Neanderthal e ruolo della dieta nell'evoluzione

29 Marzo 2016
NeanderthalFino a 40 mila anni fa, l'Homo sapiens convisse coi Neanderthal, addirittura mescolandosi pure ad essi. Tra le differenze di spicco tra le due specie, spicca il fatto che i Neanderthal fossero più bassi e tozzi, con bacini e gabbie toraciche più ampie di quelle dei moderni umani.
 
Un nuovo studio, presentato sull'American Journal of Physical Anthropology, suggerisce ora l'ipotesi che il torace "a campana" e un ampio bacino siano la conseguenza di un'evoluzione che nei Neanderthal sarebbe almeno parzialmente un adattamento a una dieta altamente proteica. Questa avrebbe richiesto un fegato e un sistema urinario di dimensioni maggiori.
Lo studio ha dunque verificato l'ipotesi con dei test. Negli animali, una dieta altamente proteica è associata a fegato e reni più grandi. Similmente, nelle popolazioni artiche vi è un fegato di dimensioni maggiori e si beve più acqua, segno di maggiore attività renale. Durante i duri inverni dell'Era Glaciale, i carboidrati erano scarsi e il grasso era presente in quantità limitata. Al contrario, grandi prede erano presenti in abbondanza.
Già nel 2011, gli autori dello studio presentarono un lavoro sull'Homo erectus nel Levante, nel quale dieta ed evoluzione erano messe in relazione.
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Dal collagene delle ossa, la dieta dei Neanderthal a Goyet

14 Marzo 2016

Il collagene dalle ossa dei Neanderthal offre indizi sulla loro dieta. © Bocherens
Il collagene dalle ossa dei Neanderthal offre indizi sulla loro dieta. © Bocherens

Gli autori di un nuovo studio, pubblicato su Quaternary International, hanno preso in esame la dieta dei Neanderthal partendo dalla composizione degli isotopi del collagene dalle ossa degli stessi.
Ne è risultato che la dieta di quei nostri parenti estinti era in buona parte costituita da carne proveniente da animali erbivori (mammuth e rinoceronti lanosi, specie ora estinte). Una percentuale importante della loro dieta - attorno al 20% - si spiega però con cibo da materia vegetale.
Lo studio ha preso in esame ossa (datate tra i 40 e i 45 mila anni fa) e relative a mammuth, rinoceronti lanosi, cavalli selvaggi, renne, bisonti europei, iene delle caverne, leoni, lupi, in prossimità delle quali erano anche ossa di Neanderthal. Provenivano dal sito belga noto come "Troisième caverne" a Goyet, e risalente al Tardo Pleistocene.
Vari cacciatori e loro prede. © Bocherens
Vari cacciatori e loro prede. © Bocherens

Il prof. Hervé Bocherens ha spiegato che se in precedenza si riteneva che i Neanderthal utilizzassero le stesse fonti di cibo dei loro "vicini" animali, lo studio ha rivelato che i predatori occupano delle nicchie molto specifiche, preferendo prede più piccole come renne, bisonti della steppa, cavalli selvaggi. I Neanderthal invece si specializzarono nella caccia a grandi erbivori come mammuth lanosi e rinoceronti lanosi.
Si spera che questi studi possano pure contribuire a comprendere meglio le cause dell'estinzione dei Neanderthal.
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Polonia: uno sguardo ai piatti regionali di Warmia e Masuria

14 Marzo 2016

Uno sguardo più attento ai piatti regionali di Warmia e Masuria

Barszcz,_pasztecik,_Borgowo

Contrariamente alla credenza popolare, la cucina tradizionale di Warmia e Masuria non era né troppo salata né troppo grassa; il suo valore calorico era dovuto agli alti fabbisogni energetici dei residenti che lavoravano sodo nei campi e in fattoria - Così hanno determinato i ricercatori da Olsztyn.
La dott.ssa Jadwiga Spiel del Centro Scientifico per la Buona Nutrizione, dell'Università di Warmi e Masuria a Olsztyn ha condotto una ricerca dettagliata sul cibo regionale e tradizionale di Warmia e Masuria.
"Cominciai la mia ricerca collezionando vecchie ricette e leggendo libri di cucina. Ho anche ottenuto ricette dalle biblioteche di Olsztyn, dal Centro di Ricerca Scientifica Kętrzyński a  Olsztyn, dalle organizzazioni di contadine e dai vecchi abitanti di queste terre. Le ricette erano scritte sia in Polacco che in Tedesco. In totale, ho ritrovato 825 ricette. Nel corso della verifica ho rigettato, ad esempio, le ricette che utilizzavano condimenti come il Vegeta, o alimenti trasformati come filetti di pesce, pesche in scatola, ecc.  Alla fine, avevo 447 ricette originali" - Così ha sottolineato la dott.ssa Jadwiga Spiel.
Infine, la ricercatrice ha selezionato 12 piatti regionali per degli studi dettagliati. Ha analizzato gli ingredienti dei pasti, il loro valore nutrizionale, il contenuto di ingredienti potenzialmente salutari (principalmente antiossidanti), proprietà organolettiche (apparenza, colore, consistenza, sapore e odore), accettabilità dei cibi.
"Secondo le ricette che ho ricreato i piatti comprendono, ad esempio, zuppa d'orzo su brodo di carne con grano saraceno, szmurkul (cavolo stufato), zuppa di funghi con noodles, lombo di maiale brasato con prugne, anatra arrosto con mele, zuppa fredda della Masuria, pancake di patate chiamato plince, strisce di pasta fritte chiamate ali d'angelo, carote della Masuria bollite nel latte con la farina, dzyndzałki - ravioli con ripieno di manzo crudo" - così elencati dalla ricercatrice.
Secondo la ricercatrice si credeva e probabilmente si crede ancora che la cucina regionale polacca, compresa quella della Warmia e della Masuria, sia salata e grassa. "La mia ricerca contraddice in parte questa ipotesi. In confronto alla pratica nutrizionale odierna, la cucina della regione non è più salata. L'ammontare di cloruro di sodio attualmente aggiunto ai cibi e persino utilizzato nelle nostre case è molto più elevato. Non solo di solito mettiamo sale nei piatti, ma aggiungiamo pure condimenti pronti, anch'essi contenenti sale" - ha spiegato.
Ha aggiunto che il "grasso" dei piatti tradizionali risultava dalla domanda di ingredienti dall'alto valore energetico, da parte del corpo. La gente lavorava duro nei campi o nella propria fattoria.
"La dose giornaliera di energia richiesta fluttuava attorno alle 3.500 kcal e non era affatto eccessiva. Sia le donne che gli uomini avevano bisogno di una colazione piena, ricca di calorie per andare nei campi per molte ore e avere l'energia per lavorare" - ha sottolineato la dott.ssa Jadwiga Spiel.
Nella cucina regionale di 100 anni fa, non c'erano le bevande zuccherate e addizionate con anidride carbonica che abbiamo oggi, e le bevande erano ottenute da prodotti naturali. La gente consumava succhi di frutta, composte, e tra le bevande alcoliche principalmente la birra.
"Le donne che vivevano in campagna intuitivamente sapevano cosa bisognava aggiungere ai cibi per assicurarne proprietà salubri. Le popolazioni della regione mangiavano verdure fresche d'estate, e in inverno trattavano verdure come cetrioli, cavoli, rape sott'olio. Le donne usavano erbe dai loro giardini: levistico, salvia, menta, maggiorana. La carne era una prelibatezza, che si mangiava in occasioni speciali, e gli affettati tenuti a stagionare negli attici o nelle capanne, attiravano bambini che avrebbero colto ogni occasione per rubare un morso" - così sottolinea la dott.ssa.
Oggi i bambini bramano dolci, nel passato con lo stesso desiderio attendevano opportunità per provare le carni. I piatti di ogni giorno erano patate coperte da bacon o da grasso sciolto dal lardo. Le patate erano anche mangiate in forma di noodles o ravioli, e la dieta comprendeva cereali: miglio, grano saraceno e orzo perlato. Era relativamente facile produrre una torta regionale, perché le donne si procuravano tutti gli ingredienti di cui avevano bisogno per cuocerle nelle loro fattorie: farina, uova, latte, grasso, formaggio in fiocchi - così spiega la ricercatrice.
Ha affermato che un menu regionale poteva essere così: per colazione, pane di segale con prosciutto, pomodori o cetrioli. Per pranzo, una fetta di pane di farina integrale con burro e un bicchiere di latte o succedanei del caffé ricavati da cereali. Per cena, la contadina avrebbe preparato dzyndzałki (ravioli) con grano saraceno e ciccioli. Potevano anche essere with dzyndzałki della Warmia con ripieno di manzo crudo. Per zuppa, il borscht della Masuria, fatto con carne e brodo vegetale. La merenda pomeridiana sarebbe stata un pezzo di Baumkuchen della Masuria o torta cobblestone, biscotti duri simili al pan di zenzero e succedanei del caffé ricavati da cereali. Per spuntino serale - miglio dolce con sciroppo di ciliegia.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, di Agnieszka Libudzka. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
Borsch, crocchetta e cetriolo sott'olio, foto di MOs810, da WikipediaCC BY-SA 3.0.

Impatto della carne e del trattamento del cibo sulla masticazione

9 Marzo 2016
Homo_erectus
I nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, impiegano quasi la metà della loro giornata a masticare il cibo. Una quantità di tempo ben più elevata di quella utilizzata dai moderni umani.
Schimpanse_Zoo_Leipzig
Secondo un nuovo studio, pubblicato su Nature, questo divario si sarebbe venuto a creare a partire tra 2 e i 3 milioni di anni fa. A fare la differenza sarebbe stata l'aggiunta di carne alla dieta, contestualmente all'utilizzo di strumenti litici per trattare il cibo.
In questo modo, non solo gli umani impiegavano meno tempo a masticare, ma ricavavano persino più energie. Si determinarono inoltre dei cambiamenti evolutivi - con specie come l'Homo erectus - che ci portano ad avere oggi denti più piccoli, volti più piccoli e intestini più piccoli. Lo studio ha pure preso in considerazione le caratteristiche del cibo trattato con tecnologie del Paleolitico Inferiore.
Il trattamento del cibo riduce drasticamente lo sforzo della masticazione, oltre a renderla molto più efficace. Affettare la carne, cucinarla e pestare i vegetali, sono tutte operazioni che rendono di molto inferiore lo sforzo muscolare richiesto. Il masticare è caratteristico dei mammiferi: i rettili, come altri animali, si limitano ad ingoiare il cibo. Questo permette di ricavare molte più energie dal cibo.
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La vita non era semplice 1,8 milioni di anni fa

10 Marzo 2016

Resa artistica dell'habitat umano in Africa Orientale, 1,8 milioni di anni fa. Credit: M.Lopez-Herrera via The Olduvai Paleoanthropology and Paleoecology Project ed Enrique Baquedano.
Resa artistica dell'habitat umano in Africa Orientale, 1,8 milioni di anni fa. Credit: M.Lopez-Herrera via The Olduvai Paleoanthropology and Paleoecology Project ed Enrique Baquedano

La disponibilità di piante e acqua dolce modella la dieta e i comportamenti sociali degli scimpanzé, i nostri parenti più prossimi. Similmente, l'evoluzione umana avvenne in risposta alla disponibilità di risorse vegetali e idriche: la loro influenza rimane però dibattuta, rimanendo scarse le testimonianze della loro distribuzione spaziale nei luoghi dove i primi ominidi vivevano.
Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, per la prima volta ha ricostruito l'habitat umano di 1,8 milioni di anni fa in Africa Orientale, a partire dagli elementi raccolti. La ricostruzione del paesaggio aiuterà i paleoantropologi a sviluppare idee e modelli sull'apparenza di quei primi umani (che dovevano sembrare a metà tra quelli moderni e le grandi scimmie), su come vivevano e su come si procacciavano il cibo (e specialmente le proteine), sul loro comportamento.
I nostri antenati presso un sito nella Gola di Olduvai, in Tanzania, disponevano di strumenti litici e avevano accesso a cibo, acqua e a rifugi all'ombra. La vita non doveva essere semplice, allora, poiché erano in continua competizione con i carnivori (leoni, leopardi, iene), per ottenere il cibo di cui si nutrivano. Il sito (FLK Zinj) fu scoperto nel 1959 da Mary Leakey: furono ritrovate migliaia di ossa animali e strumenti litici. Negli anni si sono raccolti anche campioni del terreno per le analisi. Le due specie di ominidi ritrovati sono il Paranthropus boisei, robusto e dal cervello piccolo, e l'Homo habilis, con ossa più leggere, ma un cervello più grande. Entrambi avevano un'altezza compresa tra circa 1,40 e 1,60 cm, e vivevano tra 30 e 40 anni. Gli ominidi forse utilizzarono il sito per decine (o centinaia) di migliaia di anni, approfittando della sorgente d'acqua dolce, ma probabilmente non vissero qui.
Il paesaggio era caratterizzato da una sorgente d'acqua dolce, aree paludose e boschive, oltre che da praterie. Le ombrose foreste presentavano palme e acacie: gli ominidi venivano qui a mangiare la carne (testimoniata dall'alta concentrazione di ossa) che probabilmente si procuravano altrove. Il tutto è risultato coperto da uno strato di ceneri vulcaniche - risultato di un'eruzione simile a quella di Pompei  - che in questi millenni hanno preservato la materia organica.
Il fatto che questi ominidi mangiassero carne è un elemento molto importante nelle ricerche che li riguardano, perché si ritiene che la dimensione del cervello e l'evoluzione umana siano legate a un incremento delle proteine.
Gail M. Ashley, a professoressa al Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie alla Rutgers University. Credit: Courtesy of Gail M. Ashley
Gail M. Ashley, professoressa al Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie alla Rutgers University. Credit: Courtesy of Gail M. Ashley

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La dieta dei bambini a Canterbury, tra undicesimo e sedicesimo secolo

25 Febbraio 2016

Denti da latte di epoca medievale. Credit: University of Kent
Denti da latte di epoca medievale. Credit: University of Kent

Si è ricostruita la dieta dei bambini che vivevano a fianco della Cattedrale di Canterbury, dove Geoffrey Chaucer scrisse I racconti di Canterbury.
I bambini (ribattezzati dalla stampa bambini di Chaucer) vissero in realtà nel periodo compreso tra l'undicesimo e il sedicesimo secolo. I loro denti sono stati esaminati grazie all'imaging 3D microscopico, uno strumento non distruttivo per queste analisi.
Si son ricercate le prove dello svezzamento, e le variazioni nei cibi a seconda del'età e dello status sociale. Lo svezzamento era già cominciato nei bambini più piccoli. Cibi più solidi sono rilevati a partire dal quarto e dal sesto anno di età.
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Migranti e dieta dai cimiteri di Roma Imperiale a Casal Bertone e Castellaccio Europarco

10 Febbraio 2016
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Secondo un nuovo studio pubblicato su PLOS One, l'analisi degli isotopi di 105 scheletri seppelliti in due cimiteri della Roma imperiale (Casal Bertone e Castellaccio Europarco, con datazione al periodo tra il primo e il terzo secolo d. C.), evidenzia un numero rilevante di migranti, provenienti dal Nord Africa e dalle Alpi.
Gli individui erano principalmente adulti e uomini, per gli autori il seppellimento in una necropoli può suggerire che si trattava di poveri o di schiavi. La loro dieta si modificò notevolmente con l'arrivo a Roma, con l'adattamento alla diversa cucina, che comprendeva soprattutto frumento, legumi, carne e pesce. Ulteriori analisi forniranno altre indicazioni.

Teschio dello scheletro T15, un maschio tra i 35 e i 50 anni, seppellito in un cimitero nei pressi di Casal Bertone, Roma. Le analisi suggeriscono possa essere nato vicino le Alpi. Credit: Kristina Killgrove
Teschio dello scheletro T15, un maschio tra i 35 e i 50 anni, seppellito in un cimitero nei pressi di Casal Bertone, Roma. Le analisi suggeriscono possa essere nato vicino le Alpi. Credit: Kristina Killgrove

[Dall'Abstract:] Le migrazioni all'interno dell'Impero Romano avvennero con portata multipla, e furono sia volontarie che non volontarie. In conseguenza della lunga tradizione di studi classici, le analisi bioarcheologiche devono essere pienamente contestualizzate all'interno dei confini della storia, della cultura materiale, e dell'epigrafia. Al fine di valutare la migrazione verso Roma all'interno di una cornice di contesto aggiornata, l'analisi dell'isotopo dello stronzio è stata effettuata su 105 individui provenienti da due cimiteri associati alla Roma imperiale—Casal Bertone e Castellaccio Europarco—e le analisi degli isotopi di ossigeno e carbonio sono state effettuate su un sottoinsieme di 55 individui. L'analisi statistica e i confronti con quanto ci si aspettava a livello locale hanno rivelato diverse eccezioni, probabilmente immigrati a Roma da fuori. La demografia degli immigrati mostra uomini e bambini, e un confronto degli isotopi del carbonio da campioni da denti e ossa suggerisce che gli immigranti possono aver significativamente modificato la loro dieta. Questi dati rappresentano la prima prova fisica di individui immigrati nella Roma Imperiale. Questo caso di studio dimostra l'importanza dell'utilizzo della bioarcheologia per generare una più profonda comprensione dell'antico e complesso centro urbano.
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L'Australopithecus sediba era limitato nel mangiare cibi duri

8 Febbraio 2016

Teschio fossile dell'esemplare di Australopithecus sediba noto come MH1 e modello del cranio che ritrae le tensioni durante un morso simulato . I colori "caldi" indicano regioni a più alta tensione, mentre i colori "freddi" indicano regioni a più bassa tensione. Credit: WUSTL GRAPHIC: Image of MH1 by Brett Eloff provided courtesy of Lee Berger and the University of the Witwatersrand.
Teschio fossile dell'esemplare di Australopithecus sediba noto come MH1 e modello del cranio che ritrae le tensioni durante un morso simulato . I colori "caldi" indicano regioni a più alta tensione, mentre i colori "freddi" indicano regioni a più bassa tensione. Credit: WUSTL GRAPHIC: Image of MH1 by Brett Eloff provided courtesy of Lee Berger and the University of the Witwatersrand.

L'Australopithecus sediba fu scoperto nel 2008 presso il sito di Malapa  in Sud Africa, nell'area nota come Culla dell'Umanità (e classificata come patrimonio dell'umanità dall'UNESCO).
Un nuovo studio su questo ominide mette ora in evidenza come questi non possedesse le capacità (relativamente a mascella e mandibola, oltre che ai denti) per una dieta regolare che comprendesse cibi "duri". In breve, era fortemente limitato nel mordere con forza: se avesse utilizzato tutta la potenza a disposizione si sarebbe slogato.
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[Dall'Abstract:] Si è ipotizzato che l'Australopithecus sediba sia stato un parente prossimo del genere Homo. Qui si dimostra che MH1, l'esemplare tipo dell'A. sediba, non era ottimizzato per produrre un'elevata forza del morso coi molari e sembra essere stato limitato nella sua abilità di consumare cibi che non erano meccanicamente impegnativi da mangiare. I dati sulla microusura dentale sono stati precedentemente intepretati come indicativi del fatto che l'A. sediba consumasse cibi duri, e così queste conclusioni illustrano che i dati meccanici sono essenziali se si mira a ricostruire un quadro relativamente completo degli adattamenti alimentari negli ominidi estinti. Un'implicazione di questo studio è che la chiave per comprendere l'origine del genere Homo risiede nel comprendere come i cambiamenti ambientali arrestarono le delicate nicchie degli australopitechi. Le pressioni di selezione risultanti portarono a cambiamenti nella dieta e nell'adattamento alimentare che gettarono le basi per l'emergere del nostro genere.
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Cosa mangiavano a Stonehenge?

12 Ottobre 2015
Stonehenge
Cosa mangiavano i costruttori di Stonehenge? È questa una domanda alla quale si è giunti a rispondere con un nuovo studio, pubblicato su Antiquity.
Presso Durrington Walls si sono ritrovate abitazioni contemporanee alla fase principale delle costruzioni a Stonehenge. In che rapporto erano i due luoghi? Si ritiene che l'insediamento del Tardo Neolitico, risalente al venticinquesimo secolo a. C., comprendesse gli edifici dove risiedevano i costruttori di Stonehenge.
I resti lì ritrovati sono ceramiche e ossa animali. La distribuzione è apparsa significativa agli studiosi: nelle aree residenziali vi sarebbero resti di carne bovina e suina (bolliti o arrosti, nei focolari domestici o in barbecue all'aperto) e prodotti caseari, mentre nelle aree cerimoniali sarebbero prevalenti i derivati del latte (latte, yoghurt e formaggi). Per questi ultimi si tratterebbe di un'indicazione della loro importanza rituale e del fatto che fossero ritenuti simboli di purezza. Le prove del consumo di vegetali sarebbero invece poche nell'area.
I banchetti e la condivisione del cibo sarebbero risultati che contrastano con l'idea che i costruttori di Stonehenge fossero schiavi. La notevole organizzazione in cucina sarebbe inoltre qualcosa di inaspettato per quest'epoca preistorica.
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Gli Inuit, e l'adattamento genetico a particolari diete

17 - 18 Settembre 2015
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La dieta degli Inuit, nativi della Groenlandia, è spesso portata ad esempio come caso di dieta ricca di proteine e grassi che però li mantiene in salute a causa degli alti livelli di omega 3.
Un nuovo studio ora sottolinea che quanto può esser vero per loro può non esserlo per altri, avendo gli Inuit (e i loro antenati Siberiani) sviluppato delle mutazioni genetiche che li aiutano a contrastare gli effetti di una tale dieta, ricca in grassi da mammiferi marini. Tra gli altri effetti, una statura più bassa.
Queste mutazioni esistono però solo nel 2% degli Europei e nel 15% dei Cinesi Han. Lo studio è importante perché dimostra in modo chiaro l'adattamento di popolazioni umane a determinate diete.
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