Esercizi di umanità, tra le lacrime delle cose

In questi giorni sospesi, virgilianamente segnati dalle lacrime delle cose, accostarsi alle pagine degli antichi innesca un singolare cortocircuito. Si tratta in realtà di una condizione sempre valida per ciò che è classico, che per definizione torna in ogni tempo a risignificarsi nella sua indomita verità. Sfogliare il saggio einaudiano di Maurizio Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, pubblicato lo scorso anno dalla prestigiosa casa editrice torinese, in un momento così smarrito acquista una particolare rilevanza.

Il contesto in cui scrive l’autore, animato dall'acceso dibattito sull'immigrazione, lo porta a mettere in connessione alcuni aspetti della cultura greco-romana con i risvolti dell’allora stringente attualità: la questione dei naufragi e dei soccorsi, la tutela dei diritti umani, le nuove forme di schiavitù. Oggi, conservando quest’abitudine a far dialogare antico e contemporaneo pur nella legittima considerazione delle abissali distanze, si può tentare di leggere lo studio di Bettini alla luce delle rinnovate istanze sollevate dalla cronaca.

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La Galleria Sciarra a Roma. Foto di Bianca Sorrentino

In un frangente emergenziale che ha scardinato radicalmente i pilastri che reggevano il nostro mondo e la visione che di esso avevamo, mettendoci faccia a faccia con la nostra diafana fragilità e con il rischio tangibile di lasciar emergere un’atavica ferocia, il richiamo alle memorabili parole di Didone può essere addirittura salvifico: nel primo libro dell’Eneide, la regina di Cartagine accetta di accogliere lo straniero Enea e i suoi compagni, profughi sulla costa africana, perché lei stessa ha conosciuto la sventura. «Non ignara mali miseris succurrere disco» (“non ignara del male imparo a soccorrere i miseri”), dichiara la donna; in questo verso immortale, Bettini rileva, da un lato, la reciprocità tra l’esperienza individuale del dolore e la compassione per la sofferenza altrui e, dall’altro, l’aspetto durativo di quell’«imparo» (disco), a sottolineare l’umanità di chi è disposto a trarre insegnamenti da ogni esperienza della propria vita, senza illudersi che i traumi del passato costituiscano un’acquisizione ‘formativa’ in sé compiuta. Il lascito virgiliano può, se non offrire risposte, fornire almeno un modello con cui misurarsi ora che il dramma della malattia, solitamente intimo e privato, è condiviso dalla società tutta, in un universo globalizzato e perennemente connesso.

Per appartenere a questa societas, direbbe Cicerone nel De officiis, è sufficiente essere uomini, possedere cioè la ragione e l’uso linguaggio; ma è bene sottolineare, ricorda Bettini, che «per un Romano espressioni come communis e communitas non implicano solo avere qualcosa “in comune”, ma anche reciproco impegno. La communitas presuppone infatti l’avere munia – “obblighi”, “impegni” – l’uno verso l’altro». Ecco un altro spunto di riflessione in un momento in cui siamo tutti, indistintamente, chiamati a mettere da parte la nostra individualità, a sacrificare abitudini e aspirazioni personali, in nome di un senso di responsabilità collettivo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice, 1825, Paris, Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Foto di VladoubidoOo, CC BY-SA 3.0

Il capitolo che, letto ora, appare più intenso, ragguardevole e a suo modo straniante è quello dedicato ai cadaveri insepolti. L’autore traccia con maestria un suggestivo percorso che unisce la tragica vicenda di Antigone – sorella devota che, violando il decreto, concede sepoltura al fratello ribelle – al commovente episodio omerico in cui il re Priamo supplica Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore, affinché abbia esequie degne. Abbiamo tutti in mente le immagini della lunga fila di camion militari, i quali nei giorni scorsi hanno portato altrove i feretri che i templi crematori, vicini al collasso, faticano ormai a gestire. Credenti o atei, abbiamo tutti avvertito come impietosa – priva cioè di pietas, di devozione – la solitudine di queste morti, a cui è negata persino la dolcezza di un estremo saluto.

Bertel Thorvaldsen, Priamo chiede ad Achille la restituzione del corpo di Ettore; marmo, 1815. Foto dal libro Nordisk skulptur, København 1964, Foreningerne Norden. Pubblico dominio

Fare i conti con questo dolore indicibile è prematuro; scriverne in modo avventato e precipitoso potrebbe indurre in errori di valutazione miopi e grossolani; rivolgersi ai classici, per iniziare a instaurare un silenzioso dialogo con le risposte che gli antichi hanno rintracciato nel loro mondo, potrebbe essere una via per trovare un primo sostegno, esercitare costruttivamente dubbio e senso critico e ragionare sul futuro, senza farsi trovare impreparati - di nuovo.

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La copertina di Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, di Maurizio Bettini, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Vele

Qualcuno che forse un tempo amavo

Famiglia, talvolta microcosmo accogliente e fidato, talvolta gabbia dorata in cui covano tradimenti e si annidano inganni insospettabili. Come le fiabe più crudeli, il mito con i suoi graffi riesce a strappare la maschera alle ipocrisie e rivela il nucleo di irriducibile verità che si cela dietro l’apparenza di molte relazioni: così, accanto a memorabili episodi di amore sincero in cui la purezza del sentimento commuove fuor di ogni retorica (emblematico risulta a tal proposito l’intenso saluto di Ettore e Andromaca, un momento di poesia altissima, prima del duello furibondo che sancirà la morte del marito e poi la riduzione in schiavitù della moglie e del figlioletto Astianatte), l’antico ha saputo proporre, senza vani pudori, modelli matrimoniali non altrettanto limpidi.

Spicca in questo senso la vicenda della casa degli Atridi, già contaminata dal miasma della maledizione divina, in virtù di quell’ineluttabile vincolo per cui le colpe dei padri ricadono sui discendenti. È infatti in seno alla famiglia di Atreo – colui che aveva imbandito al fratello le carni dei figli – che si dipana la sanguinosa storia di Agamennone e Clitemnestra, sovrani di Micene, protagonisti di una leggenda che con i suoi accenti feroci e straordinariamente magnetici ha ispirato poesia epica e tragica e continua a solleticare la fantasia dei moderni.

Recentissima è la rilettura a opera dell’irlandese Colm Tóibín: nel romanzo del 2017 La casa dei nomi, pubblicato in Italia l’anno successivo per i tipi di Einaudi, le voci dei personaggi principali si alternano nel progredire del racconto e testimoniano la complessità dell’intreccio dei punti di vista che compongono la realtà, dando forma a una verità che non è mai granitica, anzi riluce nelle sue molteplici sfumature. La Clitemnestra della tradizione, appiattita dal tempo su una spietatezza quasi stucchevole, viene qui risarcita della sua umana fragilità e sin dal memorabile incipit – ‘I have been acquainted with the smell of death’ («Ho dimestichezza con l’odore della morte») – rende i lettori partecipi del suo sentire attraverso i sensi. Volitiva e irriguardosa delle conseguenze dei suoi gesti, è vero, ma solo perché visceralmente segnata da una tragica prigionia nel ventre della terra: dopo essere stata sepolta viva affinché non fosse di ostacolo al sacrificio di Ifigenia (primogenita immolata dal padre Agamennone per placare i venti contrari e propiziare la partenza per Troia), la regina riemerge dal suolo dopo averne assorbito la forza ctonia e uterina. Colm Tóibín la dipinge fiera negli istinti muliebri, ma non ne nasconde i timori e vulnerabilità di madre, e attorno alle sue paure costruisce un castello di incomprensioni e silenzi. Non senza trepidazione la donna si consegnerà al suo amante Egisto, non senza apprensione infliggerà il colpo mortale a suo marito.

Oreste, a cui finalmente l’autore restituisce un’adolescenza, vive il suo personale (e mccarthyano) romanzo di formazione prima in una terra desolata e poi in una casa che un tempo era piena di nomi, quelli degli dèi non più invocati, un’assenza che risuona del suo stesso vuoto. Fedele al modello classico resta, a conti fatti, soltanto Elettra – immobile nel suo dolore di ghiaccio e nell’altera nobiltà di stirpe, frenata dall’equivoco dell’incomunicabilità e attonita di fronte alla piega degli eventi – resa più ardita, forse, dalle carezze notturne che indisturbata regala alla fidanzata del fratello.

L’operazione che con nitore lo scrittore di Dublino porta avanti risulta tanto più comprensibile e significativa se la si legge alla luce della storia recente irlandese; l’amarezza e il senso incolmabile di solitudine che pervade il romanzo suonano quasi come un monito: il malinteso che cova nel guscio di una famiglia può pericolosamente sfociare in lotte intestine, scontri fratricidi. Una tragedia che appare così intima contiene cioè in nuce i simboli di ogni guerra civile; il sacrificio di Ifigenia, stabilito senza alcuno scrupolo da suo padre Agamennone, costituisce il primo atto cruento della vicenda, seguito dall’uccisione di Agamennone da parte di Clitemnestra e poi di quest’ultima per mano di suo figlio Oreste. Si tratta a ben vedere di un ciclo di violenza che non conosce tregua e che evoca amari rimandi ai troubles nordirlandesi e ai fatti della Siria dei nostri giorni.

La domanda aperta che Colm Tóibín sembra porre ai lettori è: avrà fine tutto questo? In che modo sarà possibile interrompere questa successione di delitti efferati, compiuti selvaggiamente all’interno di una comunità di affini? A un altro interrogativo – come ha avuto inizio tutto ciò? – tenta di rispondere un testo memorabile di Marguerite Yourcenar, contenuto nello scrigno di prose liriche Fuochi (scritto nel 1935), edito da Bompiani con la traduzione di Maria Luisa Spaziani. Clitemnestra o del crimine è un monologo in cui la protagonista si rivolge ai Signori della Corte per ripercorrere le origini del suo gesto colpevole, senza mai volerlo banalmente giustificare. In un tribunale novecentesco, la cattiva del mito non ha paura di svelare le ferite inflitte da una relazione sofferta, ridimensiona la portata dell’adulterio («Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino e che punto fosse insostituibile colui che amavo») e si sofferma a ponderare le conseguenze dell’assassinio. Nell’eternità i morti non conoscono riposo e Agamennone non fa che ritornare: la sua ombra è un tormento che non si può sopprimere.

Nella tragedia di Eschilo erano le Erinni, terribili dee della vendetta, a perseguitare Oreste dopo il matricidio con cui aveva vendicato suo padre per volere di Apollo. Scomparso l’orizzonte divino, l’uomo deve farsi carico delle sue inquietudini e della notte atra della civiltà in cui il non-detto è capace di confinarlo. Ormai priva del legame sacro con il trascendente, la famiglia è costretta fare i conti con una distanza che la rende vulnerabile, che ne acuisce le lacerazioni e la espone alla trappola delle menzogne fino a mettere in dubbio la consistenza stessa dei sentimenti («Qualcuno che forse un tempo amavo», dirà l’ombra confusa della Clitemnestra di Tóibín a proposito di suo figlio Oreste). Rileggere il mito significa estrapolarne i simboli e farli reagire con il presente, mettendoci in guardia dalle derive ideologiche che negano la complessità in nome di una tradizione che, a ben vedere, infine, risulta tutt’altro che rassicurante.

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Edvard Munch, The Kiss (El Beso), olio su tela (1892), foto The Athenaeum, pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight


“Fedeltà”: la ri-educazione sentimentale di Marco Missiroli

Nella cinquina finalista del Premio Strega 2019 ci arriva, tra i favoritissimi, Fedeltà, l’ultima fatica letteraria di Marco Missiroli, uno degli scrittori italiani più apprezzati (e apprezzabili) di questi anni ’10. Il suo penultimo romanzo, Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015), uno dei casi editoriali di quell’anno, ha consacrato Missiroli nell’alveo (non nutritissimo) dei migliori talenti italiani contemporanei. In Atti osceni, Missiroli raccontava la storia di Libero Marsell, della sua lacerante e progressiva scoperta dell’amore e di sé. Imparare ad amare, a vivere la propria sessualità e le proprie relazioni sentimentali sono una scoperta quotidiana, faticosa, fatta di inciampi, incomprensioni e furori. Libero vive la sua vita da adolescente e da adulto, diviso a metà tra Milano e Parigi. Ed è proprio in Francia che sua madre inizia a tradire suo padre. Da quell’evento prende avvio questo romanzo di formazione, questa vera e propria educazione sentimentale e intellettuale, in cui Libero cresce pagina dopo pagina, seguendo i suoi modelli di riferimento, le sue letture, le sue canzoni, i suoi film, grazie ai quali scopre a poco a poco la propria individualità e la propria ‘libertà’. In Atti osceni, Libero, come tutti noi, impara la grammatica della vita.

Fedeltà, invece, va oltre, entrando a gamba tesa nella carne viva della contemporaneità. Se Atti osceni era ambientato tra gli anni ’70 e ‘80 prevalentemente nella Parigi di Sartre, le duecento pagine di Fedeltà, invece, hanno come sfondo la Milano a metà tra gli anni della crisi del 2008 e i giorni nostri. Fedeltà si configura quasi come un romanzo corale, fatto di storie e vite che si intrecciano a ragnatela. Il nucleo di questa matassa è una giovane coppia sposata: Carlo, aspirante scrittore ma non particolarmente dotato, e Margherita, agente immobiliare. Carlo insegna scrittura creativa all’Università, grazie alle conoscenze di suo padre. Ma è lì che Carlo ‘inciampa’ nel «malinteso»: è stato sorpreso, infatti, nei bagni in compagnia di una sua studentessa, Sofia. Come in Atti osceni, anche qui è un tradimento ad innescare gli eventi.

Grazie ai suoi personaggi, Missiroli indaga la vita di coppia, il senso profondo della monogamia, e della monogamia alla fine di questi anni ’10: cosa vuol dire essere fedeli a qualcuno, cosa vuol dire tradire, cosa vuol dire oggi la parola matrimonio, come si può inseguire una stabilità relazionale in un mondo per sua stessa costituzione instabile (o ‘flessibile’), in cui latitano certezze economiche e lavorative. Carlo e Margherita hanno gli stessi problemi di tutte le coppie di trentenni-quarantenni di oggi: un mutuo (spropositato) con cui pagarsi una casa al di sopra delle proprie possibilità, un figlio e una stabilità economica da ritrovare (perché Carlo arriverà anche a perdere il lavoro).

Le stesse pulsioni centripete che porteranno Carlo a desiderare una relazione con la sua studentessa Sofia, agiteranno però anche la vita di Margherita, che vedrà nel fisioterapista dalla doppia vita, Andrea, una via di fuga (anche solo momentanea) dal proprio matrimonio.

Fedeltà è stato definito un romanzo ‘maturo’: per la tematica, evidentemente, in quanto i protagonisti sono degli adulti già ‘formati’ (sebbene oggi queste differenze tra età della vita siano sempre più sfumate, e Missiroli dimostra di saperlo), ma anche e soprattutto, aggiungerei, per lo stile. La penna di Missiroli è decisa, consapevole dei propri mezzi e dei propri modelli (la grande letteratura ebraico-americana del ‘900), ‘matura’, appunto, quasi ai limiti dell’autocompiacimento. Missiroli, che è un grande (de)scrittore di ‘donne’, si muove abilmente nei ritratti, ma rispetto ad Atti osceni, qualcosa non gira come dovrebbe: il finale, forse, è troppo affrettato, e alcuni personaggi avrebbero richiesto un maggiore approfondimento. Anche le citazioni di film e romanzi, che in Atti osceni erano estremamente significanti dal punto di vista simbolico-narrativo, in Fedeltà, in alcuni casi, sembrano solo un orpello decorativo che nulla aggiunge e nulla sposta (eccezion fatta per lo splendido Sylvia di Leonard Michaels).

Fedeltà è un’opera più necessaria che bella: Missiroli ha il merito di aver concepito un romanzo fondato essenzialmente sul tema dell’infedeltà coniugale (tema letterario antico almeno quanto la guerra di Troia) attraverso, però, attualissimi strumenti interpretativi. Le pagine più significative sono quelle in cui i protagonisti si interrogano sul senso di ciò che stanno facendo e sul significato stesso della fedeltà. A partire da queste riflessioni, che scaturiscono sempre dal rapporto tra i protagonisti e il proprio corpo, Missiroli riscrive la ‘sua’ grammatica relazionale. “Che vuol dire essere infedeli nel momento in cui si è fedeli a sé stessi?”, sembra chiedersi l’autore. «Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito?», si chiede Carlo. Solo il tempo può insegnare ad una coppia a ri-amarsi, per continuare ad amarsi. Solo attraverso un nuovo codice, una ri-educazione sentimentale, una coppia può sopravvivere a sé stessa.

Fedeltà Marco Missiroli Giulio Einaudi editore


Premio Strega 2019

Il Premio Strega, un rito italiano

Come Sanremo, come il Campionato di calcio, come X Factor, il Premio Strega è un rito italiano che molti criticano ma al quale, in fondo, siamo tutti affezionati, se non altro per la possibilità di dirne male.

Nazione tutto sommato attaccata alle istituzioni, la nostra: e pertanto il più prestigioso premio letterario italiano - istituito nel 1947 a Roma da Maria Bellonci e da Guido Alberti, produttore del noto Liquore Strega - è uno di quegli appuntamenti a cui il mondo letterario non sa rinunciare.

E non a torto, se si considera quali e quanti autori ne sono stati insigniti in 72 anni d’attività: da Flaiano a Pavese, da Moravia a Bassani, da Landolfi a Primo Levi a Eco e a tanti altri. Anche solo entrare nella “cinquina” dei finalisti è un ambito traguardo per scrittori navigati o esordienti.

La prima novità che colpisce di questa LXXIII edizione del Premio è la presenza di ben tre donne su cinque finalisti, in riconoscimento della lunga strada ormai compiuta dalle lettrici/scrittrici, zoccolo duro della scuola e della cultura in Italia.

Infatti al termine delle operazioni di scrutinio la giuria, presieduta dalla vincitrice del 2018, Helena Janeczek, ha annunciato la cinquina degli autori e dei libri finalisti, così composta:

Antonio ScuratiM. Il figlio del secolo, Bompiani, con 312 voti

Benedetta CibrarioIl rumore del mondo, Mondadori, con 203

Marco MissiroliFedeltà, Einaudi, con 189

Claudia DurastantiLa straniera, La nave di Teseo, con 162

Nadia TerranovaAddio Fantasmi, Einaudi, con 159

Oltre alle consolidate presenze di marchi storici come Einaudi, Mondadori e Bompiani, si nota la casa editrice non proprio neonata ma quasi La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi.

Questo risultato comprende i voti dei 400 Amici della domenica, di 200 votanti all’estero selezionati da 20 Istituti italiani di cultura, di 40 lettori forti selezionati da 20 librerie associate all’ALI, e di 20 voti collettivi di biblioteche, università e circoli di lettura (15 i circoli coordinati dalle Biblioteche di Roma).

La seconda votazione, che designerà il vincitore della LXXIII edizione, avrà luogo giovedì 4 luglio, come di consueto al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, e sarà trasmessa in diretta televisiva da Rai Tre, per la conduzione di Pino Strabioli, ospite d’eccezione Piera Degli Esposti.

Se dunque il favorito sembra Antonio Scurati con il suo attualissimo e discusso romanzo storico che ricostruisce, dal punto di vista di Mussolini, il quinquennio che va dalla fondazione del fascismo in via San Sepolcro a Milano alla marcia su Roma fino al celebre discorso alla Camera dopo l’assassinio Matteotti (primo volume di un’annunciata trilogia), ecco che anche Benedetta Cibrario affronta una narrazione a base storica ma ambientata nell’Ottocento, tra Risorgimento e Unità. Gli altri tre romanzi sembrano riproporre, in varie declinazioni, l’eterna narrazione autobiografica di vicende familiari che evidentemente piace al lettore di oggi: sarà soprattutto sul piano della scrittura, che si annuncia di elevato livello soprattutto nel caso, a nostro parere, di Durastanti, che si giocherà l’esito finale; e qui, in chiusura di rito, sta bene la frase rituale, il classico auspicio: “Che vinca il migliore”.