Palazzo Braschi Mostra Klimt La Secessione e l'Italia

A Palazzo Braschi la mostra "Klimt. La Secessione e l’Italia"

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Dal 27 ottobre il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospiterà un evento espositivo eccezionale: “Klimt. La Secessione e l’Italia”

Gustav Klimt, tra i più significativi artisti a cavallo fra Ottocento e Novecento e protagonista della Secessione viennese, torna in Italia con alcuni dei suoi capolavori provenienti dal Museo Belvedere di Vienna e dalla Klimt Foundation, tra i più importanti Musei al mondo a custodirne l’eredità artistica.

Una mostra che ripercorre la vita e la produzione artistica del pittore austriaco, con un focus inedito sulla sua esperienza in Italia. Nella mostra ci saranno molte novità e un’ospite d’eccezione: la celebre opera “Ritratto di Signora”, trafugata dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza nel 1997 e recuperata nel 2019

Palazzo Braschi Mostra Klimt La Secessione e l'Italia
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Fino al 27 marzo 2022, il Museo di Roma a Palazzo Braschi apre le sue porte al pubblico per un evento espositivo eccezionale che celebra la vita e l’arte di uno dei più grandi maestri e fondatori della Secessione viennese: Gustav Klimt.

Klimt. La Secessione e l’Italia è una mostra promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, co-prodotta da Arthemisia che ne cura anche l’organizzazione con Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con il Belvedere Museum e in cooperazione con Klimt Foundation, a cura di Franz Smola, curatore del Belvedere, Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali e Sandra Tretter, vicedirettore della Klimt Foundation di Vienna.

La mostra vede come main sponsor Acea, special partner Julius Meinl e Ricola, partner Catellani & Smith, radio partner Dimensione Suono Soft ed è consigliata da Sky Arte.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Con l’esposizione Klimt. La Secessione e l’Italia, l’artista austriaco torna in Italia e proprio a Roma, dove 110 anni fa, dopo aver partecipato con una sala personale alla Biennale di Venezia del 1910, fu premiato all’Esposizione Internazionale dʼArte del 1911.

La mostra ripercorre le tappe dell’intera parabola artistica di Gustav Klimt, ne sottolinea il ruolo di cofondatore della Secessione viennese e – per la prima volta – indaga sul suo rapporto con l’Italia, narrando dei suoi viaggi e dei suoi successi espositivi.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Klimt e gli artisti della sua cerchia sono rappresentati da oltre 200 opere tra dipinti, disegni, manifesti d’epoca e sculture, prestati eccezionalmente dal Museo Belvedere di Vienna e dalla Klimt Foundation, tra i più importanti musei al mondo a custodire l’eredità artistica klimtiana, e da collezioni pubbliche e private come la Neue Galerie Graz. La mostra propone al pubblico opere iconiche di Klimt come la famosissima Giuditta I (1901), Signora in bianco (1917-18), Amiche I (Le Sorelle) (1907) e Amalie Zuckerkandl (1917-18).

Sono stati anche concessi prestiti del tutto eccezionali, come La sposa (1917-18), che per la prima volta lascia la Klimt Foundation, e Ritratto di Signora (1916-17), trafugato dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza nel 1997 e recuperato nel 2019.

Fanno da cornice a questi grandi lavori del maestro austriaco e contribuiscono al racconto del periodo della Secessione viennese, anche dipinti e sculture del Museo Belvedere, firmati da altri artisti, quali Josef Hoffmann, Koloman Moser, Carl Moll, Johann Victor Krämer, Josef Maria Auchentaller, Wilhelm List, Franz von Matsch e molti altri.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Cartoline autografe documentano in mostra i viaggi in Italia di Klimt, che visitò Trieste, Venezia, Firenze, Pisa, Ravenna – dove si appassionò ai mosaici bizantini – Roma e il lago di Garda, cui si ispirarono alcuni suoi paesaggi.

Questi viaggi furono importanti per l’evolversi della sua ricerca creativa e ne accrebbero l’influsso sugli artisti italiani. Per questo al Museo di Roma a Palazzo Braschi le opere di Klimt saranno messe a confronto con quelle di artisti italiani come Galileo Chini, Giovanni Prini, Enrico Lionne, Camillo Innocenti, Arturo Noci, Ercole Drei, Vittorio Zecchin e Felice Casorati che – recependo la portata innovativa del linguaggio klimtiano molto più dei pittori viennesi del loro tempo – daranno vita con diverse sensibilità e declinazioni alle esposizioni di Ca’ Pesaro e della Secessione romana.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Grandi capolavori ma non solo. Al Museo di Roma, infatti, grazie alla collaborazione tra Google Arts & Culture Lab Team - nuova piattaforma di Google dedicata all’approfondimento delle arti - e il Belvedere di Vienna, tornano in vita tre celebri dipinti conosciuti come Quadri delle Facoltà - La Medicina, La Giurisprudenza e La Filosofia -, allegorie realizzate da Klimt tra il 1899 e il 1907 per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna e rifiutate da quest’ultima perché ritenute scandalose.

Ciò che rimane di queste opere andate perdute nel 1945 durante un incendio scoppiato al castello di Immendorf in Austria, sono solo alcune immagini fotografiche in bianco e nero e articoli di giornale.

La sfida di Google Arts & Culture è stata quindi di ricostruire digitalmente i pannelli a colori, attraverso il Machine Learning (un sottoinsieme dell'Intelligenza Artificiale) e con la consulenza del dott. Franz Smola, curatore della mostra e tra i maggiori esperti di Klimt al mondo.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Un processo di ricostruzione del colore

Partendo da una ricerca condotta dallo stesso Smola su descrizioni che gli studiosi del tempo e giornalisti avevano fatto dei tre dipinti ancora esistenti, il materiale raccolto è stato messo a confronto con le colorazioni utilizzate da Klimt nei dipinti realizzati in quello stesso periodo e ancora esistenti. Da qui, Emil Wallner, programmatore creativo per Google Arts & Culture, ha programmato un algoritmo di machine learning per creare un modello statistico di texture, motivi e colori di ciò che rimaneva dei Quadri delle Facoltà; Smola e Wallner hanno quindi hanno preso i riferimenti cromatici e li hanno aggiunti con cura ai tre dipinti di Klimt.

Mettendo insieme le testimonianze in bianco e nero e i riferimenti cromatici, il modello statistico è stato in grado di collegare i motivi in scala di grigi con le colorazioni dei dipinti di Klimt ancora esistenti, restituendo ai Quadri delle Facoltà i loro colori originali.

LA MOSTRA

Prima sezione – Vienna. 1900

Nel 1857 l’imperatore Francesco Giuseppe fa abbattere le antiche mura di Vienna per cingerla con una doppia strada alberata, la Ringstrasse, popolata di giardini, caffè e edifici di rappresentanza, ciascuno dei quali improntato allo stile storico più confacente alla sua funzione. La rottura avviene proprio ad opera di due artisti coinvolti nella costruzione e nella decorazione degli edifici del Ring: l’architetto Otto Wagner e il pittore Gustav Klimt, uniti dalla partecipazione alla Secessione di Vienna, il movimento fondato nel 1897 che cerca di adeguare l’arte agli stili di vita contemporanei. Scrive Wagner: «Tutto ciò che è creato con criteri moderni deve corrispondere ai nuovi materiali e alle esigenze del presente». E ciò vale soprattutto per i nuovi tipi edilizi, come le stazioni della metropolitana, le case d’affitto, le ‘ville urbane’. L’interno più radicale della Vienna fin de siècle è però il Cafè Museum di Adolf Loos (1899). A Vienna, peraltro, i caffè «sono una sorta di club democratici e accessibili a tutti al modico prezzo di una tazzina di caffè», come scrive Stefan Zweig, uno dei protagonisti letterari del momento, insieme con Hugo von Hofmannsthal, Georg Trakl, Arthur Schnitzler, Franz Werfel, Robert Musil. Anche nella scena musicale l’avvicendamento avviene nel 1897, quando Gustav Mahler diviene direttore dell’Opera di Corte. E mentre Arnold Schönberg, e Alban Berg aprono strade inesplorate alla musica, Sigmund Freud schiude la porta dell’inconscio.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Seconda sezione – Prime opere. La compagnia di artisti Künstler-Compagnie

Gustav Klimt proviene da un ambiente molto semplice. Nato il 14 luglio 1862, l’artista è il secondo di sette figli di Ernst Klimt, incisore d’oro, e sua moglie Anna, nata Finster, a Baumgarten, all’epoca un sobborgo di Vienna. Nonostante la critica situazione finanziaria, i genitori di Klimt permettono al loro figlio Gustav e ad altri due figli, Ernst e Georg, di formarsi presso la scuola di arti e mestieri di Vienna.

Durante i loro studi, i due fratelli Gustav ed Ernst Klimt, insieme al loro compagno di studi Franz Matsch, fondano intorno al 1879 un gruppo di lavoro e studio, la cosiddetta Compagnia di artisti, specializzata nell’esecuzione di dipinti su pareti e soffitti. Ricevettero commesse dai rinomati architetti Fellner & Helmer, che costruirono teatri in tutta la monarchia e commissionano ai pittori sipari teatrali e decorazioni delle volte. Le commesse più importanti includono le decorazioni del soffitto negli scaloni del Burgtheater di Vienna e gli affreschi nella tromba delle scale del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il successo della Compagnia di artisti, tuttavia, subisce un duro colpo quando il fratello di Gustav, Ernst, muore improvvisamente nel 1892 e il gruppo si scioglie.

Ernst Klimt, Paolo e Francesca, 1890 circa. Olio su tela, 125x95 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna

Dai primi anni del 1890, Gustav Klimt esegue sempre più commissioni di ritratti per i circoli della classe media, distinguendosi per l’esecuzione realistica tecnicamente brillante e dettagliata.

Terza sezione – 1897. La fondazione della Secessione Viennese

Gustav Klimt, Manifesto per la I Mostra della Secessione
(26.03.1898-20.06.1898), dopo la censura, 1898. Litografia a colori su carta, 63,8x46,1 cm. Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Probabilmente l’evento più importante nel contesto del rinnovamento artistico di Vienna può essere considerata la fondazione della Secessione viennese. Si tratta di uno spin-off della Cooperativa di artisti visivi Vienna - Künstlerhaus, l’organizzazione che all’epoca godeva di un monopolio nell’attività espositiva viennese. Insieme a oltre venti compagni, Gustav Klimt fonda l’Associazione degli artisti austriaci - Secessione il 3 aprile 1897 all’interno del Künstlerhaus. Il 24 maggio 1897 i Secessionisti decidono di lasciare il Künstlerhaus. Gustav Klimt viene nominato primo presidente della Secessione e ne disegna il primo manifesto raffigurante Teseo nudo che combatte il Minotauro. Le autorità censurarono il manifesto, decretando che i genitali dell’eroe dovessero essere nascosti da un tronco d'albero.

Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

I membri della Secessione non perseguono un linguaggio artistico uniforme. Da una parte, vi erano pittori più impegnati nell’arte realistica e naturale, come Wilhelm List, Johann Viktor Krämer, Vlastimil Hofman o Ferdinand Andri. D’altra parte, i pittori più orientati verso l’Art Nouveau, come Klimt, Carl Moll o Ernst Stöhr. Queste differenze stilistiche, ma anche dispute organizzative tra i “naturalisti” e gli “stilisti”, portano divisioni sempre maggiori fra gli artisti della Secessione, fino a quando Klimt e altri colleghi come Moser, Hoffmann e Moll decidono di lasciare il gruppo nel 1905.

Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Quarta sezione – Design nel contesto della Secessione Viennese

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

La particolarità della Secessione viennese, fondata nel 1897, è lo stretto legame tra le belle arti, l’architettura e il design. Oltre a numerosi pittori, fanno parte del gruppo della Secessione importanti architetti, designer innovativi e scenografi, come Otto Wagner, Josef Hoffmann, Joseph Maria Olbrich, Koloman Moser e Alfred Roller. Hoffmann, Moser e Roller sono anche i più importanti progettisti delle ventitre mostre che furono allestite nella Secessione nei primi otto anni dalla fondazione nel 1897 alla partenza del gruppo intorno a Gustav Klimt nel 1905, stabilendo nuovi standard con la modernità delle loro presentazioni espositive. Le mostre vengono accompagnate da manifesti la cui grafica è fortemente innovativa. Dal 1898 al 1903 la Secessione pubblica la rivista d’arte Ver Sacrum, per la quale Klimt, Moser e Josef Maria Auchentaller, tra gli altri, realizzano numerosi disegni.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Moser e Hoffmann progettano anche oggetti artistici e artigianali realizzati con un’ampia varietà di materiali. L’esecuzione di questi oggetti viene affidata da aziende austriache eccezionali, come la società di vetro Johann Lötz Witwe, famosa per i suoi oggetti in vetro iridescenti e luccicanti. Moser, Hoffmann e l’imprenditore Fritz Wärndorfer fondano l’azienda Wiener Werkstätte nel 1903, che avrebbe prodotto un gran numero di articoli di alta qualità per quasi trent'anni.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Quinta sezione – I primi viaggi di Klimt in Italia nel 1899 e nel 1903

Il Paese che Klimt visita più spesso è stato senza dubbio l’Italia. All’inizio del mese di maggio 1899 si reca in alcune città del Nord insieme al suo amico pittore Carl Moll e alla sua famiglia. Tra l’allora trentasettenne Klimt e la ventenne figliastra di Moll, Alma Schindler, l’attrazione reciproca già esistente da tempo si manifesta proprio durante il viaggio. Precisamente a Genova, Gustav e Alma si baciano per la prima volta, e a Verona Klimt la bacia una seconda volta. A Venezia, però, Moll, risentito, vieta al suo amico Klimt di fare ulteriori avances ad Alma. Klimt si scusa con Moll per il suo comportamento in una lettera lunga tredici pagine.

Quattro anni dopo, nel maggio 1903, Klimt torna a Venezia. In questa occasione ha modo di visitare per la prima volta i mosaici di Ravenna, evento che suscita in lui grande entusiasmo. Alla fine di novembre e all’inizio di dicembre dello stesso anno si reca ancora una volta a Ravenna e altre città dell’Italia settentrionale. Grazie alle cartoline che Klimt invia quasi ogni giorno a Emilie Flöge a Vienna, siamo informati dell’andamento del viaggio. Klimt scrive le prime cartoline da Villach, Pontebba, Venezia e Padova. Il 2 dicembre Klimt scrive da Ravenna: «[...] a Ravenna tante povere cose - i mosaici di uno splendore inaudito». Seguono cartoline da Firenze, Pisa, La Spezia, Verona e infine due cartoline da Riva del Garda.

Cartolina di Gustav Klimt a Emilie Flöge. Verona, 08.12.1903
13,7x9 cm. Collezione privata Leopold

Sesta sezione – Giuditta. Un’opera con lo status di icona

Gustav Klimt, Giuditta, 1901. Olio su tela, 84x42 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna. Photo: Johannes Stoll

Negli anni tra il 1900 e il 1910, Klimt cade ripetutamente nel ruolo dell’artista dello scandalo che per primo osa concentrarsi più chiaramente che mai sull’erotismo femminile nei suoi dipinti, specialmente quelli dal contenuto simbolista e allegorico. Uno degli esempi più noti oggi, in cui Klimt rende omaggio al fascino dell’erotismo femminile, è il suo ritratto di Giuditta, creato nel 1901. Questa leggendaria figura biblica, che decapita con le sue stesse mani il generale assiro Oloferne, per salvare dalla rovina il suo popolo ebraico, si fa strada sempre più nell’arte e nella letteratura al tempo.

La Giuditta di Klimt sembra essere un eccezionale esempio del tipo di femme fatale, di nuovo stilizzato nelle arti visive e nella letteratura intorno al 1900, quell'essere affascinante da cui l’erotismo e il pericolo vengono sprigionati in egual misura. La visione ambivalente di Klimt di una donna erotica e allo stesso tempo omicida richiama l’attenzione su un argomento molto dibattuto a Vienna all'inizio del XX secolo, ovvero il rapporto tra i sessi. Il ruolo dell’uomo e della donna nella società, l’erotismo e la sessualità, l’autodeterminazione e la determinazione esterna dei ruoli sessuali vengono gradualmente messi al centro della scienza e della società negli anni successivi al 1900 e divengono oggetto di una fondamentale rivalutazione. Non è certo un caso che proprio in quegli anni a Vienna i rappresentanti dell’ancora giovane disciplina scientifica della psicoanalisi, Sigmund Freud in primis, giungano qui a intuizioni del tutto nuove.

Settima sezione – Ritratto di Signora

Il lavoro di Klimt è indissolubilmente legato alla sua speciale maestria nella ritrattistica. Sorprendentemente, si dedica quasi esclusivamente a ritratti femminili, mentre i ritratti di uomini sono estremamente rari e risalgono ai primissimi anni creativi. Nella ritrattistica in particolare, le opzioni di design di Klimt variano in grande densità e velocità. Nel primo Ritratto di donna di grande formato del 1894 circa, dimostra la sua maestria nel padroneggiare una tecnica pittorica quasi fotorealistica, mentre nel ritratto di donna di piccolo formato su sfondo rosso della fine degli anni 1890 passa a una tecnica impressionistica dello sfumato. In ogni ritratto il maestro cerca nuove ispirazioni; nessuna composizione è uguale all’altra. Con l’aiuto di un gran numero di studi a matita, Klimt si avvicina lentamente alla postura del modello, da lui considerata perfetta. La maggior parte dei committenti per i ritratti di Klimt appartiene alla classe benestante della società cittadina, alcuni tra i più ricchi del paese, come le famiglie Wittgenstein, Bloch-Bauer, Lederer o Primavesi. Molti appartengono all’élite intellettuale del Paese, come la famiglia Zuckerkandl.

Gustav Klimt, Amalie Zuckerkandl, 1917-1918. Olio su tela, 128x128 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna, Photo: Johannes Stoll

Al di là della maestria di Klimt nella ritrattistica, il ritratto femminile è molto popolare all’epoca. Numerosi membri della Secessione viennese, come Otto Friedrich, Friedrich König, Max Kurzweil o Josef Maria Auchentaller, ne sono un eccellente esempio con i loro ritratti estremamente attraenti delle signore viennesi.

Ottava sezione – I quadri delle Facoltà

Nel 1894 Gustav Klimt e Franz Matsch ricevono l’ordine dal Ministero della Pubblica Istruzione di dipingere allegorie monumentali per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna. Klimt assume l’esecuzione delle rappresentazioni Filosofia, Medicina e Giurisprudenza. Questi quadri monumentali sono considerati le opere principali dell’opera di Klimt oggi. In esse, Klimt ha trattato l’erotismo e la sessualità in un modo che nessuno a Vienna aveva osato fare prima di lui. Sin dalla loro prima presentazione, le opere suscitano l’indignazione generale del pubblico e del contesto politico, tanto che il Ministero decide di non farle appendere come previsto inizialmente. Klimt rinuncia quindi all’incarico e restituisce l’onorario che gli era stato anticipatamente versato. Due dei dipinti delle facoltà finiranno nelle mani di un privato, uno entrerà in una collezione museale. Sfortunatamente, tutti e tre i dipinti furono distrutti negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale.

Gustav Klimt, Hygieia, particolare del quadro della facoltà La
Medicina. Collotipia a colori dal portfolio Gustav Klimt. Eine Nachlese, a cura di Max Eisler, stampato e pubblicato dalla Tipografia di Stato, Wien 1931, 1900-1907. Litografia su carta, 48,1x45,5 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Oggi conosciamo l’aspetto dei quadri delle facoltà grazie a fotografie in bianco e nero. Solo la figura di Igea nella metà inferiore di Medicina è stata fotografata a colori. Nell’ambito del progetto digitale su Gustav Klimt realizzato da Google Arts & Culture, un gruppo di ricerca ha utilizzato le più recenti tecnologie informatiche come l’apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale per ricavare il colore originale delle immagini dalle riproduzioni in bianco e nero. Il risultato di questo progetto di ricerca sarà presentato per la prima volta al pubblico nel corso di questa mostra.

Nona sezione – Il Fregio di Beethoven

Moriz Nähr, Foto di gruppo con gli artisti della cosiddetta “Mostra di Beethoven” nella sala centrale del Palazzo della Secessione a Vienna; nella fila davanti, da sinistra a
destra: Kolo Moser, Maximilian Lenz, Ernst Stöhr, Emil Orlik, Carl Moll; nella fila dietro da sinistra a destra:
Anton Nowak, Gustav Klimt, Adolf Böhm, 1902. Gelatina d'argento, 13,9x19,8 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Da aprile a giugno 1902, la Secessione viennese presenta come parte della sua XIV Mostra un omaggio a Ludwig van Beethoven. L’attrazione principale della mostra è una scultura di Beethoven scolpita in marmo colorato da Max Klinger. Inoltre, venti artisti della Secessione - tra cui Elena Luksch-Makowsky come unica artista - idearono contributi originali, in particolare fregi e rilievi murali. Alfred Roller sviluppa il concept della messa in scena, mentre il design degli interni viene affidato a Josef Hofmann.

È di Gustav Klimt il contributo più sensazionale con un fregio murale lungo più di 34 metri, che si estendeva per un’altezza di circa due metri su tre pareti di una stanza laterale. Klimt sviluppa un complesso programma di immagini che può essere visto come un’interpretazione visiva della Nona Sinfonia di Beethoven. L’importanza del fregio di Beethoven per l’opera artistica di Klimt non è sopravvalutata: Klimt raggiunge qui per la prima volta un monumentale isolamento delle figure; la linearità come elemento progettuale autonomo raggiunge il suo primo culmine. È davvero una fortuna enorme che il fregio di Klimt non sia stato demolito dopo la mostra di Beethoven – come i murali di altri artisti – e che sia stato conservato per i posteri. Il fregio, faticosamente rimosso dal muro, finisce nelle mani di committenti privati. Negli anni ‘70 viene venduto alla Repubblica d’Austria e, dopo anni di restauri, trova la sua definitiva dimora nei sotterranei del palazzo della Secessione viennese, dove è possibile ammirarlo ancora oggi.

Decima sezione – La pittura paesaggistica

Intorno al 1900 Klimt scoprì il tema del paesaggio, che da quel momento in poi costituirà un punto fermo nella sua pittura accanto alle allegorie e ai ritratti. Il rituale del viaggio estivo annuale era di grande beneficio per questo. In compagnia della sua compagna Emilie Flöge e della sua famiglia, Klimt guidava regolarmente in campagna per circa due o quattro settimane a luglio e agosto, preferibilmente nella regione dei laghi del Salzkammergut dell'Alta Austria. Nei suoi paesaggi, Klimt ha in mente una natura idealizzata; il suo obiettivo è creare un mondo senza nuvole e paradisiaco.

Klimt trascorse l'estate del 1913 sul Lago di Garda nel Nord Italia. Il risultato di questo soggiorno di cinque settimane, durato dal 31 luglio al 10 settembre, furono tre dipinti di grande formato, ovvero due immagini di città, vedute di Malcesine (già Collezione Lederer, Vienna, perduta dal 1945) e Cassone (collezione privata), oltre a una soleggiata Sezione di un sentiero di un giardino (Kunsthaus Zug, Svizzera).

Molti colleghi pittori dell'ambiente della Secessione viennese condividevano la preferenza di Klimt per paesaggi esteticamente raffinati e idealizzanti. Carl Moll e Koloman Moser, ad esempio, hanno preso in prestito molto da vicino le rappresentazioni di Klimt. La pittrice Broncia Koller-Pinell, così come i pittori Franz Jaschke e Rudolf Junk, crearono quadri di paesaggi e città in modo marcatamente divisionista. Sebastian Isepp, d'altra parte, mostra ispirazione.

Undicesima sezione – Roma 1911. L’Esposizione Internazionale di Belle Arti

Il fulcro del padiglione austriaco all’Esposizione Internazionale di Roma del 1911 è la sala Klimt, spesso citata nella stampa come “tempietto” o “abside” per la sua forma semicircolare e per l’aura quasi sacrale. Al suo interno, Klimt presenta otto dipinti e quattro disegni, tra ritratti, paesaggi, soggetti allegorici. Fra questi, il celebre dipinto Il bacio, i ritratti della signora Wittgenstein e quello di Emilie Flöge, due elaborate opere simboliste quali La Morte e la Vita e La Giustizia, le Bisce d’acqua I (o Le sorelle), elegantemente stilizzate. L’impressione complessiva che dovevano suscitare i colori smaglianti, la sinuosità delle linee, l’esuberanza dei motivi decorativi nello spazio bianco dell’abside, è sintetizzata da Emilio Cecchi, con parole che tradiscono, nonostante tutto, una sottile seduzione:

«Perché veramente il segreto dell’arte di Klimt sta nel fascino delle colorazioni elementari, negli accordi spontanei, negli incontri immediati, come quelli dei colori dell’ali della farfalla o delle scaglie della pietra. Quella sua complicatezza simbolica, quel desiderio di significati profondi che le hanno attirato l’ammirazione dei raffinati sono cosa estranea e, se rivelano con la loro macchinosità e con la loro astrattezza una volontà laboriosa dell’artista per mettersi d’accordo con la morbidità dei tempi e vibrare all’unisono con la cerebralità esasperata dei contemporanei, rivelano, anche, quanto la sua energia concreta e profonda rimanga da esse remota».

Dodicesima sezione – Alla Biennale di Venezia

Gustav Klimt partecipa per la prima volta alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia con due opere nel 1899 e nella città lagunare giunge all’epilogo la sua relazione con la giovane allieva Alma Schindler, che avrebbe poi sposato Gustav Mahler, divenendo una delle più celebri muse del XX secolo. Il pittore torna alla Biennale nel 1910 con una sala individuale, la numero 10, allestita dall’architetto austriaco Eduard Josef Wimmer-Wisgrill come una scatola bianca, con le pareti tripartite da due sottili fasce decorative nere e sei eleganti poltrone di vimini al centro. Il quadro Le amiche, qui esposto, è riconoscibile in una fotografia della sala 10, dove appare significativamente affiancato allo scandaloso Bisce d’acqua II. È come se le eleganti signore viennesi del primo quadro, vestite con mantelli e cappelli invernali che ne lasciano scoperti solo i volti, si fossero denudate per immergersi nelle onde senza tempo del secondo quadro, unendosi alle creature iridescenti che si lasciano cullare dai loro istinti. La mostra fa subito scalpore e divide la critica. La ragione principale la espone Nino Barbantini, direttore della Galleria Internazionale di Ca’ Pesaro: «L’arte di Klimt è antipatica al nostro tempo perché l’oltrepassa e prepara il tempo di domani».

Tredicesima sezione – Secessione 1914

La seconda mostra della Secessione romana del 1914 vede l’attesa partecipazione (dopo l’occasione mancata dell’anno precedente) dell’Associazione di artisti austriaci fondata da Klimt nel 1906, in seguito alla scissione dalla Secessione viennese. Nato nel 1912 sulla scorta dei recenti successi del gruppo klimtiano in Italia, il movimento romano propone, in alternativa alla Società Amatori e Cultori di Belle Arti, un aggiornamento culturale di livello europeo sull’esempio “modernista” della Secessione austriaca. L’unica opera inviata da Klimt era il Ritratto di Mäda Primavesi (1912-1913), esposto con 4 disegni di Egon Schiele e dipinti di artisti come Carl Moll, Emil Orlik, Bertold Löffler, Oskar Laske, Broncia Koller, Ferdinand Andri e Felix Albrecht Harta. In una seconda sala vengono proposte le sculture di Franz Barwig e Michael Powolny, e quattro vetrine con ceramiche, stoffe, ricami, sete, oggetti d’oro e d’argento.

L’allestimento di Dagobert Peche, architetto e designer della Wiener Werkstätte, segue il principio della Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale), condiviso da molti artisti italiani che progettarono la decorazione degli ambienti espositivi: Vittorio Grassi, Aleardo Terzi, Enrico Lionne, Carlo Alberto Petrucci per le sale internazionali, Plinio Nomellini e Galileo Chini per la sala del gruppo della “Giovine Etruria”, Ferruccio Scandellari per quella dei bolognesi. L’esecuzione dei lavori viene affidata a Vincenzo Costantini e Gualtiero Gherardi, i mobili alla manifattura Spicciani.

Quattordicesima sezione - “La Sposa”. Un’opera importante degli ultimi anni

Gustav Klimt, La Sposa, 1917-18. Olio su tela, 165x191 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Quando Klimt viene inaspettatamente colpito da un ictus nel gennaio 1918, prima di compiere 56 anni, per le cui conseguenze sarebbe morto un mese dopo, diversi sono i dipinti che ha ancora in lavorazione, tra cui l’opera di grande formato La sposa. In alcune parti del quadro, come quella a sinistra, l’immagine era in gran parte completa, mentre altre parti mostrano ancora uno schema di colori approssimativo. È uno dei formati più grandi che Klimt abbia mai eseguito. Il tema è l’amore e il desiderio sensuale. Al centro c'è la sposa omonima, addormentata e avvolta in un abito blu. La testa del suo partner è accanto a lei. Il suo corpo è in gran parte nascosto da un gruppo di donne che, strette l’una all’altra, sembrano fluttuare in posizioni diverse. In parte nude, in parte vestite, illustrano ovviamente le sfaccettature delle esperienze erotiche di felicità a cui la sposa sembra abbandonarsi nel suo sonno beato. La forte colorazione del quadro e gli audaci contrasti di colore mostrano che l’opera è caratteristica della tarda fase creativa di Klimt.

Gustav Klimt, Johanna Staude, 1917-1918. Olio su tela, 96x68,5 cm, Belvedere, Vienna. © Belvedere, Vienna, Photo: Johannes Stoll

Una pennellatura dinamica è visibile anche nel Ritratto di Johanna Staude, che Klimt dipinge negli ultimi mesi prima della sua morte. Johanna Staude, nata Widlicka, è la modella di Klimt del tempo. L’incompleto Ritratto di dama in bianco, tuttavia, non può essere associato a nessuna persona specifica. Presumibilmente è uno di quei ritratti femminili idealizzanti che Klimt spesso faceva delle sue modelle nude.

FOCUS

Il capolavoro ritrovato: Ritratto di signora

Gustav Klimt, Ritratto di Signora, 1916-17. Olio su tela, 68x55 cm, Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi

Databile tra il 1916 e il 1917, il Ritratto di signora appartiene all’ultima fase di attività dell’artista. La sua pittura si fa meno preziosa e sorvegliata, abbandonandosi a pennellate quasi sbrigative, che tradiscono un approccio più emozionale, aperto alle atmosfere espressioniste.

Spetta a una studentessa di un liceo piacentino – Claudia Maga – avere intuito nel 1996 la particolarissima genesi dell’opera poi confermata anche dalle analisi cui la tela è stata sottoposta: Klimt la dipinge sopra un precedente ritratto già ritenuto perduto raffigurante una giovane donna, identica nel volto e nella posa all’attuale effigiata, ma assai diversamente abbigliata e acconciata.

I colpi di scena, tuttavia non finiscono qui. Il 22 febbraio 1997, la tela di Klimt viene rubata dalla Galleria Ricci Oddi di Piacenza con modalità che le indagini non riusciranno mai a chiarire. Non mancheranno sedicenti informatori che millanteranno contatti preziosi, mitomani, medium, estorsori e dubbie confessioni. Per la ricomparsa del dipinto occorrerà aspettare quasi ventitré anni e, se possibile, il ritrovamento sarà ancora più enigmatico del furto. Il 10 dicembre 2019 sono in corso alcuni lavori di giardinaggio lungo il muro esterno del museo piacentino.

Qui, in un piccolo vano chiuso da uno sportello privo di serratura, viene rinvenuto un sacchetto di plastica dentro il quale c’è una tela: è il Ritratto di signora di Klimt.

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Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Il Belvedere ha il privilegio di ospitare la più grande collezione al mondo di dipinti di Gustav Klimt e considera suo preciso compito condividere questo autentico tesoro con il pubblico di tutto il mondo. A tal fine, il Museo si adopera in ogni modo per organizzare e sostenere esposizioni su Gustav Klimt nel contesto internazionale. Per “Klimt. La Secessione e l’Italia” presso il Museo di Roma a Palazzo Braschi ci avvaliamo di un partner d’eccezione: la Klimt Foundation, che ringraziamo molto per la cooperazione.

Sono inoltre lieta del fatto che la mostra renda un omaggio speciale al genius loci, testimoniando il legame che Gustav Klimt strinse con l’Italia, e con Roma in particolare, durante la sua vita. Un esempio per tutti è il padiglione austriaco progettato da Josef Hoffmann in cui furono presentati otto dipinti di Klimt, che fu senza dubbio una delle attrazioni della grande Esposizione internazionale tenutasi a Roma nel 1911. La mostra rievoca anche le due partecipazioni del pittore alla Biennale d’arte di Venezia del 1899 e del 1910 – quest’ultima soprattutto fu un grande successo per Klimt. Le recensioni e i resoconti prevalentemente positivi apparsi sui giornali dell’epoca, e non ultimo l’acquisto di due importanti opere klimtiane da parte degli enti culturali pubblici italiani, indicano che nessun altro Paese al di fuori dell’Austria comprendeva l’arte del maestro viennese come l’Italia.

Colgo l’occasione per esprimere la mia gratitudine per la calorosa ospitalità con cui Roma ha nuovamente accolto le opere di Klimt. I miei ringraziamenti vanno innanzitutto a Maria Vittoria Marini Clarelli, sovrintendente e co-curatrice della mostra, e ad Allegra Getzel, project manager di Arthemisia, responsabile dell’organizzazione e della realizzazione dell’evento.

Vorrei anche ringraziare Stephan Pumberger, direttore dell’ufficio mostre al Belvedere e responsabile del progetto per conto del Museo, e Franz Smola, curatore del Belvedere, che insieme a Maria Vittoria Marini Clarelli e Sandra Tretter, vicedirettrice della Klimt Foundation, ha ideato la mostra.

Stella Rollig

Direttrice generale del Belvedere, Vienna

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Dalla sua costituzione nel 2013, la Gustav Klimt | Wien 1900-Privatstiftung, in breve Klimt Foundation, si adopera per conservare, ricercare e divulgare l’opera di Gustav Klimt, inestricabilmente legata a una città e a un’epoca: la Vienna intorno al 1900. Il nucleo principale della collezione della Klimt Foundation è costituito dall’eredità del primo figlio illegittimo di Klimt, Gustav Ucicky, che prese il cognome della madre, la modella Maria Ucicka. Oltre a un centro di informazione e documentazione sul lago Attersee, il ‘luogo del desiderio’ dove Klimt amava trascorrere le sue vacanze estive, la fondazione no-profit con sede nel MuseumsQuartier di Vienna non solo gestisce numerosi progetti di ricerca su Klimt e la sua cerchia, ma cura anche due serie di pubblicazioni, e infatti a breve lancerà il primo elenco online liberamente accessibile di dipinti, autografi e fotografie di Klimt: www.klimt-database.com.

Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia
Gustav Klimt, Amiche I (Le Sorelle), 1907. Olio su tela, 125x42 cm, Klimt Foundation, Vienna. © Klimt Foundation, Vienna

Oltre a disegni, manifesti della Secessione, autografi e fotografie, la collezione della Fondazione offre una panoramica trasversale della pittura klimtiana, accostando dipinti celebri a sconosciute opere degli esordi. Agli schizzi e agli studi naturalistici di boschi, alle opere create nell’ambito della Künstler-Compagnie e ai vaporosi ritratti di signora di fine Ottocento si affiancano composizioni rivoluzionarie come Amiche I (Sorelle), del 1907, e La sposa, grande tela incompiuta eseguita nel 1917 negli ultimi mesi di attività dell’artista. Il dipinto, originariamente di proprietà di Emilie Flöge, uscì per l’ultima volta dall’Austria negli anni trenta, quando fu esposto a Berna e a Parigi.

Siamo molto lieti di mostrare al pubblico romano una selezione della nostra collezione in occasione della mostra “Klimt. La Secessione e l’Italia”. L’allegoria de La sposa avrà così la possibilità di tornare a valicare i confini per la prima volta dopo più di ottant’anni, e anche il doppio ritratto Amiche I (Sorelle) sarà nuovamente esposto in Italia a centoundici anni dalla sua presentazione a Venezia nel 1910. Il Bel Paese ha senz’altro lasciato la sua impronta culturale in Austria – se non altro per lo stretto legame storico che unisce le due nazioni – influenzando molti artisti dello Storicismo e dello Jugendstil. Non sorprende che l’Italia fosse la destinazione prediletta di Klimt al di fuori dei confini dell’Impero asburgico. L’artista vi si recava infatti regolarmente per studiare l’eredità del Rinascimento italiano e anche l’arte del mosaico, a Venezia o a Ravenna ad esempio, traendone ispirazione per opere del tutto originali. Già durante la vita di Klimt i suoi dipinti ebbero uno straordinario successo di pubblico e di critica alle mostre di Roma e Venezia, prima che il triste capitolo della Grande Guerra riducesse pressoché a zero, per molti anni, gli scambi culturali tra l’Austria e l’Italia.

A questo punto vorremmo ringraziare il Museo di Roma per aver dato un impulso decisivo a questa esposizione: in primis Maria Vittoria Marini Clarelli, sovrintendente e co-curatrice della mostra, insieme all’équipe riunita intorno ad Allegra Getzel di Arthemisia. Un sincero ringraziamento alla co-curatrice e direttrice generale del Belvedere di Vienna, Stella Rollig, per il suo invito a questa collaborazione a livello internazionale, e grazie al curatore Franz Smola per il concept della mostra, che siamo stati molto felici di sostenere con i nostri prestiti. Grazie anche a Stephan Pumberger, responsabile capo del dipartimento delle mostre al Belvedere, e alla nostra assistente di direzione Laura Erhold, che rappresenta l’intera squadra della Klimt Foundation.

Peter Weinhäupl

Direttore Klimt Foundation

Sandra Tretter

Vicedirettrice Klimt Foundation

 

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Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

Nata dalla collaborazione fra il Belvedere di Vienna, la Klimt Foundation, la Sovrintendenza ai beni culturali di Roma Capitale e co-prodotta da Arthemisia, questa mostra presenta Gustav Klimt e gli artisti della sua cerchia in una prospettiva inedita: quella del rapporto con l’Italia. Il tema è stato trattato solo tangenzialmente nella bibliografia klimtiana, se si esclude il bel saggio di Eva di Stefano del 2014, ed è finora mancata l’attività congiunta di confronto e approfondimento dei documenti italiani e austriaci che è stata possibile in questa occasione.

A cavallo fra Otto e Novecento, per gli artisti austriaci l’arte italiana era al tempo stesso un aspetto imprescindibile della formazione e un fardello che rallentava il cammino verso la modernità. Quando, nel 1879, Klimt fondò con il fratello Ernst e con Franz von Matsch la Künstler-Compagnie, a Vienna dominava ancora lo storicismo e, fra gli stili del passato cui si ispiravano l’architettura e la decorazione interna degli edifici che sorgevano lungo la Ringstrasse, spiccava il Rinascimento italiano, che fu infatti per i tre giovani artisti un riferimento essenziale.

La protesta della Secessione, fondata nel 1897 con il motto “A ogni tempo la sua arte, all’arte la sua libertà”, segnò l’abbandono di questi modelli, ma non per questo Klimt smise di interessarsi all’Italia. I viaggi del 1899 e del 1903 furono infatti le occasioni per scoprire, fra Venezia e Ravenna, un’altra arte, quella dei mosaici paleocristiani e medievali, dei vetri murrini e degli smalti bizantini. Diversamente da Carl Moll e da altri artisti del suo gruppo, Klimt non dipinse mai vedute di Venezia. Alla ricerca di immagini meno scontate dell’Italia, lo ispirarono, invece, le rive del lago di Garda, che colpirono anche l’amico Koloman Moser.

Oltre a essere il Paese che Klimt visitò più spesso, l’Italia è stata per lui anche una meta espositiva di primaria importanza. Partecipò infatti due volte alla Biennale di Venezia, nel 1899 nella sala austriaca e nel 1910 con una straordinaria mostra personale. All’Esposizione internazionale di Roma del 1911 fu l’indiscusso protagonista del padiglione austriaco progettato da Josef Hoffmann e nel 1914 inviò un’opera alla II edizione della Secessione romana. Avendo esposto in Italia la maggior parte dei suoi capolavori, Klimt esercitò in questo contesto artistico un influsso diretto: pittori come Felice Casorati, Vittorio Zecchin, Galileo Chini sono stati i più fedeli interpreti della sua ‘pittura a mosaico’, ma alle sue composizioni si è ispirato anche uno scultore come Giovanni Prini.

La critica italiana di quegli anni dedicò molta attenzione ai Quadri delle facoltà, commissionati dall’Università di Vienna ma infine ritirati da Klimt dopo le critiche ricevute, dei quali l’ultimo e più rivoluzionario, La Giurisprudenza, fu presentato a Roma nel 1911. Di questi tre dipinti, andati distrutti nel 1945 e fotografati solo in bianco e nero, proponiamo al pubblico qui, per la prima volta, la ricostruzione dei colori realizzata, ricorrendo al machine learning e all’intelligenza artificiale, da un gruppo di lavoro coordinato dal Belvedere nell’ambito del progetto su Klimt di Google Arts & Culture.

Grazie alla straordinaria disponibilità della Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, compare in mostra anche il Ritratto di signora del 1917, uno dei tre dipinti di Klimt presenti nei musei italiani, che è stato recentemente recuperato dopo un furto clamoroso. Non meno eccezionale è la presenza dell’ultima opera di Klimt, l’incompiuta e sublime La sposa.

Molti altri secessionisti hanno viaggiato ed esposto in Italia, e qualcuna delle opere che qui proponiamo era presente in quelle mostre, compresi alcuni esemplari di arti applicate. Pur cercando di rappresentare tutti gli artisti principali, e in particolare quelli del ‘Gruppo Klimt’, uno speciale risalto è stato dato qui a colui che trascorreva abitualmente le vacanze a Grado, Josef Maria Auchentaller.

Franz Smola

Curatore del Belvedere di Vienna

Maria Vittoria Marini Clarelli

Sovrintendente capitolina ai beni culturali

Sandra Tretter

Vicedirettrice della Klimt Foundation

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Palazzo Braschi mostra Gustav Klimt
Al Museo di Roma di Palazzo Braschi la mostra Klimt. La Secessione e l'Italia

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Cleopatra Livia Capponi

Cleopatra di Livia Capponi

La monografia Cleopatra, a cura di Livia Capponi, si propone di tracciare un ritratto dell’illustre regina Cleopatra VII, la cui personalità è stata fortemente distorta dalla propaganda augustea, nonché fraintesa da tutti coloro che in seguito hanno voluto lasciarle un posto nella loro opera, letteraria o cinematografica.

La scelta di trattare la figura di Cleopatra, come emerge sin dalla prefazione, è dovuta all’interesse attuale per alcune categorie che, oggi come nel mondo antico, sono e sono state messe da parte dalle narrazioni ufficiali: donne, sconfitti, perseguitati, vittime di damnatio memoriae e molte altre persone la cui memoria si è quasi perduta nell’inesorabile trascorrere del tempo.

Cleopatra è sicuramente una delle figure femminili più note dell’antichità, ma attorno a lei gravitano contemporaneamente storia e mito, tanto che risulta difficile ricostruire un ritratto oggettivo e privo di pregiudizi. La monografia di Livia Capponi cerca dunque di districarsi tra l’immagine reale e quella leggendaria di questa donna, con l’intento di offrire una verità quanto più storica e scientifica possibile.

Cleopatra Livia Capponi Editori Laterza
La copertina del saggio di Livia Capponi, Cleopatra, pubblicato da Editori Laterza (2021) nella collana: Storia e Società

 

A tale scopo, la narrazione delle vicende di Cleopatra è integrata con numerose fonti del tempo, sia letterarie che documentarie, contribuendo così a rendere più chiaro l’operato della regina: si ricorda, per esempio, il decreto del 41 a.C. con il quale, in un periodo di carestia per l’Egitto, si stabiliva l’esenzione della tassa denominata “corona” che prevedeva di donare una corona d’oro ai re.

Tuttavia, oltre a riferire gli avvenimenti prettamente storici, Livia Capponi riporta anche dicerie e aneddoti, come quelli relativi alla seduzione di Cleopatra nei confronti di Cesare prima e di Antonio poi: nel secondo capitolo, La dea salvata da Cesare, si fa riferimento al celebre episodio in cui Cleopatra, avvolta nella biancheria, si fece portare negli appartamenti di Cesare, il quale le aveva proposto il proprio sostegno nella lotta per il potere contro il fratello Tolomeo XIII (Plutarco, Caes., 49; Appiano, BC, 4.40); nel quarto capitolo, L’incontro con Antonio, si racconta come Antonio, per stupire la regina, avesse finto di aver pescato dei pesci, venendo però scoperto e ricompensato con un inganno pari a quello da lui attuato (Plutarco, Ant., 29, 5-7). Questi e altri racconti sui tentativi di seduzione di Cleopatra, per esempio nei confronti di Erode di Giudea o Sesto Pompeo, contribuiscono a tratteggiare l’immagine di una donna dominata dalla passione, dietro la quale tuttavia è inevitabile intravedere interessi personali e intenti politici.

Busto di Cleopatra VIII, Altes Museum di Berlino. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tra le fonti più interessanti prese in esame vi sono poi quelle iconografiche, soprattutto per quanto concerne la personificazione divina della regina e dei suoi figli. Si ricorda, a tale proposito, un dipinto del cubicolo 71 della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei, nel quale sono raffigurati una donna e un bambino, rappresentati con i tratti di Afrodite ed Eros e identificati con rispettivamente con Cleopatra e Cesarione, il figlio che la regina ebbe da Cesare; allo stesso modo, nelle pareti del tempio di Hathor a Dendera si trovano i medesimi soggetti nelle vesti di Iside e Horus.

Per quanto riguarda i figli nati dall’unione di Cleopatra e Antonio, Alessandro Helios e Cleopatra Selene, è significativo un gruppo scultoreo rinvenuto a Dendera all’inizio del XX secolo, in cui i due gemelli presentano i tratti dei fanciulli divini Shu e Tefnut, legati sia alla costellazione di Gemelli che al Sole e alla Luna. Alcune delle fonti iconografiche menzionate sono riportate nell’apparato iconografico collocato a metà del volume, nel quale si possono vedere immagini della regina - per esempio nella sua personificazione divina con Iside - , riproduzioni di documenti, ritratti, rilievi e particolari di varie opere del tempo: tra queste, spicca sicuramente l’obelisco del Kaisareion di Alessandria che oggi si erge a Central Park, a New York e che è noto comunemente con il nome “Ago di Cleopatra”.

L'Ago di Cleopatra di New York. Foto di Ekem, CC BY-SA 3.0

Nel vaglio delle diverse fonti l’autrice fa riferimento anche all’interpretazione che ne è stata data da parte di filologi, storici e altri studiosi del mondo antico, attuando anche interessanti confronti con l’intento di rendere chiaro ciò che a una prima analisi non lo è.

Questo aspetto emerge più volte nel corso del volume, ma uno dei capitoli in cui si nota maggiormente la volontà di ricostruire la storicità di Cleopatra in modo critico e oggettivo è forse il sesto, La prostituta e la vedova: menzionando infatti una serie di Oracoli Sibillini, Livia Capponi cerca di spiegare il loro contenuto ambiguo mostrando come essi potrebbero alludere alle vicende della regina, con interessanti confronti con la letteratura oracolare ebraica interpretata in chiave cristiana.

Cleopatra, opera di Leonardo Grazia, anche noto come Leonardo da Pistoia. Foto di Francesco Bini, Cortesy of Alessandra Di Castro - Roma, CC BY 3.0

Altro caso è l’ottavo capitolo, Non sarò portata in trionfo, in cui si ripercorrono gli aneddoti relativi alla morte di Cleopatra, evidenziando come le fonti differiscano circa l’ambientazione, le modalità e la sintomatologia del suicidio della regina, tanto che risulta difficile dire come siano andate effettivamente le cose.

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come la monografia Cleopatra di Livia Capponi riesca a raggiungere l’obiettivo di ricostruire la storicità di Cleopatra, facendolo in un modo critico e consapevole nonostante le difficoltà legate all’interpretazione e al vaglio delle diverse fonti. Dalle vicende precedenti alla nascita della regina a quelle successive alla sua morte, questo volume traccia un’immagine di Cleopatra che non mette al primo posto la sua eccezionalità e unicità: come afferma l’autrice nel capitolo conclusivo, non si tratta di riabilitare Cleopatra dalle accuse che le furono fatte o dai gesti di crudeltà da lei compiuti, quanto di contestualizzare il suo ritratto in modo oggettivo.

Tale approccio metodologico contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per lo studio di Cleopatra come personaggio storico, mettendo da parte le successive interpretazioni che potrebbero non far comprendere a pieno ciò che le fonti attestano. Questa monografia, pertanto, potrebbe essere un ottimo esempio per restituire un ritratto storico a molteplici personalità antiche fino ad ora fraintese o, in certi casi, trascurate dalla critica contemporanea, cercando di offrire loro un riscatto dai pregiudizi nati sul loro conto nel corso dei secoli.


Carnevale Abramo Isacco

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco

Recensione a cura di Laura Martorana a

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020, pp. 192.

Questo volume offre un approccio scientifico-analitico utile a chiunque abbia interesse a studiare l’episodio di Genesi 22 dal punto di vista documentario, filologico e storico. L’Autrice si propone di dipanare i fili che legano i personaggi del padre Abramo e del figlio Isacco, e le loro storie, partendo da due principi: l’obbedienza di un uomo – il patriarca delle religioni cosiddette abramitiche (giudaismo, cristianesimo e islam) – al Dio che gli ha promesso una progenie benedetta e numerosa; la violenza che accompagna l’ottemperanza alla prova, il sacrificio del primogenito Isacco – voluto dallo stesso Dio benefattore – che si configura quale capovolgimento parossistico della promessa fatta in precedenza al padre.

Laura Carnevale Obbedienza di Abramo sacrificio di Isacco
La copertina del saggio di Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020

Lo stile chiaro e lineare accompagna il lettore verso la ricerca di un senso e di una interpretazione della storia del sacrificio di Isacco, in termini non solo teologici, ma anche storici, attraverso l’analisi della sua ricezione nel giudaismo e nella esegesi cristiana, ma anche attraverso la ricerca topografica dei luoghi del racconto e il valore che essi assumono per ebrei, cristiani e musulmani. L’autrice, inoltre, non manca di considerare quanto il forte impianto mitopoietico dell’episodio abbia avuto “fortuna” nella cultura occidentale moderna e contemporanea: le arti figurative, drammatiche e cinematografiche, infatti, hanno attinto al racconto genesiaco che, nel tempo, è stato interpretato in termini valoriali, religiosi e politici nuovi e squisitamente moderni. In ogni luogo e in ogni tempo è stata percepita con forza la dicotomia tra la cieca e fedele abnegazione di un padre e l’orrore e la tragedia dell’immolazione ingiustificata di un figlio innocente1, non di rado richiamati quale metafora orrorifica delle grandi tragedie belliche della Postmodernità.

Matthias Stomer, Sacrificio di Isacco, Musée Fesch. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

La storia del patriarca ha inizio con la chiamata di Dio, che gli promette una nuova terra e una florida discendenza. L’anziano Abràm (questo il suo nome all’inizio) parte da Ur dei Caldei, con la moglie Sarai e i servi al seguito, e raggiunge la Terra di Canaan, ove si insedia e dove erige un altare al Signore (Gen 12,1-9). Segue una serie di vicissitudini, che raccontano anche la non facile relazione con i popoli limitrofi ma, anche, l’autorizzazione divina ad abitare il territorio di Canaan, avallata dalle benedizioni, dalle alleanze, dai riconoscimenti rivolti al patriarca dai capi delle popolazioni vicine (Gen 14,1-28; 18,16-33; 21,22-34). Dopo la nascita di Ismaele (effettivamente il primogenito figlio di Abramo), avuto da Agar, la serva di Sarai (Gen 16,1-16), Dio si ripresenta al patriarca e con lui stringe un patto. Abràm è rinominato Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli”; viene stabilita la pratica della circoncisione; Sarai, il cui nome è sostituito in Sara, viene allietata dalla notizia di una gravidanza (Gen 17,1-27). La donna, però, vecchia e sterile, non crede alle parole dei tre uomini alle querce di Mamre, e la loro promessa le suscita il ben noto scoppio di risa (Gen 18,1-15). Quando Sara diventa madre di Isacco (Gen 21,1-7), avendo dato al patriarca il figlio promesso dal quale sarebbe stata generata la discendenza di Abramo, viene deciso l’allontanamento di Ismaele, il figlio illegittimo, e di sua madre Agar nel deserto (Gen 21,8-21). Passati pochi anni, il Signore vuole mettere alla prova Abramo e gli ordina il terribile sacrificio. Il patriarca obbedisce e organizza il viaggio verso la terra che Dio gli ha indicato come sede dell’offerta. Proprio nel momento in cui il coltello sta per ferire la carne di Isacco, un Angelo del Signore si manifesta e impedisce lo svolgimento dell’azione sacrificale. Abramo, allora, sostituisce la vittima umana con un ariete che, miracolosamente, si trova impigliato con le corna in un cespuglio lì vicino. Il Signore benedice Abramo e la sua progenie, per essersi dimostrato degno di una prova così ardua. Il patriarca, allora, compiuto il sacrificio sostitutivo, ritorna a Bersabea, dopo aver rinominato il luogo dove si è svolto il rituale “Dio vede” (Gen 22,1-19).

Genesi 22 si configura quale testo estremamente stratificato e complesso. Come osservato dalla Autrice, è necessario affidarsi ad una analisi filologica del racconto per cercare di risalire (almeno in parte) al carattere originario dell’episodio biblico e alla sua storia compositiva.

Giuseppe Vermiglio, Sacrificio di Isacco, Palazzo Bianco o Palazzo Doria Brignole - Musei di Strada Nuova. Foto di Matteo Bimonte, CC BY-SA 3.0

Il corpus genesiaco potrebbe essere stato messo per iscritto intorno al VII secolo a.C., tuttavia bisogna considerare che, sino a tale data, la maggioranza delle narrazioni in esso comprese è stata non solo soggetta a modifiche, ma anche a influenze culturali molteplici. Alle origini, la narrazione poteva essere una eziologia del passaggio dal sacrificio umano a quello animale, coincidente con il motivo antropologico della pratica dei sacrifici vicari (chiaramente in questo racconto delle origini non figuravano il nome di Abramo né quello di Isacco, mentre era presente, come è ovvio, il riferimento ad una divinità): si trattava di un racconto di probabili origini pre-israelitiche considerato che Israele conosceva la pratica del sacrificio umano, ma anche quella del sacrificio animale, dal contatto con le popolazioni limitrofe. In aggiunta a questo motivo, si ravvisa altresì un altro carattere, di tipo eziologico-cultuale, legato al racconto di un pellegrinaggio verso un luogo sacro: il luogo che fa da sfondo alla vicenda del sacrificio di Isacco sarebbe stato, infatti, un’area cultuale sin dalle origini, ancor prima di assumere un significato e un valore, anche topografico, per i culti abramitici2.

Alla fine del primo capitolo, l’Autrice si sofferma a distinguere due tipologie differenti di “sacrificio del figlio”: l’una riscontrabile nel mondo classico greco-romano, l’altra rappresentata dalla vicenda di Genesi 22. La grande diversità tra Agamennone e Abramo, ad esempio, sta nello scopo del rituale sacrificale: il capo degli Achei, infatti, decide di sacrificare Ifigenia per riconquistare il favore degli dèi nella guerra contro Troia. Il suo è un sacrificio in funzione del risanamento di una crisi che si abbatte sulla collettività, sulla fazione dei Greci, e ne determina la sfortuna militare e l’essere invisi agli dèi. Ifigenia è il pharmakos, il capro espiatorio attraverso cui sbarazzarsi della sfortuna che agisce nella storia. Sebbene i toni tragici e violenti dei due racconti si equivalgano, nell’episodio genesiaco Abramo è chiamato a rispondere a tutt’altra esigenza: egli non deve scongiurare, attraverso il sacrificio del suo unico figlio, l’abbattersi di una calamità in grado di mettere a rischio la vita della propria comunità, né può sfuggire all’ordine che gli è imposto. Ed è proprio la mancata realizzazione del sacrificio del figlio e il suo rovesciamento in sacrificio vicario, che dimostra il valore della prova del patriarca: una fede incrollabile e reverenziale in Dio.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio

La peculiarità del profilo del personaggio Abramo sta nell’espressione “Dio mise alla prova” (Gen 22,1), collocata nella cornice del racconto genesiaco che funge da motore dell’azione. È su questa espressione e sui presupposti della prova che viene a costruirsi la ricerca teologico-documentaria di provenienza pre-rabbinica, rabbinica e cristiana.

I capitoli secondo e terzo del volume, infatti, delineano la storia della ricezione di Genesi 22 nella esegesi giudaica e cristiana. Nel giudaismo del Secondo Tempio il sacrificio di Isacco assume già un valore salvifico ed espiatorio, che si intensifica progressivamente a seguito della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C. Estrema attenzione è data, infatti, al motivo della prova di Abramo ma anche al personaggio di Isacco, fortemente legati al motivo della salvezza e della redenzione del popolo ebraico. Nel IV Libro dei Maccabei, ad esempio, è fornita una interpretazione martiriologica della vicenda di Abramo e Isacco, che giustifica il gesto sacrificale in senso soteriologico. Nel Libro dei Giubilei il racconto biblico è contestualizzato al momento della Pasqua ebraica; tale ambientazione verrà ripresa nella interpretazione di Genesi 22 del giudaismo rabbinico, in funzione fortemente anticristiana: in seguito, a partire dal principio dell’Era Volgare, mentre si ponevano le basi per fare di Isacco figura Christi della confessione cristiana, l’esegesi giudaica avvalora il racconto genesiaco collegandolo al tema della redenzione del popolo di Israele (si pensi all’interpretazione che del sacrificio di Isacco compie Flavio Giuseppe, per il quale il figlio di Abramo è un giovane uomo e, di conseguenza, responsabile e consapevole dell’azione sacrificale subita – esattamente come il padre lo è di quella inflitta).

Il carattere soteriologico di Genesi 22 assume, nella esegesi protocristiana e cristiana, un significato cristologico: serve a spiegare la morte di Gesù come sacrificio di redenzione dell’umanità. Già Paolo, ad esempio, che utilizza palesemente questo episodio per fondare la sua teologia, pur senza citarlo, spiega l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre, nonché l’obbedienza e la fede del credente, attraverso il racconto della ‘aqedah.

Filippo Brunelleschi, sacrificio di Isacco, formella per il concorso delle porte del Battistero di Firenze (1401), Museo del Bargello. Foto di Francesco Bini, CC BY 2.5

Abramo è, dunque, ancora una volta exemplum fidei, ma quale è l’interpretazione del personaggio di Isacco? Melitone ravvede in Isacco l’archetipo di Cristo: entrambi accettano volontariamente il sacrificio. Tertulliano – che considera l’impresa di Abramo non come una tentazione, né come una messa alla prova, ma piuttosto una dimostrazione di fede – associa Isacco (anche per l’autore consapevole del proprio destino di vittima sacrificale) a Cristo e si sofferma sull’analogia tra le corna dell’ariete e i bracci della croce. Origene, poi, considera Abramo alla stregua di un profeta, in grado di prefigurare la salvezza di suo figlio, e capostipite della stirpe da cui sarebbe nato Cristo. Isacco, per Origene, è vittima e sacerdote (assieme al padre) del sacrificio, consapevole e responsabilmente attivo della propria immolazione.

Il quarto capitolo si concentra sul fenomeno della sacralizzazione dei luoghi di Genesi 22, legata alla necessità di contestualizzare e avvicinare al lettore-fedele gli exempla e i loci della letteratura scritturistica. Il giudaismo riconduce il luogo in cui è ambientata la vicenda del sacrificio di Isacco al monte Moria in Gerusalemme, su cui è stato edificato il Tempio. La tradizione cristiana associa tale promontorio al Calvario, avvalendosi ancora una volta di una interpretazione cristologica della vicenda di Genesi 22. L’islam, che pure guarda ad Abramo nel ruolo di patriarca e prefigurazione del musulmano ideale, assimila l’episodio genesiaco modificandone uno dei protagonisti rispetto a giudaismo e cristianesimo antico: il figlio del sacrificio è Ismaele, avuto dalla schiava Agar, considerato il capostipite del popolo arabo, mentre il teatro del sacrificio del primogenito coincide con il luogo santo della Mecca.

Una serie di osservazioni, nel volume, si concentra in modo esclusivo intorno al correlativo ariete-figlio-cespuglio, particolarmente fortunato non solo per l’interpretazione che ne dà il primo cristianesimo, ma anche per l’interpretazione rabbinica. Se per le tradizioni giudaiche l’ariete, con cui si sostituisce Isacco, assume un valore e un carattere espiatorio e, a seconda delle tradizioni, è associato alla festa di Pesach o di Yom Kippur (mentre il cespuglio è raffigurato e descritto come un albero, tra i cui rami ab origine si sarebbe trovato l’ariete, generato dalla Creazione), per il cristianesimo la sostituzione del figlio con l’ariete spiega il segreto della incarnazione e il cespuglio è prefigurazione della croce. Un problema fondamentale affiora inoltre, come abbiamo visto, in relazione alla cultura coranica: la legittimità e l’identità del figlio. Questa è una questione che lega visceralmente le religioni abramitiche: del sacrificio di quale figlio Dio mette alla prova Abramo? Per la cultura giudaico-cristiana è Isacco, per quella coranica il figlio del sacrificio è Ismaele3.

Per concludere, come evidenziato nel titolo, un aspetto fondamentale da considerare dell’episodio biblico – che non scarso interesse ha raccolto soprattutto in età contemporanea – è la sua tensione violenta e tragica. Come si coniuga la violenza dell’episodio con la sua funzione sacrale? Se, ab origine, le tendenze aggressive e violente sono alla base del comportamento umano, per istinto di sopravvivenza o predisposizione biologica del sapiens nel momento in cui assume la posizione eretta (si pensi alle riflessioni sull’homo necans di Walter Burkert), ugualmente primigeni sono i tentativi, da parte dell’uomo, di ricondurre e convertire in ordine di senso il caos della violenza originale, attraverso la creazione di eventi violenti “controllati” mediante i quali eliminare catarticamente le pulsioni primordiali. È questo, secondo alcuni studiosi, la principale funzione del sacro ed è a questa funzione che assolve in ogni luogo e in ogni tempo, mutatis mutandis, il rituale sacrificale4.

Carnevale Abramo Isacco
Rembrandt, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1] in pubblico dominio

1 L’uomo moderno e contemporaneo, tenendo bene a mente i caratteri teologici e allegorici della ’aqedah, si sofferma spesso sul tema della messa a morte di un innocente, rivalutandone il precipuo carattere violento e terrorizzante. Pensando alla drammaturgia, ad esempio, Laura Carnevale richiama l’opera teatrale in tre atti di Ermanno Bencivenga, intitolata Abramo, un dramma in cui le aspirazioni al successo di padre Abramo si scontano contro un destino di solitudine e morte, legato all’atto violento e ingiustificato di un sacrificio compiuto e compreso solo in termini redditizi. A mio parere, nell’opera di Bencivenga il sacrificio di Isacco sottende in Abramo un ragionamento economico e capitalista ante litteram: il padre immola il proprio figlio credendo di ottemperare alla volontà del proprio Signore (si scopre solo in seguito che il patriarca è stato ingannato da tre impostori) aspirando, però, ad ottenere benefici e fortune smisurate al termine di tale prova. Alla logica del guadagno si accompagna una sorta di sindrome di Münchhausen che Abramo ammette solo alla fine del dramma: la paura che Isacco, risuscitato nell’ultimo atto, possa prendere il posto del padre non solo come capo della comunità, ma anche agli occhi di Dio. Cfr. E. BENCIVENGA, Abramo. Tragedia in tre atti, Nino Aragno Editore, Torino 2013. Un altro esempio menzionato nel volume è la mostra interattiva, inaugurata al Museo Ebraico di Berlino, di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, intitolata Gehorsam: die Geschichte von Abraham, Isaak und Ismael, intesa a ripercorrere in chiave storica e attualizzante, passando in rassegna la ricezione del sacrificio di Isacco nelle religioni abramitiche, lo sviluppo del dramma umano di Abramo e Isacco (ma anche di Ismaele), ipostasi delle sofferenze di troppi padri e figli del mondo moderno segnato da guerre, tragedie e sacrifici inferti, richiesti e subìti. Per quanto concerne invece l’arte figurativa, tra i tanti esempi di riproduzione dell’episodio genesiaco (Brunelleschi, Rembrandt) desidero qui segnalare due dipinti del Caravaggio. Si tratta di due opere (una realizzata nel 1598, l’altra nel 1603) che rappresentano due facies diverse del racconto biblico: nella prima, i colori luminosi, la luce frontale, un’atmosfera di permissiva religiosità, restituiscono l’immagine pacificata di una offerta consenziente e rassicurante; nella seconda, il taglio obliquo della luce, la smorfia di paura e di dolore sul volto del giovane uomo Isacco, il braccio muscoloso dell’Angelo che blocca il polso del vecchio Abramo, il movimento laterale, quasi repentino (di certo meno statico e plastico di quanto appare nel dipinto precedente) su cui è costruita l’intera immagine, contribuiscono a rappresentare un’idea sofferta e sofferente dell’episodio genesiaco, intrisa di umanità e violenza.

2 Secondo l’analisi di Rudolf Kilian, Genesi 22 celerebbe almeno tre distinti motivi narrativi: il motivo eziologico del riscatto, espresso mediante la linearità della trama dell’episodio: un padre, per onorare la divinità, deve immolare suo figlio che, per magnanimità del dio, viene sostituito da un animale; il motivo del pellegrinaggio, che si compenetra con quello del riscatto ma, se analizzato distintamente, assolve quasi una funzione odeporica, descrivendo l’itinerario che un fedele compie per rendere un omaggio cultuale alla divinità; un motivo etimologico, che risponde alla eziologia legata al luogo di culto riportato nel testo: «Il Signore vede». Quest’ultimo motivo si spiega anche con una serie di trasformazioni legate al personaggio del padre che, essendo una figura dal profilo indistinto nelle prime fasi del racconto, quando esso viene inglobato nelle tradizioni israelitiche verrà identificato con Abramo. Questo avviene però solo in un secondo momento quando un redattore successivo identifica definitivamente le figure di Abramo e di Isacco nella cornice narrativa, anche legando la sede del sacrificio delle origini a quello del monte del Tempio di Gerusalemme. Cfr. R. KILIAN, Il sacrificio di Isacco, Paideia (Studi Biblici), Brescia 1976.

3 «Il caso del sacrificio di Isacco/Ismaele è una dimostrazione di come giudaismo, cristianesimo e islam, pur mantenendo la propria autonomia sul piano teologico, appaiano profondamente interdipendenti per quanto attiene le capacità di attingere a un comune giacimento culturale costituito da figure, luoghi ed eventi considerati fondanti nei testi sacri di riferimento e nelle tradizioni da essi generate»: in L. CARNEVALE, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco, cit., p. 158.

4 Per approfondire cfr. W. BURKERT, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino 1981; R. GIRARD, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1992; C. GROTTANELLI, Il sacrificio, Laterza, Roma-Bari, 1999.


La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

Ararat di Louise Glück
Ararat di Louise Glück. Foto di Bianca Sorrentino

Le perdite che inaridiscono, quelle che rendono impenetrabili, sono ferite che il tempo non sa cicatrizzare, tagli o lesioni immedicabili che, mentre sanguinano, ribadiscono spietatamente la nostra vulnerabilità senza scampo. È ingenuo chiedere alla poesia di fungere da balsamo, di rimarginare gli squarci del nostro vissuto e, da sola, sovrintendere alla cura; ma se non è lecito cercare consolazione nei versi, è doveroso riconoscerne l’intima natura di gesto creativo, di linguaggio che, se pure addolora, immancabilmente genera conoscenza.

Poesia come strumento di indagine del sé e del mondo: è questa la chiave della ricerca letteraria del Premio Nobel Louise Glück, che all’esperienza totalizzante del verso non chiede sollievo né conforto, ma la possibilità di lasciar emergere l’invisibile e di dargli un nome. In Ararat, silloge del 1990 appena pubblicata da il Saggiatore con la meritoria traduzione di Bianca Tarozzi, l’autrice risignifica perdite e assenze private (la morte del padre e della sorella, il gelo che riecheggia nei silenzi della famiglia) riuscendo a conferire loro carattere di universalità: ricordi, frammenti, dettagli si emancipano dalla vicenda particolare e divengono, per chi legge, simboli attraverso i quali riannodare i fili della propria esistenza.

Quasi obbedendo alle leggi del pensiero magico, la poesia si fa qui linguaggio sacro grazie al quale nominare una fine equivale a rendersi conto di una contemporanea, e conseguente, nascita: essere privati di una presenza implica infatti un nuovo cominciamento, un inedito modo di vedere le cose, l’esordio di un altro sé. La voce di Glück in questo senso assomiglia a quella dell’angelo caduto che parla dal fondo della sua consapevolezza. E se anche il trascorrere del tempo distorce il passato, se anche i nodi negli anni si stringono fino a farsi insolubili, è inderogabile l’urgenza di indagare gli abissi del proprio turbamento, ascoltare il pianto antico del proprio sé bambino, accarezzare con compassione gli errori di chi si ama.

Nel racconto del mito, è il vuoto lasciato da Euridice a determinare, per Orfeo, la possibilità del canto; allo stesso modo, nei versi di Ararat, la pienezza della parola risuona di ciò che Glück ha irrimediabilmente perduto nella sua privata vicenda esistenziale. Ma, se la vita le ha imposto solitudini e mancanze, la scrittura le ha concesso di abitare uno spazio interiore, in cui poter accogliere l’infinito e l’intangibile e tradurre questo silenzio sacro, originale, ineffabile in testimonianza che è lecito pronunciare e condividere.

Ararat di Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore. Foto di Bianca Sorrentino

Questa silloge che conduce nei dedali del lutto non indulge mai ai toni dell’elegia e del lamento, e, se pure l’io poetante contempla con distacco persone e ricordi, l’impressione che se ne ricava non è affatto cupa o angosciante: l’attraversamento che incoraggia, anzi, conserva in una certa misura un senso di timida fiducia, che deriva forse dal perdono. D’altro canto, il titolo, pur facendo riferimento al nome del cimitero di Long Island in cui riposa il padre dell’autrice, inevitabilmente proietta l’allusione biblica al monte di Noè, quello dal quale, dopo il diluvio, la vita poté ricominciare. Ancora una volta, alla minaccia di una fine fa da controcanto un impensabile esordio.

Il mito, la classicità, la tradizione, pur non essendo protagonisti della raccolta, come accade invece in altri lavori di Glück, costituiscono il sostrato poetico e metaforico su cui poggiano l’intero discorso e l’ispirazione stessa dell’autrice. Nei titoli, nei modelli, fin nel modo di intendere la poesia, per la poetessa statunitense il passato greco-romano e quello ebraico si configurano come motore letterario in grado di innescare un movimento, come faro in grado di indicare una possibile via. La foresta di simboli dell’antico risuona qui di rumori altri, della ninnananna materna, di risate lontane e di oggetti che si rompono: dettagli dimenticabili che dicono di noi. Anche così quest’immaginario si compone di continue discese e risalite, come le nostre piccole esistenze, che accanto ad attimi altissimi di assoluto, contemplano precipizi altrettanto vertiginosi. Ararat è un libro per chi non ha paura di stare sulla soglia dei propri abissi.

Ararat Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


yiddish

Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


Messina Judaica di Giuseppe Campagna: la comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo

G. Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), prefazione di L. Scalisi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 246.

Recensione a cura di Elena Nicoletta Barile

Un nuovo tassello si aggiunge alla nostra conoscenza della storia ebraica in Italia. Il recente volume di Giuseppe Campagna, Messina Judaica, edito da Rubbettino Editore, restituisce infatti una sapiente ed efficace ricostruzione della comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo, esplicitandone l’indissolubile intreccio con le dinamiche sociali e politiche cittadine e del più ampio contesto mediterraneo. Inserendosi nel solco degli studi di Shlomo Simonsohn1 e Cesare Colafemmina2, grande attenzione è posta dall’Autore alla raccolta e alla sensibile integrazione della documentazione latina, pubblica e privata, conservata nei principali Archivi siciliani e nell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, pur nella consapevolezza delle ingenti perdite documentarie dovute al terremoto di Messina del 1908 e ai bombardamenti del 1943, durante l’ultimo conflitto europeo.

Iscrizione dalla Sinagoga di Messina, distrutta col terremoto del 1908. Foto di Michele Bassi, in pubblico dominio

L’esito di questa operazione di spoglio e analisi dei materiali di archivio è una ricostruzione puntuale dei molteplici aspetti della vita ebraica messinese nei due secoli considerati. È offerta infatti un’accurata descrizione del quartiere di residenza e dei luoghi di culto della comunità cittadina, la sua amministrazione interna, in particolare alla figura del dienchelele, giudice generale degli ebrei per le cause di diritto mosaico, lo status giuridico, il matrimonio e la condizione femminile, nonché gli aspetti linguistici e culturali, quali la mistica e la circolazione libraria. La ricostruzione proposta si avvale, all’occorrenza, del confronto con fonti di diversa tipologia e matrice culturale, tra cui la produzione epistolare ebraica, in particolare una lettera del rabbino Ovadyah da Bertinoro del 1487, contratti matrimoniali (ketubot), testimonianze epigrafiche in giudeo-arabo, oltre alla trattatistica cristiana di età moderna.

Un ampio e dettagliato prospetto illustra le professioni, le attività produttive e le reti commerciali della comunità messinese, profondamente inserita nel contesto dei traffici mediterranei, dei quali Messina è punto di partenza e di arrivo: flussi di merci, mercanti, maestranze ebraiche viaggiano da e per la Catalogna, Costantinopoli, Rodi, Tessalonica, passando per le sponde calabre e adriatiche, lasciando traccia nei documenti dei loro contatti con la comunità e con le autorità cittadine, che dall’Autore vengono individuati ed analizzati. Particolarmente suggestiva e precisa è inoltre la ricostruzione delle principali casate ebraiche messinesi dell’epoca, i loro esponenti, i legami parentali, le attività e i mestieri a cui esse devono il proprio prestigio, nonché le loro conflittualità interne ed esterne.

Messina
Messina prima della costruzione della grande palazzata del 1622. Immagine in pubblico dominio

Di carattere più evenemenziale, i capitoli conclusivi rievocano le conseguenze dell’editto di Granada del 1492, con cui i Re Cattolici decretano l’espulsione delle comunità ebraiche dai propri territori, tra cui, appunto, la Sicilia. Gli eventi messinesi subito successivi all’emanazione dell’editto sono esaminati dall’Autore, anche alla luce della più recente bibliografia, seguendo le vicende della comunità ebraica di Messina fino alla definitiva partenza dalla città e alla conseguente diaspora lungo le principali rotte del Mediterraneo, verso il Regno di Napoli, la Calabria, la Puglia (fino al 1541), ma soprattutto Roma, l’Italia centro-settentrionale e il Levante, nei territori dell’Impero Ottomano.

La matrice religiosa dell’editto di espulsione spinge l’Autore ad analizzare un particolare aspetto della storia ebraica e del suo rapporto con il mondo cristiano, ossia il fenomeno delle conversioni forzate. Ai conversos o nuovi cristiani è dedicato l’ultimo capitolo del volume, che accoglie stime quantitative, vicende di singoli esponenti e famiglie abbienti, aree di residenza, mestieri di una comunità divisa tra l’omologazione forzata, la perdita identitaria, la pratica nascosta del proprio culto manifestamente perseguitata dalle autorità cattoliche, ma anche, a volte, la convinta adesione alla nuova fede: una casistica assai eterogenea, e assai ricca di significati se considerata alla luce delle sue ricadute sui successivi rapporti ebraico-cristiani, che completa e arricchisce il presente volume.

Uno studio accurato, che rivela grande dimestichezza con la documentazione d’archivio, nonché con le dinamiche storiche che sono alla base della sua produzione, perdita e conservazione. Una particolare tipologia di fonti quantitativamente ingente, ma anche estremamente dispersa nelle sue diverse occorrenze, che lo studio di Giuseppe Campagna riesce pienamente a valorizzare, apportando un significativo contributo alla storia dell’ebraismo italiano.

Messina judaica Giuseppe Gabriele Campagna
La copertina del saggio di Giuseppe Gabriele Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), con prefazione di Lina Scalisi, pubblicato da Rubbettino Editore (2020)

1 S. Simonsohn, The Jews in Sicily, 18 vols., Brill, Leiden-Boston, 1997-2010.

2 C. Colafemmina, The Jews in Calabria, Brill, Leiden-Boston 2012.


il libro della creazione Sarah Blau

L'esoterismo erotico de Il libro della creazione di Sarah Blau

La prosa di Sarah Blau è fisica, corporea, quasi anatomica fino a diventare organica. L'autrice israeliana calibra in maniera precisa e lucida, forse azzardata per alcuni suoi connazionali, una miscela alchemica dai risvolti femministi, indagatori dell'estremismo eterodosso e soprattutto grotteschi fino ad accarezzare significati esoterici.

Oltre tutto ciò la Blau sa infondere un profondo disagio nel lettore, scolpendo così un tutto tondo dei suoi personaggi che affogano in continui stati ansiogeni, a partire dalla protagonista che è vincolata alle sacre scritture della Bibbia. La Blau fa brancolare il suo personaggio principale in una vacua malinconia o in una ricerca, grottesca, di erotismo che serve a scardinare il rigido sistema patriarcale israeliano. L'autrice de Il libro della creazione intende cogliere istanze sociali del suo paese d'origine per dare al ruolo della donna un nuovo significato e per ridisegnare la mitologia ebraica e il folclore cananeo nei tempi moderni.

Sarah Blau
Sarah Blau. Foto: www.stephan-roehl.de di Heinrich-Böll-Stiftung, CC BY-SA 2.0

L'esoterismo cabalistico prende piede attraverso la creazione del golem, il costrutto argilloso che per antonomasia simboleggia il popolo ebraico, ma in questa veste inedita il golem è più un compagno di letto che il reliquiario dei nomi di Dio.  Il golem è un fragile feticcio sessuale che ottenebra le carni della protagonista, la spinge a riflettere sul suo essere donna e sulle debolezze dei dogmi religiosi e folclorici. Un sesso malato, eretico, sfacciato e ultra-carnale, così la Blau genera un erotismo esoterico che affronta ogni particella del mondo ebraico, demolendo l'interiorità della protagonista (per darle poi una nuova vita) e ogni assolutismo vigente.

 

Sarah Blau allora scrive un fantasy atipico e anticonformista nel quale l'elemento magico serve a dissacrare, a rendere affascinante e "più vera" la contemporaneità, con la lente d'ingrandimento del fantastico.

La copertina del romanzo Il libro della creazione di Sarah Blau, tradotto da Elena Loewenthal e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

 

Siete pronti per una grande festa della lettura?
Da GIOVEDÌ 22 ottobre 2020 a DOMENICA 25 vi aspettiamo ONLINE su #BookPrideLink 2020!
Visitate il nostro stand virtuale e soprattutto... PRENOTATEVI per partecipare alle nostre presentazioni di questa domenica (distanziamento garantito, in attesa di poter tornare a incontrarci e dialogare fisicamente!)
Lo scrittore Marco Malvaldi dialoga con Renato de Rosa, autore di OSVALDO, L'ALGORITMO DI DIO
ore 18.00 - sulla piattaforma Book Pride Link
La libraia e lit-blogger Mariana Marenghi dialoga con Sarah Blau, autrice de IL LIBRO DELLA CREAZIONE
ore 11.30 introduzione sui canali Facebook e YouTube del Covo della Ladra - Ladra di Libri
ore 19.00 - sulla piattaforma Book Pride Link
Che cos'è Book Pride Link?
"Un tentativo di ripristinare, dopo il confinamento degli scorsi mesi, legami non solo virtuali per creare nuovi nodi che mantengano viva e fertile la connessione tra librerie indipendenti, editori indipendenti e lettori, costruita negli anni attraverso le cinque edizioni della fiera."
Noi ci siamo, e siamo pronti!
Voi ci sarete?

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Una finestra sul pavimento del Duomo di Siena

Fino al 27 ottobre sarà possibile osservare il pavimento del Duomo di Siena, anche in un modo nuovo. Con il percorso “Come in cielo così in terra. Dalla porta alla città del cielo al pavimento” infatti, il pavimento si può guardare dall’alto: un punto di vista insolito che dà al visitatore la possibilità di raccogliere in un unico sguardo la complessa decorazione a intarsi marmorei.

E come sempre, se guardiamo con attenzione alle immagini, anche quelle su cui mettiamo i piedi, c’è tutto un mondo da scoprire. In questo caso si tratta del mondo della cultura quattrocentesca a Firenze e Siena.

Il Duomo di Siena (cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta). Foto © Raimond Spekking, CC BY-SA 4.0

Il Duomo

Si comincia a costruire il duomo di Siena nel la seconda metà del Duecento, e circa un secolo dopo si progetta di ampliarlo e farlo diventare un’opera grandiosa. Siena è, in quel periodo, una grande potenza, fiera del regime comuale, che viene celebrato il più possibile, pure nei colori scelti per la decorazione del duomo: il nero e il bianco della balzana senese. Le date non sono così semplici, però, perché ci sono stati molti restauri, rifacimenti e la fase costruttiva del duomo è durata molto tempo. Il pavimento, decorato a intarsio marmoreo (una specie di puzzle fatto con tessere di marmo) ha richiesto quasi tre secoli per essere portato a termine, perciò è difficile anche capire se l’intera area tratta un unico racconto (come sostengono alcuni studiosi) o se quelle che vediamo sono scene slegate tra loro, nate una dopo l’altra, ciascuna per esigenze diverse. In ogni caso, al 1480 possiamo certamente ricondurre l’esecuzione della parte di pavimento con dieci sibille e Hermes.

Hermes lo si vede appena si entra in chiesa, è rappresentato in una grande immagine, e a lui sono collegate le dieci sibille che si snodano nelle navate laterali. Tutto regolare?

Non proprio, perché Hermes, come le sibille, arriva dritto dalla mitologia antica e non lo troviamo molto spesso nelle chiese cristiane; e poi le sibille “canoniche” a fine Quattrocento sono diventate dodici già da un pezzo. Si tratta quindi di una scelta particolare: di cosa ci parlano questi personaggi “pagani” in una chiesa cristiana?

Scorcio della navata centrale verso la controfacciata. Foto di James Gose, CC BY 2.0

Sibille

Partiamo dalle sibille: la sibilla è una figura del mito antico greco, le prime fonti ci dicono che è una, anzi: “una bocca”, ma durante l’Ellenismo diventa un donna in carne e ossa, e poi numerose donne, numerosissime, tanto che Marco Terenzio Varrone, nel I secolo d.C. deciderà di creare un elenco limitando il numero a dieci.

Il canone di Varrone viene ripreso da Lattanzio, che è impegnato nel descrivere tutti gli errori in cui sono incorsi i “pagani” con lo scopo di “smontare” le loro credenze ed esaltare quelle dei cristiani. Lattanzio, ovviamente, parla delle sibille, ma non le colloca tra i pagani, bensì tra coloro che sono testimoni della gloria di Dio. Nella sua opera, le Divine Istituzioni, troviamo sia le dieci sibille, che Hermes: proprio come nel pavimento di Siena.

Hermes

Anche Hermes è una figura della mitologia antica che si diffonde intorno al II secolo e rappresenta il “maestro dei maestri”, l’unione di tutti i saperi: la grande sapienza greca e quella egizia. Per questo viene chiamato Ermete Trismegisto, cioè tre volte grandissimo. Gli scritti che sono attribuiti a Hermes sono raccolti nel Corpus Hermeticum e contengono l’idea di una grande conoscenza che può avvicinare l’uomo alla divinità, innalzarlo spiritualmente; una conoscenza antica che però è misteriosa e va indovinata, letta tra le righe, interpretata.

Questi concetti passano in secondo piano quando il Cristianesimo viene definito, un concilio dopo l’altro, in un processo che continua anche dopo la morte di Lattanzio. Gli scritti ermetici, pur essendo in parte noti agli intellettuali, non hanno grande fama per tutto il Medioevo e la figura di Ermete Trismegisto viene dimenticata dalla maggior parte dei cristiani.

Diversamente accade invece per le dieci sibille, che sono figure così poco definite da poter entrare facilmente nella tradizione cristiana medievale, con un ruolo nuovo e ben preciso: le sibille sono coloro che Dio ha incaricato di annunciare la venuta di Cristo ai “pagani”. Secondo i devoti Cristiani, sono stati i “pagani” a non averle ascoltate, ma le sibille (che ormai sono profetesse) hanno fatto il proprio dovere e meritano quindi un posto in affreschi, dipinti e ogni altro mezzo di celebrazione e comunicazione tra la Chiesa e i fedeli.

Siena

Nel corso del Quattrocento però, dopo secoli di attesa nell’ombra delle biblioteche, anche Hermes rivede la luce: nel 1471 si pubblica il testo delle Divine Istituzioni di Lattanzio dove, come abbiamo detto, anche Hermes era descritto; qualche anno più tardi Marsilio Ficino traduce anche una parte del Corpus Hermeticum dal greco al latino, quindi in molti possono leggerlo. Operazioni come queste erano parte del lavoro degli intellettuali umanisti, che andavano a cercare testi e saperi antichi e provenienti dall’oriente, e li diffondevano nella cultura contemporanea. La figura di Hermes sta quindi vivendo una nuova fortuna in un contesto culturale dove la conoscenza degli antichi sembra essere la porta per il futuro, per il vero sapere. E nello stesso periodo si lavora al pavimento del Duomo di Siena, e si cerca, ovviamente, di esprimere il meglio della cultura del momento, le teorie più aggiornate e moderne.

Duomo di Siena Ermete Trismegisto
Ermete Trismegisto raffigurato nel pavimento del Duomo di Siena; l'opera è datata al 1488 ed è attribuita a Giovanni di Stefano.

Sibille e Hermes a Siena

Le teorie più moderne, ormai, comprendevano anche Hermes. All’ingresso del Duomo troviamo il mitico personaggio raffigurato mentre dà una libro a due uomini; la frase scritta nel libro ci aiuta a capire di chi si tratta: Suscipite o licteras et leges Egiptii, “Ricevete, la cultura e la legge, o Egizi”. Le due figure sono quindi un egiziano, quindi orientale, e lo riconosciamo dal turbante e dall’esotica barba a punta, e un occidentale col capo velato, a rappresentare i cristiani che seguiranno. È il momento in cui la scrittura, viene data agli uomini e Hermes si pone alla base della fondazione di cultura e sapienza; con la mano, il mitico sapiente indica un altro testo, che comunica pure a noi il messaggio fondamentale: “Dio creatore di tutte le cose, fece un altro Dio visibile e questo fu il primo e il solo nel quale si dilettò e amò suo figlio, che fu chiamato Santo Verbo”.

Ma se deve esserci qualcuno che accoglie i cristiani nel Duomo e trasmette la Sapienza mandata da Dio, perché questo qualcuno è un pagano?

Il contesto in cui queste immagini si collocano è quello delle teorie espresse da Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Secondo i due dotti umanisti esiste un antico sapere, unico, dato da Dio all’uomo all’inizio dei tempi, trasmesso di generazione in generazione e (secondo Pico) culminante nella religione Cristiana. Tutti i testi che compaiono nelle immagini di Ermete e delle sibille sono tratti dalle opere di Lattanzio, che a sua volta le aveva tratte da autori più antichi. Marsilio Ficino legge i testi di Lattanzio, vede che anche lui ha citato autori più antichi, e trova la conferma del fatto che il sapere è unico e molto antico e che quindi parte da ancora più lontano, da prima del Cristianesimo.

Ermete Trismegisto, mitica incarnazione della Sapienza, dona quindi la sapienza agli Egizi, tra i quali figura il suo contemporaneo Mosè, che la traghetterà nel mondo ebraico. Sul rapporto cronologico tra Ermete-Mosé, è da dire però che non tutti i teologi e intellettuali erano d’accordo, ma ai piedi della scena di cui parliamo c’è scritto che sono contemporanei.

Uno strano gruppetto

Quindi, se la presenza di Hermes è giustificata dai testi di Lattanzio, ripresi e interpretati dalla filosofia rinascimentale di Marsilio Ficino, che senso hanno le sibille associate al mitico sapiente?

La traduzione del Corpus Hermeticum fatta da Marsilio Ficino, si pubblica col nome di Pimander, e in questo testo Ficino scrive (forse sbagliando a tradurre), che Dio svela il futuro tramite alcuni segni, tra cui le sibille.

Il ruolo delle sibille, secondo i cristiani, l’abbiamo già detto, era stato quello di annunciare ai pagani la prossima venuta di Cristo; trovandole assieme al grande sapiente Hermes nella sua opera, è stato normale inserirle nella decorazione: sono anche loro anelli della catena della trasmissione del sapere.

Duomo di Siena Sibilla Cumana
La Sibilla Cumana, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è opera documentata di Giovanni di Stefano.

Ciascuna sibilla è rappresentata come una donna antica, rivestita di lunghi abiti e panneggi e tiene in mano un libro, attributo del sapere e della conoscenza. La sibilla Cumana è l’unica ad avere accanto a sé degli oggetti specifici: i libri sibillini che ha provato a vendere a Tarquinio e che poi, al rifiuto del re, ha bruciato. La stessa sibilla tiene in mano anche un ramo con foglie, perché Virgilio racconta che sulle foglie erano scritte le sue profezie. Le altre sibille sono identificate dai testi delle profezie, ciascuno attribuito a una sibilla e tutti tratti dall’opera di Lattanzio.

Lattanzio quindi si conferma come una fonte privilegiata, ma letta e interpretata in accordo con il Corpus Hermeticum per via delle teorie di Marsilio Ficino, che alla fine del Quattrocento è uno degli umanisti di maggiori rilievo nel panorama culturale, nonché l’intellettuale di punta nella cerchia dei Medici.

Proprio come in Lattanzio, infine, le sibille sono dieci, non dodici come si trovano invece, già da inizio secolo, in gran parte delle serie dipinte. Si trovano disposte in ordine lungo le navate, ai margini dell’edificio, a segnalare la loro funzione di “confine” tra i “pagani” che sono fuori dalla chiesa, e coloro che, camminando sulla via segnata dall’antico sapere, possono raggiungere il cuore del cristianesimo: l’altare su cui si celebra la messa.

Così, camminando sugli intarsi del pavimento, il fedele che entra in chiesa percorre la strada che rappresenta questo sapere. Allo stesso modo il visitatore di oggi ripercorre una delle tappe salienti della cultura rinascimentale, che porta alla rinascita del neoplatonismo e ha risultati anche oggi, nelle numerose espereienze di recupero delle teorie esoteriche. Ancora una volta, quindi, guardando un manufatto artistico, si può guardare oltre la “bellezza” e aprire una finestra sulla complessità del passato, un passato che noi siamo abituati a classificare in maniera molto netta e decisa per comodità di studio, ma che è fatta di uomini e donne come noi, che vivevano in un mondo complesso, ricco di diversi stimoli, pensieri e influenze e che davano vita a realtà stratificate e complesse, tanto quanto lo è la nostra, di oggi.

Duomo di Siena Sibilla Ellespontica
La Sibilla Ellespontica, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è datata al 1483 e attribuita a Neroccio di Bartolomeo de' Landi.

Sogno d’amore: Napoli celebra l'inconfondibile stile di Chagall

L’arte di Marc Chagall (1887-1985) - anticonformista per eccellenza - si caratterizza per l’opposizione tanto al realismo quanto all’astrattismo. Parimenti avverso al cubismo e all’espressionismo, ambiva a veicolare in maniera palese e diretta non la mera realtà, bensì il suo fantasioso modo di recepirla. Una resa immediata delle emozioni attraverso la libera azione della creatività: questo era il suo modus operandi, e lo applicava con risultati davvero d’impatto.

Uno stile inconsueto che rifletteva comunque la sua cultura d’origine, veicolando i concetti della comunità ebraica in maniera elegante e singolare. Il suo percorso artistico lo vede muoversi dalla Bielorussia, sua terra natìa, all’attivissima Parigi che diede i natali alla sua prima mostra personale del 1912, all’interno del Salon des Indépendants. Qui fornisce il proprio contributo con un’arte fiabesca, onirica, raffinata e popolare al tempo stesso, ma mai volgare. Ed è il sogno che le fa da padrone, il cui bisogno dinnanzi alla realtà spesso infelice costituisce un sentimento comune nelle comunità italiane del sud, come quella partenopea che ne accoglie la mostra nella Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum sino al 30 giugno.

La location scelta per la mostra, dalle fondamenta greco-romane e cristiane unitamente all’architettura barocca, rievoca il medesimo senso religioso della vita. Chagall appartiene alla cerchia di artisti che veicolano il messaggio dello Spirito, mostrandone la presenza nella Storia. Il suo è un inno al mondo interiore, caratterizzato da una sensibilità e da una religiosità ebraica che lo vede errante perenne in cerca di una meta. In qualità di ebreo avrebbe dovuto seguire il precetto di Mosè che vieta di ritrarre figure, ma fortunatamente decide di dipingere seguendo la cultura russa ricca di immagini religiose. Questa concezione spirituale del vivere gli ha concesso di mantenere entrambe le identità, ebrea e russa, riprendendo gli elementi tipici dei tradizionali ornamenti dei manoscritti nonché le icone religiose e quelle popolari dei luboki. Al tempo stesso si evince altresì l’influsso della cultura occidentale, mediante artisti d’avanguardia che frequentava assiduamente.

Decora le vetrate delle chiese, raffigura oggetti ed anime dai colori accesi, tratta tematiche delicate e tetre in maniera paradossalmente leggera, così come solo i migliori artisti sanno fare. Punto fermo del suo operato è la celebrazione dell’amore in tutte le sue sfaccettature: per la sua donna, per Dio e per la natura. Sua moglie Bella viene ritratta frequentemente, arricchendo un folto numero di opere: ben centocinquanta dipinti, acquerelli, disegni ed incisioni, alcuni dei quali abbastanza rari in quanto provenienti da collezioni private.

A cura di Dolores Duràn Ucar e con il prezioso contributo della Fondazione Cultura e Arte, l’esposizione si fonda su cinque diverse sezioni che riassumono gli elementi cardine della vita dell’artista russo:

  • infanzia e tradizione russa;

  • sogni e fiabe;

  • il mondo sacro, la Bibbia;

  • un pittore con le ali da poeta;

  • l’amore sfida la forza di gravità.

Un percorso che coniuga poesia, spiritualità e guerra in contesti colorati animati da personaggi concreti o fittizi prodotti dalla creatività chagalliana. Viene rievocata la sua fanciullezza correlata alla cultura russa, il senso del sacro rinvenibile nei soggetti biblici, la relazione con letterati e poeti, la passione per la natura e la fauna, il fascino bohémien del mondo circense, il tutto racchiuso nella tematica che sottostà in tutto il suo operato, ossia l’amore.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Ritratto di Vava, 1953-56.
Olio su cartone, 27x22 cm
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

Viene compiuto un lavoro espositivo atto a ripercorrere l’esperienza artistica di Chagall dal 1925 sino alla sua morte, sebbene l’itinerario museale vada oltre la mera descrizione cronologica per promuovere la narrazione tematica. Viene ben descritto l’impatto del periodo infantile sul suo operato, narrato nell’autobiografia “La mia vita” e rinvenibile in varie tele tra le quali la presente “Villaggio russo” (1929) ambientata a Vitebsk: città oggetto di più dipinti, è qui visibile in una strada innevata che separa due edifici lignei, uno rosso e l’altro azzurro, sormontate da un vitello che trascina una slitta nel cielo uggioso mentre sullo sfondo si scorgono le torri di una chiesa.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Villaggio russo, 1929.
Olio su tela, 73x92 cm,
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

L’aspetto onirico viene espresso particolarmente nella Parigi degli anni Venti, dove gli viene commissionata l’illustrazione delle celebri Favole di La Fontaine, incarico nel quale applica fantasiosamente icone della tradizione russa ed immagini di animali tipici della sua infanzia. Per quanto concerne l’aspetto religioso vi era un progetto di incisioni sulla storia dell’Esodo del popolo ebraico ed un altro che prevedeva la realizzazione di incisioni della Bibbia: avuto inizio con la stesura di sessantasei stampe (1931-1939) interrotte dalla morte del gallerista Vollard, fu ripreso dall’editore Tériade che ne ha consentito la pubblicazione in due volumi (1956) con centocinque incisioni, alcune delle quali sono presenti alla mostra unitamente alla particolare gouache di Davide e Golia.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Il clown, 1967. Gouache su carta, 31,2x23,5 cm.
Private Collection, Swiss.
© Chagall®, by SIAE 2019

Durante la Seconda Guerra Mondiale si rifugia negli Stati Uniti, per poi far ritorno in Francia dove assiste frequentemente a spettacoli circensi e li ritrae in molteplici disegni che mostrano il suo spiccato senso del colore e geometrico, come il guazzo “Le clown” e Il pittore e l’acrobata. Ma è soprattutto l’amore al centro della sua arte, ritraendo spesso coppie in un’atmosfera paradisiaca: un dolce bacio all’ombra di floridi fiori in “Le Réve”, una carezza illuminati dalla luna e protetti da un asino blu in “Les amoureux à l’âne bleu” ed il matrimonio quale unione fortemente spirituale in “Les mariés et l’ange”.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall,
Gli innamorati con l’asino blu, 1955 ca.
Olio su tela, 30x27 cm
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

La mostra ambisce a concretizzare “L’Arte della Solidarietà”, progetto del Gruppo Arthemisia che vuole introdurre il bello e l’arte nella quotidianità dei soggetti in difficoltà: infatti l’acquisto dei biglietti consentirà di avviare progetti solidali, come quello dell’organizzazione no profit “Susan G. Komen Italia” a sostegno delle donne nella lotta contro il tumore al seno, favorendo visite gratuite preventive. In tal modo si congiunge diletto ed aiuto verso il prossimo, narrando lo stupefacente universo chagalliano dal labile confine tra sogno e realtà.

Svariati sono gli enti che hanno consentito la realizzazione dell’evento: patrocinato dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli, organizzato da Arthemisia, promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, ha tra i suoi partner anche il Museo Archeologico Nazionale di Napoli oltre ai numerosi sponsor. La mostra si inserisce anche nel programma “Valore Cultura” di Generali Italia, che ambisce a diffondere in tutta Italia arte e cultura tramite agevolazioni che la rendano fruibile ad un pubblico ampio e differenziato. Progetti nobili che si spera diventino col tempo una stabile e piacevole ordinarietà.

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Roma: convegno "L'ossessione per l'antico. Sigmund Freud e Ludwig Pollak tra ebraismo, archeologia e collezionismo"

Al Museo di Roma il convegno

L'ossessione per l'antico

Sigmund Freud e Ludwig Pollak tra ebraismo, archeologia e collezionismo

Un appuntamento nell’ambito della mostra su Ludwig Pollak

in corso al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco e al Museo Ebraico di Roma

Salone d'onore di Palazzo Braschi

Roma, 7 aprile 2019 ore 10.00

Sigmund Freud Ludwig Pollak convegnoLa mostra  "Ludwig Pollak collezionista e mercante d'arte (Praga 1868 - Auschwitz 1943)", in corso al Museo Barracco e al Museo Ebraico di Roma fino al 5 maggio 2019, ha consentito di valorizzare il rapporto duraturo tra il grande archeologo e Sigmund Freud, che con Pollak condivise la passione archeologica, la radice ebraica e la cultura ebraico-tedesca della grande Vienna. I due personaggi si frequentarono sul finire della grande stagione del collezionismo europeo e il loro incontro fu favorito dal comune amico Emmanuel Loewy, altra figura di spicco dell'archeologia del tempo. Pollak incontrò Freud nel corso di due settimane con frequenza quotidiana per riordinare e forse valutare la sua collezione antiquaria, ma il loro scambio si prolungò nel tempo, come testimoniano alcune opere cedute da Pollak a Freud e il regalo, nel 1934, di un libro che Pollak aveva scritto su Goethe, altra comune passione.

Queste importanti affinità sono al centro del convegno L'ossessione per l'antico. Sigmund Freud e Ludwig Pollak tra ebraismo, archeologia e collezionismo, che si terrà nel Salone d’onore del Museo di Roma il 7 aprile 2019, con l’intento di approfondire gli aspetti finora meno studiati della cultura freudiana, in particolare il contributo fornito dalla nascente disciplina archeologica alla formazione della teoria psicoanalitica e l'importanza della stessa archeologia nella vita di Freud. Saranno inoltre affrontati i temi della passione collezionistica, che caratterizzò i decenni a cavallo  tra XIX e XX secolo, e della cultura ebraica di lingua tedesca, che eccelse in molti campi della scienza e dell'arte contemporanea.

Il convegno è promosso e organizzato da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dalla Società Psicoanalitica Italiana e dall'Istituto Italiano di Studi Germanici, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Roma e l'Istituto Polacco di Roma.

 

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

ore 10.00 Saluti Istituzionali

Anna Maria Nicolò, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana;

Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma

Roberta Ascarelli, Presidente Istituto Italiano di Studi Germanici

Claudio Parisi Presicce, Direttore dei Musei Capitolini

 

Interventi

Domenico Chianese, psicoanalista, past-president SPI

"È stata per me una fonte di straordinario ristoro". Freud collezionista.

 

Roberta Ascarelli, Presidente dell'Istituto Italiano di Studi Germanici

"Tra Goethe e Freud. Feticismo di un bassorilievo"

Marco Galli, Università di Roma "La Sapienza"

"Great Friends. Loewy e Freud, storia di un'amicizia tra archeologia e psicoanalisi"

 

David Meghnagi, Ordinario della Società psicoanalitica italiana. Università degli Studi di Roma Tre

Freud, Pollak e la Bildung ebraica

 

Simone Foresta, Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta

Il senso di Pollak per l'archeologia. La formazione universitaria tra Praga e Vienna

Joanna Winiewicz Wolska, curatrice della Wawel Royal Castle Collection di Cracovia

Il conte Karol Lanckoroński e la sua collezione a Vienna

Presiedono l'incontro Orietta Rossini e Olga Melasecchi, curatrici della mostra.

 

Museo di Roma

Piazza Navona, 2; Piazza San Pantaleo, 10

Ingresso gratuito

Info: 060608 (tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00)

www.museodiroma.itwww.museiincomune.it

Testo e immagine da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura