Almarina Valeria Parrella

Almarina, un'esperienza quasi onirica

Ho letto Almarina di Valeria Parrella senza aver volutamente letto recensioni e neppure la trama, perché volevo scoprire da sola cosa si nascondesse dietro l'elegante copertina Einaudi.

Ho trovato un libro che mi ha affascinato fin dalla prima pagina per la scrittura densa e immaginifica. Almarina è la storia del rapporto tra la protagonista, Elisabetta, una docente di matematica nel carcere minorile di Nisida, e una giovane detenuta di origine rom, Almarina. Elisabetta, la cui vita personale è stata sconvolta dalla perdita del marito e dal rimpianto di una maternità mancata, dà tutta se stessa al suo lavoro e soprattutto alle e ai giovani del carcere, facendosi assorbire dalla trappola del lavoro-missione. La sua storia, come al centro del romanzo fa presente il direttore del carcere, potrebbe essere quella di tante persone che entrano in contatto con la realtà carceraria e che a un certo punto si convincono di poter salvare che è dentro, offrendo una vita diversa e forse una strada di redenzione. Ma Elisabetta ha una resistenza e una tenacia che la rendono eccezionale: la forza del legame materno e viscerale che la lega sempre di più ad Almarina la porteranno a perseguire, come in una favola, il suo obiettivo di redenzione e liberazione.

Ma liberazione di chi? Perché in questo racconto, forse quella più libera è Almarina, che trova un suo spazio di autonomia proprio all'interno del carcere, lontana da un passato doloroso, da una vita di privazione e di stenti, da un padre violento. E forse è questo che attira Elisabetta sopra ogni altra cosa, la prospettiva di trovare un senso anche alla propria libertà attraverso il rapporto con la giovane.

Non è un caso che le protagoniste siano entrambe donne, perché c'è un altro politico filo rosso che percorre questo romanzo di sommesso impegno civile, quello del rapporto di sorellanza, che anche fra generazioni e classi diverse, lega le donne, poiché, anche se con diversi gradi di coscienza, patiscono la medesima oppressione da parte della società.

Il romanzo, però, pur scrivendo una storia tanto plausibile da sembrare ordinaria, racconta le vicende con una scrittura che produce immagini e sogni, proprio come un racconto sospeso nel tempo del "c'era una volta". Lo stile è proprio il punto di forza che fa dell'esperienza delle protagoniste, documentata quasi quanto un reportage giornalistico (Valeria Parrella inserisce persino stralci di composizioni scritte da giovani detenuti durante un laboratorio che lei ha tenuto in carcere), una storia che parla di tutte e tutti.

Almarina è una lettura densa, ma allo stesso tempo tanto affascinante che si legge in un fiato perché è quasi impossibile non rimanere incantate/i dalla sinergia tra storia e stile.

La copertina del romanzo Almarina, di Valeria Parrella, pubblicato da Giulio Einaudi Editore (2019) nella collana Supercoralli

Almarina di Valeria Parrella è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Il monastero di San Zaccaria: l'unione (delle donne) fa la forza

Una storia di donne forti e influenti nello studio di Anna Maria Rapetti (Università Ca Foscari)

IL MONASTERO FEMMINILE DI SAN ZACCARIA A VENEZIA: L'UNIONE (DELLE DONNE) FA LA FORZA (ANCHE NEL MEDIOEVO

Lo spunto da un antico documento notarile del 1195

La facciata della chiesa di San Zaccaria a Venezia. Foto Flickr di Leandro Neumann Ciuffo, CC BY 2.0

VENEZIA – La splendida chiesa di San Zaccaria a Venezia è sempre stata studiata per la magnificenza architettonica dei suoi marmi rinascimentali e per i tesori che custodisce, Bellini, Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane, ma altrettanto interessante è la storia della comunità monastica femminile che abitò il vicino chiostro.

Di questo si è occupata Anna Maria Rapetti, docente di storia medievale e di storia della chiesa medievale all’Università Ca’ Foscari, nel suo articolo Uscire dal chiostro. Iniziative di riforma e percorsi di autonomia di un monastero femminile (Venezia, XII secolo) pubblicato sulla rivista Reti medievali.

“La ricerca-  spiega Anna Maria Rapetti, del Dipartimento di Studi Umanistici - mostra l'importanza della presenza e dell'azione femminile nelle società del passato, anche in culture che il sentire comune ritiene fortemente misogine, e in particolare il ruolo propulsivo della componente femminile del monachesimo medievale non solo in ambito religioso e spirituale, ma anche sociale e politico”.

I documenti conservati presso l’Archivio di Stato appartenenti a San Zaccaria ci parlano in particolare di una operazione fondiaria e della partecipazione diretta delle monache, guidate con mano sicura ed energica dalle loro badesse, alle iniziative di riforma del monastero nella seconda metà del XII secolo e rivelano l'intraprendenza di un gruppo di donne vissute all'interno di questo grande ed antico monastero femminile veneziano, che era solito ospitare per tradizione le figlie dell’aristocrazia del dogado, ma non solo.

“In un ambiente regolato da rigide norme – continua Rapetti - che limitavano la libertà di iniziativa e persino di movimento delle donne che avevano preso il velo e, per amore o per forza, erano diventate monache, e in un'epoca considerata, non a torto profondamente misogina, vediamo agire queste donne come comunità organizzata e coordinata di persone di cui conosciamo spesso nomi e cognomi (ed è un elemento molto raro per quest'epoca)”. I documenti ci parlano della badessa Casota Caisolo che agisce a nome dell’ente e della comunità delle monache e di altre quattro monache che la assistono Emerienziana, Celestina, Calandria, Imilia, persone in carne ed ossa che prendono nuova vita dalle pergamene facendoci intuire episodi di vita reale.

Queste donne trovano la propria realizzazione non individualmente, nella preghiera e nel silenzio che ci si aspetta da chi si è ritirato tra le mura di un chiostro, ma nel progetto condiviso e perseguito collettivamente di accrescere il prestigio e l'influenza della propria comunità monastica anzitutto attraverso il collegamento alla potentissima abbazia borgognona di Cluny e l'adozione delle sue Consuetudini”.

Nel periodo che seguì questa affiliazione, le monache furono in grado di costruire una rete di appoggio, una tela di relazioni sociali con uomini potenti, ecclesiastici e laici, vicini e lontani: il doge, il patriarca, alcuni aristocratici veneziani, ma anche l'abate di Cluny, e persino - forse - il papa. Rapetti sottolinea come furono le monache le vere artefici di quel progetto di rilancio del loro San Zaccaria, che pianificarono con cura, intelligenza e attenzione agli aspetti della comunicazione.

Le ritroviamo citate infatti nei documenti notarili relativi ad una importante operazione fondiaria (riguardante dei fondi situati nel territorio dell’odierno Ronco allAdige, nel distretto veronese) che le monache avevano trattato e concordato con un interlocutore di tutto rispetto, vale a dire il comune di Verona, città molto importante in quel periodo.

Il documento del 22 dicembre 1195 ha colpito la studiosa perché in un epoca in cui le donne non avevano spazi politici, in cui si riteneva che le monache avessero, nella migliore delle ipotesi, solo limitate possibilità di movimento e influenza, le religiose di San Zaccaria si rivelano invece vere artefici del rilancio del monastero, presentandosi di persona la badessa e quattro monache a Verona e infrangendo, se necessario, anche lobbligo della clausura che le confinava nei limiti delle mura monastiche. Trattano direttamente con il podestà di Verona e con le principali autorità comunali, giudici e consoli, affiancate dalla delegazione veneziana, riuscendo a concludere un accordo che ha grande importanza non solo per San Zaccaria, ma anche, sul piano politico e strategico, per Venezia.

Dimostrano una capacità progettuale, unautonomia di azione ed una abilità imprenditoriale che si credeva appannaggio del solo mondo maschile, sanno trattare direttamente i loro affari, anche in contesti complessi, hanno capacità di gestione economica dei beni del monastero e di rinnovamento nell’amministrazione.

“In tale documento – conclude Rapetti - si ravvisa dunque il percorso di consolidamento compiuto dall’antico cenobio e la sua raggiunta capacità di porsi come autorevole soggetto politico tra altri soggetti, a difesa e promozione anzitutto dei propri interessi specifici, ma anche di quelli della madrepatria”.

Testo dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia

Le news di Ca’ Foscari: news.unive.it


Gioielli da riscoprire: "Resta con me" di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Inizierei il 2020 con una puntata della rubrica “gioielli da riscoprire”. Ma questa volta non si tratta del caso eclatante di un autore best-seller, alla stregua del mio solito amato Sebastian Faulks. Il romanzo in questione è l’opera prima della scrittrice nigeriana Ayọ̀bámi Adébáyọ̀, pubblicata in inglese nel 2017 con il titolo Stay with me e tradotta nel 2018 in italiano come Resta con me da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, per La Nave di Teseo.

Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ non deve la sua fortuna di esordiente al caso: prima di lanciarsi nella scrittura di un romanzo, ha studiato con personaggi di spicco del panorama letterario nigeriano e internazionale, tra cui merita una menzione Margaret Atwood. Il successo di Stay with me ha confermato le aspettative che gli esordi promettenti della giovane scrittrice (premi di poesia, scholarship per studi in scrittura creativa) avevano creato, e all’immediato successo di pubblico si è presto affiancato quello di critica, specialmente nel Regno Unito, con le nomination per il Wellcome Book Prize, ma soprattutto per il prestigioso Baileys Women's Prize for Fiction. La meritoria traduzione italiana del 2018, però, forse a causa di un clima politico e culturale in cui scritture non prettamente occidentali rischiano - ahinoi - di attirare meno lettori, non sembra aver avuto sufficiente eco mediatica, e, pertanto, a distanza di due anni dalla sua pubblicazione, vale la pena parlarne ancora.

https://soundcloud.com/penguin-audio/stay-with-me-by-ayobami

Gli ingredienti per un successo ci sono tutti. La trama non solo è accattivante, ma soprattutto si presta a sentimenti di empatia da parte dei lettori, e delle lettrici in particolare: nella Nigeria degli anni '80, attraverso una storia che giunge sino al 2008, una coppia felicemente sposata, composta da Akin e Yejide, marito e moglie, e convintamente votata alla monogamia, non riesce ad avere figli; la famiglia di lui, preoccupata per la successione, impone al figlio un secondo matrimonio poligamo – e subordinato al primo – ma anch’esso infruttuoso, non solo sul piano della fecondità, ma, prevedibilmente, anche su quello affettivo.

La prima moglie, la vera protagonista del romanzo, tramite l’inaspettata (e a lei perfino ignota) complicità del marito, riuscirà a trovare una dolorosa soluzione al problema dell’infertilità che sembra affliggere la coppia.

A dolore si sommerà dolore: tutti i bambini che Yejide riesce a concepire e dare alla luce tramite inconscio inganno soffrono di una rara malattia genetica, alla quale è difficile sopravvivere. Alla sofferenza di una moglie e di un marito, si aggiunge, dunque, quella di una madre e di un padre. Ma dire di più sulla trama significherebbe rivelare troppo, e la suspense è decisamente uno dei tratti stilistici salienti di questo libro, per cui meglio tacere su ulteriori dettagli.

La trama appare semplice, eppure gli occhi del lettore non riescono a staccarsi dall’intreccio. Resta con me è il tipico libro che si lascia divorare in una notte. La tecnica narrativa è più che sapiente, le pause si collocano nei momenti più opportuni, quelli in cui il lettore vuole sapere di più, non può smettere di leggere.

Le voci dei due protagonisti principali alternano in modo irregolare, intrecciando i punti di vista e le percezioni, anche se quella della protagonista femminile resta la voce narrante preponderante. Ma non è tutto: è la curiosità verso un sistema di valori complesso – per certi versi stranamente simile al nostro modo occidentale di sentire e constatare, e allo stesso tempo profondamente diverso, intriso di magia, di tradizioni, di superstizioni – che rende la lettura più intrigante, meno banale.

Perché questa potrebbe essere benissimo una qualsiasi bella storia d’amore e di famiglia, di dolore e di rinuncia, ma l’intreccio dei fatti narrati con la storia della Nigeria degli anni ’80 dello scorso secolo (una storia che poco si conosce e poco si studia), con il sentire religioso, con gli usi e i costumi e locali, con le favole del luogo, conferisce al romanzo una cifra stilistica singolare.

Stay with me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
La copertina USA Hardback di Stay with me di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

I temi trattati sono tanti: il matrimonio e l’amore, il sesso, la fertilità, la religione, il credo, le superstizioni, le barriere culturali, la politica, la condizione femminile in Nigeria. Nonostante la durezza di alcuni tratti della storia, lo stile di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ è delicato, talvolta anche ironico, tagliente ma non pesante. I dialoghi hanno forza narrativa e le descrizioni sono chiare, coinvolgenti.

Il romanzo scorre seguendo un ritmo rapidissimo, perfino troppo rapido, come se le pagine corressero velocemente incalzandosi verso la fine, a soddisfare la curiosità avida di chi legge, di chi deve sapere cosa succederà, come finirà la storia. Se questo sia un pregio o un difetto del libro è difficile dirlo; si intuisce l’irruenza di una scrittura positivamente acerba, ansiosa di arraffare il tempo e le sensazioni di chi la incontra.

Resta con me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ in una foto di Michael Lionstar

E forse è giusto che un’opera prima sia un po’ ansiosa, un po’ avara di consenso. Di sicuro costituisce un sensazionale inizio per una scrittrice promettente che, come spesso mi ritrovo a fare, mi auguro possa ottenere l'attenzione che merita dal pubblico italiano.

Resta con me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Ayòbámi Adébáyò, Resta con me, trad. Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, La nave di Teseo, pp. 324, euro 18,00

Ayòbámi Adébáyò, Stay with me, Congrate Books (seconda edizione), pp. 298, £8,99

Stay with me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
La copertina di Stay with me di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Donne e potere nell’antico Egitto

Quale ruolo avevano le donne nell’antico Egitto? Come vivevano?

Pensando all’antica civiltà nilotica, la prima immagine che balena nella nostra testa è quella di un Paese comandato da un re dispotico e schiavista che imponeva il suo volere e faceva frustare tutti coloro che non obbedivano ai suoi ordini. Seguendo questa logica, sarebbe possibile credere che anche le donne, in quel clima da autocrazia, fossero soggette all’autorità degli uomini e non avessero diritti. Sfatiamo il mito: nell’antico Egitto, la donna era generatrice di vita e, in quanto tale, rispettata e talvolta persino venerata come una dea. Inoltre, si occupava della cura della casa e dei figli, poteva persino amministrare le finanze e intraprendere un’attività economica tutta sua, sposarsi liberamente e avere o meno figli.

Dunque, la donna possedeva una sua dignità ed era libera di fare le sue scelte, anche sul piano governativo. Infatti, durante i disordini politici che a più riprese attanagliarono il Paese, molte donne vennero scelte per salire al potere come reggenti e ristabilire l’ordine, fino a quando il faraone designato non fosse stato pronto per regnare. Ciò che, invece, non avreste mai immaginato, è che il diritto di governare sull’Egitto lo trasmettevano proprio le donne. Infatti, qualora il re avesse avuto un figlio maschio da una sposa secondaria o una concubina, l’erede in questione avrebbe dovuto sposare una donna della famiglia – spesso la sorellastra – che gli permettesse, così, di diventare faraone.

Sobekneferu o Neferusobek, busto dal Museo Egizio di Berlino. Foto dal libro di Hedwig Fechheimer (1871-1942), Die Plastik der Ägypter, Berlin 1941, pl. 57

Molte donne riuscirono a prendere il controllo del Paese e ad autoeleggersi faraoni (basti pensare alle regine Nefrusobek e Hatshepsut), altre arrivarono addirittura ad avere lo stesso potere del marito, come nel caso di Nefertiti, eletta co-reggente dal consorte, il faraone Akhenaton (appartenente alla XVIII dinastia, nel periodo del Nuovo Regno), che regnò durante il XIV secolo a.C., e che è ricordato soprattutto per aver instaurato un regime religioso di stampo enoteistico basato sul culto del disco solare Aton, stravolgendo il panorama religioso del tempo. E proprio a quel punto la figura di Nefertiti si impone sulla realtà storica del tempo: sostenne il marito nella trasformazione religiosa del regno e, dopo la sua morte, regnò lei stessa (o la figlia Merytaton, ma comunque una donna) sotto il nome di Ankheperura Neferneferuaton, cercando di ristabilire l’ordine sociale nel Paese. Dopo questi avvenimenti, nulla si sa più con certezza su di lei, la sua scomparsa è avvolta nel mistero. La sua tomba non è stata ancora trovata e questo contribuisce ad aumentare l’alone di incertezza che caratterizza questa figura così tanto importante.

donna Egitto Akhenaton Nefertiti
Akhenaton e Nefertiti dal Museo Egizio di Berlino. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Oggi, la sua effigie, il “Busto di Nefertiti” (conservato presso l’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, il Museo Egizio di Berlino), è divenuta emblema di bellezza, grazia ed eleganza e suscita la curiosità di chiunque posi lo sguardo su di lei.

donna Egitto Akhenaton Nefertiti
Busto di Nefertiti dal Museo Egizio di Berlino. Foto di Giovanni, CC BY 2.0

VIDE Viaggio Dell’Emozione

Calabria: mostra diffusa "VIDE Viaggio Dell’Emozione"

MOSTRA

VIDE Viaggio Dell’Emozione

Sedi

Direzione territoriale delle reti museali della Calabria

dal 28/08/2019 al 29/02/2020

Vernissage

Cosenza – Palazzo Arnone

28 agosto 2019 – Ore 20.30

VIDE Viaggio Dell’EmozioneMercoledì 28 agosto 2019, alle ore 20.30, a Cosenza, Palazzo Arnone, Sede della Direzione territoriale delle reti museali della Calabria e della Galleria Nazionale di Cosenza, si terrà il vernissage della mostra “VIDE Viaggio Dell’Emozione.

Questo, di seguito indicato il programma previsto:

- Ore 20:30 taglio del nastro e visita alla mostra VIDE Viaggio Dell’Emozione

- Dalle ore 21:00 alle ore 23:00 focus e declinazione del viaggio, legato all’evento “VIDEViaggioDell’Emozione”, a cura della GNC con visite guidate tematiche “il viaggio verso la salvezza”- a partire dall’opera Riposo nella fuga in Egitto di Francesco De Rosa, detto Pacecco, si approfondirà il tema del viaggio inteso come fuga disperata dalle atrocità della guerra, dalle persecuzioni e dall’indifferenza del prossimo nella speranza di trovare la salvezza in nuove terre, facendo tappa tra altre significative opere custodite nella GNC. Nel corso dell’iniziativa si terrà un intrattenimento musicale sul terrazzo a cura della Dj Pat Pikierri

VIDE Viaggio Dell’EmozioneIl progetto “VIDE VIaggioDell’Emozione”, ideato dal Polo museale della Calabria ora Direzione territoriale delle reti museali della Calabria e realizzato con il sostegno della Regione Calabria, è un invito al viaggio attraverso una mostra diffusa, tracciata per iniziare il viaggiatore 3.0 alle innumerevoli storie che si snodano lungo gli itinerari regionali.

L’esposizione − che coinvolge 16 reperti evocativi del tema del viaggio dislocati su tutto il territorio regionale all’interno dei contesti museali di appartenenza − traccia una road map che da cammino fisico diventa esperienza emotiva, coinvolgendo l’intera rete di connessioni esistenti tra le sedi della Direzione territoriale delle reti museali della Calabria e i paesaggi culturali in cui esse insistono.

La mostra ha il suo centro propulsore a Cosenza, presso Palazzo Arnone, dove una sala multimediale sviluppata con moderne tecnologie di animazione grafica computerizzata, permetterà ai visitatori di intraprendere un viaggio virtuale presso tutte le altre sedi coinvolte. All’interno degli altri musei e luoghi della cultura, grazie a un’applicazione dedicata, essi potranno, poi, visualizzare non solo il reperto inserito all’interno del percorso, ma avranno la possibilità di intraprendere virtualmente ulteriori e nuovi percorsi da tracciare secondo i propri interessi e sensibilità.

Il ‘viaggiatore VIDE’ si sposterà dal museo di Amendolara, dove piccoli scarabei testimoniano la fitta trama di scambi attivi nel mondo antico, al Museo della Sibaritide, per conoscere le insidie del viaggio degli Achei. Presso la Galleria di Cosenza vivrà l’ansia di una fuga esasperata per la salvezza e giungerà a Lamezia Terme per scoprire il mondo femminile della Magna Grecia. Si sposterà a Vibo Valentia e Scolacium dove, silenzioso, visiterà il mondo dei morti; a Mileto entrerà in contatto con le antiche abilità dei maestri argentieri mentre a Gioia Tauro scoprirà la manifattura ceramica dei Calcidesi. Si sposterà a Bova percorrendo l’antico asse viario Reggio – Taranto, arrivando poi nella Locride dove presso Locri Epizephiri e Kaulon vivrà il forte legame tra le antiche popolazioni e le risorse naturali della regione. Poco distante raggiungerà La Cattolica e la chiesa di San Francesco, mete di un viaggio spirituale, e si sposterà alla fortezza di Le Castella che evoca ancora accese battaglie per il controllo della costa. Concluderà, al galoppo, il suo viaggio a Crotone.

La mostra attraversa, quindi, tutte le Sedi ricadenti nella Direzione territoriale delle reti museali della Calabria, guidata dalla dottoressa Antonella Cucciniello.

Antonella Cucciniello - Direttore Direzione territoriale delle reti museali della Calabria

La mostra VIDE Viaggio Dell’Emozione rimarrà aperta al pubblico nelle sedici sedi fino al 29 febbraio 2020.

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Una ‘carnevalata’ platonica

È stata superata, o quasi, l’era della donna succube dell’uomo e priva di ogni diritto. Ci si trova, ormai, in un’epoca che assiste ad una emancipazione femminile che spiazza, addirittura, il più ardito miscredente.

L’antichità greca e romana, al contrario, è definita l’era del dominio maschile su quello femminile. Le donne, ad Atene, avevano pochissimi diritti, anzi quasi nulli. È esagerato, forse, metterle sullo stesso piano di uno schiavo, ma la loro condizione si discostava di poco da quella schiavistica. Nell’Economico, Senofonte, nel tracciare il quadro generale dell’amministrazione della casa (oikos), affida alla figura femminile l’onere delle faccende domestiche. Ad Atene l’idea cardine, soprattutto tra i democratici di ceto medio, era quella relativa ad una vita di ‘clausura’ per le donne, mentre gli uomini potevano frequentare piazze e dedicarsi attivamente alla vita politica.

A portare una ventata idealmente innovativa ad Atene è Platone. Il famoso discepolo di Socrate, nella Repubblica, in ispecie nei libri IV e V, dialogo scritto nel IV a.C. (la datazione dei dialoghi platonici è pressoché discussa), prospetta un cambiamento radicale dell’amministrazione della città.

Ecclesiazuse
Leo von Klenze, Ideale Ansicht der Akropolis und des Areopag in Athen (1846), Neue Pinakothek, Monaco di Baviera. Olio su tela, 102,8 x 147,7 cm, Inv. Nr. 9463. Pubblico dominio

Non sarà sfuggito a chi si è dedicato, per studio o interesse, ai dialoghi platonici, l’elemento cardine all’interno del panorama ideale del filosofo, cioè i reggitori filosofi a capo della Kallipolis (lo Stato migliore). Un’idea stravagante, quasi insolita, quella prospettata dal filosofo.

Nel dialogo Repubblica, Platone ‘mette in scena’ (i dialoghi di Platone erano percepiti, anche, come delle vere e proprie opere sceniche) i tre personaggi che saranno i protagonisti dell’intero dialogo: Socrate, Glaucone e Adimanto; il luogo d’ambientazione è la casa di Polemarco presso la quale Socrate si dirige dopo aver assistito alle celebrazioni in onore della dea Bendis. Spronato da Glaucone e Adimanto, Socrate dà inizio ad una discussione sul concetto di giustizia. Inizialmente il filosofo ne traccia le caratteristiche generali per poi giungere a trattare la giustizia come elemento fondamentale per uno Stato. Ed è proprio in questa circostanza che Socrate, tramite Platone, comincia a presentare l’immagine della Kallipolis: da una città-stato primordiale, basata sull’agricoltura e l’artigianato, ad una evoluzione più complessa della stessa. Platone fa tracciare al suo maestro l’idea di uno Stato nuovo, idea che aveva già ben maturato durante il suo primo viaggio in Sicilia nel 389 a.C. circa (il racconto del suo primo viaggio è contenuto all’interno della discussa Settima lettera).

Ma qual è l’idea platonica avanzata da Socrate nel dialogo? L’originalità della proposta del filosofo si basa sulla volontà di affidare le sorti del nuovo Stato ai filosofi-reggitori che amministreranno con coraggio e sapienza; quest’ultimi, però, non saranno gli unici a comporre l’organigramma statale, infatti ci saranno i guardiani, finalizzati alla difesa dello Stato, ed infine i lavoratori, destinati alla produttività dello stesso. A completare questa struttura innovativa dello Stato, Platone fa elencare a Socrate, anche, le regole che questa Kallipolis dovrà avere: comunanza di beni e, finanche, dei figli; i figli, infatti, saranno educati in comune e i migliori saranno scelti per diventare guardiani-reggitori (Platone potrebbe essere definito, con la cautela del caso, il precursore di quel comunismo che vedrà in Marx il più alto esponente). Il filosofo bandisce, per dirla in breve, la proprietà privata; nella Kallipolis sarà vietata ogni lotta o desiderio di supremazia, tutti i cittadini avranno pari diritti e beni, solo così uno Stato può essere definito ‘armonioso’. Ma a creare ‘scandalo’ si aggiunge la proposta platonica di ‘far uscire’ di casa le donne. Socrate, infatti, rivolgendosi a Glaucone e Adimanto, afferma che le donne nel nuovo Stato avranno maggiore considerazione, parteciperanno, come gli uomini, attivamente alla vita della Kallipolis e riceveranno la migliore educazione: musica e ginnastica. Quest’ultima proposta contrastava con gli ateniesi più conservatori; era inimmaginabile, per molti, che la donna potesse essere messa alla pari dell’uomo. A conferma dell’ideale conservatore ateniese, si può citare il capitolo 122 della Contro Neera di Demostene, oratore vissuto nel IV a.C.: «In questo consiste la convivenza matrimoniale con una donna, nel far figli con lei, nel presentarli ai frateri e ai demoti come figli legittimi, e nel far sposare le figlie come figlie proprie. Noi ci teniamo le cortigiane per il nostro piacere, le concubine per la cura quotidiana del nostro corpo, le mogli per la procreazione di prole legittima, e per avere una fida custode del focolare»; le parole dell'acutissimo Demostene rappresentano, degnamente, l’ideale maggioritario tra gli ateniesi del tempo.

Aristofane Ecclesiazuse
Aristofane, busto dalle Gallerie degli Uffizi, Firenze. Foto in pubblico Dominio

C’è stato, anche, chi ha criticato la proposta platonica facendone una parodia. Tra questi spicca il nome di Aristofane, commediografo attivo, soprattutto, nella seconda metà del V a.C. e ferventissimo osservatore delle storture dell’Atene del tempo. Famose sono le sue invettive comiche contro personaggi del calibro di Socrate, Alcibiade e Cleone; non poteva mancare Platone, ovviamente!

Michail Michailovič Bachtin. Foto di anonimo negli anni '20 del Novecento. Pubblico dominio

Nel 391 a.C. il commediografo porta in scena, alle Lenee (feste in onore di Dioniso durante le quali si mettevano in scena commedie e tragedie – seppur quest’ultime in misura minore -), le Ecclesiazuse (Le donne all’assemblea popolare). La commedia può essere ritenuta un vero manifesto anti-platonico. La genialità aristofanea è chiara sin dall’inizio: le donne, guidate da Prassagora, decidono di travestirsi da uomini (primo elemento parodico) ed andare all’assemblea popolare (parodizzazione della realtà: le donne non avevano nessuna facoltà di potervi accedere) e si candidano alla guida della città. Gli uomini vengono detronizzati e le donne comandano. Aristofane porta allo stremo la teorizzazione della parità uomo-donna di Platone. Il commediografo mette in pratica quel concetto che secoli dopo Michail Bachtin, filosofo e critico letterario russo, definisce ‘carnevalizzazione della letteratura’ (durante il carnevale si assiste al sovvertimento dei ruoli: i poveri si travestono da ricchi e quest’ultimi vestono i panni di mendicanti e nullatenenti). Ed è chiaro l’attacco parodico indirizzato al discepolo di Socrate, ancora più sprezzante se si pensa che, alla comunanza dei beni, Aristofane aggiunge quella dell’amore (eros).

Con la commedia Ecclesiazuse, Aristofane dà vita ad una disputa ‘letteraria’ con Platone che non esita a rispondere all’attacco del commediografo. Questa disputa è stata analizzata in un pregevolissimo volume del professor Luciano Canfora, edito da Laterza nel 2014: La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone.

Luciano Canfora. Dettaglio di foto opera di Edvige Galluzzi, CC BY-SA 4.0

Il filosofo, infatti, nel V libro della Repubblica fa dire a Socrate: «È uomo vano colui che ritiene ridicolo qualcosa che non sia il male; è uomo vano colui che vuol far ridere avendo di mira come ridicolo un qualche spettacolo che non sia quello della dissennatezza e della malvagità». È palese l’attacco al commediografo da parte di Platone e, come afferma il professor Canfora: «[Platone] lo [Aristofane] attacca andando al cuore del problema esteticola sua concezione del bello -»; infatti, come si è detto, Aristofane nelle Ecclesiazuse parla della comunanza dell’amore (eros) e di come, sia gli uomini che le donne, prima di accedere all’uomo o alla donna desiderata, dovranno soddisfare, per gli uomini, la donna più brutta, per le donne, l’uomo più brutto.

La vendetta platonica non si ferma al V libro della Repubblica; nel 387 a.C., pochi anni dopo, quindi, la messa in scena delle Ecclesiazuse, Platone scrive il dialogo Simposio, nel quale protagonisti indiscussi sono: Socrate, Fedro, Alcibiade ed Aristofane. A quest’ultimo, Platone fa pronunciare un inno d’elogio all’amore omosessuale. La vendetta di Platone è servita! Aristofane, infatti, nelle sue commedie, si era più volte scagliato contro l’amore omosessuale e fa specie che, nel Simposio, proprio lui si sia cimentato in un elogio spassionato dell’omoerotismo.

Al di là della disputa Platone/Aristofane, analizzata magistralmente dal professor Canfora, disputa che ha visto i due pionieri battersela per i propri ideali, è necessario prendere in considerazione la portata della proposta platonica. Il professor Canfora intitola il proprio volume: La crisi dell’utopia, infatti, quella di Platone, è una proposta utopistica, irrealizzabile, soprattutto se si pensa alla situazione socio-politica dell’Atene dei primi anni del IV a.C.: sconfitta e allo stremo delle forze. La proposta platonica, oltre ad utopistica, si potrebbe definire una ‘carnevalata’: come per le Ecclesiazuse, Aristofane sovverte i ruoli predominanti: le donne al comando e gli uomini succubi, anche Platone, in un certo senso, stravolge, o meglio capovolge, la situazione socio-politica e l’ordine delle credenze degli ateniesi del tempo. Ecco perché il disegno platonico si conclude con un nulla di fatto, lo stesso discepolo di Socrate se ne ravvede. Atene sarebbe potuta idealmente diventare una Kallipolis, ma la storia dice altro.


ARCHEODONNA: l’archeologia delle donne in Italia dal XX secolo al Futuro

Le donne occupate negli ultimi dieci anni sono salite di mezzo milione (+5,4 per cento rispetto al 2008), mentre gli uomini sono calatidi 388 mila unità (-2,8 per cento): su 23,2 milioni di occupati, le donne coprono il 42,1 per cento, concentrate soprattutto nel Terziario. L’87 per cento degli archeologi è donna.

Didascalie foto Iole Bovio Marconi/Museo Archeologico Nazionale di Palermo
Marsala (TP) 1940 -Scavi Capo Lilibeo

Se ne è parlato - in una due giorni di interventi -  al Museo archeologico Salinas, a Palermo, nel corso di"ArcheoDonna: l'archeologia delle donne in Italia dal XX secolo al Futuro” due-giorni di studio promossa dal Museo archeologico, in collaborazione con CoopCulture, dedicati alla declinazione della professione che dagli inizi del ‘900 ad oggi ha fatto un enorme salto in avanti.  Una riflessione che muove dall’epoca delle “apripista” della prima metà del Novecento, donne in grado di infrangere gli schemi di un sistema accademico che ammetteva, tutt’al più, il lavoro silenzioso di preziose collaboratrici all’ombra di prestigiosi accademici, rigorosamente maschi, giungendo alla realtà contemporanea in cui molte donne sono a capo di istituzioni e musei. “Il Museo Salinas è sempre stato guidato da una donna, tranne la lunga parentesi di Vincenzo Tusa: sin dalla sua prima direttrice, Iole Bovio Marconi che riuscì a salvare i reperti dai bombardamenti della Guerra – spiega il direttore del museo, Francesca Spatafora.

Museo Archeologico Nazionale di Palermo, 1943 -Sala delle Metope di Selinunte, messa in sicurezza)

Si occupa di Cultura a vario titolo, il 5,3 per cento degli italiani (circa un milione e 190 mila unità) con un gap tra il 2011 e il 2015. Di questi, il 56 per cento è “rosa”. L’età media è piuttosto alta (55 anni) mentre la media tra le donne in posizione dirigenziale. Non c’è un ministro dei Beni culturali donna da 18 anni (l’ultima è stata Giovanna Melandri). In archeologia la presenza femminile è altissima(433), soprattutto in Liguria, Friuli, Molise e Veneto, dove si sfiora l’87 per cento di copertura dei posti. Le imprese guidate da donne sono 52.297 su tutto il panorama nazionale e di queste il 65 per cento lavora nella Cultura. Tra queste CoopCultura che su 1772 impiegati, conta 1278 donne, soprattutto in posizione dirigenziale: presidente e vicepresidente, sei su nove membri del CDA, 3 su 5 direttori e 10 su 12 responsabili di settore. “L’industria culturale e creativa è quella che offre più possibilità di lavoro alle donne –spiega il direttore di CoopCulture, Letizia Casuccio – e noi ne siamo un esempio “sul campo”. In Sicilia, due su tre responsabili regionali sono donne. E nei posti di lavoro creati in Sicilia – dove CoopCultura gestisce i servizi di Valle dei Templi ad Agrigento, Zisa, chiostro di Monreale, Parco dello Iato, Museo archeologico Salinas, Orto Botanico - il 70 per cento sono donne, quasi sempre laureate e sotto i 35 anni di età.


8 marzo al MArRC e inaugurazione della mostra "Dodonaios. L'Oracolo di Zeus e la Magna Grecia"

Gli ultimi giorni della Settimana dei Musei, con ingresso gratuito per la campagna promozionale del MiBAC #iovadoalmuseo, si annunciano ricchi di eventi importanti.

L'8 marzo, si celebra la Giornata internazionale della Donna. La mattina, alle ore 10.30 e alle ore 12.00, due visite guidate a tema saranno organizzate a cura della società Kore srl che gestisce i servizi aggiuntivi museali. Il titolo, che  farà da filo conduttore nel viaggio alla scoperta di alcuni segreti della storia antica legati alla femminilità è, appunto, “L’antica arte femminile”. Il mito di Kore-Persefone sarà certamente tra le tappe principali di un percorso di conoscenza, di arte e di bellezza, che accenderà l’attenzione anche su altri aspetti delle abitudini e dei costumi delle donne dell’antica Grecia.

Manca poco, ormai, al principale evento della Settimana e della stagione al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria: l’Inaugurazione della grande mostra “Dodonaios. L’oracolo di Zeus e la Magna Grecia”, frutto di un importante progetto di collaborazione internazionale. Alle ore 17.30, nello spazio di Piazza Paolo Orsi, i curatori – il direttore del MArRC Carmelo Malacrino insieme a Konstantinos I. Soueref, direttore del Museo Archeologico di Ioannina (Grecia) e Soprintendente alle Antichità, e ai professori Fausto Longo e Luigi Vecchio, del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell'Università degli Studi di Salerno, con il coordinamento scientifico della funzionaria archeologa del MArRC Ivana Vacirca – presenteranno il progetto nato dalla collaborazione tra il Museo di Reggio Calabria, il Museo Archeologico di Ioannina (Epiro, grecia) e l’Ateneo salernitano. La mostra sarà visitabile al livello E, fino al 9 giugno 2019.

In considerazione dell’alto valore interculturale e per la qualità delle sinergie internazionali, sarà presente anche il Magnifico rettore dell’Università degli Studi di Salerno, Aurelio Tommasetti.

I giornalisti sono invitati a partecipare alla cerimonia inaugurale.

Il percorso espositivo propone una lettura delle relazioni tra le due regioni, Epiro e Magna Grecia, nell’antichità, alla luce delle ricerche più recenti sul sito di Dodona, sede del famoso oracolo ubicato nella valle ai piedi del monte Tomaros, nel cuore dell’Epiro, nella Grecia nord-orientale. La mostra, infatti, racconta la storia archeologica e letteraria del santuario dedicato a Zeus, di cui scrissero il poeta Euripide e lo storico Erodoto. L’oracolo era noto in tutto il mondo greco e frequentato anche da cittadini di molte poleis magnogreche (Hipponion, Rhegion, Kroton, Sybaris, Thourioi, Herakleia, Metapontion, Taras), come spiega uno dei curatori, l’archeologo Luigi Vecchio. «I pellegrini si recavano al santuario da ogni parte dell’Epiro, della Tessaglia, dell’Attica, della Beozia, del Peloponneso, della Magna Grecia, per interrogare la divinità per lo più su questioni personali – sul matrimonio, sugli affari, proprio come si fa oggi con gli indovini – in una pratica che durò molti secoli, dal VI al II a. C.. La cosa più caratteristica e suggestiva – continua lo studioso – è la modalità in cui ciò avveniva: in forma scritta, su laminette piccolissime di pochi centimetri che entrano sul palmo di una mano, con lettere incise delle dimensioni di pochi millimetri, che venivano piegate o arrotolate e presentate per la domanda». Nella mostra al MArRC saranno esposti oggetti di Dodona della collezione del Museo Archeologico di Ioannina, alcuni dei quali non avevano mai varcato prima i confini della Grecia. Tra questi, proprio una selezione delle laminette di piombo incise, di cui alcune, in particolare, sono riferibili alle città magnogreche.. «I fedeli che interrogavano l’oracolo era di ceto medio basso – aggiunge Vecchio –. Le sacerdotesse interpretavano le risposte del dio attraverso i suoni, per lo più della natura: il fruscio della grande quercia sacra, il volo delle colombe. Suoni che rimbombavano nel silenzio della vallata. In qualche laminetta la risposta è incisa sul retro».

L’archeologo Fausto Longo, co-curatore per l’Università degli Studi di Salerno, spiega che questo progetto «nasce da lontano, nel rapporto di collaborazione per le ricerche sul santuario di Dodona tra il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell'Università degli Studi di Salerno con il Museo di Ioannina e la Soprintendenza dell’Epiro, che aveva prodotto una grande mostra ad Atene, con il titolo appunto “L’oracolo dei suoni”. I colleghi greci si resero disponibili ad esporre le laminette per la prima volta in Italia. È stata – aggiunge lo studioso – un’opportunità importante per approfondire le ricerche sui rapporti tra queste due regioni del Mediterraneo, la Magna Grecia e l’Epiro, che presentano molte similitudini, non soltanto dal punto di vista morfologico e geografico. La storia del santuario riassume queste analogie, che abbiamo approfondito in una prospettiva interdisciplinare nel corposo catalogo». Continua Longo: «Le popolazioni indigene che vivevano nell’antichità in queste due regioni avevano un’organizzazione sociale simile, a carattere tribale. Non conoscevano il fenomeno urbanistico finché non entrarono in contatto con i Greci, in una fase tarda, tra il IV e il II secolo a.C, e questo per motivi legati al territorio a carattere montano».

Le laminette in bronzo riferite alle colonie magnogreche in Calabria, insieme agli altri reperti esposti nella grande mostra, quindi, dichiara il direttore del MArRC Carmelo Malacrino, «conducono il visitatore in un affascinante viaggio alla scoperta del legame profondo e antico tra l’Italia e la Grecia, e in particolare tra le regioni che si affacciano sul mar Ionio, che non separa ma unisce le due sponde».

All’indirizzo web: www.oracledodona.it si trova il supporto multimediale alla visita.


Festa della donna al Museo Egizio di Torino

Venerdì 8 marzo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, tutte le donne che si presenteranno alla biglietteria del Museo Egizio avranno diritto all’ingresso gratuito.

Per le ore 16:10 sarà possibile inoltre prenotare una speciale visita guidata dal titolo “La donna al tempo dei faraoni”.

La visita, prevista per un pubblico di adulti, permetterà di riscoprire la vita delle donne nell'antico Egitto: dalla quotidianità fino al ruolo ricoperto nei riti funerari, attraverso una dettagliata analisi dei corredi privati rinvenuti nelle tombe. Il percorso, di circa due ore, permetterà di apprezzare gli equilibri tra la sfera maschile e femminile nelle differenti situazioni di vita e terminerà al cospetto di una delle divinità femminili più note: la dea leonessa Sekhmet, simbolo di forza e potere, femminilità e maternità.

La prenotazione è obbligatoria, telefonando al 011 4406903 o scrivendo a [email protected]

L'Ufficio Informazioni e Prenotazioni è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 19:00; il sabato,
dalle 9:00 alle 13:00.

Per partecipare, è richiesto un contributo di 7 euro, oltre al biglietto di ingresso (necessario solamente
per gli uomini).


Quinta edizione del Festival del Medioevo: "Donne, l'altro volto della Storia"

"Donne, l'altro volto della Storia"

sarà il tema della quinta edizione del Festival del Medioevo

in programma a Gubbio dal 25 al 29 settembre 2019

Festival del Medioevo 2019 Donne. L'altro volto della storia Medio Evo Gubbio UmbriaIldegarda, Christine de Pizan e le altre. “Donne, l'altro volto della Storia” sarà il tema della quinta edizione del Festival del Medioevo, in programma a Gubbio dal 25 al 29 settembre 2019.

Un viaggio intorno alla condizione femminile alla radice dei pregiudizi e degli stereotipi. La voce delle donne nella vita quotidiana e nei palazzi del potere: sante e regine, streghe e madonne, artiste e intellettuali, muse e medichesse. Sussurri e grida su vicende sconosciute, rimosse o dimenticate. Un lungo racconto tra l'arte e la letteratura, la politica e la filosofia.

Il Festival del Medioevo è giunto alla quinta edizione.

La manifestazione, centrata sulla divulgazione storica, incrocia il passato con i grandi temi del mondo contemporaneo e coinvolge autori provenienti da oltre venti università italiane e straniere: più di cento gli appuntamenti a ingresso libero con storici, scrittori, architetti, scienziati e giornalisti.

Molti altri eventi collaterali arricchiscono i cinque giorni dedicati all'Età di Mezzo: la "Fiera del libro medievale", con le grandi case editrici e gli editori specializzati; "Miniatori dal mondo", l'appuntamento durante il quale esperti calligrafi italiani e stranieri trasmettono le arti degli scriptoria medievali a studenti ed appassionati; la "Tolkien session", dedicata alla vita e alle opere del grande scrittore britannico autore del “Signore degli anelli”; le "Botteghe delle arti e dei mestieri", una mostra-mercato con prodotti dell'artigianato e "Il Medioevo dei bambini" con giochi, letture, animazioni, laboratori d’arte e corsi di disegno riservati ai più piccoli. E ancora, giochi di ruolo, esibizioni di rievocatori, recital, concerti di musica medievale e lezioni-spettacolo con approfondimenti culturali su alcuni temi legati alla storia contemporanea.

Il Festival del Medioevo, organizzato dalla Associazione Festival del Medioevo in collaborazione con il Comune di Gubbio, si avvale dei patrocini scientifici dell’ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e della SAMI, la Società degli Archeologi Medievisti Italiani e di quelli istituzionali del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e della Regione Umbria.

Principali sostenitori delle edizioni precedenti, oltre al Comune di Gubbio, impegnato con risorse finanziarie, logistiche e di coordinamento per la partecipazione delle realtà associative cittadine, il GAL Alta Umbria, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, la Camera di Commercio di Perugia e la Fondazione Giuseppe Mazzatinti, che rappresenta anche un partner attivo nel settore dell'educazione.

La RAI, con i canali tematici Rai Storia e RAI Radio3, è il principale media partner dell'evento culturale. Il mensile di approfondimento storico MedioEvocollabora con il Festival del Medioevo fin dalla prima edizione, insieme a Italia Medievale, portale web impegnato nella promozione del patrimonio storico e artistico del Medioevo italiano, Feudalesimo e Libertà, fenomeno social di goliardia e satira politica e MediaEvi, la pagina Facebook specializzata nell’analisi dei medievalismi.

Il sito web del Festival del Medioevo (www.festivaldelmedioevo.it) e la relativa pagina Facebook sono gli indirizzi online dedicati alla divulgazione storica del Medioevo più visitati in Italia.

(12 dicembre 2018)

Web: www.festivaldelmedioevo.it
Facebook: @FestivalDelMedioevo
Instagram: festival_medioevo
YouTube: Festival del Medioevo