREMO SU PERCORSO INNOVAZIONE
“A qualche anno dalla riforma dei musei i risultati straordinari si vedono sempre di più grazie al lavoro dei direttori e di tutto il personale. Più incassi vogliono dire più risorse per tutela e ricerca, servizi museali. Andremo avanti sul percorso dell’innovazione”, ha commentato il ministro peri beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini.

BOOM DELLE MARCHE E DEI MUSEI NAPOLETANI
Il 2019 ha visto anche importanti risultati, come il boom della Galleria Nazionale delle Marche, che con circa 70.000 biglietti in più rispetto ai quasi 195.000 visitatori del 2018 segna un +36,8%, sale di sette posizioni e entra al ventiseiesimo posto in TOP 30, dove mancava dal 2012. A seguire una crescita significativa dei musei napoletani, capeggiata dal Museo di Capodimonte, che aumenta del 34,2% i visitatori e con quasi 253.000 ingressi scala quattro posizioni in classifica e entra nella TOP 30. Significative affermazioni anche per Castel Sant’Elmo, che passa da quasi 225.000 a 267.000 visitatori salendo dal trentesimo al ventisettesimo posto con un +18,7% di ingressi, e per Palazzo Reale, che con una crescita di visitatori dell’11% arriva a oltre 270.000 biglietti staccati che valgono il venticinquesimo posto in classifica, due posizioni in più rispetto all’anno scorso.

Pompei

Bene in termini di crescita anche le Terme di Caracalla a Roma, con un aumento del 10,9% dei visitatori sul 2018, e il Castello di Miramare a Trieste, con un +10,7% di ingressi.

Buon risultato anche per Palazzo Ducale di Mantova, che da 324.000 visitatori passa a oltre 346.000 ingressi, un incremento del 7% su base annua che gli permette di salire di tre posizioni e piazzarsi al diciottesimo posto in classifica.

Complessivamente nei primi trenta musei e parchi archeologici statali sono no entrati nel 2019 quasi 30 milioni di visitatori (circa 700.000 ingressi in più rispetto al 2018 con un incremento del 2,4%) che rappresentano più della metà dei visitatori dell’intero sistema museale statale.

CRESCE LA BASILICATA, È “EFFETTO MATERA”
Non presenti nella Top 30, ma con un’ottima prestazione, da segnalare i musei della Basilicata, che nell’anno della Capitale europea della cultura hanno visto crescere gli ingressi di circa 50.000 unità, con un tasso di incremento prossimo al 20% tanto da poter parlare di un vero e proprio “Effetto Matera” nei principali luoghi della cultura lucani.

TORNANO LE DOMENICHE GRATUITE, MUSEI BATTONO LA “SERIE A”
Inoltre, dalla loro istituzione nel luglio del 2014 a oggi le domeniche gratuite, recentemente reintrodotte e rese permanenti dal Ministro Franceschini, hanno portato oltre 17 milioni di persone nei soli musei statali, con un effetto volano sugli ingressi a pagamento e con benefici importanti per i musei più piccoli che hanno beneficiato di campagne di comunicazioni nazionali. Un dato sottostimato, perché non tiene conto dei tanti ulteriori visitatori dei musei comunali che hanno aderito contribuendo a fare della #domenicalmuseo un vero e proprio evento culturale per famiglie e cittadini con numerose edizioni da record in cui la presenza nei musei è stata superiore a quella di una giornata di campionato di calcio di “Serie A”.

PANTHEON DA RECORD, SUPERATI I 9 MILIONI DI VISITATORI
Tra gli istituti gratuiti, infine, da segnalare l’exploit del Pantheon, che supera quota 9 milioni di visitatori, con un aumento del 4% pari a circa 400.000 visitatori in più rispetto al 2018. Ottimo risultato anche per il Vittoriano - recentemente reso autonomo insieme a Palazzo Venezia - che cresce del 9% portandosi a oltre 3 milioni di ingressi.

MALTEMPO, CALANO I VISITATORI DEI GIARDINI STORICI
Dopo anni di continua crescita a doppia cifra il numero dei visitatori dell’intero sistema museale nazionale si assesta intorno ai 55 milioni. Le prime cinque regioni per numero di ingressi sono il Lazio, la Campania, la Toscana, il Piemonte e la Lombardia. L’assestamento è stato causato anche dai numerosi fenomeni di maltempo che hanno caratterizzato l’autunno del 2018 e la primavera del 2019 e che hanno comportato la forte riduzione del numero visitatori soprattutto nei parchi monumentali e nei giardini storici: il Bosco di Capodimonte, ad esempio, ha avuto una consistente riduzione degli ingressi dovuta anche a lunghi mesi in cui ragioni di sicurezza non ne hanno permesso l’apertura e la piena fruibilità.

Tutti i dati della Top30 sono disponibili a questo link:
www.beniculturali.it/top30_2019
#museitalianiTOP30


Busto Settimio Severo

Il Busto ritrovato di Settimio Severo in mostra al Colosseo

Il Busto ritrovato di Settimio Severo in mostra al Colosseo

Grazie al recupero della Guardia di Finanza sarà visibile al pubblico fino al 25 agosto nell’ambito della mostra “Roma Universalis”

 

Roma, 8 agosto 2019. Lo straordinario busto di Settimio Severo, che da qualche settimana apre al II ordine del Colosseo la mostra temporanea “Roma Universalis”, viene finalmente restituito alla pubblica fruizione dopo essere stato protagonista di una incredibile vicenda.

Il ritratto dell'imperatore appartenente alla “dinastia venuta dall'Africa" è infatti l’esito di una operazione di recupero che risale al settembre del 2017 quando, al termine di un pedinamento, i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma rinvengono il prezioso reperto all’interno del portabagagli di un SUV, avvolto in una coperta, nella centralissima piazza Esedra, tra decine di turisti incuriositi.

L’opera proveniva dall’area di Guidonia – Montecelio, comune della città metropolitana di Roma, e dopo il recupero è stata consegnata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l'Etruria Meridionale, competente per il territorio, con la quale il Parco archeologico del Colosseo ha stabilito una collaborazione finalizzata al restauro  ma soprattutto alla sensibilizzazione sui reati contro il Patrimonio.

L’operazione che ha permesso il ritrovamento di questo reperto straordinario, è frutto del costante monitoraggio della circolazione delle opere d’arte, svolto dalle Fiamme Gialle ai fini della prevenzione, ricerca e repressione delle violazioni economico-finanziarie, in stretta sinergia con il MiBAC. Nel peculiare settore dei beni appartenenti al patrimonio culturale dello Stato, l’attenzione della Guardia di Finanza si concentra sulle connesse movimentazioni finanziarie, considerato che il loro intrinseco valore le rende particolarmente appetibili per gli interessi della criminalità, alla continua ricerca di strumenti per riciclare i proventi delle attività illecite.

Busto Settimio SeveroL'opera rimarrà esposta al Colosseo fino al 25 agosto, quando l'intera mostra sarà disallestita e il reperto verrà restituito alla Soprintendenza, dove sarà custodito sino alla fine della vicenda giudiziaria di cui è tutt'oggi ancora protagonista.

Busto Settimio SeveroTesto e immagini dal Servizio Comunicazione, relazioni con il pubblico, la stampa, i social network e progetti speciali
Parco archeologico del Colosseo


Combattimenti nell'arena. Ecco i giochi al Colosseo

La valle tra l’Oppio, il Palatino e il Celio fu urbanizzata a partire dal II secolo a.C. e fino all’età augustea; l’incendio che devastò Roma il 18 luglio del 64 d.C., sotto Nerone, determinò una modificazione profonda dell’assetto precedente e parte del territorio venne ad ospitare la Domus Aurea, la villa urbana di Nerone che si estendeva su 250 ettari e che comprendeva il grande lago artificiale dello Stagnum Neronis, un vasto specchio d’acqua cinto da un triportico colonnato di almeno 200 metri di lato e profondo non più di 4. La costruzione della villa fu abbandonata alla morte di Nerone e la presa di potere di Vespasiano, il nuovo imperatore, determinò, dopo il risanamento dell’erario pubblico, la riorganizzazione urbanistica dell’area e l’edificazione, tra altri interventi pubblici, dell’Amphitheatrum novum sul sito del lago artificiale a partire dal 71 d.C.; lo ricorda Marziale: “Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri/erigitur moles, stagna Neronis erant”.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Per i Romani era anche il Teatro per le cacce, nel Medioevo Colosseo e poi Anfiteatro Flavio; il Colosseo fu costruito in poco più di otto anni e inaugurato dal figlio di Vespasiano, Tito, nell’80, con 100 giorni di spettacoli venatori, giochi gladiatori e battaglie navali. L’edificio inaugurato, tuttavia, non ancora completato, mancava di parte dell’attico e delle strutture ipogee dell’arena che saranno realizzate solo sotto Domiziano, insieme ai grandi edifici di servizio esterni come le caserme gladiatorie, i depositi delle armi, l’ospedale per i feriti, la caserma della flotta di Miseno, l’edificio per le spoglie dei gladiatori morti. Incendi, terremoti e la necessità di mantenere in efficienza l’edificio determinarono restauri, aggiornamenti e modifiche fino al VI secolo, quando furono definitivamente interrotti i ludi gladiatori e l’edificio subì un inarrestabile abbandono, trasformandosi, a partire dal regno di Teoderico, in cava di materiale, poi residenza delle famiglie romane dei Frangipane e degli Annibaldi nel XII e XIII secolo e poi di nuovo e fino alla metà del Settecento a cavar marmi a Coliseo.

L’anfiteatro sorge su una platea ovoidale policentrica, dal diametro maggiore di 188 metri e minore di 156, e in origine raggiungeva un’altezza esterna fuori terra di oltre 50 metri. Una gabbia di grandi pilastri di travertino, inglobati nei muri radiali in tufo e laterizio, costituiva il sistema strutturale principale che consentiva di formare le camere radiali in corrispondenza dei fornici della facciata esterna. Questi lunghi corridoi radiali, coperti da volte in opera cementizia con nervature in mattoni, sostenevano le gradinate per gli spettatori e i corridoi anulari di distribuzione; consentivano, quindi, di distribuire tra i 50.000 e i 70.000 spettatori su cinque ordini successivi di posti, ciascuno per i diversi ranghi sociali del pubblico, con ingressi e percorsi interni ed esterni differenziati e distinti.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Una gran cerchia d’archi, la chiamava il poeta Shelley, ed è l’immagine che meglio rappresenta la facciata esterna, oggi ancora visibile per la metà nord verso il colle Oppio e che si staglia poderosa giungendo da via dei Fori Imperiali. Immaginiamola completata della parte mancante e avremo una mole pressoché ellittica aperta da 80 arcate inquadrate da semicolonne su tre livelli sovrapposti; la scansione degli ordini architettonici dei differenti livelli è quella canonica delle facciate teatrali con la sovrapposizione, dal basso, di ordine tuscanico, ionico e corinzio. Sopra l’ultima cornice del terzo ordine di arcate si innalza la grande parete dell’attico, dove si aprono, alternati a muri ciechi, quaranta finestroni rettangolari entro un ordine di paraste (semipilastri) corinzie; sopra le finestre corrono le mensole sagomate -tre per ogni campitura tra le paraste- che servivano per il fissaggio dei pali di legno che, inserendosi in fori corrispondenti nel cornicione sommitale, consentivano ai marinai della flotta del Miseno, distaccati nella caserma poco distante, la manovra del gigantesco velarium per riparare il pubblico dal sole e dalla pioggia.

Cosa succedeva 2000 anni fa al Colosseo?

Con una solenne pompa, un corteo entrava nell’arena. A sfilare oltre a due littori che aprivano le fila, i protagonisti della giornata e l’editor dei giochi, il magistrato, seguito dai musicisti che durante gli spettacoli animavano le scene di lotta con corni, tube, flauti, tibie e organi idraulici. Non solo gladiatori, quindi, ma anche venatores e condannati a morte legati tra di loro da una fune. La mattina era riservata alla venatio, una caccia con animali feroci. Questa poteva svolgersi tra soli animali o tra animali e uomini e prevedeva anche esibizioni acrobatiche, quasi da circo diremmo noi, con animali addomesticati. Incredibili da immaginare in una struttura come il Colosseo, le Naumachie, le battaglie navali che tanto impressionavano gli spettatori. Le imbarcazioni, nei sotterranei, erano situate nelle darsene e man mano che l’acqua saliva di livello queste si sollevavano fin sulla platea. Marziale racconta che per i giochi inaugurali dell’80 d.C., fu inscenata una memorabile battaglia tra corinzi e corciresi.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Ma la presenza dell’acqua permetteva anche scene più complicate con scenografie davvero straordinarie. Una di queste fu la messa in scena del mito di Ero e Leandro nei sotterranei sommersi. Ero, giovane e bellissima sacerdotessa di Afrodite e Leandro erano due innamorati che abitavano sulle rive opposte dello stretto dei Dardanelli. Leandro, ogni notte, raggiungeva a nuoto la sua amata che dalla cima di una torre gli segnalava il percorso con una torcia. Una notte, durante una tempesta, la torcia si spense e il giovane Leandro morì annegato tra i flutti. Durante la rappresentazione della tragedia, Leandro fu risparmiato dall’imperatore Tito, una variante al mito che commosse profondamente il pubblico.

L’arena, oltre che di splendide coreografie, spesso si impregnava di sangue, non solo animale ma soprattutto umano. Molte furono le esecuzioni capitali che si svolsero al Colosseo, alcune delle quali come la damnatio ad bestiasparticolarmente cruente. Questa tipologia di condanne a morte spettava a uomini che si erano macchiati di reati gravissimi come il parricidio e la lesa maestà e consisteva nell’essere sbranati, da vivi, da animali feroci. Durante i 100 giorni di giochi inaugurali, le condanne ad bestias furono messe in scena sotto forma di episodi mitici, con epiloghi assolutamente tragici e particolarmente sanguinari. Un certo Laureolo, reo di aver ucciso il padre, aver rubato nei templi e aver addirittura dato fuoco a Roma, fu costretto ad inscenare il mito di Prometeo. Nell’eccentrica variante romana però, rispetto al mito greco, il condannato fu appeso ad una croce e sbranato da un orso.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

A chiudere la giornata, gli spettacoli più attesi e forse quelli più celebri nella storia: i ludi gladiatori. Questi avevano luogo nel pomeriggio e si aprivano con il saluto rituale dell’imperatore che dava il via agli scontri secondo l’ordine di apparizione annunciato dalla pompa iniziale. I gladiatori erano schiavi, condannati oppure dei veri e propri professionisti della lotta armata e si distinguevano tra di loro per specialità e tecniche di combattimento.

Tra le specializzazioni vi era il retiarus armato di tridente e di una rete, il secutor o murmillo che aveva una spada, un lungo scudo rettangolare e un elmo piccolo e arrotondato, per non concedere appigli all’avversario con la rete; l’oplomachusche aveva un grande scudo che lo proteggeva; il sagittarius che aveva frecce ed arco; il traex che aveva un piccolo scudo di forma quadrata, alti gambali e una spada corta e ricurva (sica); l’essedarius che combatteva su un carro da guerra.

Fragmento del mosaico de Zliten, hallado cerca de Leptis Magna, actual Libia (siglo II d. C.). Muestra varios tipos de gladiadores en acción.
Livius.org [Public domain]
Gli epigrammi di Marziale ricordano alcuni famosi gladiatori che si distinsero per la loro bravura: MyrinusTriumphusPriscus e Verus. Proprio lo scontro tra Priscus e Verus passò alla storia perché non ebbe nessun vincitore. Sempre Marziale racconta che di pari coraggio e forza, nessuno dei due ebbe la meglio sull’altro tanto che fu lo stesso pubblico, annoiato, a chiedere la fine del combattimento. Secondo la lex pugnandi lo scontro poteva terminare solo se uno dei due contendenti, posato lo scudo, sollevava un dito in segno di vittoria. Tito graziò entrambi e donò loro, in assenza di vincitore, la rudis e la palma. Palma e corona spettavano al vincitore, mentre la rudis, una spada di legno, veniva consegnata al gladiatore al termine della sua carriera.


Il 29 giugno inaugura Forum Pass: un unico grande percorso alla scoperta dei Fori

Sabato 29 giugno l’ingresso al Parco archeologico del Colosseo sarà gratuito in occasione della Festa dei SS Pietro e Paolo, patroni di Roma. L’apertura rientra in #IoVadoAlMuseo l’iniziativa del MIBAC che prevede 20 giorni di gratuità in tutti i monumenti, musei, gallerie, scavi archeologici, parchi e giardini monumentali italiani.

“Sarà una giornata di festa dedicata soprattutto ai cittadini romani” ha dichiarato il direttore del Parco archeologico del Colosseo,Alfonsina Russo che ha annunciato “non a caso, abbiamo scelto questa data per inaugurare un percorso inedito che consente per la prima volta di visitare l’area del Foro Romano-Palatino insieme ai Fori Imperiali. Si tratta di unico grande percorso nel cuore archeologico della Capitale: un’occasione ulteriore per immergersi senza soluzione di continuità e senza barriere architettoniche nella storia della Roma antica”.

Sabato 29 giugno il Parco archeologico del Colosseo, in collaborazione con la Sovrintendenza capitolina ai beni culturali inaugura infatti Forum Pass – Alla scoperta dei Fori: il percorso che attraversa tutta l’area archeologica e che potrà essere compiuto sia partendo dall’accesso all’area di competenza capitolina, da Piazza della Madonna di Loreto, presso la Colonna Traiana, o da uno degli ingressi del Parco archeologico del Colosseo: Largo Corrado Ricci, Via Sacra – Arco di Tito, via di San Gregorio e via del Tulliano, davanti al Carcere Mamertino. Il Foro Romano, culla della civiltà occidentale e i Fori imperiali, simbolo del potere degli imperatori, tornano dunque a costituire un’unità topografica, recuperando il ruolo di ‘piazze’ vissute e non solo musealizzate.

L’ingresso sarà gratuito ancheLunedì 23 settembre Dies natalis Augusti; Venerdì 4 ottobre Giornata della pace della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse; Lunedì 4 novembre Festa dell’Unità nazionale; Giovedì 21 novembre Giornata mondiale della filosofia; Mercoledì 18 dicembre Giornata internazionale dei migranti.

Si ricorda che nei giorni di gratuità rimarranno chiusi al pubblico: i siti compresi all’interno del Percorso SUPER (Museo Palatino, Criptoportico Neroniano, Casa di Augusto, Casa di Livia, Loggia Mattei, Domus Transitoria, Santa Maria Antiqua con Oratorio dei Quaranta Martiri e Rampa Domizianea, Tempio di Romolo); i luoghi della mostra Roma Universalis e l’esposizione permanente del Museo del Colosseo.

Dal 30 giugno il nuovo biglietto Forum Pass sarà acquistabile sulle piattaforme ufficiali: www.parcocolosseo.it ewww.coopculture.it


COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Agrigento: mostra "Costruire per gli Dei. Il cantiere nel mondo classico"

COSTRUIRE PER GLI DEI

Il cantiere nel mondo classico

Valle dei Templi | AGRIGENTO

12 giugno | 30 settembre

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi AgrigentiCOME SI COSTRUIVANO I TEMPLI ANTICHI? Come era possibile trasportare massi squadrati da diverse tonnellate e issarli a diverse decine di metri di altezza? Quanti operai servivano per costruire un tempio?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici della Valle dei Templi di Agrigento. Sono riproposte - in un itinerario che si addentra nella Valle - in scala 1:1, le principali macchine edili costruite nel tempo, con ingegnosi meccanismi di semplicità disarmante. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche, da quelle di Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive così l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”. 

La mostra “COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugurava ieri (venerdì 7 giugno) nella Valle dei Templi di Agrigento alla presenza del dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali, Sergio Alessandro, del presidente del Consiglio del Parco della Valle dei Templi Bernardo Campo e del direttore del Parco e del Polo archeologico di Agrigento, Giuseppe Parello.

"COSTRUIRE PER GLI DEI" è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

La mostra - per i primi quattro giorni - sarà offerta gratuitamente a chi visiterà la Valle dei Templi con il nomale biglietto di ingresso. Da mercoledì 12 giugno (apertura ufficiale) si pagherà un piccolo sovrapprezzo di 2 euro, sempre sul biglietto abituale.

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«È in Sicilia che si trova la chiave di tutto» […] «La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra … chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita». (J.W.Goethe, “Viaggio in Italia”, 1817)

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Tutto parte da Vitruvio e dal suo De Architectura: l’unico grande trattato di architettura, scritto alla fine del I a.C. giunto fino noi pressoché integro, che spieghi stili, decorazioni, sistemi di costruzione delle basiliche, delle terme, dei teatri. E dei templi, tramandati dalla tradizione ellenistica. Dalle preziose notizie racchiuse nei dieci libri, si conoscono i materiali e le tecniche costruttive delle murature, intonaci, stucchi, mosaici. Si scopre l'uso dei colori: i templi greci, che appaiono ai nostri occhi, monocromatici, erano in origine, riccamente colorati. Questo ed altro, molto altro, si scopre leggendo Vitruvio. Ma quali erano le reali tecniche di costruzione dei templi, quali le macchine impiegate per spostare enormi blocchi di pietra, quanti gli operai coinvolti e quanto a lungo durava una costruzione?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario che ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici che possiamo ammirare ancor oggi nella Valle dei Templi di Agrigento. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche a partire, ad esempio, da quelle fatte da Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”.

La mostraCOSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugura nella Valle dei Templi di Agrigento, con apertura al pubblico dal 12 giugno fino al 30 novembre 2019. Forte di un comitato scientifico di grande rilievo, la mostra è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

Del Comitato Scientifico fanno parte Stefano De Caro, dal 2011 direttore generale dell’ICCROM, già direttore generale delle Antichità nel Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, esperto archeologo di fama internazionale, Heinz Jurgen Beste responsabile scientifico dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, che con Umberto Baruffaldi ha ricostruito con esattezza filologica il prototipo di uno dei 28 montacarichi per il sollevamento delle belve nel Colosseo. Federico Rausa, docente di archeologia classica alla Federico II di Napoli, Carmelo Bennardo, direttore tecnico del Parco archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, che da vent’anni guida i restauri ai monumenti del Parco. Il direttore Giuseppe Parello e con il contributo di Manolis Korres, architetto e studioso greco che ha firmato il progetto di restauro dell'Acropoli e che ha studiato le tecniche di costruzione e i materiali usati per edificare il Partenone.

La mostra nasce con l’obiettivo dichiarato di coinvolgere il pubblico nella comprensione delle tecniche e dei processi che furono compiuti anticamente per erigere i templi della Valle attraverso la ricostruzione in scala 1:1 di un vero e proprio cantiere. Lungo la via sacra della Valle dei Templi sono state ricostruite – a grandezza naturale – alcune “macchine” tra cui una gru (alta 12 metri, riprodotta in scala reale), carri e slitte per il trasporto del materiale lapideo; esposti modelli di templi, strumenti di misura come il corobate (strumento romano usato per misurare la pendenza del terreno) o la groma (a piombo, serviva per tracciare sul territorio i frazionamenti, le zone, le strade).

Dal MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) sono giunti (e vengono esposti nell’Auditorium Lizzi del Museo Archeologico “Pietro Griffo” di Agrigento) cinque compassi originali di epoca romana, a testimonianza di una continuità dell’utilizzo di macchine e strumenti nel mondo classico, mentre dal Tempio E di Selinunte provengono tre blocchi architettonici (geison, taenia e triglifo) con ampie porzioni di intonaco policromo, che spiegano appunto come in epoca greca i templi fossero riccamente decorati. La querelle sul colore dei templi coinvolse, sin dagli inizi dell’Ottocento e in concomitanza dei sempre più numerosi viaggi nel sud Italia e in Grecia, intere generazioni di studiosi. Ad Agrigento e Selinunte, questi moderni ‘architetti-archeologi’ scoprirono i resti dell’originaria policromia e, sulla base di precisi rilievi e approfonditi studi, ipotizzarono l’aspetto delle architetture classiche così come dovevano apparire all’apice del loro splendore.

A testimonianza di questo ricco momento di studi verranno esposte le ricostruzioni Jakob Ignaz Hittorff pubblicate nel 1827 (provenienti da una collezione privata), e l’opera di Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco, Le antichità della Sicilia esposte ed illustrate, proveniente dalla Biblioteca Comunale “barone Antonio Mendola” di Favara che conserva una ricca collezione di volumi dedicati all’architettura classica.

Il percorso espositivo si arricchisce di una serie di scatti, dei templi e della valle, dell’artista palermitano Francesco Ferla, impegnato nella realizzazione di esposizioni internazionali dedicate alla valorizzazione del patrimonio architettonico siciliano.

La grande CASA DEGLI DEI, era sempre orientata verso il sorgere del sole, doveva poggiare su basi solidissime, per cui si scavava il terreno fino a trovare il piano di roccia. Intorno vi era sempre un portico ombroso (peristasi) per le cerimonie sacre. La statua della divinità era celata all’interno del naos (o cella) – dove potevano accedere solo i sacerdoti -, preceduta da un vestibolo (pronao) e conclusa dalla parte della fronte posteriore (opistòdomo), dove si conservavano gli arredi rituali e i preziosi doni votivi.

Le macchine e i reperti della mostra COSTRUIRE PER GLI DEI permettono di avanzare ipotesi accreditate e scientifiche, sui metodi di costruzione dei templi, utilizzati in tutto il Mediterraneo. Per scoprire sostanzialmente che i metodi erano simili ad oggi, anche se meno raffinati e senza l’uso, ovviamente, di tecnologia. Ma ci si muoveva per intuizione, provando e riprovando fino a che non si raggiungevano i risultati desiderati.

LE CAVE Se si era fortunati, i luoghi di estrazione dei materiali da costruzione erano nei pressi del tempio che si doveva costruire, come nel caso dell’antica Akragas, dove i monumenti principali furono realizzati con pietra locale, una calcarenite molto “tenera”, facilmente lavorabile, proveniente da cave nelle immediate vicinanze della città.

I banchi di pietra venivano intaccati tramite piccoli utensili metallici (scalpelli e mazzette, scalpelline, piccozze, asce …) per formare un taglio in cui si inserivano dei cunei (spesso in legno che, bagnati, si gonfiavano e spezzavano la pietra), battuti fino al distacco del blocco. Per le colonne, si scavava una trincea attorno al perimetro del tamburo da cavare e successivamente si procedeva al distacco dal banco roccioso: una tecnica che proveniva dall’antico Egitto e che rimase inalterata fino in epoca romana. Gli elementi da costruzione estratti dalle cave, già sbozzati, erano pronti per il viaggio verso il cantiere che avveniva tramite slitte, carri o, se di grandi dimensioni, con macchine costruite per l’occasione.

LA SLITTA Un mezzo funzionale e versatile, già utilizzato nelle civiltà egizie e mesopotamiche, era la slitta, composta da assi di legno incastrate tra loro, con le estremità rivolte all’insù per agevolare il movimento. Un mezzo estremamente leggero, progettato per essere smontato e trasportato su carri dal cantiere alla cava, dove veniva rimontata e riutilizzata per i trasporti successivi. Le slitte, una volta caricate del materiale da costruzione da trasportare, venivano trainate da buoi e scivolavano su rulli o assi di legno, a seconda del tipo di carico. Per governare la slitta, la si imbrigliava con funi collegate ad argani che ne regolavano la velocità o a perni di legno incastrati ai lati della strada su cui si avvolgevano le funi che frenavano lo scivolamento e ne aumentavano la stabilità.

IL CARRO. Era di gran lunga il mezzo di trasporto meccanico più usato nella civiltà greca; un mezzo solido e funzionale che si prestava ai più disparati utilizzi, dal trasporto delle merci a quello degli elementi costruttivi di medie dimensioni. Nonostante la sua robustezza e affidabilità, era però difficilmente governabile nei tratti in pendenza; trainato da buoi, veniva quindi usato soprattutto su percorsi pianeggianti. Nel corso degli anni, è stato però dotato di diversi accorgimenti che lo hanno reso più funzionale: l’innovazione più importante è stata senz’altro l’avantreno semovente per utilizzarlo su percorsi più impervi.

IL TEMPIO LIGNEO. Il tempio dorico è la traduzione in pietra del suo antenato più antico costruito in legno. Bisogna ricordare la verità estetica alla base del lavoro di artisti, architetti, committenti e anche dal grande pubblico: alle spalle delle monumentali forme dei templi dorici, ci furono antiche strutture realizzate in legno. Ogni elemento edile trovava corrispondenza e ispirazione in natura, secondo l’estetica greca dal rigoroso principio della “mìmesis". Così come il pittore o lo scultore potevano realizzare opere belle e “giuste” soltanto imitando le forme naturali, anche l’architetto, doveva trarre ispirazione dalle strutture delle antichissime costruzioni lignee, “naturali”. Le ricerche condotte hanno portato ad elaborare un modello di tempio ligneo basato sia su testimonianze letterarie e documentazioni iconografiche originali, sia su considerazioni tecniche oggettive.

IL TRASPORTO. Per il trasporto dei grossi blocchi monolitici che costituivano la struttura del tempio, venivano impiegate delle semplici ma ingegnose macchine. Come la macchina di Metagene, impiegata per il trasporto di architravi o gradoni: una ruota lignea dentro la quale inserire i blocchi che potevano così rotolare trainati da uomini, animali o carri dalla cava fino alla fabbrica. Per il trasporto dei rocchi cilindrici che andavano poi a comporre la colonna del tempio, veniva invece impiegata la macchina di Chersifrone. Il sistema si basava sul rotolamento del fusto stesso, intelaiato con travi di legno connesse all’asse di rotazione del tamburo.

LE COLONNE. Le colonne e le loro porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) erano collocate sullo stilòbate (dal greco: stilos = colonna e batis = base). Le scanalature (di norma 16 o 20) che ornavano la superficie esterna, venivano eseguite dopo che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione. Al di sopra dei capitelli delle colonne veniva poggiato l’architrave, costituito da grandi parallelepipedi. I perni di giunzione erano in legno o in piombo e servivano per allineare le colonne ed evitare che i rocchi ruotassero sul proprio asse.

IL CANTIERE. Il cantiere greco è sempre stato un luogo di sperimentazione ingegneristica e meccanica. I blocchi di calcarenite, estratti nelle cave, arrivavano in cantiere su slitte o carri, ma rimaneva da risolvere il problema del sollevamento. Venne così inventata una macchina formata da lunghe travi di legno fissate al terreno e unite alle estremità a formare un triangolo. In testa a questa struttura erano fissate carrucole che mediante delle corde, consentivano di sollevare elementi molto pesanti fino alla quota desiderata. Nasceva così la gru (o capra) il cui funzionamento era semplice ma ingegnoso perché, non solo consentiva di sollevare elementi assai pesanti, ma permetteva, mediante un sistema di pulegge, di diminuire lo sforzo necessario. Un’altra macchina utilizzata per il sollevamento dei blocchi in cantiere, descritta da Vitruvio come “assai ingegnosa e comoda”, era il “polyspastos”, gru fissa composta da una singola trave lignea fissata al terreno.

LA GRANDE GRU. La grande gru non veniva utilizzata fissandola direttamente al terreno come avveniva per le più macchine piccole, ma era collocata su grossi tronchi, che avevano la funzione di veri e propri binari, su cui la macchina poteva scorrere, in modo tale da non dover essere smontata continuamente. Il sistema di sollevamento utilizzava un argano che era collocato in orizzontale tra le travi principali della gru, ed era azionato da lunghe leve (manovelle). La gru, riprodotta in scala reale per la mostra, è composta da aste convergenti realizzate con travi di legno che misurano 12 metri e hanno una sezione di 35 x 45 cm. Il modello deriva dalle fonti letterarie classiche, Vitruvio in particolare, e dalle fonti iconografiche note, ma è anche debitore delle varie ipotesi ricostruttive dell’architetto greco Manolis Korres.

LE MAESTRANZE E I TEMPI. Alla realizzazione dei templi lavoravano un numero considerevole di persone con specifici compiti, che formavano delle vere e proprie squadre specializzate nella costruzione di edifici monumentali. Questi gruppi detti "officine", si spostavano di città in città per innalzare i grandi santuari degli dei olimpici. Ci volevano anche decenni per completare un tempio e, in alcuni casi, come nel colossale tempio di Zeus Olimpio ad Agrigento, forse non bastò un secolo per portarlo a termine.

COME NASCEVA IL TEMPIO

GLI STILI ARCHITETTONICI. In architettura i greci distinguevano tre caratteri costruttivi, e altrettanti stili: il dorico, forte come un atleta o un guerriero; lo ionico, bello come una matrona; il corinzio, prezioso e gracile come una fanciulla. Sopra i geometrici capitelli dorici posava la trabeazione col fregio a trìglifi e mètope. Mentre i due ordini “femminili” presentavano basi sotto i fusti delle colonne, il dorico “maschile” era l’unico a esserne privo: scalzo come i ginnasti o i combattenti.

La fondazione

Una volta stabilito il progetto del tempio, veniva creato il piano di appoggio più profondo, perfettamente orizzontale e collaudato con il sistema egizio: venivano scavati dei canaletti nella roccia e, se il lavoro era stato eseguito a regola d’arte, l’acqua doveva restare in equilibrio.

Il colonnato

Le porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) delle colonne venivano rifinite con precisione in cantiere, poste le une sulle altre ed assicurate tramite perni lignei. Le scanalature venivano eseguite una volta che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione.

La copertura

Se la pietra era il materiale principale nella costruzione del tempio, gran parte della copertura era in legno, sotto il manto di tegole laterizie. Le grandi travi erano composte da più strati che venivano assemblati con chiodi e funi. Le fornaci per i laterizi si trovavano nelle immediate vicinanze del tempio e seguivano le necessità del cantiere.

La decorazione

Il fregio e il cornicione erano le parti più decorate della trabeazione. I trìglifi rettangolari erano blu, alternati alle mètope dipinte di rosso. Al di sopra dei trìglifi, nel cornicione, venivano intagliati i mùtuli e le gocce, che venivano dorate per evidenziarne la forma che ricordava gli antichi chiodi lignei. Infine, le tegole in terracotta verniciata della copertura.

Unità di misura

Le unità di misura utilizzate in Grecia derivano dai sistemi in uso nel vicino Oriente e in Egitto già nel secondo millennio a.C. e come questi erano basate su misure naturali. In particolare, facevano riferimento alle parti del corpo umano: il piede, il braccio o la falange di un dito e sui loro rapporti. Lo stesso criterio valeva per le misure di superficie: l’estensione di un terreno veniva, ad esempio, calcolata in funzione della quantità di frumento occorrente per la sua semina.

Il modulo

Il modulo era l'unità di base utilizzata per la costruzione del tempio e corrispondeva al raggio della colonna. Tutte le parti del tempio erano proporzionate in base a questa unità.

Nel tempio della Concordia ad Agrigento, ad esempio, il modulo è pari a 2 piedi e un quarto (diametro = 4 piedi e mezzo), con il piede che misura circa 32 cm. Nello stesso tempio, il fusto della colonna misura 8 moduli e il capitello un modulo, dunque la colonna intera è alta 9 moduli (4 diametri e mezzo). L’architrave, il fregio e tutte le altre parti del tempio rispondono a questo sistema di misura, che guidava i costruttori durante tutte le fasi di realizzazione.

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SCHEDA TECNICA

Titolo: Costruire per gli dei.

Il cantiere nel mondo classico

Curata da: Alessandro Carlino

Ideata da: Giuseppe Parello

Prodotta e organizzata da: MondoMostre

In collaborazione con: Polo Culturale di Agrigento e il ParcoArcheologico e Paesaggistico della Valle dei Templi

Date: dal 12 giugno al 30 novembre 2019

Promossa da: Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana

Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana

Orari: Parco della Valle dei Templi (AG)

dal 12 giugno al 12 luglio

tutti i giorni 08.30 - 20.00

dal 13 luglio al 15 settembre

dal lunedì al venerdì 08.30 - 23.00

sabato e domenica 08.30 – 24.00

dal 16 settembre al 30 novembre 08.30 - 20.00 (ultimo ingresso ore 19,00)

Sala Lizzi del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo" (AG)

dal 12 giugno al 30 novembre 9.00 - 19.30

Biglietti: Parco della Valle dei Templi

2 + biglietto ordinario, cumulativo e ridotto di ingresso al Parco

Ingresso Gratuito:

  • per le categorie previste dalla circolare dipartimentale n.1 del 20/01/2017;

  • per la Sezione introduttiva della mostra presso Sala Lizzi

del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo";

  • per i possessori di abbonamento al Parco Valle dei Templi;

  • per tutti nelle prime domeniche di ogni mese

 

 


I Severi si raccontano in una grande mostra tra Colosseo, Palatino e Foro Romano

Celebrare la potenza imperiale attraverso imponenti opere architettoniche e sociali è una prerogativa abbastanza comune tra i personaggi della storia romana che a partire da Augusto, primo imperatore, hanno caratterizzato il governo dell’Urbe e poi dei territori conquistati. Strutture diversificate per contesto e opulenza che ancora oggi possono essere ammirate e che costituiscono anche una base per il contesto urbano attuale. Roma, in modo particolare, nel corso della sua storia, ha visto una stratificazione urbana non indifferente tanto che ben poco rimane di quello che doveva essere il lusso della residenza dell’Impero.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Per chi organizza mostre, poi, ritagliare una fetta di storia e incorniciare un determinato periodo non è affatto semplice, soprattutto se a passare sotto l’attento giudizio di storici e archeologi è un’intera dinastia che per ben quaranta anni (193 – 235 d.C.) si è resa protagonista di uno degli ultimi grandi momenti dell’impero, portando a compimento opere politiche e sociali che ancora oggi fanno discutere e che sorprendono per l’estrema modernità. I Severi, con il loro capostipite Settimio Severo, impressionano per il messaggio di universalità che riescono a dare ai territori assoggettati, ricordando, cosa da tenere ben presente, che ormai il centro del potere si era spostato da Roma e che ora vede protagoniste le province e in particolare, sotto la dinastia venuta dall’Africa, centri particolarmente splendidi e fiorenti come Leptis Magna. Sotto il discusso Caracalla, addirittura, quello che era sempre stato un baluardo delle società antiche, cioè il diritto di cittadinanza, venne esteso a tutti gli abitanti liberi dell’Impero, garantendo e sancendo, di fatto, un’ingente integrazione tra le varie genti del Mediterraneo e dell’Europa e abolendo il divario che aveva sempre posto Roma al di sopra dei popoli vinti e assoggettati con la forza. Quello dei Severi è il periodo in cui l’Impero romano vive la sua dimensione più cosmopolita, dove i membri del senato e dell’ordine equestre vengono cooptati da ogni angolo del mondo vinto e in cui la mobilità di uomini e merci è garantita dall’assenza di frontiere.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Il latino e il greco non sono solo le uniche lingue letterarie ma grazie ad un ramo della discendenza imperiale dei Severi, anche il siriaco comincia ad entrare prepotentemente nei documenti. Roma si arricchì di nuovi edifici e molti altri furono restaurati e alla stessa stregua, molte città dell’Impero in Africa, Egitto, Siria e province anatoliche, fiorirono e divennero grandi capitali. Numerosi sono i provvedimenti assunti a favore dell’esercito e delle legioni e con essa seguì una grande propaganda legata alle campagne militari in difesa dei confini dell’Impero da cui derivano ingenti bottini. Per consolidare il proprio potere, Severo si presenta come diretto discendente degli imperatori Antonini e nomina, prima del 195 d.C., il figlio Caracalla quale Cesare e suo erede, legittimando la nuova dinastia. La politica dinastica, dopo l’intermezzo del prefetto al pretorio Macrino cui si deve l’uccisione di Caracalla nel 217 d.C. viene ripresa dalle donne della dinastia, Giulia Mesa e Giulia Mamea, che riportano sul trono la porpora con Elagabalo (218 – 222 d.C.) e Alessandro Severo (222 – 235 d.C.).

Comincia con questi presupposti l’articolato percorso della mostra “Roma Universalis. La dinastia venuta dall’Africa”, promossa dal Parco archeologico del Colosseo in collaborazione con Electa Editore, ideata da Clementina Panella e curata con Alessandro D’Alessio e Rossella Rea.

Tre sono i luoghi coinvolti per narrare le vicende della dinastia dei Severi: Colosseo, Palatino e Foro Romano e attraverso le sezioni proposte si illustrano gli sviluppi storico – politici e l’evoluzione artistica e architettonica a Roma e nelle regioni dell’Impero.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Il percorso di visita

Dal secondo ordine del Colosseo, circa trecento reperti archeologici provenienti da importanti musei italiani e stranieri ripercorrono la storia della dinastia attraverso una serie di ritratti, ricordando le origini della famiglia. Settimio Severo, il capostitipe della dinastia che da lui prenderà il nome di "Severi", proviene da Leptis Magna, in Libia, e con la moglie Iulia Domna da Emesa, Siria, nominata Augusta e donna di grande influenza politica, dà inizio all’ultima rilevante famiglia imperiale che regnò per quarant’anni su Roma. Tra i pezzi in mostra e di particolare prestigio, tre rilievi provenienti dai recenti scavi della metropolitana di Napoli appartenenti ad un arco onorario. Senza dimenticare i frammenti della Forma Urbis, mappa catastale di particolare rilievo per la topografia di Roma e che proprio con Settimio Severo viene ulteriormente ampliata. Inoltre, grande rilievo anche per l’artigianato, con i vetri finemente lavorati ad Alessandria d’Egitto e a Colonia, le ceramiche dalla Tunisia o gli argenti conservati al Metropolitan Museum of Art.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
FORO ROMANO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Dal Colosseo, che proprio durante l’età severiana conobbe importanti restauri, si giunge al Foro Romano dove tra il Tempio di Romolo e la Basilica di Massenzio si percorre il Vicus ad Carinas, tra i più antichi percorsi di Roma che fin dall’età repubblicana collegava il quartiere “delle Carine” sul colle Esquilino con il Foro. Nel Medioevo, la via più volte risistemata a causa della continua usura, era ridotta ad un impervio acciottolato che serviva come passaggio anche per la vicina basilica dei SS. Cosma e Damiano, sorta nel IV secolo d.C. Attraverso questo accesso, ci si può affacciare anche sul Templum Pacis di cui, dopo un lungo restauro, è visibile l’opus sectile pavimentale composto da marmi pregiati. L’intero edificio era dedicato alla cultura, un lusso possibile solo durante l’epoca di pace. Nel 192 d.C. un incendio distrusse quasi completamente l’edificio che venne ricostruito da Settimio Severo che ne ripropose la monumentalità originaria. In questa occasione fu collocata la Forma Urbis Romae di cui restano sul muro di facciata della basilica dei SS. Cosma e Damiano le impronte delle lastre di marmo su cui era incisa. Nel vicino Tempio di Romolo il visitatore potrà ammirare trentatré nuovi reperti scultorei trovati negli scavi presso le Terme di Elagabalo e tutti riutilizzati, in frammenti, come materiale edilizio all’interno di due fondazioni murarie pertinenti ad un edificio di VI-VII secolo d.C. Le opere formano un gruppo cronologicamente omogeneo compreso tra la metà circa del II secolo d.C. e il 220 d.C. e ci restituiscono un’interessante testimonianza della ritrattistica di età imperiale. Proseguendo nel percorso, famoso e imponente è l’Arco di Settimio Severo costruito nel 203 d.C. in onore dell’imperatore e dei suoi figli Caracalla e Geta, il cui nome venne poi abraso per damnatio memoriae. Il monumento è decorato con scene delle battaglie combattute contro gli Arabi e i Parti, mentre vittorie alate e divinità di fiumi sono scolpite nelle fasce laterali. Da monete sappiamo che originariamente l’arco era sormontato da una grande quadriga a sei cavalli.

Il terzo e ultimo percorso di visita prosegue sul Palatino attraverso i luoghi dei Severi che si estendono su circa due ettari, di cui i segni più imponenti rimasti sono le grandi arcate e terrazze, insieme allo Stadio con la sua straordinaria sala dei capitelli dal soffitto a cassettoni stuccato. Per la prima volta saranno visibili le vestigia di uno straordinario complesso architettonico: le cosiddette Terme di Elagabalo, venute alla luce in un angolo delle pendici del colle lambito dalla via Sacra che racconta una lunga storia di trasformazioni edilizie. Il nome “Terme di Elagabalo” deriva dalla confusione tra una notizia delle fonti scritte che attribuivano a questo imperatore un “lavacrum publicum […] in aedibus aulicis” e il ritrovamento negli sterri dell’Ottocento, nella zona più vicina all’Arco di Tito, di un piccolo impianto termale. In realtà le Terme appartengono ad un intervento del IV secolo d.C., mentre la costruzione in laterizio è attribuita ad epoca severiana. Le indagini archeologiche, iniziate nel 2007, hanno ricostruito le diverse fasi dell’edificio dall’età imperiale fino al periodo tardoantico, sia la complessa maglia insediativa dell’area nelle epoche precedenti.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
Ingresso al Complesso Severiano ©Electa Foto Luigi Spina

Nell’angolo sud-est del Palatino, visibile anche il cosiddetto “Complesso Severiano”, noto anche come Domus Severiana o Terme Severiane, un comparto monumentale a terrazze esteso tra le Arcate Severiane, parte integrante del complesso stesso, la via dei Cerchi e il settore centrale del colle a est dello Stadio. Queste strutture assumono la fisionomia di un grandioso Palazzo che si erge su 5 o 6 livelli, frutto di una stratificazione che portò a diverse fasi edilizie, ristrutturazioni, ampliamenti e varie modifiche d’uso.

Due sono le pubblicazioni edite da Electa. Un volume che racchiude numerosi contributi scientifici che ripercorre la storia della dinastia dei Severi senza tralasciare nessun aspetto, l’altro molto più maneggevole ideato come guida breve sia in italiano che in inglese che accompagna il visitatore attraverso le varie sezioni della mostra e nel percorso tra Foro Romano e Palatino.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa

Non è facile costruire una mostra così grande in un’area vasta nel cuore della Roma antica e soprattutto raccontare e far conoscere ad un pubblico variegato gli aspetti salienti di una dinastia di imperatori, i Severi, che hanno lasciato un’impronta forte e duratura in molti campi del sapere, della burocrazia e dell’arte, in un periodo che per Roma coincideva con l’avanzare del declino. “Roma Universalis. La dinastia venuta dall’Africa” offre un’opportunità di conoscenza unica nel suo genere sia per semplici appassionati sia per chi vuole approfondire una parte della storia romana che tutt’oggi non vanta di molte pubblicazioni ma in cui grandi trasformazioni sociali, culturali e religiose trovano una realizzazione “perfetta” e forse l’ultima prima del crollo dell’Impero e dell’avanzare dei barbari.

Info mostra Severi: https://www.electa.it/mostre/roma-universalis-limpero-e-la-dinastia-venuta-dallafrica/


I giovedì del PArColosseo. La politica museale in Tunisia

Giovedì 28 marzo si tiene il quinto incontro della rassegna I giovedì del PArCo: il ciclo di conferenze previste i giovedì pomeriggio nella splendida sede della Curia Iulia.

Ospite per l’occasione è Moncef Ben Moussa, già direttore del Museo nazionale del Bardo e attualmente alla
direzione dello sviluppo museografico presso l’Institut National du Patrimoine de Tunis, che alle ore 16.30
conduce un approfondimento sulla politica museale tunisina.

L’iniziativa, promossa dal Parco archeologico del Colosseo, conferma la vocazione della monumentale Curia
Iulia a spazio culturale vivo e per questo designato al dibattito, dedicato non solo a presentazioni di volumi,
dialoghi tra specialisti e protagonisti del mondo della cultura, ma anche ad approfondimenti sulle mostre in
corso e anticipazioni di progetti futuri, fornendo, al contempo, una pluralità di occasioni per rafforzare il
legame della città con l’archeologia e confermare la strategia che il Parco archeologico del Colosseo,
diretto da Alfonsina Russo, persegue con costanza.

Il primo appuntamento della rassegna si è tenuto il 14 febbraio con Aldo Schiavone, professore di
Istituzioni di diritto romano, intervenuto sul tema La dinastia dei Severi e i suoi giuristi. Come nasce lo
Stato in Occidente. È stata poi la volta di Francesca Ghedini, professore emerito di archeologia classica
presso l’Università degli Studi di Padova, che ha approfondito il ruolo delle donne della dinastia dei Severi.

Hanno fatto seguito Luisa Musso, professoressa di archeologia delle province romane presso l’Università
di Roma Tre, e Matthias Bruno, archeologo, con un ulteriore intervento nell’ambito della mostra Roma
Universalis. L’impero e la dinastia venuta dall’Africa, illustrando i forti legami tra la dinastia dei Severi e
la città di Leptis Magna e descrivendo i risultati dei recenti scavi condotti in Libia.

L’incontro del 14 marzo con Rossella Rea, funzionario archeologo responsabile delle indagini al Templum Pacis, e Riccardo Santangeli Valenzani, professore di archeologia medievale e archeologia urbana di Roma presso
l’Università di Roma Tre, ha indagato le trasformazioni del paesaggio urbano dall’antica topografia di Roma
all’età moderna, soffermandosi sulla descrizione della Forma Urbis, mappa catastale in marmo voluta da
Settimio Severo.

La programmazione prosegue come da calendario seguente:
28 marzo
Ore 16.30
La politica museale in Tunisia
Moncef Ben Moussa, direttore dello sviluppo museografico presso l’Institut National du Patrimoine
de Tunis.

18 aprile
Ore 16.30
Il salotto culturale della contessa Ersilia Caetani Lovatelli
Paolo Sommella, linceo e professore emerito di topografia antica presso la Sapienza Università di Roma,
parlerà del momento di transizione dalla Roma papale alla Capitale d’Italia, visto attraverso le presenze dei
politici, degli artisti e degli studiosi al salotto letterario di Ersilia Caetani Lovatelli, archeologa e studiosa di
storia e antichità romane, prima donna eletta membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (1879)