L'amante del vulcano, storie settecentesche all'ombra del Vesuvio

L'amante del vulcano di Susan Sontag (Edizioni Nottetempo, Milano, 2020), pubblicato per la prima volta nel 1992 negli Stati Uniti, è giunto in Italia nel 1995, edito da Mondadori e tradotto da Paolo Dilonardo.

L’autrice statunitense, filosofa e storica, docente universitaria e prolifica scrittrice, riflette in questo romanzo i diversi ambiti dei suoi interessi, delle sue conoscenze e, forse, anche delle sue travagliate esperienze di vita.

L'amante del vulcano è un romanzo storico che racchiude al suo interno molteplici tematiche, così come molteplici si rivelano, anche, i punti di vista attraverso cui avviene la narrazione.

amante del vulcano L'amante del vulcano romanzo storico di Susan Sontag
L'amante del vulcano, romanzo storico di Susan Sontag, Edizioni Nottetempo (2020). Foto di Annapaola Digiuseppe.

Protagonisti del romanzo, ambientato nel Regno di Napoli alla fine del Settecento, sono i celebri personaggi coinvolti in quello che oggi definiremmo un sexgate, ossia uno scandalo a sfondo sessuale riguardante uomini politici. I loro nomi, passati indelebilmente alla storia, pur con implicazioni ben differenti, sono quelli di Sir William Hamilton, Emma Hart e Horatio Nelson.

Nelle pagine del romanzo, tuttavia, Susan Sontag si riferirà a loro quasi esclusivamente attraverso appellativi: Lord Hamilton, quindi, è “il Cavaliere”; Emma Hart è, all’inizio, semplicemente “la ragazza”, poi “la moglie del Cavaliere”; l’ammiraglio Nelson è “l’eroe”.Leggere di più


Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea lo straniero Giulio Guidorizzi

"Enea, lo straniero" di Giulio Guidorizzi

Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma - recensione di Chiara Rizzatti

Fin dall'antichità, gli albori di Roma sono materia per miti e leggende che avevano come scopo quello di regalare natali illustri agli antenati di quelli che, molti secoli più avanti, sarebbero stati cittadini di un vasto impero. Mentre i Greci si dichiaravano nati dalla terra, ciò che i romani sapevano era che discendevano da un uomo venuto da lontano, scappato dalla propria patria con un manipolo di seguaci. Si trattava di Enea.

Il saggio di Giulio Guidorizzi Enea, lo straniero. Le origini di Roma ripercorre le tappe dell'eroe a cui Virgilio aveva dato vita per glorificare Roma e Augusto, in una narrazione che Enea stesso porta avanti in prima persona.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea e anche su momenti che non avvengono nell'Eneide, immaginati dall'autore, che sono funzionali a comprendere alcuni personaggi mai troppo approfonditi nel poema, come il padre Anchise.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio.
D'altra parte, dèi silvani e riti agresti sono gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

Oltre a questo, una delle scelte di Guidorizzi nell'esporre la propria rilettura dell'Eneide riguarda un tratto distintivo della narrazione di Virgilio: la presenza degli dèi. L'intervento divino - fortemente rappresentato nel poema latino - è omesso in più occasioni, e la necessità del fato passa in secondo piano per approfondire l'interiorità di un uomo costernato di fronte alle scelte che deve compiere.
Enea è smarrito, in tutti i sensi: lontano dalla patria, dalla famiglia che si sgretola poco a poco, e dalla sua stessa  volontà.

Guidorizzi risponde all'esigenza dei moderni, lontani dai sentimenti di pietas antica, per mostrare ciò che l'Eneide lasciava irrisolto, le ragioni di Enea, senza snaturare l'essenza del cosiddetto "uomo del fato". È facile, infatti, giudicare l'Enea virgiliano come distaccato e freddo, tanto ligio al suo compito da sembrare senza una volontà propria.
La sensibilità moderna stenta a comprendere la stratificazione di un personaggio che non espone i suoi sentimenti in modo plateale, che è costretto a reprimerli in nome di un fine più grande, a cui tutto deve essere sacrificato: Enea non vuole lasciare Troia, ma deve; desidera rimanere accanto a Didone, ma non può; spera nella pace coi Latini, ma stroncherà molte giovani vite per una vittoria che non ha chiesto.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Limitando l'elemento divino e sovrannaturale (anche le Arpie sono quasi "umanizzate"), Guidorizzi enfatizza l'incomparabile originalità della figura di Enea, così lontana dall'ideale eroico dei grandi precedenti della poesia epica, Iliade Odissea. Non c'è più spazio per la bella morte in battaglia che consente una gloria eterna; così come il viaggio non è un sospirato ritorno verso casa, bensì il tragitto oscuro di un profugo verso l'ignoto, in cui non esiste un porto sicuro.
Senza nemmeno Venere a ricordarci l'ascendenza divina di Enea, ci troviamo davanti alla versione più umana del victor tristis, tanto più incapace di opporsi al destino, quanto più fulgido nella compassione.

La copertina del saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma, pubblicato da Einaudi Editore (2020)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Enea e la sua lezione

La lezione di Enea, Andrea Marcolongo - recensione di Francesca Barracca

Cos’è che, dai remoti angoli della nostra memoria, fa subito capolino quando i nostri occhi o le nostre orecchie incontrano la parola “Eneide”?

La maggior parte dei nostri ricordi, in prima analisi, si concentra per lo più su due elementi significativi: la fuga di Enea da Troia e la tragica storia d’amore con Didone. Eppure, non sembra così superfluo dover precisare che l’Eneide non è soltanto questo. Certamente Andrea Marcolongo, nel suo ultimo libro La lezione di Enea, uscito quest’ottobre per Laterza, non ha dato nulla per scontato.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

I pregiudizi che da sempre accompagnano lo studio dell’Eneide e, di conseguenza, la figura di Enea, troppo spesso eclissata rispetto a quella dei ben più familiari eroi omerici, sono il punto di partenza per una nuova riflessione sul poema virgiliano. Sintetizzarne in poche righe la trama potrebbe risultare compito arduo e indegno, ma Marcolongo si premura di fornire, al termine del libro, due appendici: l’una cerca di fornire un breve riassunto dell’Eneide, l’altra una descrizione, nonché presentazione di Enea, corredata di una mappa genealogica che, a partire dal padre Anchise e dalla madre Venere, illustra la discendenza della gens Iulia fino alla nascita di Romolo e Remo, dai quali avrà origine, infine, Roma.

Le fondamenta per la nascita di Roma, però, le pone Enea e la scrittrice invita a non sottovalutare questo dato. Non è singolare, infatti, che in tutta Italia monumenti dedicati a Enea siano piuttosto esigui? In tal senso, anche la scelta di Marcolongo di dedicare il libro all’Italia, il “suo” paese, non è casuale. L’autrice va fiera di potersi dire italiana soprattutto perché in qualche misura discendente di una cultura le cui basi vengono poste dalla commistione tra Enea e le popolazioni che per prime abitavano i territori dove sorgerà la futura Roma. È proprio a noi italiani, quindi, che Andrea Marcolongo si rivolge, nella speranza di un insegnamento nuovo e una rivalutazione collettiva, più utile che mai in un periodo particolare della storia della umanità come quello che stiamo vivendo.

L’occasione per rivedere il testo virgiliano e scandagliare i pregiudizi ad esso legati è stata fornita all’autrice proprio dall’isolamento forzato imposto dall’emergenza Covid-19. Si stabilisce così una sorta di parallelismo che, come raramente accade quando si ha a che fare con l’ambito dell’antichità classica, non disturba: così come Virgilio scriveva della fatica di Enea e nel frattempo cercava di mantenere salda la fede nelle sue certezze politiche mentre Roma “sollevava la testa tra le macerie della Repubblica”, così l’Eneide è stata d’aiuto per la Marcolongo e, forse, potrebbe esserlo per tutti perché l’Eneide è un testo adatto ai tempi difficili, piuttosto che a quelli sereni. Enea, in fondo, è più simile di quanto si possa immaginare a un uomo moderno. Non a caso è “l’eroe della ricostruzione” e la sua lezione va ricercata proprio nella sua stessa essenza.

“Solo una cosa significa essere Enea: alla distruzione rispondere ricostruzione”

Partendo dalla riflessione sulla presenza piuttosto esigua sul suolo italiano di statue dedicate a Enea, Andrea Marcolongo fornisce una serie di prove per trovare conferma del fatto che, una volta letta l’Eneide per puro obbligo scolastico, in quanto parte integrante dei programmi ministeriali, subito ci si dimentica di essa e del suo protagonista. Chiaramente, la scrittrice si rivolge a una fetta di pubblico piuttosto ampia, ma con particolare attenzione nei confronti di chi non ha orientato i propri studi verso la letteratura classica. Ciò risulta evidente soprattutto quando vengono fornite informazioni che, se per i classicisti possono risultare radicate e scontate, danno a tutti la possibilità di avere un contesto di riferimento più preciso in cui inserire le riflessioni.

Così, nei primi capitoli, si percorre la biografia di Virgilio e con essa parte della storia di Roma che si intreccia con la sua vita, il rapporto con Ottaviano, prima profondamente ammirato, poi quasi trascurato in un distanziamento dalla personalità tale da arrivare a considerare Ottaviano e Augusto quasi due persone diverse; e ancora il peso dell’impegno della scrittura di un poema che, commissionato da Ottaviano stesso nel 29 a.C, doveva essere la sua celebrazione, ma due anni dopo, nel 27 a. C., Ottaviano divenne Augusto e Virgilio si ritrovò in una posizione piuttosto scomoda: celebrare l’imperatore mentre era ancora in vita con tutte le responsabilità e i rischi in cui sarebbe potuto incorrere. Certo è che Virgilio riesce comunque a mantenere una propria originalità e non solo rispetto ad Augusto, che figura esplicitamente nel testo soltanto tre volte, ma anche rispetto a un argomento che a Roma era già ampiamente conosciuto.

La storia di Enea, infatti, era familiare fin dalla narrazione omerica. Quello che fa la differenza, quindi, è il modo in cui la stessa storia viene narrata e che è strettamente legato al fato, in quanto è questo a decidere in che modo Enea dovrà affrontare la missione affidatagli, nota fin da subito al lettore quanto a Enea.

La lezione di Enea Andrea Marcolongo
La copertina del libro di Andrea Marcolongo, La lezione di Enea, pubblicato da Editori Laterza (2020) nella collana i Robinson / Letture

Tra i capitoli del saggio che offrono maggiori spunti di riflessione figurano, naturalmente, quello dedicato ad Enea, obiettivamente analizzato in tutti i suoi tratti caratteristici; quello in cui l’autrice si concentra sulla riscrittura del mito di Enea a fini propagandistici effettuata dalle ideologie ad hoc del Fascismo, ma anche gli ultimi in cui Andrea Marcolongo analizza lo stile virgiliano in maniera tecnica, con riferimenti alla struttura dell’esametro e alla fortuna riscontrata nelle successive tradizioni: basti pensare, ad esempio, all’influenza esercitata su Ovidio o sugli altri autori latini o sulla letteratura cristiana, fino ad arrivare a Dante che fa del poeta la propria guida nel viaggio ultraterreno della Commedia.

È proprio in questi ultimi capitoli che Marcolongo dà maggiori prove di conoscenza profonda degli argomenti riuscendo ad essere chiara, concisa e incisiva all’insegna del messaggio di fondo che dà il titolo al saggio: la lezione di Enea è più accessibile e contemporanea che mai. Non deve trarre in inganno il fatto che a fornircela sia un eroe antico, perché proprio come noi Enea cade, più e più volte, ma trova sempre il modo per rialzarsi e resistere.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

Spoleto: Festival dei Due Mondi, ucciso fu il Minotauro

In quel particolare momento era esattamente la musica che ci si aspettava di udire, sentire addosso, dentro, entrare, restare. È con Arianna, Fedra, Didone che la compositrice Silvia Colasanti chiude il cerchio della triade dedicata ai personaggi greco-romani ed iniziata con le opere Minotauro e Proserpine. Ieri sera, sabato 22 agosto 2020, i tre monodrammi sono andati in scena nell’ambito del Festival dei Due Mondi di Spoleto: nella terza serata di questa sessantatreesima edizione si è vista calcare il palco – richiamata infine per ben tre volte, fra gli scroscianti applausi - l’attrice Isabella Ferrari, a lei il compito di interpretare le protagoniste con i loro lamenti e tributi d’amore su testo tratto dalle Epistulae Heroidum di Ovidio, accompagnata dall’Orchestra Giovanile Italiana diretta dal maestro Roberto Abbado e dal coro femminile dell’International Opera Choir diretto da Gea Garatti.

Spoleto Minotauro
Isabella Ferrari; Arianna, Fedra e Didone. Photo Maria Laura Antonelli/AGF

Siamo tornati in piazza Duomo con quel classico che sembra esser servito a Colasanti per raggiungere la maturità del suono: a compimento della trilogia si rintraccia nel fraseggio la stessa intensità che le riconosce il pubblico e, mentre il coro riempie le pause sospese, gli archi e i corni resistono ed investono sulla ferocia delle parole. Instancabili come la ricerca della verità, nella musica e nella poesia.

“Lettere immaginarie d’amore, di lontananza, di morte, improntate al tema dell’assenza dell’amato, caratterizzate dal tono nostalgico per un passato felice e dal disperato desiderio di riviverlo – aveva spiegato la compositrice a proposito di questo lavoro – L’attrice interpreta le tre donne, ciascuna con una storia e un carattere a sé stante, tracciando però al tempo stesso un meraviglio affresco dell’universo femminile. In alcuni casi la voce la voce della protagonista – concludeva Colasanti – è affidata a un Coro di donne (che canta il testo originale in latino) nel quale l’attrice può specchiarsi, guardandosi dall’esterno, indagando le sue diverse anime, o amplificando i ricordi passati rendendoli reali e vicini”.

Saluti finali per Arianna, Fedra e Didone. Photo Cristiano Minichiello/AGF

Difficile presagire quanto, malgrado il periodo Covid-19, avessimo ancora la pazienza e la benevolenza di restare ad ascoltare i versi, ad esempio, di una Didone che ingannata dall’immagine di Enea che da lei si distanzia raccoglie in sé quei sentimenti di tempesta che l’orchestra ben restituisce con una mimesis melodica. Un melologo dove, anche nel preludio dell’accordatura, quegli inquieti timori si distendono: in Proserpine interpretati da archi post-wagneriani finiscono qui per uccidere il Minotauro, sovrapposto per amore alla metafora e al pensiero.

Spoleto Minotauro
Foto di Valentina Tatti Tonni

 

 


Roberto Mussapi i nomi e le voci

Il risonante richiamo del mito

Poesia e teatro custodiscono da sempre, in uno scrigno adamantino, il cuore fragile del mito, serbandone la ieratica verità in una dimensione capace di sollevarsi al di sopra del tempo. A questo principio immutabile e, in una certa misura, sacro paiono ispirarsi i monologhi in versi di Roberto Mussapi, composti nel corso della sua lunga e fertile produzione letteraria e da poco raccolti in una silloge - I nomi e le voci - edita da Mondadori, nella storica collana Lo Specchio. Sin dal titolo, così evocativo, si intuisce che la cifra che contraddistingue l’opera è la pluralità; dalla folla di volti, di maschere e di parole, emergono di volta in volta personalità uniche e dirompenti, che spiccano, oltre che per la loro irripetibile individualità, anche per i significati profondi di cui la loro storia è vibrante espressione.

Scongiurato il pericolo dell’anacronismo – perché il mito per la natura ribelle scavalca le leggi caduche del tempo –, come un demiurgo Mussapi opera sui personaggi dell’epica e della tragedia greca una sorta di palingenesi, permettendo ai protagonisti della classicità di pronunciare visioni rinnovate, all’insegna di una modernità ritrovata e incredibilmente sensuale. Così la sua Cassandra, profetessa troiana dalla voce inascoltata e franta, trascinata come bottino di guerra in un mondo che non ha bisogno di profeti, percepisce il fetore di sangue e morte nel palazzo degli Atridi, è tormentata dalle visioni di un mare che sanguina, e parla a se stessa dal dolore pungente della sua assoluta cecità; Eco, la risonante, la ninfa che si invaghisce di Narciso senza esserne ricambiata e che viene condannata a replicare in eterno un suono privo di significato, serba la memoria di un passato corporale, mentre in lei già dolora il supplizio di un presente mutilo: «A quel tempo non ero pura voce ma avevo un corpo, / e un tempo avevo anche la voce che senti, / che sta svanendo, ascolta, sta trapassando / a quella che sarà e che senti, al tuo presente». Il suo futuro è attesa e nascondimento, vergogna per un amore rifiutato, e voce, voce che «perdura, e ciò che vive è suono».

Particolare dell'opera Teseo e il Minotauro del Maestro dei Cassoni Campana (1510-15). Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Le immagini che da un testo all’altro si rincorrono evidenziano la rilevanza assunta, tra le sfere sensoriali, dal tatto: colpisce, in questo senso, l’esempio di Arianna, che nel ricordo alterna la sensazione della ruvidezza del filo tra le dita alla percezione altrettanto netta della sua assenza; nel sonno dell’abbandono sulla riva di Nasso, i due polpastrelli ora si sfiorano nudi, sono stati derubati della traccia tangibile di un legame salvifico, che aveva concesso alla fanciulla di essere vicina all’eroe nel suo oscuro viaggio verso il Minotauro e, soprattutto, nel ritorno alla luce. L’errore di Teseo, nella rilettura di Mussapi, consiste nel confondere amore e magia, attribuendo allo stratagemma del filo, e non al sentimento puro di Arianna, la riuscita dell’impresa: «e non è contro natura Teseo, / che non seppe riconoscere l’amore, / che usò il mio filo e lo spezzò come un fiore, / non è contro natura non capire, / non essere all’altezza dell’amore?». Anche le due voci di Penelope, che risuonano in una persona sola, proferiscono la palpabilità di una trama intrecciata di giorno e disfatta di notte in un lavorio incessante, e parlano di dita che il filo riga ora su ora: «Certo, raccontano, la moglie di Ulisse / non poteva non condividerne scaltrezza e acume, / ma questa è solo la verità apparente della storia. / Che fu tramata, questa sì, tramata / da quel disegno che muove le dita di una donna / nel buio della notte, per amore. / Che vuole dire non sottomettersi al tempo, / salvare con le mani il primo incanto».

Rudolf Seitz, Penelope alla tela in un tessuto (1893) dal Castello di Ratibor a Roth. Immagine CC0

Mussapi risale alla radice più profonda del significato del mythos, recuperandone la nodale valenza narrativa: le presenze che popolano la verticalità dei suoi monologhi si esprimono in versi, ma non si limitano a pronunciare i tormenti dell’io, anzi raccontano i destini dell’uno e del molteplice, gli impervi cammini che il poeta percorre per scovare l’alterità e partecipare della sua creaturale ferita. Dal buio oltremondano, Enea e Didone testimoniano la loro verità: e se il primo chiede salvezza e perdono («io lasciai lei e la vita, / per dare altrove vita ai miei morti»), la seconda nel fitto della tenebra si dice ferma nel ricordo di Enea («nella sua voce ancora mi tengo»). Altrettanto terribile risuona la condanna di Antigone, di fronte alla violazione del sacro confine tra i due regni, quello dei vivi, con le sue norme scritte, e quello degli inferi, con le sue leggi eterne e immutabili.

Dettaglio di affresco dalla Tomba del tuffatore a Paestum. Fotografia autoprodotta di Michael Johanning (2001) in pubblico dominio

Il viaggio nell’antico si conclude con le Parole del tuffatore di Paestum, che dal fondo dell’abisso consegna a suo figlio l’esperita certezza dell’eternità dell’amore, e con le Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, che nella lava incandescente riconosce la scintilla che avvampa dentro di sé da sempre e che lo riconduce a se stesso: «Arduo è durare, più raro esistere, / protrarre nella durata quella fiamma, / e solo in quella vampa io fui alla sua altezza». I voli di Mussapi proseguono nel vasto cielo di Shakespeare e nelle speziate notti arabe, per planare poi nella Grotta Azzurra in cui rendere onore al suo tempo e alle parole che, assecondando il richiamo del mito, possono talvolta salvare la vita.

Roberto Mussapi legge da I nomi e le voci.

Roberto Mussapi i nomi e le voci
La copertina del libro I nomi e le voci di Roberto Mussapi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nella collana Lo Specchio

Esercizi di umanità, tra le lacrime delle cose

In questi giorni sospesi, virgilianamente segnati dalle lacrime delle cose, accostarsi alle pagine degli antichi innesca un singolare cortocircuito. Si tratta in realtà di una condizione sempre valida per ciò che è classico, che per definizione torna in ogni tempo a risignificarsi nella sua indomita verità. Sfogliare il saggio einaudiano di Maurizio Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, pubblicato lo scorso anno dalla prestigiosa casa editrice torinese, in un momento così smarrito acquista una particolare rilevanza.

Il contesto in cui scrive l’autore, animato dall'acceso dibattito sull'immigrazione, lo porta a mettere in connessione alcuni aspetti della cultura greco-romana con i risvolti dell’allora stringente attualità: la questione dei naufragi e dei soccorsi, la tutela dei diritti umani, le nuove forme di schiavitù. Oggi, conservando quest’abitudine a far dialogare antico e contemporaneo pur nella legittima considerazione delle abissali distanze, si può tentare di leggere lo studio di Bettini alla luce delle rinnovate istanze sollevate dalla cronaca.

umanità lacrime
La Galleria Sciarra a Roma. Foto di Bianca Sorrentino

In un frangente emergenziale che ha scardinato radicalmente i pilastri che reggevano il nostro mondo e la visione che di esso avevamo, mettendoci faccia a faccia con la nostra diafana fragilità e con il rischio tangibile di lasciar emergere un’atavica ferocia, il richiamo alle memorabili parole di Didone può essere addirittura salvifico: nel primo libro dell’Eneide, la regina di Cartagine accetta di accogliere lo straniero Enea e i suoi compagni, profughi sulla costa africana, perché lei stessa ha conosciuto la sventura. «Non ignara mali miseris succurrere disco» (“non ignara del male imparo a soccorrere i miseri”), dichiara la donna; in questo verso immortale, Bettini rileva, da un lato, la reciprocità tra l’esperienza individuale del dolore e la compassione per la sofferenza altrui e, dall’altro, l’aspetto durativo di quell’«imparo» (disco), a sottolineare l’umanità di chi è disposto a trarre insegnamenti da ogni esperienza della propria vita, senza illudersi che i traumi del passato costituiscano un’acquisizione ‘formativa’ in sé compiuta. Il lascito virgiliano può, se non offrire risposte, fornire almeno un modello con cui misurarsi ora che il dramma della malattia, solitamente intimo e privato, è condiviso dalla società tutta, in un universo globalizzato e perennemente connesso.

Per appartenere a questa societas, direbbe Cicerone nel De officiis, è sufficiente essere uomini, possedere cioè la ragione e l’uso linguaggio; ma è bene sottolineare, ricorda Bettini, che «per un Romano espressioni come communis e communitas non implicano solo avere qualcosa “in comune”, ma anche reciproco impegno. La communitas presuppone infatti l’avere munia – “obblighi”, “impegni” – l’uno verso l’altro». Ecco un altro spunto di riflessione in un momento in cui siamo tutti, indistintamente, chiamati a mettere da parte la nostra individualità, a sacrificare abitudini e aspirazioni personali, in nome di un senso di responsabilità collettivo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice, 1825, Paris, Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Foto di VladoubidoOo, CC BY-SA 3.0

Il capitolo che, letto ora, appare più intenso, ragguardevole e a suo modo straniante è quello dedicato ai cadaveri insepolti. L’autore traccia con maestria un suggestivo percorso che unisce la tragica vicenda di Antigone – sorella devota che, violando il decreto, concede sepoltura al fratello ribelle – al commovente episodio omerico in cui il re Priamo supplica Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore, affinché abbia esequie degne. Abbiamo tutti in mente le immagini della lunga fila di camion militari, i quali nei giorni scorsi hanno portato altrove i feretri che i templi crematori, vicini al collasso, faticano ormai a gestire. Credenti o atei, abbiamo tutti avvertito come impietosa – priva cioè di pietas, di devozione – la solitudine di queste morti, a cui è negata persino la dolcezza di un estremo saluto.

Bertel Thorvaldsen, Priamo chiede ad Achille la restituzione del corpo di Ettore; marmo, 1815. Foto dal libro Nordisk skulptur, København 1964, Foreningerne Norden. Pubblico dominio

Fare i conti con questo dolore indicibile è prematuro; scriverne in modo avventato e precipitoso potrebbe indurre in errori di valutazione miopi e grossolani; rivolgersi ai classici, per iniziare a instaurare un silenzioso dialogo con le risposte che gli antichi hanno rintracciato nel loro mondo, potrebbe essere una via per trovare un primo sostegno, esercitare costruttivamente dubbio e senso critico e ragionare sul futuro, senza farsi trovare impreparati - di nuovo.

umanità lacrime Maurizio Bettini Homo sum
La copertina di Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, di Maurizio Bettini, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Vele

Didone, per esempio

2 Ottobre 2014
20140715-102356-37436769
Non è vero che la "cultura" non interessa a nessuno. Non è vero che la saggistica non vende. Lo dimostra il libro di Mariangela "Galatea" Vaglio, "Didone, per esempio", che già da alcuni mesi è in libreria con risultati davvero lusinghieri.
Ancor più dell'aspetto editoriale, però, pare giusto sottolineare il valore dell'opera, moderna e gradevole, oltre che accessibile a tutti. Cogliamo dunque l'occasione della recentissima uscita in e-book del libro, per segnalare questo ottimo lavoro di divulgazione.
Link: Il nuovo mondo di Galatea