Bronzi di Riace Daniele Castrizio

Bronzi di Riace, intervista al Professore Daniele Castrizio

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, nell'agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l'Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, da anni si occupa dello studio delle due statue.

Secondo la sua ipotesi, i due bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sulla argilla.

Lo abbiamo intervistato per ClassiCult.

 

Professore, iniziamo con una domanda di carattere generale: chi sono i Bronzi A e B, e da dove provengono?

Nell'agosto del 1972 i Bronzi vengono ritrovati da un sub e, subito, vengono restaurati a Firenze. Il Bronzo A viene restaurato sicuramente meglio, il Bronzo B viene invece scartavetrato e per questo ha perso una parte della patina che lo ricopriva. Vengono per la prima volta esposti a Firenze, riscuotendo un enorme successo in termini di affluenza; lo stesso accade quando vengono esposti a Roma. Una volta trasportati a Reggio Calabria, la loro presenza provoca un'affluenza che, fino a quel momento, non si era mai vista!

Comincia così la ridda infinita delle ipotesi che, per molti anni, sono state contraddistinte da una caratteristica che le ha accomunate e che non mi è mai piaciuta, e che possiamo definire ottocentesca: i Bronzi sono stati valutati attraverso l'occhio dell'archeologo. Chi ha scritto - e ancora scrive - su di loro, spesso non li ha neanche mai visti di presenza, quindi non sa quali siano le loro caratteristiche anatomiche. Spesso ancora oggi si crede che tra le due statue intercorra uno scarto temporale di 20 anni, ma dai rilevamenti fatti da me e da altri studiosi, si è scoperto che le due statue siano pressoché contemporanee.

Cosa riferiscono le ipotesi contemporanee?

Il Professore Massimo Vidale, docente presso l'Università di Padova, dal 2000 in poi, è stato promotore di un progetto molto interessante che riguarda l'analisi della terra di fusione presente nei Bronzi. Ci sono state tre analisi, due a livello nazionale e una di carattere internazionale. Durante le prime due, confrontando la terra di fusione con le carte geologiche del Mediterraneo, si sono immediatamente escluse le zone dell'Italia Meridionale; non si è riusciti ad escludere Atene perché all'inizio non c'era la mappa geologica della città.

Si era addirittura arrivati a dire che la terra di fusione era stata presa a circa 200 m di distanza l'una dall'altra e, quindi, l'argilla proveniva dallo stesso posto: un'altra prova per dimostrare che le due statue erano state prodotte nello stesso luogo. Nell'ultima analisi, effettuata avendo in mano la mappa di Atene, si è esclusa definitivamente l'area attica. Si è concluso che i Bronzi sono stati fatti ad Argo; nel 146 a.C., quando la Grecia cadde in mano alla potenza romana, i Bronzi vengono presi e portati a Roma, perché Argo viene distrutta assieme a Corinto.

Un'epigramma della Antologia Palatina parla di "eroi di Argos portati via". Molto probabilmente si riferiva a queste due statue, i cui personaggi che rappresentano non compaiono nella ceramica attica. Ricompaiono poi a Roma sicuramente nel I secolo d.C. e non si sa se, nel frattempo, abbiano avuto una qualche funzione. Ad un certo punto della loro travagliata storia, questi Bronzi scompaiono da Roma e li ritroviamo poi a Riace.

A Roma vengono restaurati probabilmente nel I secolo d.C., un restauro molto complesso dove il braccio sinistro di A e l'avambraccio sinistro di B sono risalenti all'epoca romana. Forse sono stati fatti dei calchi sulle braccia rotte, poi fuse e rimesse al loro posto. Questo ha comportato che non si potessero lasciare del loro colore originario, perché avevano colori molto diversi tra loro e, quindi, li hanno dipinti di nero. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida trovata dal Professore Giovanni Buccolieri dell'Università del Salento.

Il Professore Koichi Hada dell'Università di Tokio ha capito che questa era la prova che i bronzi erano stati dipinti tutti di colore nero. Ci sono altri esempi a Roma di restauri di statue risalenti al V secolo a.C. presenti al Museo Capitolino. Insieme ai Bronzi fu trovato tra il braccio destro e la coscia destra un coccio grosso, forse utile ad evitare che il braccio facesse pressione e si potesse rompere. Questo coccio dovrebbe essere un'anfora che serviva da distanziatore. L'Imperatore Costantino prende tutta la collezione imperiale e se la porta a Costantinopoli, come riporta la Antologia Palatina, e probabilmente la fine dei bronzi sarebbe stata quella, se la nave dove viaggiavano non fosse affondata.

 

Da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non possa fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui hanno inserito occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici diversi. Il bronzo utilizzato non è il medesimo: per realizzare una statua è stato usato bronzo proveniente dalla Spagna; per realizzare l'altro invece è stato usato un bronzo proveniente da Cipro.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, B corregge i difetti di A. Nonostante la sua straordinaria bellezza A presenta dei difetti, tanto è vero che per rendere stabile l'elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Riguardo a B possiamo dire che presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l'elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo. Altra vera differenza, scoperta di recente, è che chi ha fatto B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, e in modo tale da modellare facilmente le costole.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Ma la differenza più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi ha fuso B non era allo stesso livello. Il bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre il bronzo B presenta qualche bolla d'aria e punti in cui il bronzo non si è fissato per bene. Probabilmente l'autore è l'allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che Sostrato abbia aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale. I Bronzi comunque stanno nello stesso ritmo perché sono stati concepiti dalla stessa mano.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, Lei ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho seguito e che mi fanno propendere per l'ipotesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Seguendo l'ipotesi dei fratricidi, troviamo un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che parla di una Tebaide, l'originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella di Sofocle.

In Sofocle, sappiamo che Giocasta muore dopo aver dato alla luce 4 figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che Giocasta si sia uccisa la prima notte di nozze, perché riconosce i piedi gonfi del figlio e, per la vergogna, decide di togliersi la vita. Edipo in seguito avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Euriganeia, che gli concede i 4 figli, cioè Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l'aiuto di Tiresia li esorta a fare un sorteggio e a suddividersi l'eredità del padre. I due accettano. Ma c'è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l'esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re (ne papiro c'è la parola wanax). L'ultima parola che si legge è "si arrabbiò". È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro. altro riferimento è Stazio che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide (XI libro), e li vede proprio a Roma. Stazio prende un'immagine molto suggestiva che vede i due protagonisti combattere contro dei demoni. L'unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. e da lui descritti nella Lettera ai greci; vengono presentati come il gruppo dei fratricidi. Pare che li abbia visti anche Marziale. Ma c'è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti tutti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno di questi gruppi, i tre personaggi principali (Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo) sono sempre presenti. In tutti i confronti, Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato arrabbiato: è l'unica statua del mondo greco ad essere rappresentata che digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l'occhio sinistro strizzato. B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l'una di fronte all'altra, entrambi consapevoli della morte che sta per arrivare. Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da una infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di un colore simile al quarzo, rosa il sacco lacrimale, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Analizzando la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo visto che tutte possedevano i capelli di un colore biondo pallido, molto tenue. Anche il colore della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


espositivi 2021 Bargello Dante

Progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello - 700 anni dalla morte di Dante Alighieri

Il 23 settembre alle ore 10:00, nel Salone di Donatello del Museo Nazionale del Bargello, sono stati anticipati alla stampa, alla presenza del ministro dell’Università e della Ricerca, professor Gaetano Manfredi, i progetti espositivi organizzati per il 2021 dai Musei del Bargello, in occasione delle celebrazioni per i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

Oltre al Ministro sono intervenuti: Tommaso Sacchi, assessore alla cultura del Comune di Firenze; Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; Lugi Dei, Rettore dell’Università di Firenze; Andrea Mazzucchi, ordinario di Filologia dantesca e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni dantesche del 2021; e Paola D’Agostino, direttore dei Musei del Bargello che ha moderato gli interventi dei relatori e presentato i curatori delle mostre programmate per il prossimo anno.

In occasione del settimo centenario dalla morte di Dante Alighieri, i Musei del Bargello e l’Università di Firenze stanno lavorando alla realizzazione di una prima mostra dedicata alla ricostruzione del rapporto tra Dante e Firenze nei decenni immediatamente successivi alla sua morte, presentandone gli attori, le iniziative, i luoghi, e i temi.

Nell’autunno del 2018 è stata, infatti, avviata una collaborazione istituzionale sottoscritta tra i Musei del Bargello e due dipartimenti dell’ateneo fiorentino, il DILEF (Dipartimento di Lettere e Filosofia) e il SAGAS (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo), che ha portato nell’ultimo biennio a frequenti incontri tra professionalità del mondo museale e della ricerca, instaurando un serrato dialogo con esperti in ambito nazionale e internazionale, tra le istituzioni che hanno concesso i prestiti.

La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la Biblioteca Laurenziana e la Biblioteca Riccardiana sono tra gli enti promotori della mostra e hanno contribuito in maniera determinante, concedendo in prestito un nucleo significavo di manoscritti. L’Accademia della Crusca e l’Opificio delle Pietre Dure sono stati interlocutori istituzionali fondamentali nell’articolazione del progetto scientifico.

La mostra, dal titolo «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante, si svolgerà dal 23 marzo al 25 luglio 2021, e sarà curata da Luca Azzetta, Sonia Chiodo e Teresa De Robertis dell’Università di Firenze, con un comitato scientifico di esperti filologi e di storici dell’arte, composto da Andrea De Marchi, Giovanna Frosini, Andrea Mazzucchi, Marco Petoletti, e Stefano Zamponi.

Il Museo Nazionale del Bargello è punto di partenza imprescindibile per la ricostruzione del rapporto tra Dante e la sua città dopo la condanna e la morte in esilio. Al suo interno, infatti, si trova l’affresco che testimonia la sorprendente inclusione del Poeta tra le schiere degli eletti nel Paradiso. Il dipinto è stato realizzato nel 1337 dagli allievi e collaboratori di Giotto di Bondone e si trova nella Cappella del Podestà, luogo simbolo del connubio tra la giustizia degli uomini e quella divina. Si tratta di una scelta di rilievo pubblico, punto di arrivo della riappacificazione tra Firenze e il suo illustre figlio, con la quale comincia un processo di ricostruzione e invenzione della memoria. Le pitture della cappella, ma anche gli altri affreschi trecenteschi del Palazzo, costituiranno parte della mostra, volta a richiamare l’attenzione sul valore esemplare dei loro contenuti in rapporto alla funzione dell’edificio, quale sede della suprema autorità giudiziaria della città.

La mostra «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante sarà articolata in sezioni, con prestiti di manoscritti e dipinti che saranno allestiti in dialogo con gli affreschi e altre opere coeve, provenienti dalle collezioni del Bargello e da istituzioni italiane e straniere. Si tratta di un itinerario espositivo che ripercorrerà tappe e protagonisti di questo rapporto tra Firenze, l’Alighieri e la sua opera nella prima metà del Trecento, presentando artefici, copisti, commentatori, miniatori e lettori della Commedia intorno all’anno 1337. La mostra intende dare voce proprio a questi protagonisti, i cui nomi sono a volte noti ma più spesso restano sepolti nelle pieghe del passato, ricostruendo così il percorso che avrebbe portato Giovanni Villani a definire Dante «onorevole e antico cittadino di Firenze» e Giovanni Boccaccio a costruire il suo personale monumento cartaceo. Sarà un’occasione straordinaria per approfondire la conoscenza di studi di filologia, paleografia, storia dell’arte e restauro e per mostrare anche al grande pubblico un capitolo unico della storia civile di Firenze che in quel momento assurge ad una dimensione molto più ampia, dando vita al testo vulgato con cui Dante sarà letto e recepito per secoli. La mostra, progettata per consentire livelli di lettura differenziati, non si rivolge solo agli studiosi ma anche al grande pubblico, considerando con particolare attenzione i giovani e le scuole, ai quali sarà dedicato un programma di iniziative collaterali.

La collaborazione tra i Musei del Bargello e l’Università di Firenze sarà inoltre un’occasione formativa per studenti, dottorandi e giovani studiosi, coinvolti nel progetto.

Sempre al Museo Nazionale del Bargello si terrà un secondo evento espositivo dedicato alla fortuna dantesca nella seconda metà dell’Ottocento.

La mirabile visione. Dante e la Commedia nell’immaginario simbolista, si terrà dal 23 settembre 2021 al 9 gennaio 2022 e sarà curata da Carlo Sisi, con il contributo di storici dell’arte e della letteratura di Otto e Novecento che collaboreranno con un Comitato Scientifico composto da Emanuele Bardazzi, Ilaria Ciseri, Flavio Fergonzi, e Laura Melosi.

Nel 1865, ricorrenza del sesto centenario della nascita di Dante, quando il Bargello riaprì le porte come primo Museo Nazionale del Regno d’Italia con una mostra dedicata all’Alighieri, la figura del Poeta si identifica sempre più con l’idea nazionale sancita dagli esiti della politica risorgimentale, per cui Dante è definito “precursore della unità e libertà d’Italia”. Dedicata alla complessa percezione della figura di Dante e della Divina Commedia nel contesto letterario tra Otto e Novecento, la mostra intende presentare una selezione di opere che, dalle correnti naturaliste agli influssi europei del Simbolismo, narrino lo straordinario catalogo di immagini – sublimi, mistiche e oniriche – che il poema dantesco offriva al mondo dell’arte. Articolata in sezioni, la mostra è concepita come una narrazione tematica e interdisciplinare per cui le opere esposte formeranno una stringente sequenza, collegando tra loro dipinti, sculture e i rimandi concettuali e letterari impliciti nella vicenda biografica e poetica di Dante: dalla vigilia del centenario del 1865, alla temperie simbolista e all’importante concorso bandito da Vittorio Alinari nel 1900 per l’illustrazione della Divina Commedia.

Nell’arco del 2021, attraverso i due progetti espostivi saranno ripercorsi i due momenti nodali del legame tra Dante e il Palazzo del Podestà, poi divenuto Museo Nazionale del Bargello, e con la città di Firenze, che il Poeta non avrebbe più visto dopo la condanna del 10 marzo 1302 all’esilio perpetuo e al rogo se fosse tornato nella città gigliata. La presentazione dei progetti espositivi si è tenuta nel Salone di Donatello che, ai tempi di Dante, era la grande Sala dell’Udienza, dove fu emanata la terribile sentenza.

Il Palazzo del Bargello. Presentati i progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Info: www.bargellomusei.beniculturali.it

Testo e video dall'Ufficio Comunicazione e Promozione Musei del Bargello sui progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri


organo incendio cattedrale nantes

Patrimonio in fumo: incendio nella tribuna dell’organo grande della Cattedrale di Nantes

Mai come oggi la definizione di capolavoro del “gotico fiammeggiante” appare sarcastica. È mattina presto quando il fuoco aggredisce il grande organo della Cattedrale di Nantes.

Dal rosone appaiono, spaventose e altissime, le fiamme. L’intervento è rapido e decisivo: in pochissime ore l’incendio è domato. Già a metà mattinata un fumo denso ha preso il posto delle fiamme.
Poche sinora le certezze; certo la velocità dello spegnimento sembra suggerire una situazione meno drammatica di quella verificatasi, poco più di un anno fa, a Notre-Dame.

 

https://youtu.be/sBSVLFTSGRo

 

Le notizie che circolano sinora parlano di innesco doloso, dal momento che pare l’incendio sia partito da tre differenti punti contemporaneamente. Allo stesso modo quella che traspare dalle prime informazioni è una situazione di danni piuttosto contenuta.

cattedrale nantes prima dell'incendio
La facciata della Cattedrale di Nantes prima dell'incendio - foto di Fil22plm, CC BY-SA 3.0

Cosa sappiamo delle cause, oggi 20 - 7

In realtà ancora piuttosto poco; si confermano i tre inneschi in punti tra loro molto distanti. Nella serata di ieri è stato interrogato il volontario che si era occupato della chiusura della chiesa la sera precedente l'incendio. È stato rilasciato senza che nessuna accusa sia stata formalizzata.
Quindi, anche se la natura dolosa non viene ancora esclusa dall'orizzonte delle indagini, comincia ad affacciarsi il dubbio che occorra formulare anche altre ipotesi. Potrebbe essersi trattato di corto circuito? Potrebbe, dal momento che inneschi così distanti paiono del tutto improbabili per causare danni eclatanti, ma allo stesso tempo sono compatibili con il percorso di cavi e quadri elettrici.
Come quasi sempre siamo abituati a constatare nel patrimonio storico, infatti, pare che l'impiantistica fosse stata realizzata in più fasi, con modalità diverse, non sempre in grado di garantire la piena sicurezza.

Si spera che i danni, ancora oggi giudicati non drammatici, consentano di ricostruire in modo credibile la dinamica degli eventi.

Di cosa stiamo parlando

Come sempre, dipende dai punti di vista: danni contenuti in questo caso significa che la situazione appare al momento meno grave di quella di Notre-Dame. Soprattutto perché sono state risparmiate le coperture.

https://youtu.be/J7my651eins

Chi abbia un minimo di conoscenza delle dinamiche conservative dal patrimonio storico sa che le coperture, in pratica tetti e soffitti, sono forse il più importante presidio della salute di un edificio e di tutto ciò che contiene. Lo sanno benissimo proprio a Nantes. Nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo (Cathédrale Saint-Pierre-et-Saint-Paul, in francese) già all’inizio degli anni ’70, infatti, un attrezzo lasciato acceso nel cantiere di restauro, in opera per rimediare ai danni causati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, aveva provocato l’incendio dell’intera copertura. È solo dal 1985 che di nuovo si è potuto godere della bellezza della Cattedrale.

Un edificio dalla storia eccezionale: cantiere avviato nel 1434, già all’esaurirsi della grande ondata che riveste di cattedrali la Francia, forse proprio per questo si trascina per secoli. Possiamo considerare la Cattedrale sostanzialmente edificata solo nel Seicento, ed occorre attendere il 1891 perché sia considerata conclusa.
Cinque navate caratterizzate da uno slancio verticale che le rende tra le più alte in Europa (arrivano a un’altezza di 63 metri) e tra le più iconiche per la stagione conclusiva del gusto gotico. Tutta rivestita in quella pietra bianca calcarea che fa la fortuna dell’architettura medievale francese, è un esempio da manuale dello stile “gotico fiammeggiante”, il più ricco e complesso tra i linguaggi tardo-medievali.

Il prolungarsi del cantiere, peraltro, rende la Cattedrale di Nantes uno di quei momunenti che possiamo definire “gothique médiéval survivant” e che saranno determinanti per ricostruire un lessico gotico in età moderna.

organo incendio cattedrale nantes
Controfacciata e tribuna d'organo della Cattedrale di Nantes prima dell'incendio - foto di © Guillaume Piolle, CC BY 3.0 

Cosa abbiamo perso

Se la pietra pare aver contenuto in maniera efficace l’avanzata del fuoco, quello che ha fatto le spese dell’incendio della Cattedrale di Nantes è purtroppo il Grand Orgue. Un oggetto quasi mitico: il suo nucleo originario risaliva al 1621, opera del costruttore Jacques Girardet. Era poi stato man mano ampliato nel tempo, in cinque fasi successive, fino a raggiungere le 5500 canne. Dal 1627 ben 34 organisti si sono succeduti alle sue tastiere.

Alcuni di essi, eroici: in particolare durante la Rivoluzione Francese, quando la Cattedrale venne destinata ad usi non religiosi, fu proprio l’organista Denis Joubert a salvare lo strumento, mettendosi a disposizione per accompagnare con la sua musica le cerimonie e le feste dei rivoluzionari.

Oggi l’organo è distrutto, e la tribuna del 1620, costruita in controfacciata proprio per ospitarlo, minaccia di crollare.

incendio cattedrale nantes sculture
Particolare della Prudenza, autore Michele Colombe - foto di Florestan, CC BY 3.0

Cosa si è salvato

Non tutto è perduto: torneremo ad ammirare il fastoso monumento funebre che celebra la memoria di Francesco II di Bretagna e Margherita di Foix. Commissionato dalla figlia Anna, allora già vedova di Carlo VIII, e realizzato tra il 1499 e il 1507 da Michel Colombe su disegno del pittore di corte di re Luigi XII, Jean Pérréal. I cuscini dei due sposi sono sostenuti dalle figure di tre angeli, mentre ai quattro lati del sepolcro si ergono solenni le figure delle virtù cardinali: Forza, Temperanza, Giustizia, Prudenza. C’è persino un po’ di Italia in questo capolavoro: Michel Colombe infatti fece acquistare il materiale da suoi aiuti inviati a Genova e Firenze.

momumento funebre di Francesco II di Bretagna e Margherita di Foix
Monumento funebre di Francesco II di Bretagna e Margherita di Foix - foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Resta, grave ed eclatante, il problema del controllo del fuoco e della prevenzione degli incendi sul costruito storico. Un tema su cui pare necessario investire, in termini di ricerca, innovazione e gestione, dal momento che oggi possiamo disporre di tecnologie molto avanzate a che i danni causati da questi eventi risultano un ulteriore gravoso fardello economico, oltre che una grave ferita al patrimonio e al suo valore culturale.

 


The Medici Game

Alla scoperta di Palazzo Pitti con The Medici Game

È uscito recentemente The Medici Game Lite, videogioco ambientato a Palazzo Pitti a Firenze e sviluppato da TuoMuseo per Sillabe Casa Editrice, Galleria degli Uffizi e Opera Laboratori Fiorentini – Civita.

Il gioco costituisce il primo capitolo, accessibile gratuitamente sui dispositivi mobili, del più ampio The Medici Game, disponibile a pagamento su Google Play e App Store in 7 lingue.

https://youtu.be/wyMTwKwJqq4

Il videogioco di avventura e investigazione in 3D unisce alla storia della famiglia Medici e di Palazzo Pitti un intreccio basato su misteri e oscuri complotti: c'è un omicidio da risolvere e, sullo sfondo, due sette in lotta fra loro da secoli per un segreto in grado di conferire grandi poteri.

The Medici Game Lite screenshot
The Medici Game Lite: screenshot dal videogioco

Attraverso la protagonista Caterina, giovane storica dell'arte rimasta invischiata in una storia più grande di lei, il giocatore scopre Palazzo Pitti, la sua storia e i suoi ambienti; interagendo con personaggi e oggetti, si possono risolvere una serie di rompicapo ed enigmi per ogni livello di gioco, come puzzle e giochi di logica con vari gradi di complessità.

Uno dei più difficili è probabilmente quello del comparto segreto con ingranaggi, cui è dedicato un aiuto per la soluzione:

https://www.facebook.com/TheMediciGame/videos/849566028830390/

 

The Medici Game si inserisce nel filone dei videogiochi a tema storico-culturale, sviluppati in collaborazione con musei, amministrazioni e istituzioni culturali ma pensati per andare incontro ai gusti del grande pubblico, anche internazionale, come già avvenuto per Father and Son (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), Past for Future (Museo Archeologico Nazionale di Taranto), A Life in Music (Teatro Regio di Parma), tutti prodotti da TuoMuseo.

The Medici Game Lite screenshot
The Medici Game Lite: screenshot dal videogioco

Il videogioco, medium molto diffuso tra le generazioni nate a partire dagli anni '80 (Xennial, Millennial, Generazione Z) si conferma uno strumento molto efficace per avvicinare nuove fasce di pubblico, anche poco propense alla frequentazione di musei e luoghi culturali, e per comunicare la storia e il patrimonio artistico e culturale in modo interattivo e avvincente.

The Medici Game
Screenshot da TuoMuseo Cultural Association

camino dei fenicotteri

“Il Camino dei Fenicotteri”: il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

Il Camino dei Fenicotteri”, a Bologna il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

 

Camino dei fenicotteri

Finalmente l’arte torna a splendere e a godere della sua visibilità: dopo mesi di chiusura preventiva la cultura si riappropria dei suoi spazi e, seppur limitatamente, del suo pubblico. Così riprende anche il progetto espositivo dedicato all’Æmilia Ars, società che ha introdotto in Italia l’innovativa visione unitaria di arte, industria e artigianato, principio di modernizzazione del gusto diffusosi in Europa dal movimento “Arts & Crafts” di William Morris.

Giulio Casanova, Decorazione con fresie per vaso, Disegno a china e acquerello rosa, verde, blu, rosso su cartone, mm 340 x 270
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1195

Questa “Società protettrice di Arti e Industrie Decorative nella regione emiliana” fu fondata nel 1898 da un gruppo di artisti locali guidati da Alfonso Rubbiani e Francesco Cavazza, seguendo l’esempio delle gilde medievali ed innalzando l’immagine di Bologna tra le officine manifatturiere più all’avanguardia del periodo. Un gusto congiunto al progresso tecnico e scientifico che, seppur di breve durata, produsse svariate opere nel campo delle arti applicate, dell’ornamento e del restauro. Essa annovera tra i suoi progetti l’elegante “Camino dei Fenicotteri”, cui è attualmente intitolata una mostra nel capoluogo emiliano.

Achille Casanova, Cavaliere, Disegno a matita e pastelli su carta, mm 345 x 276, Collezione privata

Il Camino dei Fenicotteri. I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei” è infatti un’esposizione recentemente avviata, che avrebbe dovuto inaugurarsi il 14 marzo per poi rinviare l’apertura al 22 maggio. Curata da Paolo Cova, Mark Gregory D’Apuzzo e Ilaria Negretti, supportati da Renzo Zagnoni, la mostra si svolge a Bologna presso il Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini, in occasione del primo centenario della sua fondazione nel lontano 30 maggio del 1920. Francesco Malaguzzi Valeri, l’allora Soprintendente delle Belle Arti, voleva collezionarvi esempi dell’artigianato bolognese, così come effettuato dai musei europei di arte applicata e industria sin dall’Ottocento.

L’esposizione, di dimensioni contenute ma dagli esemplari di grande pregio esecutivo, conserva la memoria della storia culturale ed industriale della città. Si configura come una riflessione critica volta ad enfatizzare il disegno di progetto come processo centrale che coniuga la funzionalità moderna al decoro elegante, concretizzati dalla collaborazione con le locali botteghe artigiane.

Giuseppe De Col, Piattino portacenere, per il bando a premi Æmilia Ars concorso n. 23, Disegno su carta, 1899
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1198

L’itinerario espositivo propone un susseguirsi di diciassette pregiati disegni di Giuseppe De Col e dei fratelli Achille e Giulio Casanova, unitamente ad undici ferri battuti realizzati da Pietro Maccaferri e Sante Mingazzi: mentre questi ultimi appartengono alla raccolta permanente del museo Bargellini, i disegni sono stati raramente esposti (ed uno di essi viene mostrato al pubblico per la prima volta, poiché parte di una collezione privata). Appartenenti al fondo dell’Æmilia Ars insieme ad altri cinquecento esemplari realizzati in china, acquerello e matita, dopo una lunga trattativa biennale con la contessa Lina Bianconcini Cavazza nel 1936 sono stati inseriti nelle collezioni civiche del Comune di Bologna. I Musei Civici d’Arte Antica includono anche merletti e ricami, pizzi e ceramiche, opere lignee e in ferro battuto, manufatti vitrei o in cuoio, gioielli e vestiari, tutti ovviamente creati dalla Società Æmilia Ars particolarmente attenta ai prodotti di arredo e decoro.

Achille Casanova, Mobiletto porta-giornali, Disegno a china e acquerello verde e rosa su carta, mm 491 x 350, Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1149
Pietro Maccaferri, Cancello dei Melograni, Ferro battuto con decori traforati in lamiera, cm 139 x 135,5
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/4292

Altri protagonisti della mostra sono i ferri battuti di Maccaferri e Mingazzi, con i quali collaboravano i membri della gilda, come dimostra la pregevole esecuzione del cancello ideato da De Col per l’Esposizione di Torino. Un cancello gradito alla critica, per l’abilità esecutiva di Maccaferri nella meticolosa decorazione dei melograni stilizzati, concretizzazione di una ricerca geometrizzante dei temi.

Sante Mingazzi, Portavaso decorato con rose, Ferro battuto, cm 121 x 57
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1868

Associati a quest’opera vi sono dei disegni progettuali a tema floreale, come quelli relativi a portacenere con orchidee decorative. Parimenti a Maccaferri, il mastro ferraio Mingazzi ha prodotto arredi in ferro battuto di ispirazione vegetale – come un portavaso dai lunghi rami cingenti ed ampie rose – dieci dei quali sono stati donati dalla figlia al Museo Bargellini. Capace di creare senza ricorrere ai disegni preparatori altrui, alcune sue produzioni appaiono arredi abbinabili, come una lampada ad alto stelo e un portavaso perfettamente coordinati.

Sante Mingazzi, Insegna dell’Officina Mingazzi, Ferro battuto, cm 108 x 245, Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1844

Elemento focale della mostra è il manufatto di terracotta maiolicata da cui prende il nome, ossia il “Camino dei Fenicotteri” posto nella minuta sala della Rocchetta Mattei a Riola. Di forte impatto visivo, si fonda sulle figure slanciate e sinuose di due fenicotteri su sfondo floreale, che cingono i lati del camino e la raffigurazione di una vasca con dei pesci. L’immagine del fenicottero, comune soggetto d’arte paleocristiana, bizantina ed altomedievale come emblema di resurrezione, viene adoperata anche nell’ambito dell’Art Nouveau ove perde i suoi connotati religiosi per acquisire una funzione puramente estetica. Il manufatto di grande pregio presenta l’iscrizione latina su sfondo blu: “haec otia nobis sed libertatem mavimus aeris”, che può essere tradotta approssimativamente con “ci hanno dato tranquillità ma noi preferiamo la libertà dell’aria”.

Ritratto in foto, viene supportato documentalmente dal progetto ideativo dell’architetto, pittore e decoratore Giulio Casanova: un disegno preparatorio in penna ed inchiostro con rifinizioni in acquerello risalente agli anni 1898-1900. Lo schema progettuale mostra chiaramente la stretta cooperazione tra artisti ed artigiani, congiunzione innovativa di lavoro manuale e ideativo. Interessante esemplare del liberty emiliano, fu scelto tra le opere rappresentative della Società Bolognese nell’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna svoltasi nel 1902 a Torino. Probabilmente la sua acquisizione risale al 1904, anno dell’organizzazione di un’asta a Firenze in cui la Società fu costretta a liquidare i propri prodotti, mantenendo attiva solo la manifattura tessile.

Poco conosciuto dal grande pubblico, il camino si trova in un’area dell’edificio non ancora restaurata e quindi inaccessibile. La struttura, voluta dal conte Cesare Mattei, appartiene adesso alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e viene gestita dal Comune di Grizzana Moranti con la collaborazione dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese.

Camino dei fenicotteri
Giulio Casanova, Camino dei Fenicotteri, Disegno a china e acquerello su carta bianca, mm 493 x 690
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1277

Uno dei maggiori capolavori dell’Æmilia Ars viene così enfatizzato per un effettivo riconoscimento critico, con conseguente restauro che ne consenta la fruibilità. Nella progressiva riconsiderazione delle arti applicate in ambito europeo a cavallo tra XIX e XX secolo, sarebbe opportuno recuperare gli spazi della cosiddetta “industriartistica” bolognese.

La mostra vanta la collaborazione del Gruppo Studi Alta Valle del Reno, che a tal fine ha editato la pubblicazione n. 65 della collana Nuèter-Ricerche. Con il patrocinio della città metropolitana di Bologna, del Comune di Grizzana Morandi, della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese, l’evento viene promosso dall’Istituzione Bologna Musei – Musei Civici d’Arte Antica.

In questi mesi di attesa per la riapertura ufficiale, Bologna Musei ha ugualmente tentato di mantenere vivo il rapporto col pubblico offrendo un’anticipazione della mostra con pillole video e la visita virtuale delle sale presso la pagina Facebook dei Musei Civici d’Arte Antica. Adesso che è possibile ammirarle dal vivo, si afferma un’organizzazione delle visite in totale sicurezza, per la tutela sia del personale che del pubblico. Per partecipare c’è tempo fino al 6 settembre, per un’estate all’insegna della riappropriazione dell’arte e dei musei.

Immagini dall'Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei

Il Camino dei Fenicotteri

I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei

A cura di Paolo Cova, Mark Gregory D'Apuzzo, Ilaria Negretti

In collaborazione con Renzo Zagnoni e Gruppo di Studi Alta Valle del Reno


22 maggio – 6 settembre 2020



Machiavelli da scoprire, i testi "repubblicani"

Jean-Claude Zancarini è certamente uno degli studiosi d'oltralpe più importanti per l'Italia rinascimentale; si tratta di un fine esegeta del Cinquecento italiano, linguista e studioso del pensiero politico ai tempi delle “guerre d'Italia”, Ho potuto apprezzare diversi interventi del professor Zancarini, per esempio quelli pubblicati online o nel volume delle Edizioni dell'Orso dedicato a Savonarola, Guicciardini e il repubblicanesimo fiorentino.

La repubblica torna ad essere il focus del prezioso volumetto Una scommessa di Machiavelli. Per una riforma repubblicana di Firenze dato alle stampe dalla casa editrice Ronzani e ovviamente a cura di Jean-Claude Zancarini. Come sempre quando ho tra le mani un titolo Ronzani, mi preme sottolineare alcune caratteristiche tecnico-formali. Il libro ha una tiratura di mille esemplari, ragione per cui i collezionisti saranno contenti di contendersi un nuovo titolo di pregio, stampato con carattere Janson e su una carta Bioprina Book Fabriano, presso la Stamperia di Paolo Galvani. Il libro è impaginato dall'irriducibile Elsa Zaupa e curato graficamente da Alessandro Corubolo. Un plauso va anche al direttore di collana Paolo Carta, per la scelta del titolo. In copertina l'Ex libris in xilografia di Bruno Bramanti del 1952.

Perdonatemi le minuzie tipografiche ed editoriali ma quando parlo di questo editore non posso esimermi dal tratteggiare certi dettagli curatissimi.

Il volume del professor Zancarini, è un saggio importante che viene arricchito da alcuni testi di Machiavelli: Discursus florentinarum rerum, Ricordo al cardinale Giulio sulla riforma dello stato in Firenze, Minuta di provvisione per la riforma dello stato in Firenze l'anno 1522; inoltre presenta un commentario con apparato di note a cura dello studioso francese e chiosato da una bibliografia di riferimento.
Il testo della Ronzani è uno spartiacque culturale che permette di riflettere sulla produzione di Machiavelli, per la quale spesso viene dato minor rilievo a queste opere di stampo repubblicano che vengono offuscate dalla celebrità dell'opera più blasonata: Il Principe.

In realtà è dalle opere minori (presentate dal professor Zancarini) che risalta uno spirito battagliero per l'istituzione e la teorizzazione di una repubblica fiorentina cinquecentesca, figlia dell'esperienza di Savonarola e profondamente colpita dalle vicende dello scacchiere bellico italiano.

L'opera (ri)proposta dallo studioso francese è un'occasione non solo per tratteggiare il profilo di un sofisticato pensatore politico, ma di valutare la contemporaneità con gli strumenti filosofici e logici di uno scrittore che ha lottato per la determinazione della sua patria. Un Machiavelli "inedito" e che necessità di studi filologici e storici coerentemente contestualizzati, il volume quindi è da consigliare non solo agli appassionati ma a tutti gli studiosi e all'ambiente accademico.

Machiavelli repubblicani
Copertina del libro Una scommessa di Machiavelli. Per una riforma repubblicana di Firenze, di Jean-Claude Zancarini, pubblicato da Ronzani Editore

 

Firenze, Duomo. Foto di Michelle Maria

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi: il mondo del graffito latino

SCRIPTA MANENT II
Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi:

il mondo del graffito latino

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Graffiti conservati nel Museo Romano di Augusta Raurica (in Svizzera), foto di Codrin.B, CC BY-SA 3.0

Al giorno d'oggi, quando abbiamo a che fare con un graffito, se non nel contesto di una mostra d'arte contemporanea probabilmente ci troveremo alle prese con una scritta o un disegno ingiurioso, comparsi nottetempo sul muro di casa a opera di un vandalo; persone un po' più smaliziate penseranno invece alle tracce artistiche che i nostri progenitori hanno lasciato su volte e pareti di grotte e caverne.

In effetti l'uomo scrive e disegna sui muri da sempre, perlomeno da quando ha acquisito la consapevolezza di saperlo fare; è bene però precisare che la parola graffito, che oggi indica essenzialmente tutte le tipologie di scrittura sui muri, ha un'origine etimologica ben precisa: si tratta di scritture o disegni a sgraffio, praticati a secco incidendo lievemente il supporto con uno strumento appuntito.

I graffiti sono stati realizzati, nel corso della storia dell'umanità, da persone distanti tra loro nello spazio, nel tempo, nello status sociale e nel grado di alfabetizzazione. Sgraffiavano, come abbiamo già detto, gli uomini del Paleolitico; i prigionieri delle carceri imprimevano sui muri la loro pena e quanti giorni mancavano alla sua fine; tra Firenze e Roma si trovano numerose tracce graffite di Michelangelo Buonarroti; sulle pareti di molti luoghi di culto si sono sovrapposti secoli di preghiere e invocazioni incise dai pellegrini in visita.

Per quale motivo il graffito ha conosciuto questa longeva diffusione, che solo in tempi recenti è divenuta socialmente inaccettabile? Le risposte sono svariate. In primo luogo, è un'arte che non necessita di una particolare strumentazione: basta un chiodo, un punteruolo, perfino una moneta, e l'intonaco o la nuda pietra diventano fogli su cui scrivere ciò che si desidera. Inoltre, rispetto alle scritture eseguite con un pigmento, le scritture a sgraffio appaiono maggiormente durevoli, poiché diventano parte integrante del supporto grafico. La ragione principale, tuttavia, risiede nell'inconscio di chi pratica il graffito: in pochi gesti e senza il bisogno di chissà quale ingegno si ottiene un segno tangibile della propria presenza in un dato luogo e in un dato momento, che al tempo stesso riassume tutte le capacità intellettuali dell'individuo, quali che esse siano. 'Io sono qui, adesso, so scrivere/disegnare questo, la cui traccia perdurerà nei secoli'; o perlomeno finché durerà ciò su cui si scrive.

Ne consegue che i graffiti di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo siano una fonte inestimabile di informazioni; in particolare, i numerosi graffiti pervenutici nei territori dell'Impero Romano, risalenti a un periodo compreso tra il secolo I a.C. e il III d.C., ci aiutano a ricostruire puntualmente l'evoluzione della scrittura latina, dagli albori fino al raggiungimento della sua maturità.

L'Impero dei graffiti

Il mondo romano nell'età imperiale è un variegato mosaico di culture, usanze e religioni uniformati dal senso di identitas raggiunto nei secoli precedenti. C'è un grado di alfabetizzazione altissimo, anche se molto diversificato a seconda degli strati sociali e delle loro necessità: leggono, scrivono e fan di conto gli schiavi, ma solo per servire i propri padroni; così mercanti e artigiani per fare al meglio il proprio lavoro; nelle classi più alte si legge e si scrive anche per diletto, per studiare gli antichi testi o per produrre nuova letteratura.

Ma soprattutto, in un tempo in cui la carta non esiste, qualsiasi cosa meritevole di registrazione dev'essere incisa su pietra ed esposta al pubblico perché tutti ne vengano a conoscenza: è in ambito epigrafico, infatti, che la scrittura autoctona si canonizza in un alfabeto completamente nuovo, dal disegno semplice ma elegante, che oggi chiamiamo scrittura capitale, dal quale deriveranno poi tutte le scritture librarie e documentarie che ancora oggi adoperiamo.

L'Impero è dunque, come dice Guglielmo Cavallo, “un'unica, enorme pagina [...] che i grandi scrivono e i piccoli leggono”. Anche i piccoli scrivono sulla pietra, nei limiti delle loro possibilità: non potendo permettersi lapidi e lapicidi, i comuni cittadini praticano graffiti. Ci è pervenuta un'immensa quantità di scritture a sgraffio risalenti all'epoca qui trattata e pertinenti alla sfera popolare; scritture e disegni su intonaco sono stati rinvenuti in tutte le zone dell'Impero, ma in particolare Roma e le città vesuviane si sono rivelate vere e proprie miniere di graffiti.

Attraverso l'esame dei graffiti è stato possibile tracciarne alcune caratteristiche generali: nel periodo preso in esame, naturalmente, la scrittura con cui essi vengono vergati è la capitale; tuttavia l'angolo di scrittura comportato dalla verticalità del supporto e il forte attrito dello strumento su di esso fanno sì che l'eleganza e il rigore formale di questo alfabeto vengano meno. Le lettere dei graffiti sono in gran parte deformate, sconnesse, coi tratti verticali eccessivamente lunghi e quelli orizzontali sghembi; la lettura risulta abbastanza ostica, ma ci aiuta a ricostruire ciò che non trova spazio nella solennità della lapidi romane: un mondo fatto di gesti quotidiani, di rapporti umani semplici e di usanze che spesso sono in grado di sorprendere.

Il quotidiano nelle scritte

La stragrande maggioranza dei graffiti romani non differisce affatto da quelli che leggiamo oggi: si tratta molto spesso della scrittura del proprio prenomen, quasi sempre accompagnato da nomen e/o dal cognomen. A essi poteva o meno seguire qualche ulteriore informazione come un eventuale soprannome, la professione, riferimenti al fisico (“grande”, “grasso”, “dai capelli rossi”) o l'oggetto del proprio amore. Questo era un modo per affermare la propria identità, che del resto è una delle principali condizioni psicologiche dell'essere umano.

graffito Minotauro Labirinto Pompei
Il graffito pompeiano dalla casa di Marco Lucrezio. Immagine tratta dal libro di William Henry Matthews, Mazes and labyrinths; a general account of their history and developments, London, New York, etc. Longmans, Green, 1922

Altre volte il nome presente non era il proprio ma quello di qualcun altro: poteva trattarsi di un'espressione di gratitudine o di amicizia, ma più che altro in questi casi c'era l'intenzione di burlarsi o addirittura insultare la persona in questione descrivendola con termini poco lusinghieri. A volte, se l'abilità dello scrivente lo permetteva, le scritte erano accompagnate da semplici disegni coerenti o meno con quanto riportato nella scritta: frequenti erano ritratti, autoritratti e caricature, ma anche scene di lotta, immagini di cibarie e di animali. In un graffito rinvenuto a Pompei, per esempio, è raffigurato un tortuoso labirinto, assieme alla didascalia hic habitat minotaurus. Non era infrequente citare elementi mitologici o addirittura interi brani di opere letterarie: far ciò equivaleva ad affermare le proprie conoscenze, che spesso erano superiori alla media della classe sociale d'appartenenza. Di conseguenza frasi come il celebre incipit dell'Eneide, all'epoca opera universalmente nota in ambito romano, appaiono spesso nei graffiti, un po' come accaduto in tempi recenti con la frase io e te tre metri sopra al cielo (perdonateci il paragone).

Esiste poi una categoria di scritture piuttosto particolare, principalmente rinvenute in botteghe o edifici di carattere commerciale: accanto al suo nome e alla sua professione di negoziante, chi verga appone lodi circa il suo operato, la qualità dei prodotti che vende, offerte speciali e prestazioni che oggi chiameremmo extra-budget; inoltre, esattamente come avviene oggi, spesso queste iscrizioni erano corredate da un disegno o da veri e propri slogan ante litteram: i manifesti dovevano ancora essere inventati, pertanto ci si ingegnava in questa maniera.

Un singolare graffito sembra riassumere in sé tutte le tipologie sopra citate; rinvenuto nei pressi di una fullonica appartenuta a un certo Fabius Ululitremulus, vi si legge la seguente frase:

Fullones ululamque cano, non arma virumque

(“Io canto i lavandai e le civette, non le armi e l'uomo”).

Con un geniale riferimento al poema più in voga dell'epoca, si fa una scherzosa ingiuria al povero Fabius, il cui cognomen era etimologicamente collegato alle civette (in latino ulula)!

Tre iscrizioni pompeiane che si riferiscono al celebre incipit dell'Eneide. Immagine realizzata da Fer.filol, in pubblico dominio

Tra sacro e profano

In alcuni casi, più che alla propria identità i graffiti erano collegati direttamente alla funzione del luogo dove venivano praticati: nelle aree mercatali, per esempio, ci si imbatte spesso in scritte che registrano l'entusiasmo per aver fatto un buon affare, o al contrario lamentano una truffa indicando le generalità del mercante disonesto. Gli esempi più calzanti di questo assioma si trovano in due luoghi diametralmente opposti tra loro: templi e lupanari.

Nel primo caso, il fatto di incidere una scritta che rimanesse nel tempio anche dopo che lo scrivente era andato via, serviva a estendere ad libitum la sua permanenza in quel luogo, e per estensione la sua orazione. Fedeli e pellegrini vergavano su colonne e muri dei templi il proprio nome, una breve preghiera o semplicemente la parola iuva o iuvate (“giova, giovate”), che oltre a sintetizzare tutte le richieste era anche semplice da sgraffiare.

Il discorso si fa più complesso quando parliamo dei lupanari, nei quali i graffiti avevano una pluralità di valenze: le lupae scrivevano infatti il loro tariffario e le loro specialità, mentre i clienti, ricevuta la prestazione, indicavano i loro piatti forti o, più raramente, ciò che non avevano gradito.

Le componenti religiose e sessuali del quotidiano compaiono sono frequenti nei graffiti, anche al di fuori dei luoghi a esse deputati: invocazioni alle divinità compaiono in maniera estemporanea lungo le vie pompeiane, unitamente ai vanesi resoconti delle proprie avventure amorose, con espliciti riferimenti al numero di rapporti e... di partner.

Dalla microstoria alla Storia: il graffito di Alexamenos

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, foto da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Gli esempi visti finora ci hanno permesso di avere un'interessante panoramica sulla vita quotidiana delle popolazioni romane nei primi secoli dopo Cristo, che in effetti non era poi molto differente da quella attuale; in altre parole i graffiti sembrano funzionali alla ricostruzione della microstoria che fa da corollario alla Storia con la esse maiuscola, grande assente di questa disamina.

Un esemplare su tutti ribalta questa tesi: il cosiddetto graffito di Alexamenos. Rinvenuto a Roma alla fine del secolo XIX, nella zona del palazzo imperiale di Domiziano, questo graffito data intorno al II secolo d.C.; praticato su una superficie di tufo intonacato (e dunque scarsamente visibile se non a distanza molto ravvicinata) è oggi conservato presso l'antiquarium del colle Palatino, nel parco archeologico dei Fori Imperiali.

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, ripreso da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Il graffito presenta il disegno di un uomo nell'atto di pregare o porgere la propria offerta a una divinità raffigurata come un uomo nudo appeso a una croce, visto di spalle, con una grottesca testa di mulo o asino. Tutto intorno corre una scritta in greco che è stata interpretata come ΑλΕξΑΜΕΝΟς CЄΒΕΤΕ ΘΕΩN, traducibile come “Alexamenos venera dio”: è piuttosto chiaro che il graffito sia stato realizzato con l'intenzione di prendersi gioco, in maniera alquanto pesante, di una persona di fede cristiana.

Al di là delle implicazioni teologiche delle quali parleremo più avanti, perché abbiamo scelto un graffito in greco per parlare di scrittura latina? In effetti, l'analisi paleografica e, in simultanea, quella linguistica hanno permesso di appurare che lo scrivente non fosse di madrelingua greca, e che invece adoperasse abitualmente l'alfabeto latino: tutto ciò non risulta sorprendente se consideriamo che il graffito è stato rinvenuto nella zona nella quale è stato identificato il paedagogium, una vera e propria scuola dove agli schiavi bambini e adolescenti venivano formati per essere destinati poi a servire in case aristocratiche: cosa non da poco, perché possedere un minimo di cultura poteva avere come esito una futura liberazione. Nel paedagogium convergevano ragazzi autoctoni e provenienti da svariate zone dell'Impero e anche al di fuori, portandosi dietro il proprio bagaglio di culture, credenze e religioni, tra le quali quella cristiana, all'epoca piuttosto recente. L'irriverente disegno del graffito di Alexamenos è in effetti ritenuto la prima raffigurazione, quantunque blasfema, della crocefissione di Cristo: da essa possiamo trarre informazioni che gettano luce sulla situazione dei cristiani dei primi secoli, talvolta in controtendenza rispetto alle tradizionali opinioni in merito.

L'idea più diffusa del primo cristianesimo è quella di una religione nascosta, sotterranea, odiata e sanguinosamente perseguitata, al punto da costringere i fedeli ad adottare espedienti estremi per mantenerla segreta, come ad esempio tener celati i propri simboli: tutti abbiamo in mente il pittogramma del pesce che racchiude l'acronimo di Gesù Cristo, o la crux dissimulata, la croce resa irriconoscibile mediante la trasformazione grafica in àncora.

Il graffito di Alexamenos sembra smentire, almeno parzialmente, questa visione: innanzitutto, la sua stessa esistenza non può prescindere dal fatto che la fede di Alexamenos fosse palese e sostanzialmente accettata, almeno al punto da poter essere esibita in maniera piuttosto manifesta da chi voleva schernirla. Di sicuro non era vista sotto una luce positiva: il dio venerato da Alexamenos ricorda più che altro un demone, con quella sua testa equina e le terga bene in mostra; il graffito sembra tuttavia limitarsi a sbeffeggiare piuttosto che condannare, anche se in un atteggiamento che oggi definiremmo politically incorrect: siamo comunque lontani dalle invettive contro i cristiani riportate nelle opere di Origene e Tertulliano, ben più crudeli e sanguinose.

Il dato più importante, tuttavia, rimane la presenza stessa della croce: del fatto che il cristianesimo degli albori fosse aniconico siamo abbastanza certi; sorprende dunque che chi ha vergato l'ingiuria sembri essere perfettamente a conoscenza di quale sia il simbolo per eccellenza del cristianesimo, che non sarà raffigurato in maniera sistematica per almeno altri due secoli.

graffito di Alexamenos
Dettaglio del graffito di Alexamenos. Foto di Mariano Rizzo e Gianluca Colazzo

Purtroppo il graffito di Alexamenos sembra essere l'unica prova pervenutaci che nel II secolo d.C. il simbolo della croce fosse conosciuto al di fuori degli ambienti cristiani e a essi correttamente associato; tuttavia si può ragionevolmente concludere che in questo periodo la religione cristiana venisse considerata dai pagani al pari di tutte le altre religioni professate nei territori dell'Impero: di essa si aveva un'idea superficiale, se ne conoscevano i principi di base, ma la si vedeva più che altro come una superstizione, al punto da poterne dileggiare gli adepti. In questo contesto le persecuzioni andrebbero lette come atto squisitamente politico, allo stesso modo dell'Editto di Costantino che nel 313 d.C. consentì la libertà di culto. Tesi, quest'ultima, che la moderna storiografia ha da tempo accettato.

BIBLIOGRAFIA

CARLETTI C., Epigrafia dei cristiani in Occidente. Ideologia e prassi (secoli III – VII), Bari 2008.

CARLETTI C., Minuscole lapidarie. A proposito di un'iscrizione funeraria dell'anno 330, in FIORETTI P. (a c.), Storia di cultura scritta. Studi per Francesco Magistrale, Spoleto 2012.

CAVALLO G., Scrivere e leggere nella città antica, Roma 2019.

DONATI A., GENTILI G. (a c.), Costantino il Grande: la civiltà al bivio tra Occidente e Oriente, Cinisello Balsamo 2005.

SMITH B.C., Alexamenos. A christian mocked for believing in a crucified god http://www.textexcavation.com/alexamenos.html (En)


Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


bellezza ornamenti Seicento

Firenze: mostra "Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento"

Aprirà al pubblico da domenica 8 dicembre e rimarrà aperta fino al 13 aprile 2020, la mostra Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento che si terrà al Museo di Palazzo Davanzati di Firenze.

bellezza ornamenti Seicento
MANIFATTURA ITALIANA DELLA SECONDA METÀ DEL XVII SECOLO, Scarpa femminile, Firenze, Museo Stibbert

L’idea dell’esposizione è nata dall’acquisizione, promossa dai Musei del Bargello per Palazzo Davanzati, di un rarissimo e inedito corpus di disegni per ricami e merletti databili alla prima metà del XVII secolo e apparsi sul mercato antiquario nel 2018. Si tratta di una delle più estese raccolte esistenti di disegni di merletti e ricami costituita da 105 fogli, centodue carte ad inchiostro e tre a grafite e sanguigna, giunte fino a noi in ottimo stato conservativo e attribuibili per la gran parte alla firma dello stesso autore, Giovanni Alfonso Samarco da Bari, un disegnatore di ambito meridionale dall’indubbio talento grafico la cui identità rimane ancora oggi ignota.

OREFICERIA AUSTRIACA DELL’INIZIO DEL XVII SECOLO, Ornamento per abito, Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Attorno a questi disegni per grandi colletti, bordure e fregi ricamati, si sviluppa un affascinante percorso della mostra che, allestita tra il piano di ingresso e il primo piano di Palazzo Davanzati, intende documentare lo stile prezioso ed elegante della moda e dell’arredo del Seicento, attraverso un suggestivo confronto tra la grafica e un’accurata selezione di abiti, accessori, dipinti, sculture, medaglie, libri, tessuti, merletti e ricami.

All’interno di alcune “stanze delle meraviglie”, progettate in occasione della mostra, sono infatti esposti, in costante dialogo con la grafica, alcuni preziosi accessori: la borsa a ricamo applicato di probabile manifattura inglese; la scarpetta femminile, databile all’ultimo quarto del XVII secolo, in raso di seta rossa rivestito di merlettola spilla d’oro, di oreficeria nordica, con perle e diamante utilizzata al tempo come guarnizione d’abito.

bellezza ornamenti Seicento
OREFICERIA AUSTRIACA DELL’INIZIO DEL XVII SECOLO, Ornamento per abito, Firenze, Museo Nazionale del Bargello

A documentare il gusto per la moda in auge al tempo, troviamo poi un raro giubbone maschile, databile tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, con inserti di merletto a fuselli, e alcuni dipinti che ritraggono gli sfarzosi colletti in pizzo indossati da Valdemaro di Danimarca, opera di Justus Suttermans e da Vittoria Bulgarini ritratta da Nicolas Régnier.

JUSTUS SUTTERMANS, Ritratto di Valdemaro Cristiano di Danimarca, 1638-1639, Firenze,
Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina

La perizia raggiunta nella tecnica del ricamo toscano è testimoniata dallo splendido paliotto d’altare della Madonna del Letto, già nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Pistoia, che rivela motivi decorativi improntati ad un’attenta indagine naturalistica.

La mostra rappresenta inoltre occasione per ammirare, nei rinnovati ambienti espositivi di Palazzo Davanzati, un’attenta selezione di merletti dalla ricca e pregevole collezione del Museo, messa a confronto con i disegni acquisiti così da dar vita a un dialogo tra il prodotto finito e il processo creativo legato a quest’arte.

MANIFATTURA INGLESE DELLA PRIMA METÀ DEL XVII SECOLO, Borsa, Firenze, Museo Nazionale del
Bargello

 Bellezza e Ornamenti nella moda e negli arredi del Seicento è una mostra unica per presentare al pubblico un raro gruppo di centocinque disegni di merletti e ricami acquistati dai Musei del Bargello con i fondi derivanti dall’autonomia dei musei, a seguito della Riforma del 2014. Il corposo nucleo grafico è stato destinato a Palazzo Davanzati che, già dagli anni ottanta del Novecento, ospita una pregevole collezione di merletti e ricami, dal XV al XX secolo.

Per la durata della mostra, il Davanzati, noto ai più come antica dimora fiorentina, si vestirà di raffinate forme barocche, con “stanze delle meraviglie” che sveleranno, attraverso un affascinante percorso espositivo, il singolare ruolo che i merletti ebbero nella storia sociale ed economica in Europa, oltreché nella storia dell’arte, del design e della moda” (Paola D'Agostino, Direttore dei Musei del Bargello).

 Tra gli enti prestatori figurano le Gallerie degli Uffizi, il Museo Stibbert, il Museo Civico d’Arte di Modena, l’Università di Firenze, l’Archivio di Stato di Firenze, L’USL Toscana Centro, il Museo del ricamo di Pistoia, oltre a generosi prestiti da parte di collezionisti privati.

La mostra e il catalogo, ricco di contributi di esperti del settore ed edito da Edifir, sono a cura di Benedetta Matucci e di Daniele Rapino.

Daniele Rapino, Paola D'Agostino, Benedetta Matucci

Il biglietto di accesso alla mostra ha il costo di € 6,00 per l'intero, e € 2,00 il ridotto (per i giovani della U.E fra i 18 e 25 anni).

 

Testi e foto per la mostra Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento gentilmente forniti dall'Ufficio Stampa Firenze Musei - Civita Opera Laboratori Fiorentini


I Medici - Nel nome della famiglia

Terza stagione con "I Medici - Nel nome della famiglia"

I Medici - Nel nome della famiglia

Da lunedì 2 dicembre, la terza attesissima stagione

I Medici - Nel nome della famiglia

Nuova stagione per la serie evento dedicata alla figura di Lorenzo il Magnifico e alla grande famiglia fiorentina dei Medici: una grande coproduzione internazionale, venduta in oltre cento paesi, realizzata da Lux Vide in collaborazione con Rai Fiction, Big Light Productions e Altice Group.
Il terzo attesissimo capitolo, “I Medici – Nel nome della famiglia”, per la regia di Christian Duguay, sarà proposto in otto episodi che andranno a comporre quattro prime serate in onda su Rai1, il lunedì e il martedì, a partire dal 2 dicembre. Sarà inoltre disponibile in streaming e on demand su RaiPlay e tramesso con le stesse modalità anche in Ultra HD su Rai 4K al tasto 210 del telecomando di tivùsat.
Anche questo nuovo progetto è stato infatti realizzato all’insegna dell’altissima qualità, una cura del dettaglio che ha riguardato ogni aspetto della produzione: dalla scrittura alla regia, dalle scenografie nei luoghi originali ai costumi, fino ad arrivare alla colonna sonora firmata ancora una volta da Paolo Buonvino.
Nel cast internazionale chiamato a rappresentare le vicende della nobile famiglia fiorentina Daniel Sharman torna ad interpretare il Magnifico. Accanto a lui Alessandra Mastronardi è Lucrezia Donati, Synnøve Karlsen, la moglie Clarice Orsini, Aurora Ruffino Bianca de’ Medici. In alcuni flashback rivediamo ancora Bradley James il cui personaggio, il fratello di Lorenzo, Giuliano de’ Medici, è stato assassinato nel Duomo di Firenze nella congiura ordita dalla famiglia dei banchieri de’ Pazzi.
Nella nuova stagione tante new entry italiane e internazionali, da Francesco Montanari, che nei panni del Savonarola avrà un ruolo di rilievo nei nuovi episodi, così come Neri Marcorè che darà il volto al Papa Innocenzo VIII, successore di Papa Innocenzo VIII interpretato da John Lynch. A Giorgio Marchesi è stato affidato il ruolo di Giacomo Spinelli, nuovo avversario di Lorenzo il Magnifico, mentre Johnny Harris sarà Bruno Bernardi suo nuovo consigliere.

Per ulteriori approfondimenti, NewsRai dedicato.

Testo e foto dall'Ufficio Stampa RAI.